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Discussione: La grande Russia

  1. #1
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    Predefinito La grande Russia

    La grande Russia

    Autore: Maurizio Blondet

    Sito: www.effedieffe.com


    L'Ucraina della fallita rivoluzione di plastica,l'Uzbekistan e il
    Kirghizistan si riavvicinano tutti con decisione alla Russia di Putin

    UCRAINA - Solo un anno e mezzo fa, le «rivoluzioni dei colori» nello spazio
    post-sovietico, a cominciare dalla Georgia fino all'Ucraina, sembravano
    decisamente volgere contro la Russia. Il che non è strano, visto che era
    l'attuazione del progetto geopolitico dello stratega politico USA Zbigniew
    Brzezinsky: frazionare la zona d'influenza russa e isolare Mosca, sottrarle
    gli oleodotti, bloccarle l'accesso al Caspio e al Mar Nero. Folle di
    giovani, addestrati dalla CIA, in piazza a chiedere «democrazia»; giornali e
    opuscoli pagati dagli americani a sostenerli. Insomma sembrava fatta: spinta
    dalla spontanea voglia di libertà, presto l'Ucraina sarebbe entrata nella
    NATO e forse nella UE. Invece, lo scorso settembre, c'è stato un rapidissimo
    cambiamento di scenario. La «rivoluzione arancio» dell'Ucraina, a dieci mesi
    dalla sua nascita, si sta già screditando in un vortice di scandali e di
    corruzione. «Persino i giornali occidentali, che all'unisono l'avevano
    descritta come un spontaneo scoppio di democrazia, oggi ammettono che la
    'rivoluzione' ucraina non era altro che un golpe interno alla dirigenza
    politica dell'Ucraina, artificiale, finanziato ed orchestrato da fuori», ha
    scritto Vitaly Tretyakov, direttore della rivista Politichevskiy Klass (1).
    Ora per di più, il presidente ucraino Victor Yushenko e la premier Yulia
    Timoshenko, le figure-simbolo della «rivoluzione arancio», non solo hanno
    perso ogni popolarità per la loro corruzione: si rivolgono a Mosca alla
    ricerca di un accomodamento che consenta loro di evitare la secca sconfitta
    alle prossime elezioni parlamentari di marzo. Allora, le provincie orientali
    ucraine, dominate da grandi fabbriche che lavorano per la Russia e con una
    popolazione russofona, avranno un ruolo decisivo. I due compari democratici
    vogliono la benedizione di Mosca per mettere assieme una nuova coalizione
    con loro ex avversari politici dell'Ucraina orientale. Per questo, Yushenko
    ha scelto come nuovo primo ministro Yuri Yekhanurov, che è un russo etnico,
    nato in Russia e filo-moscovita; ed ha stilato un accordo scritto con Victor
    Yanukovich, il suo avversario nella «rivoluzione» di otto mesi fa, e che
    allora descriveva come «una pedina di Mosca». Il primo viaggio del nuovo
    premier è stato a Mosca il 30 settembre. Yekhanurov ha esordito con queste
    parole: «la Russia è il nostro primo partner, e ne siamo assolutamente
    consapevoli». Putin ha risposto, con suprema ironia, esprimendo «la speranza
    che lei sarà in grado di aiutare il presidente Yushenko a superare le
    tendenze negative che emergono nell'economia ucraina». Intanto, altri Stati
    ex-sovietici cominciano ad esprimere ad alta voce la loro delusione per
    essere stati trattati dall'Occidente come semplici terreni di lotta per
    l'influenza globale. In Uzbekistan, il 20 settembre, s'è aperto il processo
    ai militanti «democratici» che hanno provocato sanguinosi disordini e
    saccheggi nella zona di Andijan, a maggio. Lì l'accusa pubblica ha
    sostenuto, udite udite, che i «democratici» sono in realtà fondamentalisti
    islamici, del Movimento Islamico del Turkestan, collegato ad «Al Qaeda in
    Afghanistan» e al gruppo Hizb ut-Tahrir, che ha sede «in certe capitali
    occidentali». Nel processo è emerso con chiarezza che i giornalisti
    occidentali erano in posizione in anticipo, il maggio scorso, nella valle
    del Ferghana, «prima» che i disordini scoppiassero, ampiamente in tempo per
    descrivere una nuova «rivoluzione dei colori». Ed è emerso che l'ambasciata
    USA a Tashkent finanziava alcuni dei militanti insorti. In quegli stessi
    giorni, l'Uzbekistan ha eseguito grandi manovre congiunte con la forza
    armata russa, le prime esercitazioni mai avvenute su territorio uzbeko. E il
    27 settembre, sono naufragati i colloqui fra uzbeki e americani per il
    prolungamento dell'affitto della base aerea che gli USA hanno installato a
    Karshi da cinque anni. Gli americani hanno dovuto dichiarare che
    restituiranno la base a fine anno: una perdita insostituibile, poiché la
    base permetteva di dominare dall'aria l'intera Asia centrale. Washington ha
    chiesto, almeno, la libertà di sorvolo dello spazio aereo uzbeko per gli
    aerei che vanno e tornano dall'Afghanistan, offrendo di pagare un
    sovrapprezzo di 23 milioni di dollari per i servizi resi dalla base nei
    passati cinque anni. E' indicativo il fatto che l'Uzbekistan non abbia
    nemmeno risposto. Negli stessi giorni (21 settembre) anche Kurmanbek Bakyev,
    l'uomo forte del vicino Kirghizistan, chiedeva al Pentagono un aumento per
    l'affitto della base che gli americani hanno nel suo territorio, a Manas;
    oltre alla richiesta di sloggiare appena la situazione in Afghanistan si
    fosse stabilizzata. Indicativo il luogo dove Bakyev ha fatto queste
    dichiarazioni: a Kant, la base militare che i russi hanno vicino a quella
    americana in Kirghizistan, e alla presenza del ministro russo della Difesa
    Ivanov. La dichiarazione di Bakyev rendeva chiaro che per il presidente
    kirghizo la base americana era una questione di denaro, non di alleanza con
    l'Occidente. Ora, anche il Kirghizistan ha avuto la sua «rivoluzione
    democratica», la rivoluzione dei tulipani. Ma il parlamento kirghiso ha
    rifiutato di prolungare il mandato alla ministra degli Esteri, Roza
    Otunbayeva, che è stata ambasciatrice a Washington e che è ritenuta una
    filo-americana: la sua dipartita riduce considerevolmente l'influenza USA
    nel Paese. Quanto al primo ministro kirghiso Felix Kulov, come suo primo
    atto è volato a Mosca (il 30 settembre) in visita ufficiale. Il suo saluto a
    Putin: «la mia prima visita all'estero vuole sottolineare le nostre priorità
    in politica estera e la nostra lealtà all'amica Russia, il nostro primo
    partner strategico». Intanto in Tagikistan, il 23 settembre, il locale
    presidente Imomali Rakhmonov coglieva l'occasione di una sua visita alle
    provincie orientali (ai confini con la Cina) per dichiarare: «in Tagikistan
    non c'è, né mai ci sarà, una base militare americana». Ciò evidentemente in
    risposta alle voci secondo cui le forze americane, sloggiate
    dall'Uzbekistan, stavano per essere spostate in Tagikistan. Insomma, i
    processi «democratici» di marca filo-occidentale nell'Asia ex-sovietica si
    stanno mostrando altamente reversibili. Ciò è logico anzitutto per ragioni
    economiche: le economie di quegli Stati sono tuttora interdipendenti, e la
    Russia è il loro principale fornitore (di energia soprattutto) e acquirente
    delle loro miserabili merci, che non possono competere nel mercato di
    consumo dell'Occidente. Resiste la Georgia, il primo Paese in cui è avvenuta
    la «rivoluzione democratica». Il regime «democratico» di Saakasvili resta in
    piedi: ma, va detto, grazie a potenti iniezioni di denaro americano. La
    Georgia è seconda solo a Israele come percettrice di aiuti USA. Come ha
    dovuto ammettere l'analista americana Ira Straus, «la geografia è parte del
    destino di quei paesi. Nessun terremoto democratico porterà l'Ucraina e gli
    altri nel Mediterraneo o sull'Atlantico, né lacererà le relazioni organiche
    con il grande vicino russo. E nemmeno è possibile saltare senza gradualità
    nello sviluppo sociale ed economico». Anche i «democratici» ucraini hanno
    ormai perso ogni speranza di essere ammessi in una Unione Europea
    ulteriormente allargata. Ciò vale ancor più per le repubbliche dell'Asia
    centrale, ben consce delle loro multiple dipendenze da Mosca; e la loro
    vicinanza con la Cina consiglia di non mostrare tante simpatie per gli Stati
    Uniti. In conclusione, sembra che il progetto dei neoconservatori americani
    di isolare la Russia stia fallendo. Forse è il caso che anche l'Europa
    ripensi alle sue politiche verso Putin: anche perché l'UE dipende in larga
    misura dal petrolio e dal gas russo. Meno ostilità verso la volontà di Putin
    di conservare l'area storica di influenza russa, e una qualche presa di
    distanza dall'aggressività americana, potrebbe essere di vantaggio per gli
    europei, come per i russi,. Il fatto è stato chiaramente sottolineato nel
    vertice russo-europeo tenutosi a Londra alcuni giorni fa, e preceduto da una
    visita di Putin a Bruxelles. Lì, il presidente russo ha detto chiaro che
    metà dell'interscambio russo avviene con l'Europa. Gli europei hanno
    riconosciuto che dalla Russia viene quasi la metà del gas naturale consumato
    in Europa, e che solo la Russia coprirà l'aumento del 50% dei consumi
    europei previsto per i prossimi quindici anni. Nell'instabilità generale
    dell'area petrolifera medio-orientale provocata dagli USA, questo significa
    che la relazione tra UE e Mosca sta assumendo, lo si voglia o no, l'aspetto
    di una partnership strategica (2). Berlino l'ha capito prima di tutti: con
    un accordo bilaterale, ha cominciato la costruzione di un grande gasdotto in
    collaborazione con Mosca, che porterà il gas russo in Germania passando sul
    fondo del Baltico: ossia «non» passando per il territorio della Polonia, la
    più filo-americana delle nuove nazioni dell'Est. Che così perderà
    ricchissime royalties e - ancor più decisivo - non avrà nelle sue mani il
    rubinetto energetico dell'Europa occidentale.


    Note 1) Citato da M.K.Bhadrakumar, «A storm sweep the post-Soviet space», su
    Asia Times, 5 ottobre 2005. Bhadrakumar è un diplomatico indiano di carriera
    che ha lavorato nell'ambasciata dell'India a Mosca. 2) «Russia to become
    strategic economic partner of the EU», Pravda, 4 ottobre 2005.

  2. #2
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    La russia non ha futuro, oggi UE e Cina la usano per contrastare la folle politica USA, fra pochi anni non ne avranno più bisogno e continueranno a sfogliarla.

    Paradossalmente hanno ragione quei pochi oligopolisti che vorrebbero solo arricchirsi all'ombra degli usa, perchè solo gli americani hanno interesse a tenere la russia unita in funzione anti UE e anti Cina,
    solamente che sarebbe un ruolo un pò irreale per l'ex "competitore globale"
    Addio Tomàs
    siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i 5 stelle

  3. #3
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    Originally posted by agaragar
    La russia non ha futuro, oggi UE e Cina la usano per contrastare la folle politica USA, fra pochi anni non ne avranno più bisogno e continueranno a sfogliarla.

    Paradossalmente hanno ragione quei pochi oligopolisti che vorrebbero solo arricchirsi all'ombra degli usa, perchè solo gli americani hanno interesse a tenere la russia unita in funzione anti UE e anti Cina,
    solamente che sarebbe un ruolo un pò irreale per l'ex "competitore globale"
    Il futuro è nel grembo di Giove, però mi sembra che gli attuali sviluppi del settore energetico pongano i grandi consumatori di petrolio in posizione sfavorevole rispetto ai fornitori.

    Oggi come oggi, U$A è il peggior importatore di petrolio, con quasi 15 mln di barili di deficit giornaliero ; l'UE sta a 10, ma sta riducendo a discreto ritmo tale dipendenza ; la Cina è a 5 milioni di barili al giorno, ma sta aumentando il deficit di un 20 % all'anno, per cui alla fine del decennio potrebbe stare peggio di U$A.

    Per contro, in questo 2005 la Russia è divenuta il maggior produttore mondiale di petrolio, con oltre 9 milioni di barili al giorno (superando l'Arabia Saudita, che sta perdendo il flusso di Ghawar.). la notizia è stata sorprendentemente ignorata dai media del mainstream

  4. #4
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    Originally posted by Decima Regio
    Il futuro è nel grembo di Giove, però mi sembra che gli attuali sviluppi del settore energetico pongano i grandi consumatori di petrolio in posizione sfavorevole rispetto ai fornitori.

    Oggi come oggi, U$A è il peggior importatore di petrolio, con quasi 15 mln di barili di deficit giornaliero ; l'UE sta a 10, ma sta riducendo a discreto ritmo tale dipendenza ; la Cina è a 5 milioni di barili al giorno, ma sta aumentando il deficit di un 20 % all'anno, per cui alla fine del decennio potrebbe stare peggio di U$A.

    Per contro, in questo 2005 la Russia è divenuta il maggior produttore mondiale di petrolio, con oltre 9 milioni di barili al giorno (superando l'Arabia Saudita, che sta perdendo il flusso di Ghawar.). la notizia è stata sorprendentemente ignorata dai media del mainstream
    Non si capisce perchè il petrolio siberiano debba essere russo e non cinese...
    Addio Tomàs
    siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i 5 stelle

  5. #5
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    Originally posted by agaragar
    Non si capisce perchè il petrolio siberiano debba essere russo e non cinese...
    Oggi come oggi, la Siberia è russa, i giacimenti sono sfruttati da Aziende sotto controllo statale abbastanza stretto, i tentativi dei Visitor U$A di accappararselo tramite "oligarchi" ai vertici aziendali sono stati sconfitti in maniera piuttosto drastica.
    Gli U$raeliani han bofonchiato un po', ma era evidente che, non potendo trattare Putin come Mossadeq o Saddam, causa 12.000 testate nucleari ora pure installate sui nuovissimi Topol e Satan , non avevano i mezzi militari per pensare di reagire.

    Tanto meno tali mezzi sono attualmente a disposizione della Cina. Cui comunque Putin fornisce petrolio a buon prezzo e senza riserve, avendo ottenuto in cambio l'allineamento della politica estera cinese nell'SCO.

    Domani, chissà ? Magari il Sole neanche sorge.

  6. #6
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    Originally posted by Decima Regio
    Oggi come oggi, la Siberia è russa, i giacimenti sono sfruttati da Aziende sotto controllo statale abbastanza stretto, i tentativi dei Visitor U$A di accappararselo tramite "oligarchi" ai vertici aziendali sono stati sconfitti in maniera piuttosto drastica.
    Gli U$raeliani han bofonchiato un po', ma era evidente che, non potendo trattare Putin come Mossadeq o Saddam, causa 12.000 testate nucleari ora pure installate sui nuovissimi Topol e Satan , non avevano i mezzi militari per pensare di reagire.

    Tanto meno tali mezzi sono attualmente a disposizione della Cina. Cui comunque Putin fornisce petrolio a buon prezzo e senza riserve, avendo ottenuto in cambio l'allineamento della politica estera cinese nell'SCO.

    Domani, chissà ? Magari il Sole neanche sorge.
    Questa dipendenza dalla Russia (Mafia del Petrolio) fa paura!!! E quando l'Italia non sarà più in grado di pagare il Gas siberiano, (praticamente tutto il nostro gas è siberiano) i russi ci taglieggeranno russi non sono i libici, gli arabi, gli.....I russi sono gente che se fa affari con te, già ha pianificato come rubarti pure le mutande

 

 

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