I pacs sono il cavallo di Troia attraverso il quale compiere il primo e deciso passo per il riconoscimento del matrimonio e della famiglia omosessuale, perché sono queste le uniche coppie di fatto alle quali è preclusa la strada del matrimonio “tradizionale”, peraltro il solo previsto dalla Costituzione repubblicana, e, quindi le uniche veramente interessate ad avvalersene..

Un tempo esistevano i fautori dell’amore libero. Persone serie, che, nel dichiararsi, enunciavano il proprio programma:“Né Chiesa né Stato (o né prete né sindaco) fra noi due, amore mio!”. Adesso, a sentire Romano Prodi e gli altri sostenitori dei pacs, le coppie di fatto, quelle che hanno volontariamente rifiutato tanto il matrimonio civile che quello religioso, fremono dal desiderio di correre ad iscriversi in qualche registro comunale in modo da assicurarsi, attraverso formalità forse più complicate di quelle matrimoniali, gli stessi diritti (o una parte più o meno grande dei diritti) e, naturalmente, nei confronti della controparte, dei correlativi doveri, che sarebbero discesi dalla celebrazione di un normale matrimonio.

A fargli credito di buona fede riuscirebbe arduo comprendere perché mai Prodi e soci ritengano che i praticanti del libero amore abbiano rinnegato i loro principi e le loro scelte e siano divenuti tanto ansiosi di legarsi con contratti altrettanto e oggi forse più vincolanti del matrimonio che hanno rifiutato e certamente, dopo l’affermarsi del quasi automatismo di separazione e divorzio, più difficili da sciogliere.

In realtà tutti i “pacsisti”, a cominciare da Prodi per finire con Gianfranco Fini, sono perfettamente consapevoli (sarebbe fare offesa alla loro intelligenza pensare altrimenti) che le coppie di fatto eterosessuali i cui componenti desiderano tutelare – per usare le parole degli illustri proponenti – “i loro diritti individuali e personali”, hanno aperta la strada maestra del matrimonio civile (si può –forse – confidare che i pacs non interessino chi ancora crede nel matrimonio religioso). Fatti loro se non intendono avvalersene, perché, per particolari problemi psicologici dell’uno o dell’altro partner o per eccessivo amore di politically correctness, hanno in tal “dispitto” l’antiquato istituto e il termine stesso di matrimonio da rifiutarne comunque la celebrazione, mentre sono disposti ad assumerne gli obblighi e i diritti a condizione che rechino una diversa etichetta. Le bizzarrie di qualche irragionevole coppietta non possono giustificare controverse innovazioni legislative, comunque invise a non piccola parte, forse addirittura alla maggioranza, dell’opinione pubblica, sicché risulterebbero inopportune perfino nei rarissimi casi “pietosi”, se pure esistenti, in cui si riscontrino non capricci, ma effettive esigenze, comunque risolvibili, appunto perché eccezionali, diversamente.

Il fatto è che Prodi e soci, politicamente ipocriti, ma tutt’altro che fessi, sanno benissimo che i pacs sono il cavallo di Troia attraverso il quale compiere il primo e deciso passo per il riconoscimento del matrimonio e della famiglia omosessuale, perché sono queste le uniche coppie di fatto alle quali è preclusa la strada del matrimonio “tradizionale”, peraltro il solo previsto dalla Costituzione repubblicana, e, quindi le uniche veramente interessate ad avvalersene.. Non per nulla Prodi (reso nella circostanza meno prudente e coperto del solito da ragioni elettoralistiche) per comunicare l’inserimento del varo dei pacs nel programma elettorale dell’Unione ha scelto come interlocutore privilegiato l’on. Grillini, il più autorevole rappresentante della lobby gay italiana.

Tutte le opinioni sono rispettabili, ma se Zapatero deve essere, allora, nonostante tutto, è preferibile lo Zapatero in sembianze autentiche a quello celato sotto la pelle del cattolico più o meno adulto e maturo.


Francesco Mario Agnoli