L’Ucraina della fallita rivoluzione di plastica,l’Uzbekistan e il Kirghizistan si riavvicinano tutti con decisione alla Russia di Putin
UCRAINA - Solo un anno e mezzo fa, le «rivoluzioni dei colori» nello spazio post-sovietico, a cominciare dalla Georgia fino all'Ucraina, sembravano decisamente volgere contro la Russia. Il che non è strano, visto che era l'attuazione del progetto geopolitico dello stratega politico USA Zbigniew Brzezinsky: frazionare la zona d'influenza russa e isolare Mosca, sottrarle gli oleodotti, bloccarle l'accesso al Caspio e al Mar Nero. Folle di giovani, addestrati dalla CIA, in piazza a chiedere «democrazia»; giornali e opuscoli pagati dagli americani a sostenerli. Insomma sembrava fatta: spinta dalla spontanea voglia di libertà, presto l'Ucraina sarebbe entrata nella NATO e forse nella UE. Invece, lo scorso settembre, c'è stato un rapidissimo cambiamento di scenario. La «rivoluzione arancio» dell'Ucraina, a dieci mesi dalla sua nascita, si sta già screditando in un vortice di scandali e di corruzione. «Persino i giornali occidentali, che all'unisono l'avevano descritta come un spontaneo scoppio di democrazia, oggi ammettono che la 'rivoluzione' ucraina non era altro che un golpe interno alla dirigenza politica dell'Ucraina, artificiale, finanziato ed orchestrato da fuori», ha scritto Vitaly Tretyakov, direttore della rivista Politichevskiy Klass (1). Ora per di più, il presidente ucraino Victor Yushenko e la premier Yulia Timoshenko, le figure-simbolo della «rivoluzione arancio», non solo hanno perso ogni popolarità per la loro corruzione: si rivolgono a Mosca alla ricerca di un accomodamento che consenta loro di evitare la secca sconfitta alle prossime elezioni parlamentari di marzo. Allora, le provincie orientali ucraine, dominate da grandi fabbriche che lavorano per la Russia e con una popolazione russofona, avranno un ruolo decisivo. I due compari democratici vogliono la benedizione di Mosca per mettere assieme una nuova coalizione con loro ex avversari politici dell'Ucraina orientale. Per questo, Yushenko ha scelto come nuovo primo ministro Yuri Yekhanurov, che è un russo etnico, nato in Russia e filo-moscovita; ed ha stilato un accordo scritto con Victor Yanukovich, il suo avversario nella «rivoluzione» di otto mesi fa, e che allora descriveva come «una pedina di Mosca». Il primo viaggio del nuovo premier è stato a Mosca il 30 settembre. Yekhanurov ha esordito con queste parole: «la Russia è il nostro primo partner, e ne siamo assolutamente consapevoli». Putin ha risposto, con suprema ironia, esprimendo «la speranza che lei sarà in grado di aiutare il presidente Yushenko a superare le tendenze negative che emergono nell'economia ucraina». Intanto, altri Stati ex-sovietici cominciano ad esprimere ad alta voce la loro delusione per essere stati trattati dall'Occidente come semplici terreni di lotta per l'influenza globale. In Uzbekistan, il 20 settembre, s'è aperto il processo ai militanti «democratici» che hanno provocato sanguinosi disordini e saccheggi nella zona di Andijan, a maggio. Lì l'accusa pubblica ha sostenuto, udite udite, che i «democratici» sono in realtà fondamentalisti islamici, del Movimento Islamico del Turkestan, collegato ad «Al Qaeda in Afghanistan» e al gruppo Hizb ut-Tahrir, che ha sede «in certe capitali occidentali». Nel processo è emerso con chiarezza che i giornalisti occidentali erano in posizione in anticipo, il maggio scorso, nella valle del Ferghana, «prima» che i disordini scoppiassero, ampiamente in tempo per descrivere una nuova «rivoluzione dei colori». Ed è emerso che l'ambasciata USA a Tashkent finanziava alcuni dei militanti insorti. In quegli stessi giorni, l'Uzbekistan ha eseguito grandi manovre congiunte con la forza armata russa, le prime esercitazioni mai avvenute su territorio uzbeko. E il 27 settembre, sono naufragati i colloqui fra uzbeki e americani per il prolungamento dell'affitto della base aerea che gli USA hanno installato a Karshi da cinque anni. Gli americani hanno dovuto dichiarare che restituiranno la base a fine anno: una perdita insostituibile, poiché la base permetteva di dominare dall'aria l'intera Asia centrale. Washington ha chiesto, almeno, la libertà di sorvolo dello spazio aereo uzbeko per gli aerei che vanno e tornano dall'Afghanistan, offrendo di pagare un sovrapprezzo di 23 milioni di dollari per i servizi resi dalla base nei passati cinque anni. E' indicativo il fatto che l'Uzbekistan non abbia nemmeno risposto. Negli stessi giorni (21 settembre) anche Kurmanbek Bakyev, l'uomo forte del vicino Kirghizistan, chiedeva al Pentagono un aumento per l'affitto della base che gli americani hanno nel suo territorio, a Manas; oltre alla richiesta di sloggiare appena la situazione in Afghanistan si fosse stabilizzata. Indicativo il luogo dove Bakyev ha fatto queste dichiarazioni: a Kant, la base militare che i russi hanno vicino a quella americana in Kirghizistan, e alla presenza del ministro russo della Difesa Ivanov. La dichiarazione di Bakyev rendeva chiaro che per il presidente kirghizo la base americana era una questione di denaro, non di alleanza con l'Occidente. Ora, anche il Kirghizistan ha avuto la sua «rivoluzione democratica», la rivoluzione dei tulipani. Ma il parlamento kirghiso ha rifiutato di prolungare il mandato alla ministra degli Esteri, Roza Otunbayeva, che è stata ambasciatrice a Washington e che è ritenuta una filo-americana: la sua dipartita riduce considerevolmente l'influenza USA nel Paese. Quanto al primo ministro kirghiso Felix Kulov, come suo primo atto è volato a Mosca (il 30 settembre) in visita ufficiale. Il suo saluto a Putin: «la mia prima visita all'estero vuole sottolineare le nostre priorità in politica estera e la nostra lealtà all'amica Russia, il nostro primo partner strategico». Intanto in Tagikistan, il 23 settembre, il locale presidente Imomali Rakhmonov coglieva l'occasione di una sua visita alle provincie orientali (ai confini con la Cina) per dichiarare: «in Tagikistan non c'è, né mai ci sarà, una base militare americana». Ciò evidentemente in risposta alle voci secondo cui le forze americane, sloggiate dall'Uzbekistan, stavano per essere spostate in Tagikistan. Insomma, i processi «democratici» di marca filo-occidentale nell'Asia ex-sovietica si stanno mostrando altamente reversibili. Ciò è logico anzitutto per ragioni economiche: le economie di quegli Stati sono tuttora interdipendenti, e la Russia è il loro principale fornitore (di energia soprattutto) e acquirente delle loro miserabili merci, che non possono competere nel mercato di consumo dell'Occidente. Resiste la Georgia, il primo Paese in cui è avvenuta la «rivoluzione democratica». Il regime «democratico» di Saakasvili resta in piedi: ma, va detto, grazie a potenti iniezioni di denaro americano. La Georgia è seconda solo a Israele come percettrice di aiuti USA. Come ha dovuto ammettere l'analista americana Ira Straus, «la geografia è parte del destino di quei paesi. Nessun terremoto democratico porterà l'Ucraina e gli altri nel Mediterraneo o sull'Atlantico, né lacererà le relazioni organiche con il grande vicino russo. E nemmeno è possibile saltare senza gradualità nello sviluppo sociale ed economico». Anche i «democratici» ucraini hanno ormai perso ogni speranza di essere ammessi in una Unione Europea ulteriormente allargata. Ciò vale ancor più per le repubbliche dell'Asia centrale, ben consce delle loro multiple dipendenze da Mosca; e la loro vicinanza con la Cina consiglia di non mostrare tante simpatie per gli Stati Uniti. In conclusione, sembra che il progetto dei neoconservatori americani di isolare la Russia stia fallendo. Forse è il caso che anche l'Europa ripensi alle sue politiche verso Putin: anche perché l'UE dipende in larga misura dal petrolio e dal gas russo. Meno ostilità verso la volontà di Putin di conservare l'area storica di influenza russa, e una qualche presa di distanza dall'aggressività americana, potrebbe essere di vantaggio per gli europei, come per i russi,. Il fatto è stato chiaramente sottolineato nel vertice russo-europeo tenutosi a Londra alcuni giorni fa, e preceduto da una visita di Putin a Bruxelles. Lì, il presidente russo ha detto chiaro che metà dell'interscambio russo avviene con l'Europa. Gli europei hanno riconosciuto che dalla Russia viene quasi la metà del gas naturale consumato in Europa, e che solo la Russia coprirà l'aumento del 50% dei consumi europei previsto per i prossimi quindici anni. Nell'instabilità generale dell'area petrolifera medio-orientale provocata dagli USA, questo significa che la relazione tra UE e Mosca sta assumendo, lo si voglia o no, l'aspetto di una partnership strategica (2). Berlino l'ha capito prima di tutti: con un accordo bilaterale, ha cominciato la costruzione di un grande gasdotto in collaborazione con Mosca, che porterà il gas russo in Germania passando sul fondo del Baltico: ossia «non» passando per il territorio della Polonia, la più filo-americana delle nuove nazioni dell'Est. Che così perderà ricchissime royalties e – ancor più decisivo – non avrà nelle sue mani il rubinetto energetico dell'Europa occidentale. ------------------------------------------------ ------------------------------------------------ ------------------------------------------------ Note 1) Citato da M.K.Bhadrakumar, «A storm sweep the post-Soviet space», su Asia Times, 5 ottobre 2005. Bhadrakumar è un diplomatico indiano di carriera che ha lavorato nell'ambasciata dell'India a Mosca. 2) «Russia to become strategic economic partner of the EU», Pravda, 4 ottobre 2005.




Rispondi Citando
