Noi pagani
Di Fabio Calabrese
Noi ci siamo, siamo qui, esistiamo e resistiamo, e se dopo due millenni di
persecuzioni ci siamo ancora, ormai dovrebbero aver preso ogni illusione di
riuscire a sradicarci. Siamo noi pagani, invece, che stiamo assistendo al
declino e con ogni probabilità domani assisteremo alla sparizione del
cristianesimo.
Tutto questo lo sappiamo bene, ne siamo ben consapevoli, ma forse la
nostra realtà risulta ancora poco visibile alla maggior parte della gente che ci
circonda, che continua a praticare forme sempre più stereotipate e sempre
meno sentite di cristianesimo formale, imbevuta di relativismo post – cristiano
che esprime soprattutto la mancanza di convinzioni, scettica, new age
eccetera, eccetera.
Per questo, non può che sorprenderci (piacevolmente) il fatto di trovare su
di un mensile ad ampia diffusione come “Focus” (n. 154, agosto 2005) un
articolo che s’intitola I pagani sono ancora tra noi (pag. 42 a firma di Franco
Capone, con la collaborazione di Giacinto Mezzarobba).
In realtà l’articolo si rivela meno eclatante e meno sorprendente di quel che
ci si potrebbe aspettare, essendo dedicato soprattutto alle sopravvivenze
pagane all’interno di tradizioni e riti “cristiani” o meglio superficialmente
cristianizzati, che continuano a perpetuarsi soprattutto nelle nostre
campagne.
Si tratta di un discorso che conosciamo già, così come sappiamo che il
cristianesimo riuscì a farsi accettare “con il trucco” – quando ritenne di non
dover ricorrere alla più spietata violenza che è stata nei secoli il suo principale
strumento di diffusione - “battezzando” riti e cerimonie pagane,
trasformando in santi gli idoli pagani, e carpendo la buona fede della gente
facendo credere che nulla o ben poco era o sarebbe cambiato.
Ciò che invece l’articolo lascia in ombra e che invece sarebbe stato ben più
interessante mettere in luce, è che nella storia dell’Europa esiste, è esistita,
ha continuato ad esistere, è giunta fino a noi che ne siamo gli eredi e i
continuatori, un’insopprimibile tradizione di paganesimo consapevole, cosa
che va ben al di là come importanza, della sopravvivenza di riti, tradizioni,
cerimonie pagane all’interno di rituali che si dicono cristiani, e di cui però si è
persa la consapevolezza della loro autentica origine e del loro vero significato.
Si pensi per tutti all’Islanda dove il paganesimo norrenico non solo è
sopravvissuto attraverso i secoli, ma recentemente è uscito allo scoperto ed ha
ottenuto il riconoscimento di religione ufficiale assieme alla Chiesa evangelica
luterana, e l’analogo movimento presente in Lituania.
Occorre poi dire che non si tratta soltanto di sopravvivenze culturali in
ambienti marginali portate avanti da persone di estrazione socialmente e
culturalmente non elevata (il termine “pagano”, come è noto, fu inventato dai
libellisti cristiani, ed era un termine di significato inizialmente dispregiativo,
viene da “pagus”, “villaggio” nel significato di “gente di campagna”, quindi
persone sempliciotte, superstiziose, ignoranti).
Al contrario, sono stati implicitamente o scopertamente pagani alcuni dei
più importanti pensatori e dei più fini intellettuali che hanno fatto nel corso
dei secoli la cultura europea, si pensi solo a tutto il movimento umanistico e
poi rinascimentale con la sua riscoperta dell’antichità classica, riscoperta
che ovviamente si presentava come artistica, letteraria o tutt’al più filosofica,
e che tuttavia molto spesso dava l’impressione che il cristianesimo fosse
ormai ridotto ad una sottile crosta esteriore pronta ad esplodere per liberare
una realtà del tutto diversa. Si pensi a Leonardo Da Vinci, che Vasari definiva
“platonico e pitagorico al punto da non essere cristiano”, od a Niccolò
Machiavelli, grande ammiratore delle religioni pagane che contribuivano a
rafforzare il senso civico degli uomini invece di indebolirlo, che ha individuato
nella Chiesa cattolica e nel suo potere temporale la piaga che impediva la
riunificazione italiana, che ha osato affermare esplicitamente che “Il
cristianesimo ha effeminato il mondo e l’ha dato in mano ai malvagi, perché
ha reso gli uomini più pronti a sopportare le offese per guadagnarsi il Cielo,
che a vendicarle”. Una tradizione infine divenuta sfida aperta e coraggiosa
all’ortodossia cattolica in Giordano Bruno.
L’età moderna ha conosciuto tra XVIII e XIX secolo due importanti
rivoluzioni culturali che i libri di storia della letteratura ci hanno insegnato a
percepire come antitetiche, ma che presentano anche forti elementi di
continuità, l’illuminismo e il romanticismo, ed entrambe hanno contribuito ad
infrangere il monopolio culturale cristiano che gravava sull’Europa, laddove la
Riforma protestante aveva, si, indebolito l’autorità della Chiesa cattolica, ma
semmai diffondendo una ventata di ulteriore intossicazione di fanatismo
cristiano.
Fondamentale nell’illuminismo la rivendicazione del diritto dell’uomo a
pensare liberamente con la propria testa a prescindere dall’autorità
ecclesiastica e dai dogmi cristiani, e si veda con quale simpatia Voltaire tratta
nel Dizionario filosofico la figura di Giuliano, “l’ultima possanza dell’impero”,
l’ultimo campione della romanità pagana, calunniato come “l’apostata”, cioè
“il rinnegato” dai rinnegati che portarono la dottrina del “discorso della
montagna” a dominare ed a demolire l’impero romano, ed egli si chiede
giustamente quale motivo si pretende che avesse di amare i cristiani un uomo
che aveva visto da bambino i cristiani stessi trucidare i suoi genitori sotto i
propri occhi.
Ancora più acuta, e verrebbe da dire magnifica, è l’analisi impietosa che fa
Jean Jacques Rousseau della religione purtroppo divenuta maggioritaria in
Europa negli ultimi due millenni, laddove mette il dito sulla piaga, di quello
che sembra uno dei punti forti di questa religione, ma che a ben guardare ne
è una delle debolezze maggiori, la morale, che viene sottratta a quello che ne
dovrebbe essere l’ambito naturale, le relazioni fra gli uomini, per essere
ridotta al compiacimento degli imperscrutabili desideri di una divinità, “Il
cristianesimo separa l’uomo dal cittadino”.
Contro l’illuminismo, il romanticismo viene spesso interpretato come
movimento di ritorno allo spirito cristiano, movimento religioso, addirittura
bigotto. Siamo proprio sicuri che le cose stiano in questo modo, o non siamo
un po’ rimasti vittima della tendenza allo schematismo delle storie della
letteratura?
Se andiamo a leggere il famoso discorso di madame De Stael, scopriamo
che l’autrice ginevrina traccia una distinzione netta fra l’età antica, età
dell’equilibrio, dell’armonia, della salute, del giusto rapporto fra la ragione e
gli istinti, e l’età moderna, che comprende il Medio Evo ed inizia con il
cristianesimo, età malata, età della contraddizione, della lacerazione, del
conflitto interiore, del contrasto fra l’uomo ed i suoi istinti vitali, età della
sofferenza di vivere. Basta che l’aspirazione al recupero della grande salute
non sia più, appunto, solo un’ispirazione, un vago anelito, ma una precisa
volontà ed un programma, e vedremo scaturire dai presupposti romantici la
filosofia di Nietzsche.
Il primo ad osar dire apertamente l’indicibile, ciò che non era consentito
dire e neppure pensare, è stato con ogni probabilità la massima espressione
della cultura idealistico – romantica, il grande Hegel. La filosofia di Hegel è un
mare magnum nel quale è possibile pescare tutto e il contrario di tutto. Quello
che ci interessa sono le parti della Fenomenologia dello spirito relative allo
spirito oggettivo ed allo spirito assoluto. La religione, afflato sentimentale che
cerca di spiegare il mondo ed il destino ultimo senza fare ricorso al rigore
della logica, è destinata ad essere superata dalla filosofia, il cristianesimo
appartiene ad una fase storica che, così come è iniziata in un dato momento,
ad un certo punto dovrà ben concludersi, ma più importante è forse la parte
riguardante lo spirito oggettivo, con la distinzione delle tre aree del diritto,
della morale, dell’eticità. Il diritto ha una sfera di azione pubblica,
intersoggettiva, civile, laddove la morale – essenzialmente la morale cristiana –
ha uno spazio interiore, soggettivo, che non può avere la presa di vincolare
altri che chi ci crede, ed in tal modo si definisce uno spazio normativo laico
nel quale le chiese non hanno alcun diritto d’intervenire. Tuttavia, esaminata
in prospettiva questa concezione, se ne coglie immediatamente l’errore: Hegel
legge il processo storico al contrario, noi assistiamo al passaggio dall’eticità
antica, dalla sintesi di valori giuridici e morali, dalla piena integrazione e dalla
coincidenza fra la religione e l’appartenenza ad una comunità, che è tipica di
tutte le culture antiche, pagane, alla morale cristiana ed infine al diritto
moderno, vuoto, esteriore, formalistico, non osservato altro che per
convenienza; la storia, almeno i due millenni di storia cristiana dell’Europa,
non rappresentano un progresso dello spirito, ma la sua decadenza.
Ben più chiaramente si sarebbero espressi Wagner e Nietzsche. Con
sensibilità di artista, ma che trova piena conferma sul piano storico, il grande
musicista ha compreso l’aspetto fondamentale della questione: il
cristianesimo è un prodotto del mondo mediorientale – semitico che rimane
sostanzialmente estraneo allo spirito europeo, e non c’è che un modo per
superare la “moderna” lacerazione interiore, il conflitto dell’uomo europeo con
se stesso di cui parlava madame De Stael, tornare allo spirito di Sigfrido per
quanto riguarda la Germania, al paganesimo in genere per l’intera Europa:
“Per quanto l’innesto sulle sue radici di una cultura che le è estranea
possa aver prodotto frutti di altissima civiltà, esso è costato e continua a
costare innumerevoli sofferenze all’anima dell’Europa”.
Ancora più esplicito Friedrich Nietzsche, il cristianesimo è negazione degli
istinti vitali, dunque perversione, malattia: occorre capovolgere i valori,
superare i concetti cristiani di bene e di male, tornare ad essere – in una
parola – pagani.
“Noi pochi o noi molti di fede pagana sappiamo oggi cos’è una fede pagana,
raffigurarsi esseri superiori all’uomo ma al di là del bene e del male.
Noi pochi o noi molti di fede pagana crediamo all’Olimpo e non al
crocifisso”.
All’Olimpo od al Walhalla, al pantheon celtico od a quello capitolino
secondo le inclinazioni di ciascuno, non c’è alcun motivo di essere settari.
E’ stato Andrè Gide, mi pare, a dire che senza Nietzsche sarebbero occorsi
ancora secoli per trovare il coraggio di bisbigliare quello che egli ha proclamato
ad voce alta.
Se esaminiamo cosa ha da dirci a questo riguardo il XX secolo, forse uno
dei fatti più significativi è stata la polemica che oppose Henry De Montherland
e Simone Weil, il primo a proclamare la superiorità del paganesimo, la
seconda nel ruolo di avvocato difensore della dottrina del Discorso della
Montagna. La cosa forse più significativa è che campione del paganesimo sia
stato l’intellettuale di estrazione aristocratica ed a difendere la fede nel “dio
inchiodato” la scrittrice di origine ebraica.
I “marrani”, gli ebrei convertiti, le persone di origine ebraica sono in
definitiva i cristiani “migliori”, perché sono gli unici che possono innestare il
cristianesimo senza contraddizione sulle loro radici storiche, culturali e
antropologiche. Papa Pio XII l’aveva affermato con chiarezza, “Con il
cristianesimo siamo tutti diventati spiritualmente semiti”. Non vi è motivo di
metterlo in discussione, loro sono spiritualmente semiti, noi siamo e
rimaniamo europei fino al midollo.
Eppure non è che questo “semitismo spirituale” non possa portare alle
aberrazioni peggiori, compresa quella di ritorcersi in maniera drammatica
contro il popolo ebraico (se non altro per il complesso d’inferiorità nei loro
confronti che esso ispira). Un esempio eclatante è quello del filosofo Martin
Heidegger, da alcuni considerato il più importante filosofo del XX secolo –
forse, ma di certo il più prolisso ed incomprensibile – filosofo cattolico,
educato dai francescani e rimasto legato ad ambienti cattolici per tutta la vita,
e confluito nel nazismo. Perché stupirsene? Un pensiero oppressivo e
totalitario confluisce in un altro pensiero oppressivo e totalitario.
La cosa più interessante di Heidegger dal nostro punto di vista è forse la
Lettera sull’umanesimo nella quale il filosofo cristiano – nazista proclama, ma
forse semplicemente constata, l’incompatibilità fra umanesimo fondato sulla
centralità dell’uomo, sulla fiducia nella ragione, e pensiero cristiano che
sottolinea l’inanità dell’uomo e si affida alla fede. Sono le stesse tematiche – si
noti – recentemente riportate in auge dall’ultimo dei nouveux philosophes
francesi, Emmanuel Levinas che, constatata l’incompatibilità dello spirito
filosofico basato sulla ragione e sulla critica con l’atteggiamento fideistico del
credente, propone in sostanza l’abbandono della filosofia per tornare alla fede
dei padri (dei suoi, non dei nostri, anche perché è evidente fin dal nome che
egli appartiene allo stesso gruppo etnico – culturale di Simone Weil).
Noi pagani, noi europei, figli della filosofia greca, di Roma, della cultura
celtica e di quella germanica, dell’umanesimo e dell’illuminismo, su cosa
scegliere fra una raccolta di testi redatta tre millenni or sono nei deserti
mediorientali ed il libero esercizio della nostra intelligenza, non potremmo
avere dubbi su cosa scegliere nemmeno per una frazione di secondo.
Non ci possiamo stupire nemmeno che oggi “strane” insofferenze verso il
cristianesimo comincino a manifestarsi anche negli intellettuali
dichiaratamente cristiani e cattolici.
Leggete queste righe:
“Il Cristianesimo è stato dirompente rispetto ad ogni ethos" (...). Il
Cristianesimo non ha più radici in costumi tradizionali, in una
polis specifica, in un ethos; non ha più nemmeno una lingua sacra (...). Il
Cristianesimo si rivela essenzialmente sovversivo dell'Antichità e dei suoi
valori; che esso spezza definitivamente i legami fra gli Dei e la società. L'ethos
antico era una religione civile (...). Il Cristianesimo, consumando la rottura
con gli dei della Città, sradica l'uomo”.
Sembrerebbe di leggere Rousseau o Nietzsche, ed invece si tratta di un
brano di un’intervista di Massimo Cacciari, filosofo cattolico, rilasciata a
Maurizio Blondet, altro intellettuale cattolico.
Anche il filosofo europeista Denis De Rougemont sottolinea
l’incompatibilità fra cristianesimo e spirito europeo:
“Nessuna armonia prestabilita tra il profetismo ebraico e la misura greca
(...) Il cristianesimo porta un terzo mondo di valori, poco compatibili con quelli
della saggezza greca e totalmente contrari a quelli di Roma”.
Non basta, naturalmente, che ci si renda conto di tutto ciò, occorre un
passo più in là, cominciare a ridare forma al paganesimo, ed in questa
direzione si sono mossi due dei maggiori intellettuali del XX secolo, Ernst
Junger e Mircea Eliade che nel 1956 hanno dato vita a Bruxelles alla rivista
“Antaios” che prende il nome dal gigante Anteo che riprendeva vita e forze dal
contatto con la terra, che ha avuto l’onore di rappresentare l’Europa nel
Congresso Mondiale delle Religioni Etniche. Alla guida della rivista a del
gruppo di “Antaios” è oggi Christopher Gerard, di cui merita davvero riportare
qualche stralcio di una sua memorabile conferenza tenuta nel 1997:
“Se dovessi definire (molto) rapidamente il Paganesimo in quanto coerente
visione del mondo, direi che esso è fedeltà alla stirpe - considerata nel quadro
di una memoria millenaria (quella che ci "re-ligat" (religio, religione, è appunto
l'atto del religare, collegare - n.d.t.), che ci unisce ai nostri antenati lontani) -
radicamento in un territorio (termine da prendere lato sensu) e apertura
all'infinito. Potrei ugualmente parlare di partecipazione attiva al mondo,
d'equilibrio ricercato fra microcosmo e macrocosmo.
Il Paganesimo è la religione naturale, la religione della natura e dei suoi
cicli, la più antica del mondo perché "nata" - ammesso e non concesso che il
mondo sia mai nato - con lui (…).
I nostri Dei, le nostre Dee non sono morti, per la semplice ragione che
non sono mai nati. Apollo e Dioniso, Cernunno ed Epona, Mithra e Perkunas
sono eternamente presenti al nostro fianco. Citiamo Eraclito (framm. 30): «Il
mondo di fronte a noi - il medesimo per tutti - non lo fece nessuno degli Dei
né degli uomini, ma fu sempre, ed è, e sarà, fuoco sempre vivente, che
divampa secondo misure e si estingue secondo misure». Questo breve
frammento vecchio di venticinque secoli traduce le linee di fondo del pensiero
pagano: eternità del mondo, ciclicità del tempo, comunità dei mortali e degli
Immortali...
Il Paganesimo non è mai potuto morire: perché, a immagine e
somiglianza delle innumerevoli divinità che popolano i suoi innumerevoli
pantheon, esso non è mai nato. Se le sue forme antiche (liturgie, templi...)
hanno ceduto il passo ad altre che pure vi si sono largamente ispirate,
tuttavia restano gli archetipi, che sono essi stessi eterni (...).
Il Paganesimo è soprattutto una conversione dello sguardo, quello che si
rivolge su di un universo del quale noi siamo, insieme alle Dee e agli Dei, una
parte integrante. Per meglio assimilare questa visione pagana, questo sguardo
pagano, dobbiamo liberarci dal modello del "credente" delle religioni
abramiche. Questo termine è realmente privo di senso per un Pagano: egli
non crede, aderisce. Allo stesso modo, egli non si converte ad un'altra
religione, che sarebbe l'unica vera (e che negherebbe ipso facto tutte le altre
perché false, barbare o rozze). Semplicemente, il Pagano ridiviene quello che è
sempre stato, perché l'anima è naturalmente pagana. Anima naturaliter
pagana”.
Sopravvivenze di rituali il cui senso è stato dimenticato? Figure marginali
nella società moderna, “campagnoli” ignoranti e superstiziosi? Ma è di una
parte considerevole della cultura europea degli ultimi cinque secoli che stiamo
parlando!
L’articolo su “Focus” ha ad ogni modo degli aspetti apprezzabili, in primo
luogo quello di parlare almeno delle persecuzioni di cui furono vittime i pagani
a partire dall’editto di Tessalonica del 380 con il quale l’imperatore rinnegato
Teodosio (il continuatore della sciagurata politica di Costantino) mise fuori
legge l’antica religione, persecuzioni di cui non si parla quasi mai, mentre
quelle subite dai cristiani prima del 313 sono per solito enormemente
ingigantite, perché la pura e semplice verità sulla quale gli storici preferiscono
sorvolare, è che il cristianesimo fu imposto prima all’impero romano, poi
all’Europa quasi unicamente con la violenza. Il testo riferisce il giudizio di un
autore pagano, Libanio, che parla degli “uomini vestiti di nero” (i preti) e li
definisce “più voraci degli elefanti”, tuttavia tutto ciò è ancora molto poco, e
per rendersene conto, basta fare una visita sul sito dell’U.A.A.R. (Unione Atei,
Agnostici, Razionalisti), i cui punti di vista possiamo non condividere, ma che
hanno fatto un lavoro eccellente di documentazione sulle atrocità cristiane, e
che ci permettono di scoprire che non soltanto la Chiesa cattolica antica
fiancheggiata da quello spregevole rinnegato che fu l’imperatore Tedosio, ha
distrutto templi, statue degli dei, luoghi di culto con una frenesia selvaggia,
ma che ha fatto decine di migliaia di vittime, tantissimi leali cittadini
dell’impero messi a morte perché colpevoli di continuare a seguire la religione
dei padri, e leggendo l’elencazione della lunga fila di orrori, si stenta a capire
dove sia (ammesso che ve ne sia una) la differenza tra cristianesimo e
nazismo, nonché comunismo (ma non una cosa all’acqua di rose, quello di
Stalin e di Pol Pot, per intenderci). Nella loro frenesia sanguinaria, gli
inquisitori di Teodosio arrivarono al punto di massacrare bambini che si
erano messi a giocare con i frammenti delle statue abbattute degli dei.
L’elencazione delle atrocità compiute potrebbe essere molto lunga, ed
annoiare, come annoiano gli elenchi di cifre. Per comprendere di quale natura
fosse il pugno di ferro cristiano che cristianamente strangolò la civiltà
romana, forse è meglio citare un solo caso emblematico per tutti, quello di
Ipazia. Ipazia era una donna che insegnava filosofia ad Alessandria d’Egitto,
ed agli occhi dei cristiani aveva due imperdonabili colpe, quella di essere
pagana e di essere una donna che osava occuparsi di una cosa
tradizionalmente riservata agli uomini, come la filosofia. Il cristianesimo di
allora non era meno maschilista e misogino di quello di oggi, o dell’islam. Nei
testi di storia di filosofia ci si limita a raccontare che Ipazia fu linciata da una
folla di cristiani, lasciando intendere una reazione magari brutale ma non
premeditata da parte di una folla isterica. Le cose andarono in maniera un po’
diversa: mentre se ne andava per strada per i fatti suoi, fu sequestrata da una
squadraccia cristiana e trascinata a forza nel duomo di Alessandria, dove alla
presenza del vescovo che aveva organizzato tutta la faccenda, le fu intentato
un processo farsa, quindi fu linciata dai fedeli presenti, il suo corpo fu fatto a
pezzi, ed i suoi resti furono buttati in un immondezzaio. La lezione certamente
servì, passarono parecchi secoli prima che le donne osassero ricominciare a
pensare con la loro testa, ma se un giorno fosse possibile chiamare i cristiani
a rispondere delle atrocità commesse nei secoli in nome del loro Dio, allora si
che ne vedremmo delle belle.
Oggi le Chiese cristiane, a cominciare da quella cattolica, tendono a
presentarsi come la quintessenza della mitezza e della bontà, si tratta di un
atteggiamento falso, dettato dal fatto che il cristianesimo è in difficoltà, sta
perdendo rapidamente credibilità e potere, e che fida sull’ignoranza della
storia da parte della gente comune.
L’articolo cita in apertura un episodio storico poco noto, che rappresentò la
sconfitta definitiva dello stato romano, del paganesimo, della civiltà classica
da parte della coalizione (equazione) cristianesimo – barbarie, un episodio che
fa capire molte cose, al punto che non c’è proprio da stupirsi del fatto che il
più delle volte i testi di storia non ne facciano menzione. Nel 394 le truppe
dell’imperatore d’oriente, l’ineffabile Teodosio, venute ad invadere l’Italia e ad
imporre, come d’abitudine, il cristianesimo con la violenza al riluttante impero
occidentale, si scontrarono sul fiume Frigido, oggi Vipacco nei pressi di
Gorizia con quelle dell’impero d’occidente al comando dell’imperatore Eugenio,
e disgraziatamente vinsero.
Le ragioni per sottacere quest’episodio da parte della pubblicistica
cristiana sono molte: innanzi tutto, vediamo che ottant’anni dopo l’editto di
Milano di Costantino, vi era ancora chi era disposto a prendere le armi in
difesa dell’antica religione, che la restaurazione del paganesimo non era stata
una “fissazione” del solo Giuliano, ma rispondeva al bisogno di riportare
l’impero ad una situazione di normalità.
Una cosa che Costantino aveva capito benissimo e che Teodosio sapeva
alla perfezione, era che non esisteva nessuna compatibilità possibile fra lo
stato romano, i valori di Roma ed il cristianesimo. Nel momento stesso in cui
si era impadronito dell’impero, Costantino aveva iniziato lo smantellamento
dello stato romano a favore della costituzione di una tirannide sacrale basata
sulla nuova religione, collocata in oriente e che si rifaceva allo stesso modello
dispotico che si era sviluppato per secoli all’ombra delle piramidi e delle
zigurrat, spostando il centro nevralgico dell’impero sul Bosforo dove iniziò
l’edificazione della nuova capitale che da lui prese il nome, Costantinopoli. In
questa prospettiva l’occidente, l’Italia, le Gallie, l’Iberia, la Britannia non
divenivano altro che una terra occupata, una preda bellica dalla quale
saccheggiare più risorse possibili nel minor tempo possibile. Quello che
Giuliano ed Eugenio cercarono di fare restaurando il paganesimo, in definitiva
non era che salvare l’impero. Che il cristianesimo fosse portatore di valori (o di
disvalori) totalmente contrari a quelli di Roma non lo dico io, ma un filosofo
come De Rougemont. Ciò che la storia ci dimostra con chiarezza solare, era
che se c’era un’utopia irrealizzabile era proprio quella di un impero romano
cristiano, della conciliazione fra romanità e cristianesimo, infatti l’impero
orientale era destinato a trasformarsi rapidamente in una realtà “bizantina”
che di romano non conservava nulla, e l’impero d’occidente, privato del suo
nerbo e della sua anima, a dissolversi rapidamente.
Un altro punto che ho appreso con estremo interesse e, sono sincero, con
una punta di commozione, è che in difesa dell’Occidente si schierarono quel
giorno sul Vipacco legionari reclutati in Italia ed in Gallia, mentre Teodosio
schierava un’accozzaglia di mercenari barbari: Visigoti, Alani, Vandali,
persino Unni. Da un lato le ultime vere legioni di Roma che, contrariamente a
quanto ci è dato spesso ad intendere, non scomparvero nel nulla senza aver
combattuto la loro ultima battaglia, dall’altro una torma di mercenari che
sembra quasi la prefigurazione di quelle plebi “mondialiste” che oggi
assediano l’Europa ed alle quali le Chiese cristiane vorrebbero che
spalancassimo le porte e le braccia fino ad essere sommersi, fino alla
completa sparizione dell’homo europeus, rivelando così che il fondo anti –
europeo del cristianesimo è sempre vivo.
Nell’editoriale del direttore di “Focus” Sandro Boeri c’è un commento a
quest’articolo. Vandali e Unni hanno ancora oggi una pessima fama, eppure
furono loro a determinare la definitiva vittoria del cristianesimo. Dovremmo
essergliene grati? Dovremmo essere loro grati di aver distrutto la maggiore
civiltà del mondo antico e di aver assicurato all’Europa un millennio di
barbarie e di oscurità sotto il segno opprimente della croce?
Un altro punto, che non si legge senza commozione, è che i legionari
schierati quel giorno sul Vipacco in difesa della civiltà e del paganesimo
contro i “crociati” cristiani e barbari, erano italici e gallici. Per un lungo lasso
della storia antica, romanità e celtismo hanno vissuto di antagonismo
reciproco, e la convivenza fra i due non è stata certo facile dopo la conquista
romana delle Gallie, eppure eccoli lì, schierati insieme quel giorno, nell’ultima
difesa della civiltà antica. Al disopra della contrapposizione fra l’uno e l’altra
risalta la comune appartenenza al mondo pagano ed europeo.
I legionari romano – gallici si comportarono bene quel giorno, e senza un
seguito di circostanze davvero sfortunate avrebbero inflitto all’accozzaglia
barbarica l’ennesima sconfitta. Due circostanze davvero sfortunate volsero
l’esito dello scontro a favore dei “crociati” barbari di Teodosio: un reparto dei
difensori che avrebbe dovuto aggirare e prendere alle spalle le posizioni dei
“crociati” tradì per denaro e passò al nemico, ma soprattutto si levò il vento, la
micidiale bora, che ributtava loro addosso le frecce dei difensori e dava più
slancio a quelle dei nemici.
Ammettere la sconfitta non è disonorevole, quando essa non è imputabile a
mancanza di valore, nella storia vi sono alcune sconfitte nelle quali il valore
sfortunato brilla più di quello premiato dal fato di tante vittorie, le Termopili,
El Alamein, il quadrato della Vecchia Guardia che “muore ma non si arrende”
a Waterloo.
Ciò che conta è saper trarre esempio da esse per maturare dentro di noi la
determinazione che alla fine è destinata a vincere.
http://www.bibrax.org/celti_neoceltismo/pagani.pdf




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