La descrizione di Apollo richiede stile sublime: un'elevazione al di sopra di tutto ciò che è umano.
WINCKELMANN
Apollo accanto a Zeus è il dio greco più significativo. Su questo punto non vi può esser dubbio alcuno neppure in Omero.
Infatti è impossibile immaginare che egli possa comparire senza dar prova della sua superiorità. Le sue manifestazioni sono in più di un caso veramente grandiose. Risuona la mae-stà della sua voce al par di tuono allorché ordina a Diomede di arrestarsi (Iliade, 5, 440). I suoi incontri con potenti o pro-tervi assurgono a simbolo della caducità di tutti gli esseri ter-reni, anche dei più grandi, di fronte alla divinità. Finché du-rerà nell'uomo il senso del divino, non si potrà leggere senza sentirsi intimamente scossi come intralciò l'azione di Patro-clo, per finire nel bei mezzo della pugna col lasciarlo trucida-re {Iliade, 16, 788 sgg.). Già presentiamo che anche il grande Achille, il più illustre degli eroi, cadrà dinanzi a lui. Il cavallo parlante Xanto lo chiama «il più forte degli dèi» (Iliade, 19, 413), a proposito di questi due grandi destini.
La grandiosità dell'Apollo omerico è nobilitata dall'eleva-tezza dello spirito. E così pure gli artisti delle epoche posto-meriche fecero a gara a riunire nella sua immagine tutto quanto di più alto, glorioso e ad un tempo luminoso si possa pensare. Indimenticabile, per chiunque lo abbia visto una vol-ta, è l'Apollo del tempio di Zeus in Olimpia. L'artista vi fissò un attimo d'insuperabile grandiosità: in mezzo alla mischia tumultuante appare improvviso il dio; il suo braccio teso ordi-na tregua. Dal suo viso traluce nobiltà, i suoi grandi occhi si impongono con la sublimità della pura contemplazione; ma intorno alle labbra nobili e forti si muove il fine tratto quasi malinconico di un sapere superiore. L'apparizione del divino in mezzo alla brutalità e alla confusione di questo mondo non può venir rappresentata in modo più commovente. Anche le altre sue immagini lo caratterizzano per la maestà del conte-gno e del movimento, per la potenza dello sguardo, per la lu-minosità e libertà che si accompagna al suo apparire. Nei trat-ti del suo viso forza virile e chiarezza si uniscono allo splendo-re della sublimità. E la gioventù nella sua più fresca fioritura e purezza. I poeti vantano la sua capigliatura ricciuta, che già la più antica lirica chiamava aurea. L'arte figurativa lo rappre-senta quasi sempre imberbe e mai seduto, ma ritto o nell'atto del camminare.
La sua figura ricorda assai quella di Artemide, nella quale tutto ciò ricompare, ma in forma femminile; infatti queste due divinità sono da tempi antichissimi strettamente unite, così che vogliamo da principio considerarle insieme.
Il mito chiama Apollo e Artemide fratelli. Non sappiamo quale fu l'origine di questo accostamento. Ma le loro figure storiche sono così rassomiglianti, come solo fratello e sorella possono esserlo. E quanto più si penetra in fondo alla loro na-tura, tanto più significativa si fa questa rassomiglianza. Ciò che pare separarli si dimostra ben presto essere solo la neces-saria differenza di sesso, poiché essi si svelano infine come le due facce di un essere divino, le somiglianze e dissomiglianze delle quali formano nel più prodigioso ed espressivo dei mo-di un mondo intero.
Apollo e Artemide sono i più sublimi dèi della Grecia. Ce lo dice il loro manifestarsi, ossia come li hanno visti poesia e ar-te figurativa. Della loro posizione privilegiata nel circolo dei Celesti rende già testimonianza il predicato di purezza e sa-certà che è loro proprio. Secondo Plutarco e altri, Febo si-gnifica «puro» e «sacro», e senza dubbio essi colgono nel se-gno. E così pure Eschilo e altri poeti dopo di lui interpretaro-no ugualmente questo nome, che usarono la stessa parola per caratterizzare i raggi del sole o l'acqua. Questo nome era già così familiare anche a Omero, che egli chiama il dio non solo Apollo Febo, bensì anche solamente Febo. Artemide è l'unica fra tutte le divinità celesti che Omero onora coli'aggettivo di àTi, il quale significa ad un tempo sacro e puro. Lo stesso predicato usano Eschilo e Pindaro per Apollo. Entrambe le divinità hanno qualcosa di misterioso, d'inawicinabile, che incute rispetto. Arcieri entrambi, e invisibili, colpiscono da enormi distanze, e il saettato si spegne senza soffrire, col sor-riso della vita sulle labbra. Artemide è la sempre lontana. Ama le solitudini delle selve e dei monti, si trastulla con le belve. Chi le è devoto coglie per lei ghirlande « sulle praterie imma-colate, ove il pastore non osa far pascolare le greggi, ove non giunse l'asprezza del ferro e solo le api passano sciamando a primavera, qui domina Pudicizia che l'irrora della rugiada del puro elemento» (Euripide, Ippolito, 75 sgg.). Tutto il suo mo-do di essere è distacco, limpidissimo esimersi. Ed è proprio dell'indole di Apollo lo stare in disparte. Si credeva a Delfì, a Delo e in altri luoghi di culto ch'egli si ritirasse per una parte dell'anno in misteriose lontananze; che se ne andasse col principiare dell'inverno per tornarsene solo in primavera sa-lutato da canti sacri. A Delo si riteneva che nei mesi invernali egli si trattenesse in Licia (cfr. Servio, Commento all'Eneide, 4, 143). Il mito delfico indica quale luogo del suo soggiorno il favoloso paese degli Iperborei, sul quale anche a Delo si fan-tasticò assai sin dai tempi antichi. «Ne nave ne viandante vi può approdare» (Pindaro, Pitiche, 10, 29). Colà abita il popo-lo sacro, che non conosce malattia ne vecchiaia, al quale sono ignote fatiche e lotte. Si diletta Apollo nei giorni in cui si ce-lebrano le sue feste e gli si offrono i sacrifici; tutt'intorno a lui è un mormorio di cori virginali, è un risuonare di lire e flauti, mentre il lauro lucente cinge il capo dei lieti banchettanti (Pindaro, Pitiche, 10, 31 sgg.). Una volta Atena vi condusse Perseo, quando egli doveva uccidere la Gorgone (Pindaro, Pi-tiche, 10, 45). All'infuori di lui solo gli eletti di Apollo videro il paese favoloso. Il profeta e mago Abari, proveniente da colà quale messo di Apollo, portò in giro per tutta la terra lo strale del dio (Erodoto, 4, 36. Secondo una versione testimoniata piuttosto tardi, ma certo originaria, Abari non portò lo strale, ma volò su di esso per tutti i paesi; cfr. H. Frànkel, De Simia Rhodio, Góttingen, 1915, p. 35). Aristea «figliolo di Caustor-bio, uomo proconnesio, dice nei suoi carmi epici essere per-venuto agli Issedoni, ispirato da Febo: e sopra gli Issedoni abi-tare gli Arimaspi, uomini monocoli, e sopra questi i Grifi, cu-stodi dell'oro, e più oltre gli Iperborei» (Erodoto, 4, 13). Era a Delo che, secondo Erodoto 4, 33 sgg., si potevano sentire molte cose sugli Iperborei, poiché là giungevano ambascerie e offerte da quel magico e lontano paese. Se ne trovano cenni in Esiodo e nell'epos degli epigoni, ma non in Omero. Ma non c'è bisogno di spendere parole per dimostrare che la rap-presentazione di queste contrade luminose deve essere anti-chissima. Colà esisteva «l'antico giardino di Febo», come dice Sofocle in una tragedia andata smarrita (fr. 870 Nauck = 956 Radt). Colà spariva Apollo ogni anno, da là ritornava ogni an-no, quando tutto fioriva, accompagnato dai suoi cigni. Alceo ne cantò in un inno ad Apollo purtroppo perduto, che cono-sciamo però attraverso Imerio (Orazioni, 14, 10 = 48, 121 Co-lonna) : allorquando Apollo nacque, Zeus gli donò un carro di cigni, sul quale però egli andò non a Delfì ma dagli Iper-borei; gli abitanti di Delfì lo invocarono con canti, ma egli ri-mase un anno intero presso gli Iperborei, finché a suo tempo fece prendere ai suoi cigni la via di Delfì. Era estate e gli usi-gnoli cantavano per lui, e le rondini e le cicale; spumeggiava argenteo il fonte castalio e il Cefiso era gonfio di torbide on-de. Così si esprime Alceo. Fu questa la prima venuta del dio; ritornò poi regolarmente con la stagione calda portando con sé canti e vaticini.
Questo suo allontanarsi è per la natura di Apollo estrema-mente importante. Se lo paragoniamo ad Atena, se ne vede immediatamente la grande differenza essenziale. Mentre ella è sempre prossima, egli è distaccato. Non accompagna nessun eroe quale amico fedele, sempre pronto ad aiutare e consigliare. Non è, come Atena, spirito dell'immediatezza, del prudente ed efficace dominio sull'attimo. I suoi eletti non sono uomini d'azione.



Ti, il quale significa ad un tempo sacro e puro. Lo stesso predicato usano Eschilo e Pindaro per Apollo. Entrambe le divinità hanno qualcosa di misterioso, d'inawicinabile, che incute rispetto. Arcieri entrambi, e invisibili, colpiscono da enormi distanze, e il saettato si spegne senza soffrire, col sor-riso della vita sulle labbra. Artemide è la sempre lontana. Ama le solitudini delle selve e dei monti, si trastulla con le belve. Chi le è devoto coglie per lei ghirlande « sulle praterie imma-colate, ove il pastore non osa far pascolare le greggi, ove non giunse l'asprezza del ferro e solo le api passano sciamando a primavera, qui domina Pudicizia che l'irrora della rugiada del puro elemento» (Euripide, Ippolito, 75 sgg.). Tutto il suo mo-do di essere è distacco, limpidissimo esimersi. Ed è proprio dell'indole di Apollo lo stare in disparte. Si credeva a Delfì, a Delo e in altri luoghi di culto ch'egli si ritirasse per una parte dell'anno in misteriose lontananze; che se ne andasse col principiare dell'inverno per tornarsene solo in primavera sa-lutato da canti sacri. A Delo si riteneva che nei mesi invernali egli si trattenesse in Licia (cfr. Servio, Commento all'Eneide, 4, 143). Il mito delfico indica quale luogo del suo soggiorno il favoloso paese degli Iperborei, sul quale anche a Delo si fan-tasticò assai sin dai tempi antichi. «Ne nave ne viandante vi può approdare» (Pindaro, Pitiche, 10, 29). Colà abita il popo-lo sacro, che non conosce malattia ne vecchiaia, al quale sono ignote fatiche e lotte. Si diletta Apollo nei giorni in cui si ce-lebrano le sue feste e gli si offrono i sacrifici; tutt'intorno a lui è un mormorio di cori virginali, è un risuonare di lire e flauti, mentre il lauro lucente cinge il capo dei lieti banchettanti (Pindaro, Pitiche, 10, 31 sgg.). Una volta Atena vi condusse Perseo, quando egli doveva uccidere la Gorgone (Pindaro, Pi-tiche, 10, 45). All'infuori di lui solo gli eletti di Apollo videro il paese favoloso. Il profeta e mago Abari, proveniente da colà quale messo di Apollo, portò in giro per tutta la terra lo strale del dio (Erodoto, 4, 36. Secondo una versione testimoniata piuttosto tardi, ma certo originaria, Abari non portò lo strale, ma volò su di esso per tutti i paesi; cfr. H. Frànkel, De Simia Rhodio, Góttingen, 1915, p. 35). Aristea «figliolo di Caustor-bio, uomo proconnesio, dice nei suoi carmi epici essere per-venuto agli Issedoni, ispirato da Febo: e sopra gli Issedoni abi-tare gli Arimaspi, uomini monocoli, e sopra questi i Grifi, cu-stodi dell'oro, e più oltre gli Iperborei» (Erodoto, 4, 13). Era a Delo che, secondo Erodoto 4, 33 sgg., si potevano sentire molte cose sugli Iperborei, poiché là giungevano ambascerie e offerte da quel magico e lontano paese. Se ne trovano cenni in Esiodo e nell'epos degli epigoni, ma non in Omero. Ma non c'è bisogno di spendere parole per dimostrare che la rap-presentazione di queste contrade luminose deve essere anti-chissima. Colà esisteva «l'antico giardino di Febo», come dice Sofocle in una tragedia andata smarrita (fr. 870 Nauck = 956 Radt). Colà spariva Apollo ogni anno, da là ritornava ogni an-no, quando tutto fioriva, accompagnato dai suoi cigni. Alceo ne cantò in un inno ad Apollo purtroppo perduto, che cono-sciamo però attraverso Imerio (Orazioni, 14, 10 = 48, 121 Co-lonna) : allorquando Apollo nacque, Zeus gli donò un carro di cigni, sul quale però egli andò non a Delfì ma dagli Iper-borei; gli abitanti di Delfì lo invocarono con canti, ma egli ri-mase un anno intero presso gli Iperborei, finché a suo tempo fece prendere ai suoi cigni la via di Delfì. Era estate e gli usi-gnoli cantavano per lui, e le rondini e le cicale; spumeggiava argenteo il fonte castalio e il Cefiso era gonfio di torbide on-de. Così si esprime Alceo. Fu questa la prima venuta del dio; ritornò poi regolarmente con la stagione calda portando con sé canti e vaticini.
Rispondi Citando



