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Il programma
VOGLIO… rompere la legge del pendolo
C’è bisogno di una vera alternativa al governo delle destre.
Per fare questo bisogna sconfiggere quella che viene definita la “maledetta
legge del pendolo”.
Cosa dice questa legge? Quando le destre governano, i guasti provocati dalla
loro azione sono gravi e profondi. Investono il tessuto della società provocandone
una disgregazione dei fattori di coesione e un acuirsi grave delle
disuguaglianze sociali.
Gli effetti devastanti sono di tale portata che le opposizioni vengono a trovarsi,
quasi spontaneamente, investite da una domanda di grande cambiamento che le
spinge verso il governo. Ma, quando queste ultime sono al governo, “dimenticano”
quella speranza e si ritrovano a praticare una politica che, nelle linee di
fondo, non è dissimile dalla fase precedente. Questo determina un nuovo processo
di disillusione e un aggravarsi della crisi della politica. In questa crisi, il
disagio di massa può curvare verso pulsioni populiste e le destre possono ritrovare
il consenso perduto attraverso ideologie integraliste, come quelle del conflitto
di civiltà e devastanti come quelle della guerra permanente.
Il nostro compito è spezzare questa legge.
In Italia, la politica delle destre, personificata dal berlusconismo, è stata particolarmente
dura e tracotante. All’impianto di sfrenato neoliberismo ha connesso
il processo disgregativo della devolution e quello odioso di leggi fatte
apposta per difendere i privilegi personali e di ceto, gli abusi, gli illeciti arricchimenti
e le rendite parassitarie.
Ma sarebbe sbagliato pensare il berlusconismo come una anomalia nel quadro
internazionale o come una parentesi della storia italiana.
La corsa breve del berlusconismo si inserisce a pieno titolo nel ciclo lungo del
prevalere delle politiche neoliberiste.
Per questo è decisivo definire un profilo politico e programmatico
dell’Unione, ovvero della coalizione di forze di sinistra e democratiche che
vuole sconfiggere Berlusconi e le destre e si candida al governo del Paese.
Anche dentro l’Unione è aperta una vera lotta per l’egemonia tra chi vuole
perseguire l’obiettivo di una vera alternativa e chi, al contrario, lavora per una
alternanza moderata .
Per questo è importante far vivere e affermare una vera istanza di cambiamento
edi farla affermare.
Tutto ciò è necessario e possibile.
Necessario perché senza questa aspirazione, la sconfitta delle destre sarebbe
solo di facciata e transitoria.
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Possibile, perché riteniamo che sia divenuta maggioritaria nel Paese, attraverso
la crescita dei movimenti da Genova in poi, l’aspirazione del popolo
delle opposizioni a un radicale cambiamento delle politiche economiche,
sociali e internazionali.
VOGLIO… una vera Riforma del Paese
La crisi del capitalismo italiano e la mancanza di una alternativa di società, si
rovesciano sul Paese come crisi della coesione sociale, logoramento della
democrazia e generale sfiducia nel futuro.
L’uscita dalla crisi e dal declino propone alla politica un obiettivo ambizioso:
la costruzione di un nuovo compromesso sociale dinamico in grado di prospettare
alle nuove generazioni un futuro attraente all’interno di una organizzazione
della società condivisa.
E’ il tema della Riforma del Paese, della rinascita della politica per la rimessa
all’ordine del giorno della questione della trasformazione della società.
La messa in discussione da destra del compromesso sociale conquistato dalle
lotte del movimento operaio e dalle sinistre dal dopoguerra, ha dato luogo ad
un ciclo neoliberista all’interno di quello della globalizzazione capitalista.
Questa politica è fallita, sia per le sue contraddizioni interne che per la nascita
di una nuova generazione di movimenti. Il rischio grave è di subire ora le
conseguenze, che possono essere devastanti, di una crisi senza alternativa.
Per questo, è necessario proporsi il tema della Riforma del Paese.
La realtà sociale dimostra che è impossibile pensare a un nuovo compromesso
lasciando il mercato libero di allocare le risorse al fine di perseguire la
massima concorrenza e cercando poi di costruire delle compensazioni esterne
al meccanismo di accumulazione, al fine di ridurre le disuguaglianze. E’
il mercato stesso che va riformato attraverso l’intervento pubblico nell’economia
e la realizzazione di un vincolo interno allo sviluppo, costituito
dai beni comuni, dai diritti sociali e di cittadinanza, da una nuova qualità
dello stato sociale. Una economia sostenibile e socialmente progressiva
richiede la costruzione di un nuovo assetto di economia mista, un riequilibrio
dei rapporti di classe a favore delle lavoratrici e dei lavoratori e una
nuova relazione tra produzioni, consumi e riproduzione sociale.
La creazione dello spazio pubblico deve essere la linea guida del programma
di alternativa e la leva della programmazione necessaria.
Beni comuni, e diritti universali vanno posti a base di un’economia sostenibile
e socialmente progressiva. Sono il mercato e la competitività che vanno
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posti di fronte alla sfida di questa innovazione di modello anche perché altrimenti,
in Italia come in Europa, essi sarebbero oggi, oltre che socialmente
regressivi e ambientalmente distruttivi, incapaci, come la realtà sta dimostrando,
di reggere alla sfida dei grandi competitori internazionali.
La Riforma del Paese è, oggi, una necessità storica in Italia come in Europa.
La costruzione dell’unità tra la classe operaia tradizionale e chi vive nelle nuove
forme di lavoro e di organizzazione sociale ne costituisce la chiave di volta.
Per realizzare la Riforma del Paese, la politica deve acquistare nuova credibilità
nel popolo, rompendo il muro che divide chi sta in “basso” da chi sta in
“alto” nella divisione della società.
I primi 100 giorni del governo che succederà a quello di Berlusconi saranno
decisivi per costruire una nuova alleanza tra il popolo e chi da esso ha avuto
il mandato a governare il Paese.
VOGLIO… una politica di pace
Guerra e terrorismo vogliono trascinare il mondo nel baratro della guerra di
civiltà.
Mentre si combattono mortalmente, essi si inseguono in una spirale in cui una
alimenta l’altro e viceversa.
I fatti parlano chiaro. Anni di guerra globale al terrorismo, secondo la dottrina
della guerra preventiva, con le armi dell’invasione militare, dei bombardamenti,
dell’occupazione militare non hanno sconfitto il terrorismo, non ne
hanno infranto i santuari, non ne hanno minato la capacità di attrattiva verso
settori di popolazioni, in particolare frange giovanili. Al contrario, hanno
determinato una ulteriore spinta verso l’approdo a culture fondamentaliste e
al diffondersi del terrorismo.
La guerra mostra sempre di più il suo vero volto: l’imposizione di un dominio
geopolitico unipolare nel governo del mondo, la volontà di imporre una
camicia di forza impedente ogni processo di modifica dei rapporti tra il Nord
e il Sud e tra le classi.
Il terrorismo nasce e si sviluppa nella sfera autonoma del politico, esso non è
una risposta, seppure tragica e aberrante, alle ingiustizie della globalizzazione
e del dominio unipolare del mondo. Esso utilizza il senso di ribellione a
quelle ingiustizie per il suo disegno politico. Va rifiutato non solo per i mezzi
che utilizza ma per i fini che propone, per il progetto di cultura, di società, di
relazione tra i popoli e le persone che fa emergere.
Guerra e terrorismo producono solo morte e distruzione e avvelenano le
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medesime relazioni sociali provocando la limitazione delle libertà .
Essi vogliono rendere muti i popoli, annichilire la loro capacità di fare politica,
sostituendo a quella il rumore sordo delle armi della guerra tra civiltà:
guerra culturale, guerra ideologica, guerra delle bombe.
Non si può essere veramente contro la guerra se non si è contro il terrorismo
e non si può essere veramente contro il terrorismo senza essere
contro la guerra.
Questo ha capito il popolo della pace che, dentro l’onda lunga del movimento
contro la globalizzazione neoliberista, è il soggetto portatore di una vera
alternativa. Il popolo della pace è l’altra grande potenza mondiale, la sua
forza è nella possibilità di far crescere la cultura della nonviolenza come
nuova critica di massa al moderno capitalismo.
Il no alla guerra e al terrorismo e alle ideologie che li alimentano è il filo conduttore
di una nuova politica.
La pace non è solo assenza di guerra, è un’ispirazione e una politica precise.
La pace è sicurezza, ovvero lo strumento di fondo per sconfiggere alla radice,
anche nella sfera delle culture, le ideologie fondamentaliste che i cultori
della guerra e del terrorismo vorrebbero imporre come modello di relazione.
La pace è una nuova cultura e politica dell’accoglienza e della cittadinanza
universale.
La pace è lo sviluppo di nuove relazioni di cooperazione con i Paesi del Sud
del mondo.
La pace è l’affermazione di una nuova cultura dei diritti umani.
La pace è disarmo, è la riduzione delle spese militari, la fuoriuscita dal sistema
di guerra e il riutilizzo del territorio occupato dalle armi e dalle basi militari.
Per questi motivi, il ritiro immediato dell’Italia dalla guerra di occupazione
in Iraq e dagli altri luoghi dove è presente in forme di occupazione
militare, come l’Afghanistan e i Balcani, è fondamentale, in quanto illustra
la rottura con le politiche di guerra e la restituzione all’articolo 11 della
Costituzione italiana del suo ruolo di guida delle politiche internazionali.
Allo stesso tempo, è necessario promuovere il rilancio di una iniziativa decisa
a livello internazionale per la ripresa del dialogo e del processo di pace nel
conflitto israeliano palestinese che, secondo il principio di “due Stati per due
popoli”, preveda il ritiro da tutti i Territori occupati, la nascita dello Stato
palestinese, il diritto per i due Stati e i due popoli a vivere nella pace e nella
sicurezza.
La costruzione di un’altra Europa, della pace, dei diritti del lavoro, di quelli
sociali e di cittadinanza, dell’espansione della democrazia è elemento costitutivo
di questa nuova politica.
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VOGLIO… non rimanere schiacciato dal
fallimento del neoliberismo
Il neoliberismo ha fallito nella sua principale promessa: l’idea che, tolti i vincoli
dell’intervento pubblico nell’economia, sfondati i pilastri dello stato
sociale, rotte le tutele del mondo del lavoro, si sarebbe garantito un futuro di
sviluppo senza crisi.
Questa linea ha rappresentato una vera “visione del mondo” che ha informato
l’insieme delle politiche del lavoro, di quelle economiche, sociali, fino ad
investire il ruolo del governo e il suo rapporto sia con le forme della democrazia
rappresentativa sia con i popoli medesimi.
Nelle politiche del lavoro si è impostata una offensiva permanente e generalizzata
che ha attaccato assieme le garanzie, le tutele e il salario.
Questa offensiva è stata declinata con una aggettivazione che è divenuta un
feticcio indiscutibile: “flessibilità”. Dietro questa parola si sono praticate in
concreto: la riduzione di forme di tutela del diritto del lavoro, come il rapporto
di lavoro a tempo indeterminato, la compressione salariale sempre più
drastica, l’attacco sistematico alla stessa possibilità di unificazione dei lavoratori,
come il contratto collettivo di lavoro. La conseguenza è stata la precarizzazione
generalizzata e l’avvento di modalità di lavoro servile che, in
forme nuove, riproducono, in particolare nelle giovani generazioni, l’antica
piaga del caporalato. Con un’ulteriore aggravante rispetto al passato: oggi le
forme aberranti del lavoro precario e servile coinvolgono non soltanto le mansioni
basse, ma indifferentemente tutte, arrivando a coinvolgere appieno le
professionalità più alte, comprese quelle della ricerca e della conoscenza.
Siamo di fronte a una crescente femminilizzazione del mercato del lavoro nel
senso non solo di una forte presenza femminile nei settori più precarizzati e
deprivati, ma nella direzione dell’estensione a tutto l’insieme dei lavoratori
delle condizioni di subordinazione, marginalizzazione, lavoro servile che
hanno caratterizzato storicamente i rapporti di lavoro delle donne.
Nelle politiche economiche ha imperato il dogma della sottrazione dello Stato
da ogni ruolo di intervento e controllo diretto e indiretto. E’ prevalsa, così, la
politica della privatizzazione di quanto prima era considerato spazio pubblico
(non solo nel campo della produzione di beni materiali, ma anche nel
campo dei servizi pubblici e alla persona e delle risorse naturali).
Nelle politiche sociali ha prevalso la progressiva riduzione delle garanzie e
protezioni, l’erosione sempre più accentuata dei diritti e delle tutele che, con
i processi di privatizzazione e liberalizzazione, hanno provocato una condizione
di vulnerabilità di fasce sociali sempre più ampie.
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La scuola è stata sottoposta a un attacco devastante con l’obiettivo di rideterminare
una selezione di classe: attraverso la cosiddetta “canalizzazione” si
vuole riportare le figlie e i figli dei lavoratori alla formazione professionale
sottoposta alle esigenze delle imprese e del mercato e riservare alle élites l’accesso
all’eccellenza dei circuiti internazionali dell’istruzione.
Seguendo questa logica, l’Università è stata dequalificata, gran parte del
corpo docente e del personale precarizzati, la ricerca mortificata.
Questo attacco al complesso di diritti conquistati con anni di lotte è stato
generale e coordinato in tutti i Paesi, basti prendere ad esempio la questione
centrale della previdenza pubblica, attaccata in varie forme, ma con analoga
ispirazione, in tutti i Paesi europei.
Mai, dal secondo dopoguerra, la distribuzione del reddito tra le classi è
stata così sperequata, mai il processo di impoverimento delle masse
popolari è stato così esteso, mai la condizione di incertezza e precarietà è
stata avvertita con così pesante cupezza.
La svolta è epocale: per la prima volta, da decenni, si è interrotto, anche nelle
coscienze delle persone, l’aspettativa, prima quasi spontanea, di un futuro
migliore per le nuove generazioni.
Il neoliberismo ha fallito non solo perché ha determinato nuove ingiustizie e
ha acuito le disuguaglianze, ma in quanto ha prodotto una crisi economica e
sociale (di cui l’Italia è il caso più acuto) che, per le sue dimensioni e profondità,
richiede la messa all’ordine del giorno del tema di una alternativa. Senza
di essa, il neoliberismo, dopo di guasti prodotti nella fase di ascesa, rischia
di travolgerci nel suo fallimento.
Il tema dell’alternativa di società non è più solo l’obiettivo soggettivo di chi
chiede un nuovo mondo: è messo all’ordine del giorno dalla necessità di
non rimanere schiacciati dalle macerie prodotte dal neoliberismo in crisi.
VOGLIO… una democrazia non autoritaria
Il neoliberismo ha prodotto devastanti conseguenze anche sul terreno della
democrazia. La crisi e l’oscuramento della politica e della democrazia a vari
livelli e dimensioni ne sono il segno evidente.
Nella dimensione sopranazionale, la crisi della democrazia è, innanzitutto,
spostamento dei luoghi delle decisioni dagli organismi della democrazia rappresentativa,
in primo luogo i Parlamenti, agli istituti ademocratici di regolazione
della globalizzazione (il WTO, la Banca Mondiale, ecc.).
La crisi della politica è causata dalla sua riduzione a tecnica, a semplice tra-
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duttrice nel contesto nazionale delle scelte imposte da quegli organismi interpreti
e garanti della globalizzazione neoliberista, assunte come vincoli indiscutibili
e invalicabili.
Il Trattato costituzionale europeo rappresenta una tappa di questo percorso.
Esso è un salto all’indietro alle “Carte octroyées”, concesse ieri dai sovrani e
oggi dai governi, dall’alto. Ha lo scopo di costituzionalizzare le leggi di mercato
e il patto di stabilità. L’opposizione al Trattato è dovuta innanzitutto al
fatto che esso ha escluso i popoli europei dal processo della sua elaborazione
ed innalza i governi a potere costituente capovolgendo la tradizione democratica:
il Trattato restringe l’Europa alle élites dirigenti e tiene lontani i
popoli. Sono i popoli a dover sancire nelle Costituzioni diritti e poteri, come
insegna l’esperienza storica del secondo dopoguerra, dopo la vittoria contro
il nazifascismo. Se si vuole costruire lo spazio pubblico europeo devono essere
le cittadine e i cittadini europei, nativi e non nativi, a decidere questo atto
istitutivo del patto sociale e i diritti fondamentali che crea una comune cittadinanza
europea di residenza.
La vittoria del NO al referendum sul Trattato costituzionale in Francia
segna la crisi di quel progetto e può aprire la strada a un percorso nuovo.
In Francia, la “società in basso” ha massicciamente rifiutato il Trattato perché
coglieva in esso il cuore pulsante delle politiche neoliberiste.
Questa opposizione sociale è larga e diffusa in Europa e lo è estesamente
anche in Italia.
Nel nostro Paese, il rifiuto delle politiche del governo e del suo pervicace
attacco a tutto ciò che è espressione di istanze autonome da esso, non è mai
stato così ampio. Questi anni sono stati attraversati da movimenti di lotta
straordinari per intensità ed estensione: da quelli di più lunga storia, come il
movimento dei lavoratori, per giungere al mondo della scuola, ai ricercatori,
fino ai magistrati. Mille vertenze territoriali sono esplose contro la devastazione
del territorio o per la ripubblicizzazione dei beni comuni.
Ma, questa opposizione sociale larga e diffusa, se non incontra lo scontro tra
sinistra e destra, rischia di essere privata di una prospettiva e può prendere
strade differenti.
Lo scontro tra la “società in basso” e la “società in alto” può prendere una
forma ambigua. Se non incontra una riforma della politica e, in particolare,
della politica delle sinistre, una curvatura di destra, reazionaria e/o populista,
può prendere il sopravvento.
Le conseguenze sarebbero un esito della crisi della politica nella direzione
dell’antipolitica, ovvero di una separazione con i movimenti e più in generale
con i popoli e l’eclissi della democrazia.
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L’opposizione alle modifiche costituzionali che le destre vogliono realizzare
deve essere netta e radicale: un rifiuto intransigente e senza possibilità di
compromessi.
Se le destre imporranno la loro approvazione al Parlamento, tutte le
forze democratiche, dovranno promuovere un referendum oppositivo
per dire NO a questa controriforma.
Questo NO è anche per superare definitivamente i progetti di riforme
costituzionali volte a rafforzare il potere dell’esecutivo.
Al contrario, la strada deve essere quella della ricostruzione e dell’espansione
della democrazia nelle forme di partecipazione attiva.
Estensione della democrazia vuol dire anche pieno riconoscimento della differenza
sessuale e dell’autodeterminazione delle donne rispetto al proprio
corpo come elemento costitutivo della cittadinanza.
VOGLIO… un’alternativa di società
Di fronte a noi sono aperte più possibilità.
L’opposizione sociale se connessa a un progetto politico di cambiamento può
consentire l’apertura di un nuovo corso.
Il punto decisivo è un grande progetto di Riforma del Paese nel contesto europeo
e mondiale, di riforma delle scelte di fondo nell’economia e nel campo
dei diritti sociali e della persona, nel ruolo internazionale, di pace e cooperazione
di cui è necessario essere protagonisti.
Si deve indicare, quindi, la direzione di marcia per un’alternativa di società.
Senza questa ispirazione, anche le scelte concrete da fare qui e ora, nella
costruzione dell’alternativa programmatica al governo delle destre, possono
smarrirsi nella ricerca di compromessi minimali, di un navigare a vista che
alla fine, inevitabilmente si infrangerà sugli scogli della governabilità.
Allo stesso tempo, questa progettualità, non deve impedire di declinare le
discriminanti da assumere, i passi da compiere subito, il profilo programmatico
che l’Unione deve far vivere nell’avvio di un nuovo governo.
Senza questa concretezza, si determinerebbe una nefasta separazione tra l’alternativa
di società relegata sempre in un futuro mai definito e la pratica quotidiana
di governo.
Non è più possibile riproporre una politica dei due tempi, quella che
vuole imporre ora il risanamento (ovvero i sacrifici per le masse popolari)
e poi il rinnovamento e quella che vuole separare il progetto della
costruzione dell’alternativa dalle scelte concrete immediate.
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Per questo indicare un percorso concreto per il governo dell’Unione e una
serie di priorità programmatiche serve a definire il processo di apertura di un
nuovo corso.
Non si intende, naturalmente, presentare un programma di governo compiuto
e organico. Quello è l’obiettivo finale del percorso che come Unione abbiamo
scelto: una discussione profonda, un coinvolgimento vero delle organizzazioni
democratiche e dei movimenti.
Questa piattaforma di priorità programmatiche è un’impostazione da far vivere
dentro un confronto serrato già dalle primarie.
L’agenda delle priorità qui segnalate è frutto del rapporto fecondo intrecciato
in questi anni con le associazioni, i movimenti, le organizzazioni dei lavoratori.
In questa piattaforma programmatica c’è la piena adesione ai contributi e alle
istanze che vari di questi hanno fornito, come la FIOM, l’ARCI, il movimento
per i diritti dei gay, lesbiche e transessuali, il movimento antriproibizionista,
varie esperienze del femminismo, il movimento ambientalista critico, le
realtà dei movimenti per i diritti dei migranti e altri ancora.
Una piattaforma che non è di rottura con la carta dei principi che l’Unione ha
presentato ma che, dentro quella cornice e assumendone le linee guida (che
pertanto nelle pagine successive non vengono ripetute), indica un percorso di
una vera riforma della società italiana.
VOGLIO… la riforma della politica al primo posto
Oggi questa è una priorità assoluta per ogni forza che aspiri al cambiamento.
Riforma della politica vuol dire rompere con lo schema della politica separata
e, al contrario, intrecciarla con i movimenti e le lotte reali. Solo così, tra
l’altro, si favorisce una reale capacità di incidenza delle lotte nelle scelte e,
per questa strada, si promuove l’ulteriore crescita dei movimenti.
L’autonomia dei movimenti e del conflitto sociale sono due capisaldi fondamentali
della Riforma qui proposta.
Al contempo, punto essenziale di essa, è la radicale messa in discussione
della teoria per cui ai movimenti spetta solo il primo tempo della contesa con
le destre: quello dell’opposizione, concluso il quale, il loro compito dovrebbe
essere quello di consegnare il testimone ai partiti e tornare in panchina.
Riforma della politica vuol dire affrontare apertamente il tema del proporsi
della politica come costituzione di un ceto al tempo stesso separato e privilegiato
che, anche per questo, si autonomizza dal contesto sociale e dal conflitto.
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La critica alla politica delle élites è oggi un tema ineludibile. La socializzazione
della politica, come processo per mettere al centro il protagonismo delle
persone e dei soggetti collettivi è la vera sfida del cambiamento a partire da
proposte concrete, come l’indicazione di una forbice massima tra le retribuzioni
nel sistema pubblico e privato da uno a dieci, in modo che non
possa esserci, chi guadagna oltre 10 volte quanto chi prende il livello
minimo contrattuale. Imporre questa forbice è oggi tanto più urgente in una
condizione sociale di impoverimento di massa e di enorme aumento delle
disuguaglianze, includendo il mondo della politica, a partire dai parlamentari
e dagli amministratori pubblici.
Altro tema non rinviabile è quello dell’autonomia e dell’indipendenza della
politica dai poteri forti, quelli economici in primo luogo. Rompere l’intreccio,
spesso lobbistico, tra politica, interessi di gruppi economici, affari è tema
decisivo per restituire alla politica la forza dell’autorevolezza di un progetto
di società.
VOGLIO… uscire dalla precarietà
La precarietà e l’insicurezza non riguardano più fasce sociali determinate o
gli esclusi dal processo produttivo (i disoccupati, i sottoccupati, ecc.). La precarietà
e l’insicurezza divengono oggi la condizione generale cui il neoliberismo
condanna tutte e tutti, a partire da chi lavora. Le condizioni di sfruttamento
del lavoro sono cresciute in modo esponenziale con le leggi che hanno
consentito di poter dissimulare in forme di lavoro fintamente autonomo e
indipendente, forme di lavoro in realtà subordinato, di assumere con contratti
che prevedono il licenziamento già al momento dell’assunzione, di poter
prendere il personale quando è possibile scaricarne il costo sulla collettività e
cacciarlo allorché finisce quell’opportunità.
L’insieme di queste misure, portate alle estreme conseguenze con la legge 30,
ha peggiorato in maniera spesso drammatica la condizione di lavoro di milioni
di persone, ha esteso nei fatti l’orario e lo sfruttamento del lavoro senza più
i freni di una legislazione di garanzia, ha devastato la condizione di sicurezza
del lavoro, come dimostra il bollettino di guerra quotidiano delle morti bianche
e degli infortuni.
La precarietà e l’insicurezza si estendono dai tempi di lavoro ai tempi del non
lavoro e di vita, dai tempi di produzione a quelli della riproduzione.
La precarietà è la condizione delle donne che vivono con sempre maggiore difficoltà
il rapporto tra lavori sempre più flessibili e marginali e la privazione dei
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servizi sociali derivanti dalle controriforme e dai tagli operati dal governo.
La precarietà e l’insicurezza sono la condizione di vita di milioni di anziani
che subiscono le conseguenze dei tagli alle spese sociali, all’assistenza, ai
diritti di cura alla persona, dell’erosione del valore delle pensioni.
La precarietà e l’insicurezza investono milioni di famiglie che sono in affitto
e che subiscono il ricatto dell’innalzamento speculativo degli affitti, senza più
controllo pubblico, che vivono il dramma dello sfratto senza possibilità di
alternativa al marciapiede e la carenza di alloggi a canone sociale, che fa
dell’Italia il fanalino di coda dell’Unione Europea in materia di politica sociale
della casa.
La precarietà e l’insicurezza sono quelle prodotte da una istruzione pubblica
che si dequalifica e che vuole riprodurre una selezione di classe, relegando le
classi popolari in un percorso formativo subalterno agli interessi delle imprese.
La precarietà e l’insicurezza sono quelle vissute da una intera generazione di
giovani impedita a poter pensare un proprio progetto di futuro.
La precarietà e l’insicurezza sono quelle di una condizione di vita metropolitana
che, anche attraverso i tagli agli enti locali, crea ghetti e barriere e forme
nuove di esclusione sociale.
La precarietà e l’insicurezza sono quelle vissute da milioni di migranti che,
anche allorché con permesso di soggiorno, vivono la difficoltà e assai spesso
l’impossibilità, di accedere a servizi fondamentali, come la stabilità del lavoro
e la casa.
Avere un’idea di società e un progetto per l’uscita da questa condizione di
precarietà e insicurezza è il cuore della Riforma proposta.
Essa non è solo un’idea o un progetto astratti ma si incarna in proposte che
indichino fin da ora l’avvio di un percorso concreto:
• Per aprire la strada a una vera alternativa è necessario un elemento forte di
rottura con il ciclo neoliberista, in altre parole, che occorra togliere gli
impedimenti principali all’avvio di un nuovo percorso.
• Prioritario è cancellare le controriforme del governo delle destre che
impediscono come macigni l’avvio di una nuova fase, vanno quindi
abrogate la legge 30 sulla precarietà del lavoro, la legge Moratti sulla
scuola, la legge Bossi Fini sui migranti. La cancellazione e il vero superamento
di queste leggi rappresenterebbero la dimostrazione fattiva della
volontà dell’avvio della nuova fase.
• Una legge sulla democrazia nei posti di lavoro che renda i lavoratori i protagonisti
e i depositari della parola decisiva sulle piattaforme e gli accordi,
permettendo loro di votarli con un referendum.
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• Realizzare una serie di riforme strutturali in campo sociale con l’obiettivo
di ricreare elementi forti di protezione e tutela.
• Sull’assistenza sanitaria, come sull’assistenza tout court, il valore su cui
aprire una nuova stagione politica – un vero e proprio vincolo - deve essere
dato dai diritti e non dal mercato: diritti esigibili e uguali per tutti, a Bolzano
come a Siracusa, per tutte le persone presenti sul territorio nazionale, incluse
le politiche di riduzione del danno. In questa prospettiva, vanno aumentate
le risorse destinate alla sanità e alle politiche sociali, a partire da un
fondo “dedicato” per le persone non autosufficienti.
• Sulla casa, l’obiettivo da perseguire consiste nell’ eliminazione del libero
mercato degli affitti e nell’incremento dell’offerta di alloggi a canone sociale.
Elemento centrale di questo nuovo welfare debbono essere i governi
locali, le municipalità e lo strumento del bilancio partecipativo.
• Il pieno rilancio della scuola pubblica, a partire da adeguati finanziamenti
e dall’obiettivo di elevare l’obbligo scolastico a 18 anni, la rinascita
del sistema universitario e di un polo pubblico della ricerca rappresentano
momenti essenziali del recupero di un sapere sottratto alla mercificazione
del profitto.
VOGLIO… uscire dalla povertà
La perdita del potere di acquisto di stipendi e pensioni è un fenomeno di tali
dimensioni che, ormai, anche la grande stampa e le principali forze politiche,
anche di governo, sono costrette a riconoscerlo.
Il punto dirimente è, però, il seguente: tale enorme fatto non è frutto di una
catastrofe naturale o il risultato neutro di eventi oggettivi. E’ il risultato specifico
delle scelte di politica economica e sociale che la ricetta del neoliberismo
ha imposto ai governi. Anche qui, il governo Berlusconi, con la radicale
rozzezza con la quale ha applicato una linea che ha scelto come referente la
speculazione finanziaria, non rappresenta una cesura con le politiche precedenti
o una anomalia con quelle praticate da chi ha voluto imporre il dominio
del neoliberismo.
I dati parlano con una chiarezza estrema: negli ultimi 10 anni, la quota di reddito
del lavoro dipendente sul Prodotto Interno Lordo è scesa di 10 punti. Ci
troviamo di fronte a una distribuzione del reddito di tipo “sudamericano”: il
centile di popolazione più ricca ha un reddito di 187 volte superiore al centile
della popolazione più povera.
La divaricazione tra la società in basso e la società in alto si inasprisce: dimi-
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nuisce in maniera drammatica il potere di acquisto di salari e pensioni ma
aumentano (nell’ultimo anno del 13%) i depositi bancari superiori a un milione
di euro e la bolla speculativa immobiliare schizza ancora più in alto. La
finanziarizzazione dell’economia, la rendita speculativa (favorita dai provvedimenti
assunti dal governo, come il rientro dei capitali illegalmente esportati)
è il cancro che divora i bilanci delle famiglie e la capacità di reggere dell’intero
sistema economico.
Manca ancora la percezione reale del livello di disperazione che tale condizione
di impoverimento determina in vaste aree sociali, in intere generazioni
di anziani e di giovani, nella condizione di vita metropolitana. Un solo
dato tra gli innumerevoli usciti in questi mesi: esclusi i mutui per l’acquisto
di una casa e gli indebitamenti a breve (le carte di credito), negli ultimi due
anni è ricorsa a prestiti da banche e finanziarie una famiglia su cinque.
Tradotti in numeri assoluti, il dato è impressionante, si parla di almeno un
milione trecentomila famiglie che si indebitano per tentare di arrivare a fine
mese.
Solo nell’ultimo anno, come hanno denunciato le associazioni dei consumatori,
la perdita di potere di acquisto è stata come rinunciare ad un mese di
retribuzione da stipendio o pensione.
È necessaria una terapia d’urto per l’uscita dalla condizione generale di
povertà:
• un intervento per l’aumento di salari e pensioni, il superamento della
”bugia di Stato” chiamata inflazione programmata e l’introduzione di un
sistema di adeguamento automatico di salari e pensioni all’inflazione reale;
• il blocco dell’aumento di tariffe che lo Stato determina o controlla;
• l’introduzione del salario sociale per i disoccupati e i giovani in cerca di
lavoro.
VOGLIO… uscire dal declino
Dentro la cornice del fallimento del neoliberismo, si inserisce, con le sue specificità,
il caso italiano. Più acutamente la crisi viene vissuta nel nostro Paese
perché più radicalmente e più duramente ci si è intestarditi in una ricetta di
politica economica votata come asse strategico alla riduzione del costo del
lavoro come elemento di fondo per la competizione internazionale. Al contrario,
quel che si è prodotta è una crisi così profonda che ha preso la natura
della recessione.
E’ il fallimento completo delle classi dirigenti, non solo di quelle politiche,
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ma di quelle che hanno avuto in mano le redini dei poteri economici: i poteri
tradizionali e le grandi famiglie del capitalismo italiano, protetti e agevolati
nella loro crescita dalle scelte di governo che quasi sempre hanno orientato
e, spesso, dettato.
Il capitalismo italiano, nel mentre sparava a zero contro ogni forma di ruolo
pubblico in economia, insisteva ostinatamente sulla necessità di togliere “i
lacci e laccioli” del controllo statale e del potere di condizionamento dei sindacati
dei lavoratori, invocava le privatizzazioni e, spesso, pontificava sull’inadeguatezza
del sistema di governo troppo condizionato dagli egoismo di
partito, si ingrassava proprio grazie alle agevolazioni, ai finanziamenti, ai
contributi pubblici e stabiliva con il potere politico dei governi rapporti lobbistici,
spesso sconfinati con il finanziamento illecito e la corruzione.
Può, quindi, essere riproposta l’espressione del fallimento della “razza padrona”,
senza più idee e prospettive, incapace di dare risposte ai problemi drammatici
di questo nuovo secolo, vittima, come l’apprendista stregone, dei guasti
da essa medesima provocati. In questo vuoto, è emerso il protagonismo dei
“rentiers”, con il loro capitalismo. regressivo
Così ha preso corpo un capitalismo cannibale che, persa la grande sfida della
globalizzazione e della internazionalizzazione dei mercati, divora se stesso in
una guerra intestina per dividersi le spoglie di un sistema economico sempre
più speculativo e finanziarizzato. Le alleanza tra i poteri si scompongono e
ricompongono, le cordate possono scorrazzare come velieri pirati all’arrembaggio
delle grandi flotte insicure, imperi economici che sembravano
solidi, possono essere spazzati via, vittime di quella speculazione finanziaria
che avevano assunto come elemento strategico del proprio arricchimento.
Il sistema creditizio, la stessa Banca Centrale e il sistema dei partiti non sono
estranei ma, troppo spesso, interni a questa logica perversa.
Dal punto di vista del modello economico e sociale, è fallito il tentativo di trasformare
l’Italia in un “Grande Nord Est”, assunto come modello vincente
nella grande sfida dell’internazionalizzazione dei mercati.
Impossibile ormai l’uso dello strumento della svalutazione, il capitalismo italiano
ha fondato nella riduzione del costo del lavoro il moloch cui affidare il
compito di reggere la sfida della globalizzazione. Riduzione dei salari, affievolimento
dello stato sociale e dei diritti del lavoro, sono stati perseguiti con
grande determinazione come gli strumenti che avrebbero permesso di reggere
la sfida. Contemporaneamente, con le privatizzazioni, si è scelto di escludere
ogni forma di intervento pubblico per orientare le grandi scelte di politica
industriale e di sviluppo.
Si è, specialmente in questi ultimissimi anni, denunciato la grave regressione
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nel nostro Paese della ricerca e dell’innovazione: questa non è frutto di un
destino, ma il risultato di quelle scelte.
Occorre, quindi, cambiare radicalmente strada.
Una nuova politica economica passa, in primo luogo, dal ridisegnare un
nuovo spazio pubblico di orientamento, intervento e controllo sullo sviluppo
economico del Paese.
Vuol dire passare attraverso una modifica strutturale del patto di stabilità
europea: assumere nuovi vincoli di convergenza che favoriscano la
qualità di una economia che sia socialmente equa ed ecologicamente
sostenibile.
Passa, attraverso questa via, la capacità di individuare alcuni nodi di fondo e
assi su cui investire con risorse pubbliche nella direzione della ricerca, della
qualità, dell’innovazione.
Significa avere un’idea del nostro Paese e della vocazione del suo territorio,
della ricchezza delle produzioni agricole, della loro qualità, della valorizzazione
del primato culturale e ambientale che l’Italia può far valere.
Vuol dire pensare a interrompere la logica degli incentivi a pioggia alle
imprese e, invece, orientare le risorse pubbliche in investimenti in settori strategici,
anche di produzioni manifatturiere e industriali, connesse con il risparmio
energetico, il trasporto pubblico, le tecnologie più avanzate.
Abbiamo bisogno di una crescita dei salari verso i livelli dei principali Paesi
europei, un sistema di protezione sociale e di diritti solido, una istruzione
pubblica di massa e di qualità sono funzionali anche nell’affermare un’altra
idea dello sviluppo di questo Paese, incrementare la domanda interna ma,
soprattutto, produrre saperi e lavori ricchi.
VOGLIO… i beni comuni, la valorizzazione
della cultura, la difesa del territorio
Vi sono beni che per la loro fruizione vanno preservati dal mercato e dalle
logiche del profitto ma vanno garantiti come beni naturali fruibili per tutti:
parliamo dell’acqua, del territorio, dell’energia, della qualità dell’aria, dell’inquinamento
provocato dal dissesto del territorio, dagli inceneritori, della
mobilità, della città vivibile.
Ma parliamo anche dei beni immateriali che caratterizzano in termini crescenti
il nuovo capitalismo alla cui logica vengono piegati, determinando così
una nuova servitù della cultura e della scienza. La liberazione della cultura e
produzione culturale da questa nuova servitù è un compito prioritario del pro-
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gramma anche perché esse non si configurano più come realtà separate e
autonome rispetto al processo produttivo ma quali fattori decisivi, in un senso
o nell’altro, dello stesso carattere dello sviluppo. In Europa e in Italia, in particolare,
non si può prospettare una fuoriuscita dalla crisi e dal declino se non
facendo della cultura una delle componenti essenziali nella costruzione di una
economia sostenibile e socialmente progressiva. Anche ciò che viene chiamata
la “economia della conoscenza” non è affatto il regno neutrale della
modernità, quanto il termine di nuovi e antichi conflitti che investono la natura
della proprietà e le disuguaglianze tra ricchi e poveri. Qui le aziende realizzano
i loro profitti attraverso brevetti, marchi di fabbrica e accordi di non
divulgazione.
Al contrario, la costruzione dell’informazione e della conoscenza e la progressiva
sottrazione della ricerca al dominio sempre più esclusivo del mercato,
sono gli obiettivi imprescindibili per difendere l’ecosistema terrestre e
combattere le disuguaglianze sociali.
Anche i beni naturali, come l’acqua, l’aria, il territorio, sono stati spesso privatizzati
e liberalizzati in un mix distruttivo e socialmente impoverente.
Spesso sono queste le cause dell’aggravarsi delle conseguenze di cosiddette
catastrofi “naturali” che “naturali” non sono affatto ma sono provocate proprio
da quelle politiche.
Una nuova politica di ripubblicizzazione dei beni comuni è una grande
opportunità non solo per garantirne la fruibilità a tutti ma anche come
occasione di una diversa economia, di occupazione legata alla valorizzazione
del territorio e ad una economia connessa alla ricchezza della terra
e della naturalità.
Occorre abbandonare la cosiddetta “politica delle grandi opere”, che devastano
il territorio e creano uno sviluppo drogato che finisce con la costruzione
dell’opera medesima che si fa “cattedrale nel deserto” e che vada contrastata
la deregolazione del governo del territorio e in campo urbanistico, la politica
dei condoni, la svendita di beni naturali, paesaggistici e ambientali.
In alternativa, bisogna investire in grandi opere di civilizzazone come
quella di garantire l’acqua potabile in tutte le realtà del Paese e nella più
grande opera di ammodernamento infrastrutturale di cui abbiamo
necessità: la messa in sicurezza del territorio a partire dalla difesa del
suolo, la riforestazione delle montagne e rinaturalizzazione delle coste e
degli argini.
Allo stesso tempo, è necessaria una politica nuova nel campo dei rifiuti. Il
punto decisivo, la priorità vera deve essere la diminuzione dei rifiuti prodotti,
il riuso, la raccolta differenziata e il riciclo.
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L’obiettivo deve essere almeno quello di rispettare le tappe previste dalla
normativa comunitaria, ad oggi totalmente disattese.
Analogamente, occorre intervenire per realizzare gli obiettivi di diminuzione
di emissione di gas serra previsti, a cominciare, come primo passo, dal raggiungimento
degli obiettivi di riduzione previsti dal protocollo di Kyoto che,
fino ad oggi, sono rimasti sulla carta.
Le vertenze territoriali sono il sale di una nuova cultura politica della partecipazione.
Accanto alle nuove municipalità e al bilancio partecipativo, rappresentano
la grande novità di questi anni che va ulteriormente valorizzata.
VOGLIO… che a pagare cominci la rendita
Il vero scandalo di questo Paese è che vi sia il più grave fenomeno di evasione
fiscale dell’Unione Europea.
Spesso si dice che questa evasione è determinata dall’alto livello dell’imposizione
fiscale.
In realtà, il livello della pressione fiscale nel nostro Paese non è superiore alla
media dell’Unione Europea.
Il suo problema è che è squilibrata ed iniqua. I fatti parlano chiaro.
Le imposte sui redditi da lavoro dipendente e assimilati sono passate dal
41,7% del gettito totale negli anni Ottanta, al 44,3% negli anni Novanta, fino
ad arrivare addirittura al 52,5% nel 2002. Il sistema fiscale ha quindi accentuato
la tendenza in atto alla redistribuzione del reddito a vantaggio dei profitti
e delle rendite. E lo ha fatto in modo clamoroso, soprattutto a partire degli
anni Novanta. Dal 1991 al 2002 il gettito totale delle imposte dirette statali è
aumentato in termini reali del 15,4%. Questo incremento nasconde però
importanti differenze di classe. Il gettito del prelievo fiscale diretto sui redditi
da lavoro dipendente e assimilati è aumentato del 40,4%, mentre quello sui
redditi da capitale e da lavoro autonomo è diminuito del 3,6%.
Infatti, mentre i lavoratori dipendenti e i pensionati hanno la ritenuta alla
fonte e i loro redditi sono tassati senza alcuna possibilità di deroga (anzi, vengono
decurtati ulteriormente dalla mancata restituzione del “fiscal drag”), gli
altri redditi, quelli di impresa, ma anche di categorie privilegiate, ordini professionali
hanno grandi possibilità di evadere o eludere il fisco. E’ stato calcolato
che, per l’esiguo numero di ispettori del lavoro, la possibilità per
un’impresa di essere sottoposta a verifica della correttezza fiscale, è di poco
superiore allo zero. Così, combattere l’evasione fiscale è come cercare l’ago
nel pagliaio.
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Il vero punto è che l’evasione e l’elusione sono state incoraggiate dalle misure
concrete assunte dal governo delle destre in questi anni: i condoni e le sanatorie
hanno, infatti, rappresentato lo strumento essenziale di reperimento di
fondi nelle leggi finanziarie (dai capitali esportati illegalmente, al lavoro nero,
solo per citarne alcuni).
In una nuova politica, colpire l’evasione fiscale deve divenire la priorità
di governo.
Accanto a questo, si possono assumere una serie di misure nella direzione
della penalizzazione della rendita finanziaria:
• introdurre una tassazione per le transazioni finanziarie internazionali
(tobin tax);
• una nuova curva dell’IRPEF che reintroduca un criterio adeguato della
progressività dell’imposta;
• tassare tutte le ricchezze finanziarie e patrimoniali, almeno come
avviene nei più sviluppati Paesi europei;
• tassare adeguatamente i guadagni di Borsa e le plusvalenze;
• reintrodurre l’imposta di successione sui grandi patrimoni abolita dal
governo Berlusconi
Far pagare tutti e introdurre un vero criterio di progressività può servire
anche al riequilibrare i carichi fiscali. L’ICI ne è un esempio: è stato dimostrato
che può essere abbattuta l’ICI sulla prima casa, fino alla sua eliminazione,
attraverso una penalizzazione fiscale fortissima delle case tenute sfitte
e un’imposta progressiva a seconda del numero degli alloggi posseduti.
VOGLIO… una nuova stagione dei diritti
Una nuova politica economica, i diritti sociali e una politica di pace sono le
discriminanti per quella Riforma di cui il Paese ha bisogno. Il suo concreto
avvio è però possibile solo se, assieme a tutto ciò, si interviene nei luoghi
della sofferenza, dell’emarginazione e dell’esclusione, e nella direzione di
una estensione delle libertà personali.
Una domanda forte di libertà sale dalle modificazioni sociali e del costume,
dalla richiesta di poter affermare il valore delle differenze tra scelte di vita,
dagli orientamenti del proprio sistema di relazioni affettive, dalle culture di
appartenenza.
Occorre, innanzitutto, opporsi chiaramente agli attacchi cui vengono sottoposte
le conquiste storiche del movimento delle donne, come la legge
sull’aborto o la contraccezione e rilanciare appieno il tema dell’autode-
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terminazione delle donne sul proprio corpo, a partire da una ripresa di
iniziativa per la cancellazione e il vero superamento della legge 40 sulla
fecondazione assistita.
Occorre una nuova legislazione per il diritto al riconoscimento della propria
scelta sessuale e della propria identità di genere, eliminando ogni forma di
discriminazione nel lavoro e nella società, garantendo al contempo diritti
sociali e personali fondamentali per gay, lesbiche e transessuali. Una legge
sulle unioni civili rappresenterebbe un passo fondamentale, anche se non
l’unico, in questa direzione.
Di fronte al continuo peggioramento della situazione carceraria, per i problemi
derivanti dalla vivibilità delle strutture, dalla difficoltà di garantire il diritto
alla cura e da un sovraffollamento che si fa disumano, occorre rilanciare
il tema dell’indulto, dell’amnistia e della riforma del sistema carcerario.
Alle migranti e ai migranti va garantito il diritto di voto, a cominciare da
quello amministrativo, e, nel quadro europeo, va conquistata la cittadinanza
di residenza. La legislazione italiana, in questo senso, va riformata
ispirandosi al principio dello “jus domicili”.
Una legge per il riconoscimento del diritto d’asilo, oggi negato a gran parte
di quanti fuggono dai territori di guerra o dove sopravvivono regimi sanguinari
e persecutori è un punto di fondo, anche ai fini di una nuova legislazione
sui migranti che, accanto all’abrogazione della Bossi Fini, giunga alla
soppressione dell’infamia dei centri di detenzione per i migranti, i cosiddetti
CPT.
Una nuova legislazione è necessaria anche nel campo delle tossicodipendenze
nella direzione di una rottura con la cultura e la pratica della repressione
e del proibizionismo.
Bisogna garantire l’indipendenza della magistratura dal potere dell’esecutivo,
così come quella degli organismi di tutela della privacy, di contrasto alle concentrazioni,
specialmente nei settori dell’informazione giornalistica e televisiva.
Il servizio televisivo pubblico va garantito e profondamente riformato:
l’indipendenza dal potere politico e l’autogoverno degli operatori deve
esserne il perno.
Non si combatte il terrorismo riducendo le libertà personali o, ancora peggio,
perseguendo l’obiettivo di criminalizzare il conflitto sociale.
Alla deriva verso il conflitto di civiltà va contrapposta la pratica del dialogo e
della crescita delle relazioni e degli scambi.
La criminalizzazione del conflitto sociale va contrastata con forza, garantendo
l’autonomia dei movimenti, non chiudendo gli spazi di autogestione,
modificando quelle norme giuridiche arcaiche e figlie di una cultura repressi-
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va e autoritaria che vengono utilizzate ancora oggi per criminalizzare reati di
opinione o forme di lotta.
L’amnistia per i “reati” legati al conflitto sociale è un nostro obiettivo.
In questo quadro, va radicalmente rivista l’attuale normativa che limita, fino
ad impedirlo, l’esercizio del diritto di sciopero nei pubblici servizi.
Agenda delle priorità programmatiche proposte
da Fausto Bertinotti nel quadro dei Principi dell’Unione
Sulla politica di pace:
• Ritiro delle truppe dalla guerra di occupazione in Iraq e dagli altri teatri
militari di occupazione.
• Riduzione delle spese militari.
• Riutilizzo del territorio occupato dagli armamenti e dalle basi militari.
• Nuova cooperazione con i Paesi del Sud.
Sulla lotta alla precarietà:
• Abolizione della legge 30 sulla precarietà del lavoro.
• Legge sulla democrazia sindacale nei posti di lavoro e per permettere il voto
dei lavoratori sugli accordi.
• Abolizione della legge Moratti sull’istruzione.
• Abolizione della legge Bossi Fini sui migranti.
• Interventi legislativi per uno stato sociale forte: politica sociale della casa,
sanità, assistenza.
Sulla lotta alla povertà:
• Interventi e misure per aumentare salari e pensioni.
• Introduzione di un meccanismo automatico di salvaguardia delle retribuzioni
all’inflazione reale.
• Introduzione del salario sociale per i disoccupati e i giovani in cerca di lavoro.
Sulle politiche economiche, l’ambiente e i beni comuni:
• Nuovo spazio di intervento pubblico nei settori industriali strategici, nella
produzione dei servizi, nella salvaguardia delle produzioni di qualità, nella
ricerca e innovazione per la qualità dei prodotti, la riduzione dell’impatto
ambientale e il risparmio energetico.
• Fine dei finanziamenti a pioggia e interventi di aiuto alle imprese selezionati
secondo quegli assi strategici.
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• Finanziamento di opere pubbliche per la difesa del suolo, la riforestazione,
la rinaturazione degli argini e delle coste e abbandono delle opere faraoniche
e devastanti il territorio e l’ambiente (per esempio il MOSE a Venezia o
il Ponte sullo Stretto), la riduzione dei rifiuti prodotti, il riuso e il riciclo.
• Ripubblicizzazione dei beni comuni, come acqua, energia, territorio.
• Rilancio della scuola e dell’Università pubbliche, innalzamento a 18 anni
dell’obbligo scolastico
Sulle politiche fiscali
• Fine di ogni politica di sanatoria o condono fiscale.
• Riproposizione di una riforma fiscale di modifica delle aliquote in senso fortemente
progressivo.
• Restituzione del “fiscal drag” ai lavoratori e ai pensionati.
• Innalzamento della tassazione delle rendite finanziarie e dei guadagni di
Borsa.
• Eliminazione progressiva delle forme di agevolazione fiscale oggi godute
dalle rendite finanziarie.
• Introduzione di una tassazione sulle transazioni finanziarie internazionali
(tobin tax).
• Spostamento del carico fiscale in senso progressivo (esempio: abbattimento
dell’ICI sulla prima casa, drastica penalizzazione delle case sfitte, progressività
dell’imposta sulla base del numero e del valore degli immobili, delle
aree fabbricabili, delle aree industriali posseduti).
Sui diritti civili e della persona:
• Difesa intransigente delle conquiste civili acquisite.
• Eliminazione delle discriminazioni sulla base delle opzioni sessuali e dell’identità
di genere delle persone, riconoscimento e legalizzazione delle
unioni di fatto.
• Indulto per i reati minori e riforma del sistema carcerario per umanizzarne
le condizioni.
• Chiusura dei CPT, diritto di voto per i migranti, nuova legge sulla cittadinanza.
• Legge per il diritto d’asilo.
• Contrasto a forme di legislazione speciale che ledano i diritti civili o incidano
sulle libertà personali.
• Rottura con la legislazione proibizionista in materia di droghe.
• Contrasto con ogni pratica di criminalizzazione del conflitto sociale, richiesta
dell’amnistia e modifica delle norme arcaiche che colpiscono i reati di
opinione e le lotte sociali.
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Stampa O.GRA.RO. Roma




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