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    Papa Ratzinger e l’apertura alla Cina

    Non è una novità, per il Vaticano, la volontà di riprendere le relazioni diplomatiche con la Repubblica popolare cinese, interrotte con la presa al potere di Mao nel 1951. Ci provò già Wojtyla, ma senza successo. Ora la questione cinese torna ad essere una delle priorità del pontificato ratzingeriano. E Pechino risponde con una lenta ma progressiva volontà di aprire le strade ai rapporti con la Santa Sede.

    Già il 12 maggio, in occasione dell’udienza con gli ambasciatori di 174 Stati, Papa Ratzinger aveva invitato i Paesi che non hanno legami con il Vaticano ad allacciare presto nuove relazioni. Senza riferimenti precisi, il papa aveva lanciato messaggi distensivi a Cina, Arabia Saudita e Vietnam, “nazioni con le quali la Santa Sede non ha ancora relazioni diplomatiche”. E il cardinale Pio Laghi, diplomatico di lungo corso, aveva immediatamente commentato: “Sicuramente la Cina è una delle priorità del pontificato di papa Ratzinger”. Il porporato non aveva escluso una visita del pontefice a Pechino, benché “non ci sono ancora le condizioni per un viaggio” ma “credo stiano già lavorando a questo”, aveva commentato il card. Laghi.

    Il pontefice non ha fatto riferimenti precisi, ma gli ambasciatori presenti al suo discorso hanno individuato nella Cina il destinatario del messaggio. E il cardinale Jean-Louis Tauran ( Bibliotecario di Santa Romana Chiesa e per un decennio a capo della II sezione in Segreteria di Stato, quella che si occupa delle relazioni con gli Stati) aveva detto che se la Cina offrisse la possibilità di stabilire rapporti diplomatici “saremmo pronti anche domani”.

    Il 25 maggio, un gruppo di artisti disabili cinesi, assiste in piazza San Pietro all’udienza generale. È la prima volta che un gruppo di pellegrini della Cina Popolare ottiene il ‘via’ libera per prendere parte ad un evento pontificio. Il cerimoniale vaticano riserva ai fedeli cinesi posti in prima fila, sotto il sagrato, normalmente destinati ad ospiti molto importanti e di riguardo. La Santa Sede, però, forse per non mettere in imbarazzo Pechino, preferisce mantenere un profilo basso sulla significativa presenza del gruppo di artisti cinesi, tanto che sono stati annunciati come provenienti da Hong Kong e non da Pechino, come invece è poi risultato. Al termine dell’udienza, Benedetto XVI si è fermato per salutarli. È sceso dalla vettura (cosa che non fa mai), ha posato per una foto, ha detto loro alcune parole.

    “Pechino ha sempre rifiutato di dialogare con la Santa Sede. Ma ora qualcosa in effetti sembra cambiare. La Repubblica Popolare Cinese comincia ad aprirsi al Vaticano”. È stato questo il commento del vescovo di Hong Kong, monsignor Joseph Zen Ze-kiun, che parla dei difficili rapporti che hanno sempre contraddistinto la Cina e il Vaticano.

    Ad Introd, durante le vacanze estive, il papa parla del dialogo con Pechino: “Abbiamo speranze. Speriamo che il dialogo vada avanti”. Poche ma significative parole ad indicare l’ennesimo segnale di distensione verso il governo cinese. Il 3 agosto, alla prima udienza di rientro dalle vacanze in Val d’Aosta, Benedetto XVI rivolge un “saluto particolarmente affettuoso” ai venti sacerdoti cinesi presenti all’udienza. Piccoli ma importanti passi sulla via del dialogo.

    Il 10 agosto, pochi giorni prima della Giornata Mondiale della Gioventù di Colonia, che porterà il papa nella sua Germania, all’udienza generale Benedetto XVI dà il benvenuto ad un gruppetto di pellegrini provenienti dalla Cina popolare. Giovani che, insieme ad altri coetanei provenienti da Taiwan e da Hong Kong, transitavano da Roma prima di raggiungere Colonia. Un sacerdote li ha annunciati al microfono, in inglese, mentre presentava vari gruppi nell’Aula nervi a seconda della loro appartenenza linguistica. Non è la prima volta che accade di vedere fedeli cinesi in piazza san Pietro o nell’Aula Paolo VI, alle udienze di Papa Ratzinger. Come si registra da qualche mese, infatti, tra le migliaia di persone che transitano ogni giorno in Vaticano si contano sempre più presenze cinesi. Differentemente dal passato i cattolici di Pechino riescono ad espatriare senza troppi problemi ed ottenere il visto grazie all’accordo turistico Cina-Ue divenuto operativo dal primo settembre 2004. Grazie a questo accordo, la Cina riconosce l’Unione europea come ‘destinazione turistica autorizzata’ e per i cinesi le porte del Vecchio Continente si sono finalmente spalancate.

    La posizione di Pechino

    La Cina sembra intenzionata “sinceramente” a migliorare le proprie relazioni diplomatiche con il Vaticano ma non intende recedere dalla sua posizione di considerare Taiwan come parte integrante del proprio territorio. E “il Vaticano deve unirsi alla decisione della comunità internazionale di considerare Taiwan come corpo indivisibile della Cina”. Uno dei nodi principali da risolvere, infatti, riguarda proprio le relazioni diplomatiche che intercorrono tra il Vaticano e Taiwan. Nodo che impedisce a Pechino di interagire direttamente con la Santa Sede, perché non intende concedere indipendenza all’isola di Formosa.



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  2. #2
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    Speriamo che si stabiliscano relazioni diplomatiche con la Cina comunista, mi auguro però che questo non comporti la rottura con il governo cinese di Taiwan
    So benissimo che è come paragonare una pulce ad un elefante, ma Taiwan è una democrazia, Pechino è la somma dei peggiori incubi del capitalismo selvaggio e del comunismo padrone della vita dei propri sudditi dal concepimento alla morte

 

 

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