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    Predefinito Il Vangelo secondo S. Precario

    Ecco un film che consiglio ad Enrico1987, veditelo e poi rifletti sulle baggianate che spari ogni tanto.

    Saluti
    Danny

    -----------------------------

    Il 24 sarà proiettato in università, sedi sindacali e di associazioni "il primo lungometraggio dal basso", affresco sugli "atipici"
    Il Vangelo secondo S. Precario
    Lavoro, sopraffazione e riscatto
    Presentato per i due anni dall'entrata in vigore della legge Biagi


    di ROSARIA AMATO


    Una delle protagoniste del film Il Vangelo secondo San Precario, la stagista Dora
    ROMA - San Precario è stato assunto con un contratto a progetto, e in effetti non è davvero un santo. Anche se qualche miracolo, ogni tanto, riesce a farlo. In realtà è un pugile finito per errore in Paradiso trent'anni prima della sua ora, si chiama Sandro Precario. San Pietro gli affida un compito delicato: quello di evadere le richieste di lavoro, le più pressanti (insieme a quelle per una vincita al Superenalotto). E Sandro ci prova, è un lottatore: dà una mano come può a Dora, Mario, Franco e Marta, i protagonisti di quello che Cgil e Arci hanno presentato come "il primo lungometraggio prodotto dal basso", cioè senza finanziamenti pubblici, "in maniera totalmente indipendente da tabù o vincoli di contenuto": Il Vangelo secondo Precario, con la regia di Stefano Obino.

    "In questo titolo - fa notare il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani - c'è un'assonanza con Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini. Perché intanto un santo? E' una metafora della sacralità, perché la condizione di precario è considerata la condizione degli ultimi. Nei quali però non c'è rassegnazione, piuttosto ansia di riscatto".

    Il film, costato 40.000 euro, verrà proiettato gratuitamente in oltre cento sale di Università, associazioni, Camere del lavoro, Arci e altri circoli il 24 ottobre, in occasione dei due anni dall'entrata in vigore della legge Biagi. Vuole essere una riflessione su come è cambiato il mondo del lavoro, o meglio ancora su come è cambiata la vita dopo la legge Biagi, su come si vive da precari. Una riflessione che, ha fatto notare Emilio Viafora, segretario generale Nidil Cgil (il sindacato che si occupa dei lavoratori atipici), manca ormai da anni, dopo gli indimenticabili affreschi del dopoguerra, "che hanno seguito attentamente la trasformazione della società italiana da agricola a industriale".

    Nel cinema degli ultimi anni, nulla, solo introspezioni suo problemi sentimentali dei trentenni. Eppure, il mondo del lavoro offre molti spunti, essendo cambiato parecchio, soprattutto dopo la legge Biagi. E in peggio, perché ai mali vecchi di un lavoro che, come si legge all'inizio della proiezione, "mobilita l'uomo", se ne sono aggiunti di più gravi: la cristallizzazione degli stage che diventano forme di sfruttamento dei giovani senza garantire in cambio formazione né tantomeno prospettive; l'eccessiva precarizzazione dei rapporti, per cui il datore di lavoro non è tenuto a garantire un minimo contrattuale, una durata, nulla, neanche il rispetto.

    A Dora vengono regolarmente rubate le idee e il suo stage viene prorogato all'infinito dal direttore di Zenzero Tv, senza neanche il rimborso spese, e con l'aggravante del mobbing. A Franco, nonostante il mutuo sulla casa, e sui mobili, viene tolta anche la ridicola quota fissa di 500 euro al mese dal datore di lavoro, che gli garantisce soltanto una improbabile percentuale dei finanziamenti che però il giovane non riesce a dare, dal momento che gli si presentano in ufficio solo miserabili più miserabili di lui, non in grado di dare alcuna garanzia.

    E poi, per sovrammercato, lo chiama anche un "Cavaliere" che però è donna, e gli offre la pubblicazione del suo libro in cambio di 4.000 euro, che però Franco non ha. Non gli resta che cercare di recuperare il rapporto con la moglie, che passa le giornate vendendo creme dermatologiche in un esclusivo e costoso club: si riconciliano sul ciglio di una strada, lei gli dice che vuole un figlio, chissà come faranno date le loro entrate incerte.

    Mario baratta con il capo i favori della moglie in cambio di un posto di socio nello studio legale, mentre il suo collega "idealista", Respighi, viene cacciato senza tanti problemi: si era rifiutato "di utilizzare cinque anni di studio per cacciare di casa un poveraccio che ha ragione, solo che non lo sa".

    Con Marta si esplora ancora più a fondo il mondo del precariato. Si comincia in mattinata, con la riunione con il 'cacciatore di teste' di Manus Power. Nella sala tanti giovani, tutti laureati, come sottolineano all'inizio di ogni domanda. Le istruzioni che vengono date loro sono di questo tipo: "Chi vi fa il colloquio non vi conosce, forse non legge neanche il vostro curriculum, scrivete solo due o tre cose chiare. Il colore è frivolo, ma a volte essere frivoli può servire".

    Nauseata Marta a questo punto passa all'Ixtat. Qui le vengono affidate una lunga serie di interviste che vanno fatte rigorosamente tutte nel periodo di riferimento (una settimana), anche se in compenso verranno pagate dopo sei mesi. Il tema dell'indagine è il precariato, ma a Marta vengono dati solo nominativi di anziani, che di lavoro atipico non hanno mai sentito parlare, cadono dalle nuvole.

    Alla fine le viene incontro S. Precario, e le dà l'unico suggimento possibile: compilare le interviste a casaccio, senza sentire nessuno, neanche per telefono. E' un successo: Marta "ha capito tutto", le dice raggiante il caposervizio Ixtat, che quindi le offre un posto migliore, di coordinamento, che Marta rifiuta con sdegno, andandosene sbattendo la porta, non prima però di aver distribuito a tutti gli altri giovani le sue interviste già compilate.

    Per i guai dei precari c'è poco da fare. Nonostante si sia molto adoperato, S. Precario a fine giornata viene liquidato da San Pietro, che gli annuncia che lo lascerà ritornare sulla terra. Poco prima, in televisione si è sentita una voce che sembra tanto quella di Berlusconi: "Ma cosa vogliono questi precari, possono lavorare per due mesi, poi andare in vacanza e riprendere, io nella mia vita ho fatto tanti lavori, anzi sono il primo precario d'Italia...".

    (20 ottobre 2005)

  2. #2
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    Predefinito

    chiedo ospitalita' nel tuo thread, danny per non aprirne un'altro, il precariato, e' a tutto tondo.



    Università: ricercatori precari di M. Hack

    Il precariato dei ricercatori

    di Margherita Hack

    20 ottobre 2005

    Nome non è mai stato tanto poco appropriato come quello di Casa delle libertà, a meno che per libertà non si intenda quella di falsificare impunemente i bilanci. Ma se per libertà si intende quella di fare riforme condivise e discusse democraticamente con i destinatari di queste riforme, non mi risulta ci sia stato governo più illiberale di questo, dai tempi del governo fascista. Che si tratti di scuola, di università, di giustizia, di sanità, ministri incompetenti e ignoranti, assistiti da collaboratori altrettanto incompetenti o servili, partoriscono riforme ritenute assurde e inapplicabili da tutti gli addetti ai lavori, che siano di idee di destra o di sinistra.




    Vedasi ad esempio i ripetuti scioperi dei magistrati di tutte le associazioni, dalle più conservatrici alle più innovatrici, e anche scioperi degli avvocati, contro la famigerata riforma Castelli che invece che accelerare i tempi della giustizia li rallenta ancora di più, attentando all’indipendenza dei giudici. E ora tocca all’università. Una riforma che avrà per risultato la fuga dei giovani più promettenti è stata approvata al Senato e tornerà alla Camera per l’ultima approvazione. Una riforma aspramente criticata da tutte le componenti universitarie, dai rettori ai ricercatori, agli studenti e anche da una delle massime istituzioni scientifiche italiane quale l’Accademia nazionale dei Lincei.La nostra università ha prodotto e produce eccellenti ricercatori in molti campi. E’ vero che ci sono fenomeni di clientelismo e favoritismi, soprattutto in quelle facoltà dove sono in gioco grossi interessi economici, ma questo non vuol dire che si debba buttare e distruggere tutto quello che c’è di buono, testimoniato dai risultati ottenuti e dal prestigio degli scienziati italiani che occupano posizioni di grande responsabilità in istituzioni internazionali. La riforma presentata in Senato e sottratta ad un’ampia discussione col solito giochetto del maxi-emendamento in cui si infilano capre e cavoli, e approvata col voto di fiducia, non contiene più la proposta di istituzione di un’agenzia indipendente di valutazione, che poteva rendere molto più vincolanti i giudizi basati sul merito, su dati oggettivi quali il numero di pubblicazioni accettate sulle principali riviste internazionali e il numero di citazioni sulla stampa internazionale. Ma il punto più disastroso per la nostra università è l’abolizione del ruolo dei ricercatori, che sono le colonne su cui si regge l’università. Infatti solo l’immissione a intervalli certi e regolari dei giovani più promettenti può permettere lo sviluppo e la crescita della ricerca di base, che è fondamentale per la crescita culturale ma anche per le applicazioni e l’innovazione di cui si parla tanto. Ai neo dottori di ricerca, che dopo cinque anni di università, tre o quattro di dottorato, più altri tre o quattro o più anni di precariato - superata ormai la trentina - la Moratti offre tre anni di contratto a termine, rinnovabile per altri tre anni. Così, arrivato alla soglia della quarantina, senza certezze, senza i diritti dello stato sociale, il nostro precario a vita dovrebbe avere la tranquillità e serenità di spirito per dedicarsi completamente alla ricerca. Anche se fosse un nuovo Einstein, se non ci sono le disponibilità finanziarie, il nostro precario difficilmente otterrebbe una cattedra. Inoltre: chi farà fronte a tutto il carico didattico che attualmente pesa sulle spalle dei ricercatori? Un ruolo che, secondo la riforma 382 del 1980 avrebbe dovuto permettere ai giovani di dedicare la maggior parte del loro tempo alla ricerca, poiché è statisticamente noto che le grandi scoperte, soprattutto nelle materie scientifiche, le fanno i giovani sotto i quarant‚anni; invece, per far fronte ai bisogni di un’università di massa, i ricercatori sono stati oberati da incarichi di insegnamento, spesso i più pesanti e ripetitivi, senza avere riconosciute le relative qualifiche e con un lauto stipendio di 14mila euro all’anno. La riforma del 1980 prevedeva che ogni due anni si tenessero concorsi nazionali alternativamente a professore associato e a professore ordinario. Questa norma, che avrebbe risolto il problema della docenza e della carriera dei giovani, è stata sempre disattesa, non so se per la lentezza della macchina burocratica, se per la cronica scarsità di finanziamenti o se per cattiva volontà dei professori ordinari. Credo che di fronte a questa arroganza da parte del governo, che avrà conseguenze gravi per le nostre università, riparabili forse dopo decenni di declino e conseguenti effetti sulle nostre capacità di competere in campo internazionale, i rettori dovrebbero dare le dimissioni in massa e i docenti sospendere le lezioni a tempo indeterminato. Ne soffriranno gli studenti, per lo meno a breve termine, ma forse si potrà evitare lo sfascio a lungo termine.

 

 

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