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  1. #1
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    Predefinito Buffoni di regime. Marcello Pera

    Ecco il primo articolo che ho trovato sul nostro esimio presidente del senato...
    sempre per citare Battiato: povera patria...

    Marcello Pera e la famiglia Berlusconi

    Erano anni che studiava da ministro della Giustizia. Si era accuratamente preparato. Pregustava il momento. Aveva perfino già fatto sapere che, appena arrivato al ministero di via Arenula, per prima cosa avrebbe fatto cambiare la scrivania: non si sarebbe seduto a quella che fu di Palmiro Togliatti. Invece la politica italiana riserva sempre qualche sorpresa, così il professore si è trovato a essere il presidente del Senato, la seconda carica istituzionale della Repubblica. Ma quale Pera è andato da Lucca a Roma, ad accomodarsi tra i velluti rossi di Palazzo Madama? Sì, perché in realtà i Pera sono due. Il primo è un professore «giustizialista», che spara contro i politici corrotti e si schiera senza riserve dalla parte dei magistrati che fanno finalmente pulizia. Il secondo è un politico «garantista», che non perde occasione di bacchettare sulle dita i magistrati che si permettono di mettere sotto inchiesta i politici. Pera Uno inneggia entusiasta a Mani pulite. Pera Due è il castigamatti dei giudici. Per la giustizia ha una specie di ossessione e ripete, ogni volta che ne ha l'occasione, la sua ricetta: separare i pubblici ministeri (che indagano e rappresentano l'accusa) dai giudici (che emettono sentenze); e riformare l'obbligatorietà dell'azione penale, uno strumento da non lasciare tutto nelle mani dei pubblici ministeri, ma da affidare al Parlamento (o al governo, si vedrà). Un programma da ministro della Giustizia, che ha dovuto affidare ad altri...

    Che siano due, a Lucca lo sanno bene. Il primo Marcello Pera nasce nella città toscana il 28 gennaio 1943, figlio di un ferroviere. Studia all'istituto tecnico, ma dopo il diploma va all'università e si laurea in filosofia. Il ragazzo ha stoffa, tanto che resta nell'università, fino a diventare professore ordinario di Filosofia della scienza. A Lucca abita in un appartamento senza pretese nel quartiere di Sant'Anna, fuori dallo splendido centro città contornato dalle mura antiche. Quando può, si ritira poco distante, nella campagna, dove ha una casetta nel verde. Non è uomo da vita mondana, Marcello Pera. Il massimo della felicità per lui è fare qualche viaggio, preferibilmente a Londra. L'accademia, però, gli va stretta: a Pera piace buttarsi nella battaglia politica, nello scontro, nella polemica. Si impegna nell'area laica, nel movimento referendario di Massimo Severo Giannini. E scrive. Polemista vigoroso, viene ingaggiato come commentatore dal quotidiano La Stampa.

    Quando scoppia Mani pulite, non usa perifrasi: «Come alla caduta di altri regimi, occorre una nuova Resistenza, un nuovo riscatto e poi una vera, radicale, impietosa epurazione... Il processo è già cominciato e per buona parte dell'opinione pubblica già chiuso con una condanna» (La Stampa, 19 luglio 1992). Attenzione, non è Paolo Flores d'Arcais, il direttore di Micromega, ma proprio Marcello Pera: «I partiti devono retrocedere e alzare le mani... subito e senza le furbizie che accompagnano i rantoli della loro agonia. Questo sì sarebbe un golpe contro la democrazia: cercare di resistere contro la volontà popolare» (1 febbraio 1993). Pera Uno il giustizialista parla chiaro: «Il garantismo, come ogni ideologia preconcetta, è pernicioso» (29 marzo 1993). «I giudici devono andare avanti. Nessuno chiede che gli inquisiti eccellenti abbiano un trattamento diverso dagli altri inquisiti» (5 marzo 1993). A chi si permette di attaccare i magistrati, Pera Uno risponde con parole di fuoco: «No e poi no, onorevole Bossi. Lei deve chiedere scusa... I giudici fanno il loro dovere... Molti magistrati sono già stati assassinati per aver fatto rispettare la legge... Lei mette in discussione i fondamenti stessi dello Stato di diritto» (24 settembre 1993). Del resto, per il giacobino Pera, «la rivoluzione ha regole ferree e tempi stretti» (26 settembre 1993).

    Ma al culmine della foga «giustizialista», di Marcello Pera Uno si perdono le tracce. Al suo posto compare Marcello Pera Due, che si schiera con Forza Italia, comincia una martellante campagna contro i magistrati e i «giustizialisti», definisce «golpisti» i pool di Milano e Palermo, chiede a Massimo D'Alema di «fermare i giudici». Con queste credenziali, Silvio Berlusconi è ben contento di poterlo annoverare tra i «professori» che si sono schierati con il suo movimento, contribuendo a far declinare l'immagine di Forza Italia «partito di plastica» nato da una raffica di spot. Al professore di filosofia con la passione per la giustizia, nel 1996 Berlusconi offre un collegio senatoriale, nella sua Lucca. Pera Due è sconfitto dal senatore locale, il ds Patrizio Petrucci, ma viene recuperato con i resti: così entra per la prima volta in Senato, dove diventa subito vicepresidente del gruppo di Forza Italia, ma soprattutto responsabile nazionale Giustizia del partito di Berlusconi. Con il collega parlamentare Marco Boato, Pera Due dà vita alla Convenzione per la giustizia, uno pseudo-partito che serve a far arrivare qualche miliardo di denari pubblici al quotidiano berlusconiano Il Foglio. Alle elezioni del 13 maggio 2001, Marcello Pera si è ripresentato nel collegio senatoriale di Lucca e questa volta è stato subito eletto: ha raccolto 4 mila voti più di Petrucci, azzoppato da Rifondazione comunista (che nel collegio ha ottenuto 8 mila voti).

    Così per lui si sono riaperte le porte di Palazzo Madama: ma Pera non sapeva ancora che ne sarebbe diventato il presidente. Sempre con il pensiero rivolto a giudici e giustizia, aveva subito ribadito, per l'ennesima volta, i suoi propositi: nel giorno dell'anniversario della strage di Capaci, ricordando Giovanni Falcone, aveva dichiarato: «Lui era un grande che aveva visto giusto. Non gli piacevano pm e giudici uniti assieme in una sola carriera e non credeva più all'obbligatorietà dell'azione penale che, com'è oggi, è solo una presa in giro». è proprio per esternazioni di questo tipo che Pera Due era visto con preoccupazione dalla gran parte dei magistrati, che si aspettavano di vederlo insediato al ministero della Giustizia e temevano che arrivasse a intaccare l'autonomia della magistratura, tagliare le unghie alle procure impiccione, frenare l'azione dei pubblici ministeri.

    C'è un precedente, in effetti. Un pesante intervento di Marcello Pera contro due magistrate milanesi colpevoli di indagare sul fratello di Silvio Berlusconi. Una storia di famiglia, che vale la pena di raccontare. La superpattumiera Cerro Maggiore è un paesone non troppo distante da Milano. Ma ormai il suo nome evoca soprattutto la vicenda intricata, sporca, interminabile, della discarica: una superpattumiera che per anni ha raccolto i rifiuti di Milano. La famiglia Berlusconi coglie l'attimo e apre una discarica, appunto, a Cerro. Qui per anni, grazie alla sponda politica fornita prima dai democristiani, poi dal presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni, sono convogliati i rifiuti della grande Milano. Un'indagine della procura durata anni scopre che Paolo Berlusconi, fratello di Silvio e titolare della società Simec che gestisce la discarica, tra il 1991 e il 1996 ha realizzato guadagni favolosi: ha messo a bilancio ricavi per 243 miliardi; di questi, secondo i magistrati, almeno 150 sono soldi che la Simec ha sottratto dalle casse pubbliche: sono la differenza tra i miliardi incassati per lo smaltimento e l'effettivo costo del servizio. Per questo, Paolo Berlusconi sarà chiamato a rispondere dei reati di peculato e di corruzione. Poi, però, le ricche casse della Simec sono state prosciugate, con una serie di operazioni finanziarie (raccontate nel capitolo dedicato a Paolo Berlusconi) che sono costate all'imprenditore le ulteriori imputazioni di falso in bilancio, false comunicazioni societarie, frode. Ora le magistrate Margherita Taddei e Giulia Perrotti, coordinate dal procuratore aggiunto di Milano Corrado Carnevali, sono arrivate alla fine del loro lavoro. Ma c'è stato un momento, nell'autunno 2000, in cui tutto stava per saltare. è in quel momento delicatissimo che Marcello Pera è entrato a gamba tesa nella vicenda.

    Più che un giallo, è un «giallino». Tutto comincia infatti con un bigliettino giallo, un post-it adesivo inserito nel fascicolo dell'inchiesta. La Simec, da cui titolari e prestanomi hanno succhiato tutti i miliardi incamerati negli anni, è restata una scatola vuota. Anzi, piena, ma solo di debiti. Il fisco, per esempio, pretende dalla Simec oltre 100 miliardi di tasse non pagate. A questo punto la società, che è già stata commissariata dai magistrati ed è nelle mani di un custode giudiziario, dovrebbe essere posta in liquidazione. Non ha dipendenti, quindi il fallimento non lascerebbe nessuno sul lastrico; ma sarebbe un disastro per Paolo Berlusconi, perché alle sue imputazioni (peculato, corruzione, falso in bilancio, frode) aggiungerebbe quella di bancarotta fraudolenta, un reato gravissimo, punibile con una pena fino a 20 anni. Berlusconi e il suo ambiente si mettono al lavoro per scongiurare il pericolo. Intanto, però, Fausto Bongiorni, il custode giudiziario della Simec nominato dal giudice per le indagini preliminari Rosario Lupo, permette lo svolgersi di una procedura assai strana: vende (con l'autorizzazione del giudice Lupo) una piccola parte delle quote societarie della Simec (il 5 per cento) al proprietario di fatto dell'azienda, Paolo Berlusconi, che se n'era formalmente liberato. è come vendere un corpo di reato all'imputato del reato medesimo, ma a Berlusconi serve: rientrato nella società che aveva spogliato, tratta con il fisco, salda i debiti e chiude la partita pagando 76 miliardi. Il pericolo di doversi caricare sul groppone anche il reato di bancarotta fraudolenta è scongiurato. Le due magistrate dell'accusa, Margherita Taddei e Giulia Perrotti, insorgono: il custode giudiziario Bongiorni ha permesso operazioni che non doveva permettere. Aprono un'indagine per abuso d'ufficio nei suoi confronti e chiedono al tribunale del riesame di bloccare l'operazione. A questo punto, per salvare Berlusconi, si scatena il finimondo. Pressioni. Interventi. Clima pesante. E scatta lo scandalo del post-it.

    Il bigliettino giallo. Lo scoprono gli avvocati difensori di Paolo Berlusconi, dentro il fascicolo dell'inchiesta che era arrivato al tribunale del riesame. è un bigliettino giallo, su cui è scritto, a mano: «Cara Elisabetta, si tratta solo di 322 bis ordinanza Gip che ha accolto l'istanza del custode con parere negativo del pm e la dottoressa si è arrabbiata. Se ci sono problemi fai parlare il presidente con la dottoressa Taddei. Saluti e baci». L'ufficio del pubblico ministero e il tribunale del riesame non devono scambiarsi saluti e baci. Non devono affidare le comunicazioni a bigliettini informali. Non devono ipotizzare incontri risolutivi fuori dalle aule di giustizia. Immediatamente, l'avvocato di Berlusconi, Oreste Dominioni, firma un esposto di fuoco, in cui sottolinea la gravità dell'atto. Cita anche un documento di Bongiorni, che denuncia di aver subito «pesanti condizionamenti» da parte del pubblico ministero (Curioso: come mai l'avvocato dell'imputato Berlusconi ha a disposizione i documenti del custode giudiziario del tribunale?). L'obiettivo è chiaro: salvare Paolo Berlusconi dall'imputazione di bancarotta fraudolenta e strappare l'inchiesta a Taddei e Perrotti, due donne che hanno lavorato sodo per anni. Gli atti che hanno prodotto riempiono una stanza: se fossero affidati a qualcun altro che dovesse ripartire da zero, l'inchiesta sarebbe morta. Si mette immediatamente in moto una gioiosa macchina da guerra: avvocati, politici, giornalisti, membri del Consiglio superiore della magistratura (Csm).

    Del resto, c'è un intero partito a disposizione della famiglia. Il Giornale (di proprietà di Paolo Berlusconi) scatena una campagna martellante, con lunghi articoli e piccati editoriali («Le tracimazioni della giustizia», firmato da Francesco Pintus, già magistrato a Cagliari). Al Csm si attivano subito i consiglieri del Polo Michele Vietti, Bartolo Gallitto e Mario Serio, che chiedono al Consiglio di mettere sotto inchiesta disciplinare Taddei e Perrotti. E anche Marcello Pera porta il suo sostanzioso contributo alla campagna: rivolge un'interrogazione al ministro della Giustizia Piero Fassino, chiedendo «un'azione disciplinare a carico dei pm» e comunque la loro «sostituzione, a titolo preventivo». Poi prende la mira e spara su di loro dalle colonne del Giornale: «La Taddei non conosce le regole elementari della sua funzione». «Quel pezzo di carta conferma una brutta tradizione milanese: i pm considerano i giudici come inservienti». «Io spero che le due pm si astengano spontaneamente; oppure che sia il loro capo, D'Ambrosio, a suggerire loro di astenersi. Insomma, ci vuole un segnale...».

    Come va a finire? Il procuratore della Repubblica Gerardo D'Ambrosio e il procuratore generale Francesco Saverio Borrelli difendono le due magistrate. Taddei e Perrotti riescono a mantenere i nervi saldi. Ora la Cassazione, dopo il tribunale del riesame, dovrà decidere se era legittimo o no lo strano salvataggio della Simec permesso dal custode giudiziario. E il bigliettino giallo? Una semplice indagine interna ha appurato quanto segue: era stato scritto non dalla dottoressa Taddei, ma da un'impiegata; e non un'impiegata della procura, ma del tribunale del riesame, che si rivolgeva a una collega dello stesso ufficio. Nessuna pressione della procura sul giudice. Tanto rumore per nulla? Sì, ma l'attacco alle due magistrate solo per un soffio non ha ottenuto il risultato sperato dal fronte Berlusconi. Intanto Silvio è diventato presidente del Consiglio. E Marcello Pera presidente del Senato.

    Gianni Barbacetto


    Tratto dal libro "Campioni d' Italia"
    Con le budella dell' ultimo prete impiccheremo l' ultimo re

  2. #2
    Il cinismo ci salverà
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    Voglio Schifani voglio Schifani voglio Schiafani!!!

  3. #3
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    chi si occupa di schifani?!
    è il più divertente, avanti!!
    Con le budella dell' ultimo prete impiccheremo l' ultimo re

  4. #4
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    Ma a noi piace ricordarlo soprattutto quando arringava l' esercito dei ciellini a Rimini con le sue parole di saggia moderazione.

    Il discorso pronunciato a Rimini contro il meticciato e a favore della violenza

    Un dubbio coglie tutti noi: forse Marcello Pera è totalmente idiota?

    Piero Sansonetti
















    Liberazione 23 agosto 2005


    Sapete chi è Marcello Pera? E' il presidente del Senato, la seconda autorità della Repubblica, formalmente il vice di Ciampi. Questo Pera se ne è andato a Rimini domenica al meeting di "Comunione e Liberazione" (organizzazione cattolica abbastanza tradizionalista) e ha tenuto il discorso d'apertura. Dicono le biografie di Pera che lui è un liberale, non cattolico, non religioso, forse ateo. Però a Rimini si è presentato come il vero interprete della cattolicità e ha pronunciato un intervento da fondamentalista cristiano - un po' come quei cristiani delle sette americane della "supremazia ariana", legate al Ku Klux Klan - e il suo intervento, in diversi passaggi, ha fatto inorridire il pubblico supercattolico di Cl. Nel suo impianto, il discorso di Pera assomigliava moltissimo a certi discorsi di Goebbels o di Goering, i due gerarchi hitleriani: appena un po' ammodernato. Cosa ha detto? Riassumiamo. Primo punto: la democrazia e la libertà sono valori relativi e non funzionano. L'unico valore che conta è il bene. La politica si deve fare per affermare il diritto del bene sul male non quelli della democrazia sulla dittatura o della libertà sul dominio. Dice Pera: se con un sistema democratico vince il male, è forse un bene? No, è un male. E' meglio il dominio del bene sul male che la vittoria ai voti del male sul bene. Già, ma il bene di chi? Nostro, dice Pera. Nostro di chi? Di noi occidentali, e nel modo in cui usa la categoria di occidentali si sente l'idea di razza. Razza occidentale, concetto più ampio di quello di Goebbels, che parlava di razza ariana. Ma come si fa - chiede Pera - a difendere il bene di questa razza, se non si difende questa razza, e si permette che essa sia corrotta da matrimoni misti e dal meticciato, cioè dalla confusione con altre razze, che vanno considerate per quello che sono, inferiori alla nostra perché hanno civiltà, culture, modi di pensare inferiori? Non si può, e dunque bisogna innanzitutto difendere la razza, impedendo il multiculturalismo e usando ogni mezzo per convincere gli inferiori che sono inferiori, e se non si convincono bisogna ricorrere alla violenza, alla forza delle armi.

    Voi capite bene che non c'è nessuna forzatura nell'identificare l'impianto di questo ragionamento con l'impianto del pensiero nazista. Manca ancora la proposta di trasformare i Cpt in campi di sterminio, che smaltiscano con soluzioni finali le eccedenze di migranti rispetto alle cifre programmate: ma anche il nazismo ci mise qualche anno per arrivare a questa determinazione. Ci mise sei o sette anni.

    Pera è un nazista? Impossibile: è un uomo che ha studiato (i signori Pera, suoi genitori, hanno speso moltissimi soldi per fargli frequentare ottime scuole e comprargli tutti i libri di Popper), è un liberale, un laico, un professore, un opinionista, un intellettuale, eccetera eccetera, non può essere nazista. Allora c'è solo un'altra possibilità per spiegarsi il suo discorso di Rimini: è completamente idiota. (Detto senza volontà di offesa, è solo un tentativo di dare spiegazioni a ragionamenti e fesserie altrimenti inspiegabili). Il problema, in questo caso, è: è giusto che un idiota sia il Presidente del Senato? Forse gli amici di Pera, quelli della sua area politica, glielo dovrebbero dire. Dovrebbero dire: "signor Pera la smetta di fare questi discorsi a... " (la parola finale di questo articolo sceglietela voi: ce ne sono varie possibili, più raffinate o un po' scurrili).



    Con le budella dell' ultimo prete impiccheremo l' ultimo re

  5. #5
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    In origine postato da LuciaP
    chi si occupa di schifani?!
    è il più divertente, avanti!!
    C'è anche Cicchitto...

  6. #6
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    «In Europa la popolazione diminuisce, si apre la porta all'immigrazione incontrollata, e si diventa "meticci" (...). Non c'è altra strada: o ci impegnamo ad integrare gli altri facendoli diventare cittadini della nostra civiltà - con la nostra educazione, la nostra lingua, la conoscenza della nostra storia, la condivisione dei nostri princìpi e valori - oppure la partita dell'integrazione è perduta».

    marcello Pera - voltagabbana privo di vergogna- 21 agosto 2005
    Con le budella dell' ultimo prete impiccheremo l' ultimo re

  7. #7
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    Non vi scatenate troppo che poi Chiti gli fa la proposta di desistenza in un bel collegio sicuro emiliano o toscano e dovete rimangiarvi tutto.

  8. #8
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    In origine postato da antonio
    tenete presente che, fra le altre cose, Pera sarebbe trombato alla grande se si ripresentasse al suo collegio.
    onde evitare figure de mierda...anche per questo motivo..vogliono bypassare cambiando la legge elettorale.
    A maggior ragione, facendo leva su questo, a qualche testa di non dico cosa potrebbe venire in mente di tirarlo nell'Unione. Ormai cosa vuoi che sia: Pera più, Pera meno...

  9. #9
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    In origine postato da bsiviglia
    A maggior ragione, facendo leva su questo, a qualche testa di non dico cosa potrebbe venire in mente di tirarlo nell'Unione. Ormai cosa vuoi che sia: Pera più, Pera meno...
    L'unico dei cosiddetti "intellettuali" di destra dentro a Forza Italia che qualche volta dice cose sensate è Renato Brunetta....

  10. #10
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    visto che non se lo ricorda o fa finta ricordiamo a pera quello che diceva il suo maestro karl popper


    Karl Popper: "Contro la televisione"

    Domanda 1: Sir Karl Popper, Lei ha affermato che la televisione ha, specialmente per i ragazzi, il valore di un'autorità morale e che svolge quindi un ruolo educativo. Alcuni sostengono che questa tesi sia in contrasto con l'idea liberale, secondo cui non bisogna educare le persone, ma informarle. Lei pensa dunque che la televisione dovrebbe avere una funzione educativa?

    Risposta: Penso proprio di sì. Credo che distinguere in questo caso tra educare e informare non è soltanto falso, ma decisamente disonesto. Mi dispiace doverlo dire. Non ci può essere informazione che non esprima una certa tendenza. E ciò si vede già nella scelta dei contenuti, quando si deve scegliere su che cosa la gente dovrà essere informata. Per fare questo bisogna aver già stabilito in anticipo che cosa si pensa dei fatti, decidere circa il loro interesse e il loro significato. Questo basta a dimostrare che non esiste informazione che non sia "di tendenza". Bisogna scegliere, e il nostro intendimento determina la nostra scelta.
    Così, per esempio, Lei può chiedere a qualsiasi professionista della televisione di far parlare una persona frontalmente o di farla parlare di profilo: c'è una bella differenza! Tutto è il risultato di una scelta. Dire che esiste della pura informazione, come semplice trasmissione di fatti, è falso. Voi tentate continuamente di imporre il vostro punto di vista al telespettatore e non potete impedirvi di farlo. Perciò la distinzione tra educare ed informare non regge. Ma questa distinzione non è semplicemente falsa, essa risponde piuttosto ad un preciso obiettivo, perché permette di dire: "Noi siamo obiettivi, vi comunichiamo soltanto i fatti, i fatti come sono e non i fatti come vorremmo che voi li vedeste: i fatti semplicemente come sono".
    Questo è falso! D'altronde si parla dell'educazione come di una imposizione necessaria. L'insegnante impone il suo punto di vista all'allievo, al ragazzo che deve essere educato. L'educatore è gravato da una grande responsabilità, mentre colui che informa, il "puro informatore", pare che non ne abbia alcuna. Ma questa differenza non esiste. Se voi siete informatori responsabili, siete anche educatori. Ma se siete educatori irresponsabili, voi state trasgredendo le regole del gioco. Lei non può sottrarsi all'obbligo di educare. Lei come educatore ha una grande responsabilità e così pure la televisione ha una grande responsabilità. Io credo che la maggioranza dei professionisti della televisione non si rendano conto appieno della loro responsabilità.
    Credo che non siano capaci di valutare l'ampiezza del loro potere. La televisione ha un immenso potere educativo e questo potere può far pendere la bilancia dal lato della vita o da quello della morte, dal lato della legge o da quello della violenza. E' evidente che si tratta di cose terribili! Lei mi dice che io difendo, contro l'ideale liberale, il fatto che le persone debbano essere educate e non informate. Questo ideale sedicente liberale è stato inventato "ad hoc" per non dover rivedere e trasformare il mondo dell'informazione. E' stato inventato proprio e soltanto per questo. Non è stato mai veramente un ideale liberale. Il liberalismo classico sotto tutte le sue forme ha sempre accordato una grande importanza all'educazione e un'importanza ancora più grande alla responsabilità.
    D'altronde tutte le correnti del liberalismo classico hanno insistito sulla necessità di controllare il potere. Il miglior mezzo è quello dell'autocontrollo. Un certo autocontrollo ci deve essere in ogni caso. Ogni potere, e soprattutto un potere gigantesco come quello della televisione, deve essere controllato. La televisione può distruggere la civiltà. Che cos'è la civiltà? E' la lotta contro la violenza. C'è progresso civile, se c'è lotta alla violenza in nome della pace tra le nazioni, all'interno delle nazioni e, prima di tutto, all'interno delle nostre case. La televisione costituisce una minaccia per tutto questo. La minaccia, beninteso, sarebbe peggiore sotto una dittatura poiché in questo caso ci sarebbe una vera manipolazione allo scopo di far accettare ai cittadini la dittatura. E come ha mostrato Orwell ciò può avvenire senza che la gente si renda conto di ciò che sta succedendo. In ogni caso non ha senso discutere sui pericoli potenziali della televisione.
    E' sul suo potere attuale che bisogna riflettere e chiedersi se non sia male impiegato. Bisogna piuttosto domandarsi, in rapporto al potere attuale della televisione, se non sia mal impiegato. Io credo che questo avvenga spesso La mia esperienza dell'ambiente televisivo mi insegna infatti che i suoi professionisti non sanno quello che fanno. Si pongono scopi del tipo "essere realisti", "essere avvincenti", "interessare", "eccitare". Questi sono gli obiettivi che si pongono esplicitamente. Ciò che misura l'arte, la tecnica di un uomo di televisione è realizzare tali obiettivi. Non ha coscienza della sua funzione educativa, non ha coscienza del potere enorme che esercita. Lei mi aveva posto la domanda: "Secondo la dottrina liberale l'individuo deve avere le sue responsabilità?", le rispondo: tutto va bene finché si assume delle responsabilità e vi conforma i suoi comportamenti. Ma se diventa violento e aggredisce i suoi vicini deve essere punito.
    C'è una bella battuta sulla libertà, nata in un tribunale americano. Un uomo dice: "Sono un uomo libero e quindi posso dirigere il mio pugno in qualsiasi direzione". Al che il giudice gli risponde: "E' vero che lei è un uomo libero, ma il limite al movimento del suo pugno è il naso del suo vicino!" In due parole se vogliamo una società da cui, nei limiti del possibile, la violenza sia esclusa e punita solo in caso di necessità, il limite del vostro movimento è il naso del vostro vicino. Questo è il fondamento di una società civile. E' una cosa semplice da definire. Ci sono due tipi di società: il primo è quello dove regna la legge, in cui la legge è introdotta e perfezionata gradualmente in funzione dei seguenti scopi: limitare, solo quando è necessario, la libertà individuale ed evitare per quanto possibile la violenza. Ecco il principio razionale che deve ispirare la legge. Il contenuto della legge deve essere semplicemente, come dicevo prima, che il naso del mio vicino segni un limite al libero movimento dei miei pugni, o meglio che quel limite sia stabilito a una distanza, diciamo di 8 centimetri , dal naso del mio vicino.
    Questo deve dire una buona legge. La seconda possibilità è il regno del terrore, il regno della violenza e della paura. Ne abbiamo vista troppa, in particolare sotto i regimi nazista e comunista. Milioni e milioni di persone hanno sofferto nei modi più orribili sotto il regno della violenza. Noi dobbiamo lavorare attivamente per contrastarlo. Perciò bisogna formare gli individui alla civiltà, influendo sulle loro aspettative. Questo è il mio progetto educativo.

    Domanda 2: Sir Karl, che cosa pensa della violenza mostrata dalla informazione televisiva in occasione della guerra in Jugoslavia?

    Risposta: Certo, bisogna mostrarla, ma la si mostra un po' troppo! Non c'è solo violenza nel mondo. La televisione ha fatto per anni dei bei programmi e ancora ne fa di tanto in tanto. Ma il problema che si pone è quello della selezione. C'è già abbastanza violenza nel mondo. Non c'è affatto bisogno di aggiungere a quella violenza delle violenze inventate: in tal modo la gente diviene gradatamente insensibile a qualsiasi tipo di violenza che non sia quella fatta a loro stessi. Quando ero giovane ho lavorato per parecchi anni come educatore di bambini difficili.
    I più difficili erano quelli che avevano patito violenze nelle loro famiglie. Ho una certa esperienza in merito. A volte portavo quei bambini al cinema - a quel tempo la televisione non esisteva - e lì mi accorgevo che i bambini hanno paura della violenza. Un bambino normale chiude gli occhi per non vederla. Il fatto che la gente si abitui a vedere scene di violenza, che questa diventi il suo pane quotidiano, ciò distrugge la civiltà. Questa è la mia tesi. E' una tesi assai semplice. Coloro che lavorano per la televisione non hanno sufficiente coscienza di ciò che fanno. Vogliono mostrare cose che impressionino, vogliono "essere realisti" e non si rendono conto dei guasti che provocano. La maggior parte di loro non se ne rende conto.

    Domanda 3: Lei pensa che i principi di cui abbiamo parlato dovrebbero valere non solo per i lavoratori della televisione, ma anche per quelli del cinema e della radio?

    Risposta: No. Bisogna cominciare innanzi tutto dal gruppo più influente, e quello che ha maggior potere è quello dei professionisti della televisione. La mia proposta è questa: fondare una istituzione come quella che esiste per i medici. I medici si controllano attraverso un Ordine. La cosa non riesce sempre perfettamente. Ci sono medici che fanno gravi errori e medici che commettono dei crimini.
    Ma ci sono pur sempre le regole elaborate dall'Ordine. Beninteso, il Parlamento ha un potere legislativo superiore a quello dell'Ordine dei medici. In Germania e in Inghilterra questa istituzione si chiama "Camera dei medici". Sul loro modello si potrebbe creare un "Istituto per la televisione". La mia proposta è che tutti voi, tutti voi che siete qui, siate registrati provvisoriamente come membri dell'"Istituto per la televisione". In seguito dovreste partecipare a una serie di corsi per sensibilizzarvi ai pericoli a cui la televisione espone i bambini, gli adulti e l'insieme della nostra civiltà. Così molti di voi scoprirebbero degli aspetti ignorati della professione e sarebbero indotti a considerare in modo nuovo la società e il loro ruolo.
    Ritengo inoltre che in un secondo tempo dovreste sostenere un esame per vedere se vi siete impadroniti dei principi fondamentali. Superato l'esame dovreste prestare giuramento, come i medici: dovreste promettere di tenere sempre presenti quei pericoli e di agire di conseguenza in modo responsabile. E' soltanto allora che potreste entrare come membro permanente nell'"Istituto per la televisione". Non mantenendo quella promessa perdereste la vostra licenza. Per avere la licenza che permette di lavorare in televisione, bisognerebbe aver superato con successo l'esame e aver prestato giuramento, nello stesso modo in cui i medici ottengono una licenza per lavorare in ospedale. Non rispettando il giuramento potreste perdere la vostra licenza.
    Naturalmente vi dovrebbe essere possibile fare appello a una istanza di giudizio superiore, ma se questa confermasse che avete agito irresponsabilmente, perdereste il diritto a lavorare in televisione. Beninteso, queste istituzioni dovrebbero essere elette a maggioranza da voi stessi. E la misura disciplinare che potrebbe togliervi la licenza dovrebbe provenire da una corte in cui fossero dei professionisti come voi a detenere il più alto potere. Bisogna stabilire delle regole. Quanto poi al modo in cui quelle regole devono essere formulate e modificate, dovrebbe essere oggetto di discussione.

    Domanda 4: Sir Karl, sono state mosse delle obiezioni contro le Sue proposte di regolamentazione dell'informazione televisiva. Molti, per esempio, giudicano paradossale che un liberale come Lei affermi la necessità di limitare la libertà di espressione. Lei che cosa ne pensa?

    Risposta: Devo confessare che faccio fatica a capire queste obiezioni. Potrei aver voglia di esprimermi colpendovi con un pugno, ma è chiaro che non posso, non devo farlo. E' forse antiliberale impedirmi di colpirvi? Qui è in gioco lo stesso principio. Perché dovrebbe essere antiliberale o paradossale per un liberale come me affermare la necessità di limitare la libertà?
    Ogni libertà deve essere limitata. Non esiste libertà che non abbia bisogno di essere limitata. Dovunque ci sia libertà, la miglior forma di limitazione è quella che risulta dalla responsabilità dell'uomo che agisce. Se egli è un irresponsabile subirà le sanzioni previste dalla legge. La sua libertà sarà limitata, se necessario, anche per tutta la durata della sua vita. Certo noi speriamo che una tale necessità sparisca, un giorno. E' questo che definisce lo sviluppo della civiltà: aumentare il grado di incivilimento e ridurre la necessità di imprigionare delle persone per tutta la vita. In ciò si vede lo sviluppo di una civiltà. Ma ciò non vuol dire affatto che sia paradossale per un liberale come me affermare che bisogna limitare la libertà di espressione!
    Un uomo può essere felice per la sua nuova automobile, e può avere il sentimento che solo guidando molto veloce può esprimere la sua felicità e la passione per la sua automobile; vorrebbe traversare Roma a 200 all'ora per esprimerle a pieno. Qual è la differenza tra questo modo di esprimersi e quello che rivendicano certi artisti o professionisti della televisione? C'è una vera differenza? Bisogna vedere se col vostro modo di esprimervi mettete o no gli altri in pericolo. In altri termini si tratta sempre dello stesso principio. La vostra libertà, che sia quella di agitare i pugni, quella di parlare o di diffondere l'informazione o qualsiasi altra, è limitata dal naso del vostro vicino. E' sempre lo stesso principio, è il principio più semplice che si possa immaginare.
    E tutti quelli che invocano la libertà, l'indipendenza o il liberalismo per dire che non si possono porre delle limitazioni ad un potere pericoloso come quello della televisione, sono degli idioti. E se non sono degli idioti, sono dei porci che vogliono arricchirsi con lo spettacolo della violenza, educando alla violenza. Si tratta quindi di un principio assolutamente semplice. Se a scuola un professore vi insegna quello che bisogna fare per introdursi illecitamente in una banca o per avvelenare un genitore, se vi dà tutte le informazioni utili per diventare un buon criminale, voi direte che quel professore deve essere rimosso; questo non vuol dire che debba essere messo in prigione, ma che comunque dovrebbe essere rimosso. La stessa cosa dovrebbe valere per i professionisti della televisione. Io posso qui soltanto presentare la cosa nella sua generalità.
    Mi è impossibile dire quali regole precise dovrebbe avere l'"Istituto per la televisione" dato che è quell'Istituto stesso che dovrebbe elaborarle. Io ho certamente delle idee su che cosa dovrebbero essere, ma per entrare nei particolari ci vorrebbe un regolamento di almeno una ventina di pagine ed io non posso farlo qui, ora. L'essenziale è capire ciò che deve stare alla base di questo regolamento, quale deve essere l'atteggiamento da adottare rispetto alla situazione generale. La gente deve capire, per ora, che la civiltà è messa in pericolo dalla televisione. Ammetto che delle regole simili potrebbero diventare necessarie per i giornali e per altri settori dell'informazione, ma non è questo il soggetto della nostra conversazione. Nel caso della televisione è facile mettere in opera una istituzione per prevenire il cattivo uso di un potere sociale pressochè illimitato.

    Domanda 5: Un'ultima domanda: non c'è il rischio che la regolamentazione possa produrre involontariamente una televisione simile al "Grande Fratello" di Orwell?

    Risposta: Certo un rischio del genere bisogna metterlo in conto! Simili pericoli esistono sempre. L'esistenza di una società civile comporta tali pericoli. In Italia la mafia rappresenta un pericolo di questo genere. La corruzione è sempre possibile. Bisogna continuamente lottare contro simili eventualità. Ma per ora, allo stato delle cose, mi sembra che sia più vicina al "Grande Fratello" di Orwell una televisione come la nostra, non regolamentata, che non quella che noi vogliamo promuovere. Bisogna fare qualcosa per promuovere la civiltà.

    Domanda 6: Sir Karl, ma così, coloro a cui piace guardare la violenza alla televisione ne sarebbero privati?

    Risposta: Lei fa una giusta osservazione. Un argomento contro la mia posizione è che io limito non solo i produttori di televisione, ma anche i consumatori. Bisogna privare il consumatore del suo piacere? Si tratta dello stesso principio: bisogna privare di una quota di piacere l'uomo che ha comprato un'automobile che corre a 300 all'ora? Sì, se il suo piacere costituisce un pericolo per gli altri. Lo stesso si può dire per la violenza in televisione. Certi guidatori potrebbero non avere incidenti a 300 all'ora anche attraversando una città.
    Si potrebbe dire che essi, a differenza di altri, non costituiscono pericolo. Ma la legge deve avere una certa universalità. Non si possono fare dei test alla gente e dire all'uno: "La tua velocità massima deve essere di 70 Km all'ora" e all'altro "per te invece è di 200 Km all'ora". E' impossibile. Certe persone con il loro atteggiamento di rifiuto della violenza non diventerebbero pericolose anche se vedessero le peggiori cose alla televisione, mentre altri possono esserne influenzati.
    Non si può negare che in molte vicende criminali, l'assassino è in grado di citare con precisione il film o il telefilm che gli ha fornito l'idea del suo delitto. E' un fenomeno abbastanza frequente, benché non succeda sempre. Ma è spesso possibile identificare il momento in cui l'idea di un delitto o della violenza è stata suggerita al suo autore.

    Domanda 7: Sir Karl, il cinema non dovrebbe avere anch'esso una licenza, dal momento che come Lei sa, la maggior parte dei film che si vedono in televisione provengono dal cinema?

    Risposta: E' proprio quello che io vorrei. Ma c'è una grande differenza. I bambini passano una parte considerevole del loro tempo davanti al video. Per loro la televisione è una parte importante della realtà. Non sono più in grado di distinguere tra ciò che vedono e la realtà. Ma c'è di più! Non ricordo più bene le statistiche relative, ma in America esse stabiliscono che parecchi ragazzi passano in media più di sei ore al giorno davanti al loro apparecchio televisivo.
    E, se si considera che probabilmente restano in piedi per il doppio di questo tempo, se non si contano i pasti eccetera, questo equivale più o meno alla metà della loro vita. Io penso che il caso del cinema sia molto diverso, perché innanzi tutto bisogna prendersi la briga di andarci, e comunque ci si resta solo due ore o due ore e mezzo. Il problema della televisione è quindi più urgente.

    Domanda 8: Perché lo ritiene più urgente?

    Risposta: C'è una escalation nel modo di fare televisione. Le cose devono essere rappresentate sempre più forti, sempre più realistiche e orribili. Questa escalation è cominciata qualche anno fa. E dopo di allora le cose sono peggiorate continuamente. E' dunque estremamente urgente intervenire. E non vedo perché lo stesso argomento non dovrebbe valere per il cinema, i libri e i giornali. Secondo me esiste un solo metodo valido: quello della autoregolamentazione, dell'autocensura, non della censura. Gli irresponsabili devono essere ricusati dai loro colleghi. E' un metodo perfettamente liberale in una società retta dal diritto e non dal terrore. Ed è una cosa semplice, non ci trovo niente di complicato

 

 
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