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Discussione: Lotte operaie

  1. #1
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    Predefinito Lotte operaie

    Gli scioperi dei metalmeccanici di ieri dimostrano un malessere e una grave crisi del sistema produttivo italiano.
    I sindacati e, in generale, la direttiva politica della lotta non riescono tuttavia a radicalizzare lo scontro e portarlo ad un livello più profondo. In maniera infantile si continua a chiedere rinnovi contrattuali e migliori condizioni di lavoro, non comprendendo che, rimanendo invischiati nel modo di produzione capitalistico, la qualità del dominio si affina sempre di più.
    Comunque il problema del capitalismo è sempre lo stesso: aumentare la quota di valore espropriato dal lavoro umano.

  2. #2
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    Predefinito

    ECCO IL TESTO DI UN VOLANTINO PORTATO IERI AL CORTEO DI ROMA DA ALCUNI DIPENDENTI VODAFONE E TIM DI BOLOGNA

    LA COSCIENZA DI ATESIA, UNA NECESSITACOLLETTIVA

    “Io divido l’umanità in due categorie di persone: gli uomini e i caporali.
    Gli uomini sono quelli costretti a lavorare come bestie tutta la
    vita. i caporali sfruttano, offendono, maltrattano, sono esseri invasati dalla
    loro bramosia di guadagno., pronti a vessare l’uomo qualunque” *

    Atesia è in lotta, Manuela, Mariella, Riccardo e Valerio, sono stati licenziati.
    L’azienda da più di dieci anni applica contratti di lavoro flessibili e sottopone buona parte dei suoi dipendenti a condizioni di precarietà assoluta e naturalmente grazie all’avvento della legge 30 la situazione è peggiorata divenendo insostenibile in quanto le forme di precarietà “legalizzata” si sono moltiplicate e spesso accordi peggiorativi vengono sottoscritti anche dalle parti sociali.
    Atesia non è un fenomeno isolato. Ormai sono la maggioranza i luoghi di lavoro, dalle fabbriche ai call center, a detenere il triste primato dell’utilizzo selvaggio di forme contrattuali che dal punto di vista di minimi salariali e diritti, “garantiscono” solamente livelli indignitosi per gli uni e tutele inesistenti per gli altri. E guai per i padroni se non fosse così! In effetti chi protesta per essere ridotto alla fame con una paga mensile di 400 euro scarsi, è fuori! Viene sbattuto a casa tout cour senza il minimo scrupolo, senza valutare cosa comporti perdere il proprio posto di lavoro, magari a quarant’anni con una famiglia sulle spalle, ma anche a venti con tutta un’esistenza da costruire.
    Oggi dobbiamo riconoscere che questa è la condizione di tutti i lavoratori salariati, una sorta di “non esistenza”, uguale a quella dei precari di Atesia, riconoscendo inoltre che la loro coscienza di proseguire lo scontro con lo scopo di eliminare il ricorso dilagante al precariato, si deve trasformare in una necessità collettiva, in una lotta di tutti perché il presente di questi precari rappresenta verosimilmente il futuro di ognuno di noi: salari da fame e proteste inammisibili!
    Come operatori Vodafone e Tim siamo qui a Roma, in questo corteo, per dire che se la solidarietà è un’arma, come ci ricordano ogni giorno i compagni del collettivo di Atesia, lo strumento migliore per realizzarla è il contrattacco. Dobbiamo infatti unirci e rivendicare INSIEME, ancora una volta l’eliminazione del ricorso alla precarietà dal nostro contratto nazionale di lavoro, non possiamo più attendere né le strumentalizzazioni politiche in tal senso, né altri episodi di licenziamento, né qualsivoglia altra forma repressiva tesa ad annichilire le coscienze. Siamo solo noi, con il nostro rapporto di forza a determinare le nostre condizioni sul posto di lavoro, a difendere e affermare i nostri stessi interessi di lavoratori e ancor prima di uomini. Coscienti del fatto che le conquiste non sono mai “una volta per tutte”, ma vanno continuamente difese con lo sforzo quotidiano, benché questo costi fatica, non possiamo più esimerci ed attendere qualcuno che intervenga al posto nostro, che sia un sindacato, un partito o un gruppo di lavoratori isolati sul quale, inevitabilmente, si abbatterà la scure aziendale.
    Vivendo il presente possiamo facilmente interpretare quel che sarà il futuro: mai più assunzioni, repressioni psicologiche e rappresaglie “disciplinari” per eliminare i pochi che hanno una forma contrattuale scomoda e troppo costosa per le aziende, ricorso al lavoro interinale giorno e notte, ed indebolimento delle strutture sindacali fino a renderle totalmente passive di fronte alle aggressioni aziendali che si manifesteranno con sempre maggiore recrudescenza.
    Di fronte a tutto dobbiamo unirci per essere più forti di loro!
    Atesia è il call center più grande d’Italia, Vodafone è la compagnia di telefonia mobile più grande nel mondo, e Tim è quella di “Stato”, viviamo nelle tre realtà piu’ importanti” e dobbiamo riconoscere che la LORO grandezza senza di NOI non sarebbe tale, senza la NOSTRA fatica quotidiana queste aziende NON produrrebbero anzi, NON esisterebbero!
    Siamo la loro forza, ma siamo anche la loro decadenza, la loro crisi e la loro paralisi!
    Solo a noi la scelta dunque, cosa vogliamo essere?
    Come lavoratori Tim e Vodafone rifiutiamo la condizione di mera forza-lavoro affermando invece la volontà di essere forza, certo, ma per lottare a TUTTI I COSTI. e con TUTTI gli altri lavoratori di call center e precari in genere,

    • CONTRO LA PRECARIETA’
    • CONTRO OGNI FORMA DI DISCRIMINAZIONE SUL POSTO DI LAVORO
    PER IL REINTEGRO DI MANUELA, MARIELLA, RICCARDO E VALERIO
    • PER L’AUTORGANIZZAZIONE DEI LAVORATORI CONTRO OGNI FORMA DI SFRUTTAMENTO.
    •PER SALARI DIGNITOSI E PER L’APPLICAZIONE ED IL RIPRISTINO DI TUTTE GARANZIE CONTRATTUALI PREVISTE DALLO STATUTO DEI LAVORATORI E SUCCESSIVE MODIFICHE.

    Perché saremo sempre uomini, mai caporali!

    Gruppo di lavoratori “scollegati” Vodafone e Tim

    Per contatti mail a : scollegativodafonetim@yahoo.it

  3. #3
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    dall'unità di oggi - cronaca di Roma

    30 Settembre 2005
    Ricerca o call center, ma tutti precari

    È stata la prima manifestazione a vedere uniti tutti i «flessibili» dall’Istat all’Atesia
    Non erano molti ma è difficile organizzare la protesta fra chi cambia sempre lavoro

    di Paolo Molinari

    «SPERIAMO BENE». Sarà che dopo quattro anni da ricercatore precario al Cnr Luca Leuzzi ha perso l'abitudine di fare progetti a lungo termine o che in tanti anni di mobilitazioni raramente i risultati ottenuti hanno compensato le energie messe in campo. Fatto sta che di fronte alla prima manifestazione, quella di ieri pomeriggio, in grado di riunire precari provenienti da realtà molto diverse tra loro, dagli operatori dei call center ai lavoratori di alcuni enti ed agenzie dello stato, Luca sorride ma non si sbilancia: «Un fatto sicuramente positivo», dice, «ma è solo il primo tentativo di proporre un'organizzazione più generale dei lavoratori precari. Nel futuro speriamo di crescere».
    In effetti i partecipanti al corteo partito da piazza della Repubblica e giunto al ministero del Lavoro, in via Veneto, sono stati circa duecento. Poco in confronto alle grandi manifestazioni di piazza ai quali i romani sono ormai abituati. Moltissimo se, come ci invita a fare Alessandro del call center Atesia, ci fermiamo a pensare a cosa significa riunire persone che cambiano luogo di lavoro più volte nello stesso anno, ricattabili dai propri superiori, a rischio licenziamento ogni qualvolta si permettono di avanzare una pur minima richiesta.
    Emblematico il caso dei quattro operatori di Atesia che lo scorso luglio sono stati licenziati per aver organizzato un'assemblea. «Non si è trattato neanche di una vera assemblea», racconta uno di loro, «avevamo chiamato i nostri colleghi in sala break. Volevamo discutere di un fatto grave accaduto in azienda. Il 22 luglio era stato detto ai colleghi che il giorno dopo non si sarebbero dovuti presentare in postazione perché per tutta la durata dell'estate non ci sarebbero stati utenti da chiamare. Niente stipendio fino a settembre». A quella riunione, per merito o per sfortuna dei quattro, partecipano però più operatori del previsto, un centinaio. Il servizio si blocca e l'azienda fa partire i licenziamenti. «Ho fatto vertenza, domani ho un appuntamento importante al'Inps. Speriamo bene». Importante la partecipazione al corteo di una delegazione di precari dell'agenzia del catasto. Una realtà quella del precariato negli enti statali e parastatali poco nota. Simona 42 anni, lavora al catasto dal 1998: «Come sono riuscita a costruirmi una famiglia? Abbiamo comprato un locale, un sottoscala uso magazzino ad Ariccia e lo abbiamo ristrutturato ricavandone un appartamento». Paolo Molinari

  4. #4
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    Predefinito

    Così non si va da nessuna parte...
    Mi sembra di avere a che fare con lavoratori che vogliono sempre di più essere schiacciati dal capitale. Sembra quasi che il capitalismo produce il lavoro (improduttivo), e che il plusvalore ricavato viene reinvestito nello smaltimento del plusprodotto proveniente dalle industrie imperialisticamente esportate all'estero.
    Il capitale è ormai antropomorfizzato perché è l'uomo stesso che diventa prodotto, si trasforma in altro-da-se per mezzo dell'alienazione. Il dominio è talmente profondo che si chiede addirittura rinnovi di contratto precari, a condizioni disumane.
    La soluzione può essere solo una: smettere di lavorare.

 

 

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