Si susseguono gli attentati terroristici in Iraq e la stampa, giustamente, ne parla. Ma le stragi di cittadini inermi non sono tutto ciò che lì accade. Nonostante tutto, la democrazia avanza, con fatti che purtroppo non sempre fanno notizia come pure meriterebbero. Per esempio, il 12 settembre scorso il primo ministro iracheno Ibrahim Jaafari ha fatto a sorpresa una visita nella cittadina di Talafar per congratularsi con i soldati del nuovo esercito iracheno, autori di un riuscito intervento militare contro un gruppo di insorti fondamentalisti che avevano occupato la città. La pur coraggiosa apparizione in pubblico del premier iracheno non ha fatto notizia, magari perché da noi visite del genere sono considerate ordinaria routine. Si è trattato invece di un atto di grande coraggio, meritevole di più attenzione mediatica di quanta ne abbia avuto. Basti pensare che mentre sulla testa di Jaafari i terroristi avevano posto (attraverso un sito web islamico) una taglia di 100.000 dollari, i soldati ne hanno eliminato più di 150 nel corso del combattimento e catturati 300: per lo più siriani, sudanesi, yemeniti e giordani infiltratisi in Iraq dal confine siriano. Non a caso (ed è questo un altro chiaro segnale dell’impegno profuso contro il terrorismo dal nuovo governo e dalle rigenerate forze armate irachene) dopo la riconquista di Talafar l’esercito ha vietato il transito della frontiera di Rabiah a qualsiasi veicolo sprovvisto di un’apposita autorizzazione del Ministero degli Interni di Baghdad.
Appena un mese prima, un’altra pubblica cerimonia all’apparenza ordinaria si era svolta nella cittadina di Brecon nel Galles britannico: questa volta era il sottocapo si stato maggiore dell’Esercito iracheno, Nasier al Abadi, a passare in rassegna un gruppo di 35 giovani militari che avevano superato con successo un intero trimestre di addestramento presso gli alleati inglesi. Pochi cronisti si sono però interrogati sul perché, dopo la parata ufficiale, i giovani cadetti iracheni si coprissero il volto davanti ai flash dei fotografi o alle telecamere: una volta rientrati a Baghdad, ciascuno di loro sa bene che una volta usciti dall’Accademia Militare di Rustimiya, molte missioni le dovrà svolgere contro un nemico diverso da quello tradizionalmente descritto nelle scuole di guerra: il terrorismo. Per cui, ai terroristi è meglio non fornire troppi dettagli: se li riconoscessero, li ammazzerebbero infatti anche senza l’uniforme, magari durante una festa in famiglia, al ristorante. Com’è già successo, infatti.
Con tutto ciò, i militari iracheni stanno svolgendo benissimo il loro compito: in sempre maggiore autonomia dagli alleati occidentali. Come nel ruolo di portatori di pace nella Valle di Diyala, a ridosso di quel tormentato ‘triangolo sunnita’ epicentro di numerose stragi. Di sicuro, quì gli uomini del colonnello Theya Ismail al-Tamini avranno più chances degli americani a convincere i cittadini del posto che aiutare i terroristi va contro gli interessi degli iracheni. Anche dei successi di Diyala si parla poco. Eppure nell’intera regione, negli ultimi due mesi -- e cioè da quando i militari iracheni hanno assunto il comando delle operazioni militari e sono i soli responsabili della sicurezza -- il numero degli attentati è straordinariamente calato.




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