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Discussione: Ugo Spirito

  1. #1
    Guido Keller
    Ospite

    Predefinito Ugo Spirito

    Ugo Spirito nacque ad Arezzo il 9 settembre del 1896 e si laureò in giurisprudenza nel 1918 ed in filosofia nel 1920. In origine Spirito era stato educato nel positivismo, discepolo del socialista Enrico Ferri e studioso di antropologia criminale e sociologia criminale. Allievo dell’economista liberale Maffeo Pantaloni, si accorse dei limiti di una metafisica che rivelava la superficialità dei suoi presupposti e dei suoi principi informatori. Discepolo più brillante ed autonomo, dal 1918, del filosofo Giovanni Gentile, visse in prima persona quella stagione intellettuale che fu il neoidealismo all’indomani della prima guerra mondiale, quando la critica all’intellettuale neutrale in politica portò Gentile ed i suoi uomini ad impegnarsi nell’arena italiana. Nel 1920 fu redattore, poi segretario di redazione del gentiliano “Giornale Critico della Filosofia Italiana”, di filosofia del diritto, e dell’Enciclopedia Italiana per la Filosofia, l’Economia e Diritto, di cui, poi, divenne direttore.
    Fu fondamentale nel suo pensiero concepire il soggetto umano come espressione del mondo, naturale e sociale, in cui è inserito. Sulla base di tale presupposto, si può considerare l’uomo libero, responsabile, consapevole di sé e delle proprie azioni: “autocosciente”? La risposta a questa questione fu trovata nell’attualismo di Gentile, che aveva dialetticamente risolto la realtà tutta nell’unità dell’autocoscienza, perché l’uomo non può conoscersi e possedersi se non conoscendo e possedendo al tempo stesso il complesso della realtà in cui è integrato, perché staccato da ciò tutto diviene pura astrazione. Il presupposto scientifico e l’esigenza filosofica della conoscenza e del possesso del tutto, sembravano fondersi nell’attualismo.
    A partire dal 1924 Spirito si avvicinò a Giuseppe Bottai, collaborando con “Critica Fascista”. Scrisse le prime opere: “Il pragmatismo nella filosofia contemporanea” del 1921, “Storia del diritto penale italiano” del 1925, “Il nuovo diritto penale” del 1929, “Scienza e filosofia” del 1933”.
    Nel 1927 insieme ad Arnoldo Volpicelli cofondò e condiresse la rivista dei “Nuovi studi di diritto, economia e politica”, che durò fino al 1935. Tra il 1926 ed il 1935 Spirito produsse saggi e note critiche al problema del corporativismo, come “La Critica dell’Economia liberale” nel 1930, “I Fondamenti dell’Economia Corporativa” del 1932, “Capitalismo e corporativismo” del 1933, “Il pian de Man e l’economia mista” del 1935. Spirito insegnò tra il 1932 ed il 1935 Politica ed Economia corporativa all’Università di Pisa; nel 1935-6 lasciò quella cattedra per l’insegnamento di filosofia e storia della filosofia all’Università di Messina, nel 1936-8 insegnò all’Università di Genova, come ordinario di Filosofia teoretica, poi all’Università di Roma di cui fu professore emerito dal 1938, prima alla facoltà di magistero e dal 1952 alla facoltà di lettere e filosofia. Risolse l’attualismo in problematicismo, da tale posizione, cioè dalla riconosciuta impossibilità di risolvere adeguatamente i grandi problemi filosofici, ricavò il precetto “non giudicare”, la norma etica di comprendere gli altri, di intendere la vita come amore.
    Constatata la contraddittorietà di tutte le tesi metafisiche occidentali, sostenne il “problematicismo”, per cui unico atteggiamento possibile per l’uomo moderno era quello di una ricerca continua e di un’accettazione di punti di vista differenti (onnicentrismo). Il problematicismo è cosciente di tale contraddizione ed aspira ad annullare in una più immediata fruizione della vita intesa come “ricerca”, come “arte”, come “amore”, nella rinunzia ad ogni giudizio e nel riconoscimento delle centralità di ogni cosa, di ogni punto dell’universo ,ovvero l’onnicentrismo.
    Il problematicismo era la tendenza della filosofia contemporanea a considerare come non definitiva alcuna posizione filosofica, a negare ogni valore al sapere metafisico-dogmatico.
    Per Ugo Spirito il problematicismo era la logica conclusione dell’attualismo gentiliano, che, dopo aver criticato ed eliminato ogni metafisica dogmatica, critica anche se stesso, e pur negando ogni possibilità risolvere adeguatamente i grandi problemi filosofici, non rinuncia alla ricerca, ne sente anzi tutte le profonde esigenze (“Il problematicismo” nel 1948).
    Nel saggio “Giovanni Gentile”, edito da Sansoni in Firenze nel 1969, analizzò gli scritti di e su Gentile e sul suo pensiero tra il 1918 ed il 1968, specie nelle fasi del rapporto con Gentile, suo maestro. La concezione metafisica, religiosa, del giudizio su Marx , il rapporto con Benedetto Croce, la riforma della scuola, la teoria dell’umanesimo del lavoro, il problema del fascismo e del corporativismo.
    Spirito cercava nella filosofia i fondamenti speculativi di discipline come il diritto penale e l’economia politica, che non aveva trovato nelle interpretazioni dei giuristi ed economisti. Gentile dal 10 gennaio 1918 con le sue lezioni di filosofia all’Università di Roma gli aveva aperto nuovi orizzonti, per cui Spirito ebbe una trasformazione radicale del suo pensiero e del modo di concepire la vita. La visione storica del Gentile, il richiamo al pensiero dei classici, la forza logica dell’argomentazione ed il pathos di una fede speculativa profondamente vissuta, lo elevarono ad un nuovo piano critico con ampie prospettive e con criteri di giudizio essenzialmente diversi. Un rinnovamento radicale della cultura italiana operato dal neoidealismo, vera illuminazione. Attualista ortodosso per circa un decennio, sicuro ed intransigente nel testo “L’idealismo italiano e i suoi critici”, edito da Le Monnier di Firenze nel 1930. Il passaggio dall’attualismo ortodosso alle prime riserve critiche si affermò insensibilmente e senza vera consapevolezza. La prima differenziazione risale alla fondazione della rivista “Nuovi Studi di diritto, economia e politica” nel 1927, in cui cominciò a profilarsi la tesi della identificazione di scienza e filosofia, ed in cui il nuovo modo di considerare la scienza diede i suoi frutti. L’unità di filosofia e scienza in cui l’universale si coglie solo nella vita del particolare attraverso un unico processo conoscitivo che va dal particolare all’universale e dall’universale al particolare.
    Il processo di revisione critica si accentuò, col distacco ne’ “La vita come ricerca”, edito da Sansoni a Firenze nel 1937, con cui Spirito prese congedo dall’attualismo e diede inizio al problematicismo, contro cui Gentile reagì duramente, con una rottura perché Spirito ravvisò una grave contraddizione in Gentile, consistente nell’ipostatizzare la dialettica come essenza della realtà, facendone il congetturato non dialettizzabile di tutto il sistema.
    Prese atto della radicale antinomicità del reale, riconoscendo che l’uomo non possiede l’autocoscienza assoluta ( la soluzione di tutte le antinomie), ma vive in una condizione di ricerca, tormento, tensione verso l’assoluto, senza poterne mai conseguire il possesso. Scienza e filosofia ridiventarono termini distinti: dove per “scienza” s’intendeva l’esperienza della ricerca nelle sue forme; e per “filosofia” si indica unicamente l’autocoscienza assoluta dell’attualismo, intesa come la meta ideale di ogni ricerca, da raggiungersi in un futuro soltanto più ipotetico. Questo, appunto, quel “problematicismo” che condusse progressivamente le posizioni dell’attualismo al loro radicale capovolgimento.
    Più tardi, il contrasto con Gentile si attenuò e fu pubblicata “La vita come ricerca” e “La vita come arte”, edito da Sansoni nel 1941, nei quali il giudizio sull’opera di Gentile fu più dialettico. Nel 1944 la polemica si estinse. Spirito ebbe l’esigenza di un nuovo esame della posizione speculativa del Gentile, specie dopo la sua morte, quando la preoccupazione dominante divenne la comprensione del significato storico dell’attualismo e di un riavvicinamento progressivo ai principi informatori della filosofia di Gentile. Il riavvicinamento fu segnato dal riconoscimento esplicito di dovere a Gentile l’esigenza fondamentale dell’identificazione di scienza e filosofia ed il primo avvio alla concezione della metafisica come scienza.
    Come si è detto, Spirito aveva pubblicato nel 1930 per l’editore Sansoni il libro “Il Corporativismo”, che riuniva i tre libri che Spirito aveva scritto sull’argomento negli anni intorno al 1930 e nel periodo di vita di “Nuovi Studi di diritto, economia e politica”, ossia: “Dall’economia liberale al corporativismo (critica dell’economia liberale)”, edito dal socialista ebreo Treves di Milano nel 1930, “I Fondamenti dell’economia corporativa”, “Capitalismo e Corporativismo”. Il lettore non doveva essere condizionato dal confronto tra passato e presente, ma dal significato originario che gli diede l’autore.
    Spirito – ed è questa la sua lezione politica ancora attuale - capì che le potenzialità rivoluzionarie del Fascismo sarebbero state frustrate senza il profilarsi di una effettiva soluzione di continuità rispetto al passato liberale. Tale frattura si doveva verificare rimettendo in discussione il modello di produzione capitalistico e borghese: con l’interesse per la critica all’economia classica, che caratterizzò la sua riflessione durante l’intero Ventennio fascista. Al II convegno di studi sindacali e corporativi di Ferrara, nel maggio del 1932, la critica al dualismo di classe insito nel modello capitalistico vide Spirito relatore e difensore, nonché formulatore della teoria e della costruzione utopistica dell’istituto della “ corporazione proprietaria”, ovvero del corporativismo comunista o, meglio, socializzatore che assegnava la proprietà dei mezzi di produzione non al privato, ma alla corporazione.
    L’economia corporativa del fascismo fu interpretata come via alla trasformazione della proprietà privata in proprietà pubblica (corporazione proprietaria). Per superare la contraddizione di un sistema economico oscillante tra anarchia produttiva e dirigismo statale, elaborò la proposta della “corporazione proprietaria”, cioè la trasformazione in corporazione della grande società anonima. Il superamento dell’antagonismo tra datori di lavoro e lavoratori sarebbe dovuto avvenire attraverso una fusione ed una integrazione reciproca fra capitale e lavoro, con il passaggio del capitale dagli azionisti ai lavoratori, ora divenuti proprietari della parte loro spettante. La sua teoria, che aveva fra i suoi presupposti la risoluzione del sindacalismo nel corporativismo integrale, con la sua sostanziale soppressione, suscitò violente reazioni, venne accusata di tendenze “bolscevizzanti”. Realizzandosi così la fusione di capitale e lavoro, sarebbe divenuta inutile la presenza delle associazioni di categoria (dei lavoratori come dei datori di lavoro) e si sarebbe proceduto verso una completa identificazione tra l’individuo e lo Stato. Spirito fu attaccato sia da destra – dal fascismo moderato, dagli industriali, dai nazionalisti, dai conservatori – con l’accusa di bolscevismo, sia dalla sinistra sindacale, che lo tacciò di scarsa sensibilità sociale e di utopismo. Ebbe una polemica accademica non politica con Cesare Maria De Vecchi, ma i rapporti tra il filosofo ed il regime restarono buoni.
    Vicino a Bottai fino allo scoppio della seconda guerra mondiale, Spirito tentò a più riprese di rivitalizzare gli studi corporativi, fino a riproporli in chiave internazionale con “Guerra rivoluzionaria”: un saggio scritto nel 1941, ma la cui pubblicazione fu bloccata da Mussolini, che considerava la prospettiva di Spirito eccessivamente filo-tedesca. Nel testo, Spirito tracciava un quadro senza compiacenze dei rapporti di forze esistenti fra gli Alleati contro l’Asse, e non nascondeva la delusione per la mancata alleanza delle tre potenze totalitarie, Italia,Germania,U.R.S.S., contro le demoplutocrazie internazionali.
    Allontanatosi da Bottai per la conversione del gerarca al cattolicesimo, Spirito individuò in Camillo Pellizzi, presidente dell’Istituto Nazionale di Cultura fascista, il proprio referente politico e culturale. Spirito già negli anni trenta aveva sviluppato la sua filosofia politica partendo dallo studio critico dell’economia liberale, passando all’economia programmatica ed alla teoria del corporativismo.
    Il fallimento politico (e militare) della sua nuova impostazione comunistica o socializzatrice lo spinse a riconoscere la frattura fra universale e particolare: ogni volta che il pensiero tentava di definire il tutto si trovava obbligato a trascenderlo e a renderlo parte della realtà che si sottraeva alla definizione.
    Nel secondo dopoguerra l’adesione ad un comunismo intransigente ed antiborghese lo portò a scrivere nel 1964 “Dal Corporativismo comunista al Comunismo scientifico”, edito da Lacaita a Manduria (TA), nel 1965 “Il Comunismo”. Con la riedizione dei libri “Corporativismo” ed “Il Comunismo”, nel 1970 per Sansoni, si contemplò la finitura della costruzione comunista del corporativismo di Ugo Spirito, ovvero 40 anni di studio sull’evoluzione della dottrina marxista da Marx ad oggi e delle ideologie dominanti dell’epoca moderna e contemporanea ( liberalismo, totalitarismo, democrazia, socialdemocrazia, capitalismo). Studiò i rapporti tra cristianesimo e comunismo, nei loro punti di convergenza, divergenza, incompatibilità. Viaggiò nei Paesi comunisti d’oltre cortina, nell’U.R.S.S., dagli Urali alle terre vergini, nella Cina popolare da Pechino a Canton. Valutò criticamente le possibilità teoriche e pratiche del comunismo internazionale, concluse il tentativo di previsione circa lo sviluppo ulteriore dei vari regimi politici e delle varie ideologie in conflitto.
    Organizzò gli scritti tra il 1966 ed il 1969, quelli sulla rivista “Nuovi Studi di diritto, economia e politica” ed il libro “L’Economia programmatica”edito dalla Scuola di Scienze corporative dell’Università di Pisa nel 1932 e da Sansoni di Firenze. Sui contenuti della sua nuova speculazione vi furono ampie ed aspre reazioni accademiche, in difesa di quei principi classici del liberalismo già esaminati da Ugo Spirito in “La critica dell’economia liberale”, edito da Treves di Milano nel 1930. Altra reazione ampia fu nell’ambito scientifico e politico, come la reazione alla corporazione proprietaria presentata al convegno di Ferrara del 1932 (riprodotta, poi, in “Capitalismo e corporativismo”, 3° edizione Sansoni, Firenze). Nel 1946 al Congresso Internazionale di Filosofia di Roma tenne la relazione su “Il pensiero italiano di fronte al materialismo storico”. L’interesse per il marxismo dilagò in Italia e così pure i successi bellici e postbellici dell’U.R.S.S. lo interessarono criticamente sulla natura e sulla possibilità del Comunismo. Le informazioni e le lettere internazionali, di tentare l’esperienza diretta di quei regimi informati alla ideologia rivoluzionaria. I suoi viaggi nell’U.R.S.S., in Polonia, nella Cina popolare, gli allargarono gli orizzonti e gli fecero considerare il problema sotto diverse prospettive ed in maniera non solo teorica. “Il Comunismo” riepilogò i tre precedenti libri: “La Filosofia del Comunismo”(1948), “Cristianesimo e comunismo”(1958), “Comunismo russo e comunismo cinese” (1962). Un saggio del 1970 “Dalle rivoluzioni politiche alla rivoluzione scientifica”, cercò di dare uno sbocco alla sua lunga esperienza in materia. In realtà si evinse la non definitività della sua ricerca ipotetica; come già era avvenuto nelle conferenze per l’Associazione Culturale Italiana dal titolo “L’avvenire del comunismo”, tenutesi nel marzo 1966 a Torino, Genova, Milano, Roma, Napoli. Nel 1975 “Dal cattolicesimo al comunismo”
    Il testo “Stato democratico e stato programmatico”, derivante da una delle sue varie scritture critiche, presenti in più periodici culturali e di studio, come “Cultura e Politica” n. 5 del 1967. “Verso il comunismo scientifico” in Cultura e Politica, nn. 10-11 del 1969; “Dal marxismo al comunismo scientifico”, tratto dai “Futuribili” agosto-settembre 1969. Quivi emergeva il carattere hegeliano del comunismo contemporaneo ( totalitarismo, Gentile, Marx, la critica, de la “La proprietà privata” di Hegel), già presenti nel 3° Congresso Internazionale hegeliano a Roma, nell’aprile 1933. La filosofia dello Stato di Hegel accoglieva la negazione della proprietà privata e l’affermazione dell’ideale comunista. Lo Stato era assoluta immanenza e vi era riconosciuta in esso la vita del soggetto trascendentale della storia, la conclusione comunista era inevitabile, e il conservatorismo dei filosofi idealisti - anche di Hegel – era contraddizione logica dovuta a motivi sentimentali e tradizionali o a residui di ideologie confessionali, empiristiche ed illuministiche: ad un sopravvivere del mondo della trascendenza nella concezione immanentistica della realtà. Una previsione politica conseguente al riconoscimento della crisi dell’idealismo fondamentale. Occorreva superare la crisi e giungere alla concezione comunista su basi speculative da resistere alle esigenze critiche del pensiero contemporaneo. Altrimenti non si sarebbe superata la crisi ed il Comunismo sarebbe precipitato verso forme dispotiche ed anarcoidi, che avrebbero segnato con l’imborghesimento del proletariato, l’ultima fase della società borghese. Nel 1978 Spirito fece pubblicare per l’editore Volpe di Roma, “La fine del comunismo”, in cui a 60 anni dalla rivoluzione russa sovietica si faceva il bilancio del Comunismo nel mondo fra sostenitori ed oppositori. Spirito mostrava una comprensione delle idee e degli stati d’animo, utilizzando la piazza editoriale della destra neofascista, avendo fatto nella sua lunga vita di ricerca ideale e filosofica una svolta duplice di 180 gradi. Riconosciuto nel 1956 come comunista dal P.C.I., nel 1956 aveva viaggiato in U.R.S.S., nel 1961 in Cina popolare; aveva tenuto in Italia dei convegni entusiasti alla presenza dell’ex azionista e poi socialista Ferruccio Parri e dell’ebreo comunista Umberto Terracini.
    Fascismo, Comunismi, società di massa furono toccati da Spirito alla ricerca di quella cultura che fosse in grado di elaborare Istituzioni e forme politiche che conciliassero la particolarità con l’universalità.
    Dopo l’iniziale fase “ipercritica” verso l’attualismo gentiliano , attraverso un faticoso cammino speculativo, Spirito scrisse i testi: “La vita come amore” nel 1953 e “Inizio di una nuova epoca”
    (1961). Nel 1963 pubblicò “Critica della democrazia” per la Sansoni , sistematico testo che rispondeva all’intento di una visione organica del problema, nella sua genesi storica e nella direzione dell’avvenire; filosoficamente proponeva un tentativo di costruzione della metafisica della scienza. Sotto il profilo della filosofia politica e della storia del pensiero politico offriva un contributo teorico al dibattito dell’istituto democratico e sulla prassi democratica. Una lettura interpretativa del fascismo alla luce delle vicende dell’ attualismo, sottolineava la fecondità euristica di un approccio in chiave culturale e filosofico del periodo storico del fascismo, per cui fra attualismo e fascismo si creò una unità speculativa. Nel 1964 scrisse “Nuovo Umanesimo”. Spirito fu direttore delle collezioni di Scrittori di Estetica e dei classici della filosofia per la Casa editrice Sansoni di Firenze, nonché di Storia antologica dei problemi filosofici. Fu anche presidente della Fondazione Giovanni Gentile per gli Studi Filosofici e socio nazionale dell’Accademia dei Lincei.
    Nel volume “Dal mito alla scienza”(1966), approdò a salde certezze, tornando a formulare, l’identificazione di scienza e filosofia. Di fronte all’imponente realtà dei successi ottenuti nel nostro secolo dalla scienza, l’ideale di una filosofia che valesse come possesso della verità del tutto, perdeva
    di significato. L’unica forma di sapere era quella scientifica e se la filosofia voleva
    garantirsi un futuro doveva assumerne i metodi e l’orientamento: primo, rinunciando a valutare sulla base di un presunto criterio di verità i più vari aspetti del reale, ognuno dei quali da considerarsi in sé “centrale”, esplicitazione dell’universo intero in una forma determinata (onnicentrismo); secondo considerando le proprie affermazioni puramente ipotetiche e passibili di confutazione (ipotetismo). La fase di “fideismo scientifico” di Spirito fu di breve durata; le istanze problematicistiche rimaste sullo sfondo ripresero il sopravvento in “Storia della mia ricerca”( 1971), presso Sansoni in cui venne evidenziata, con la critica più dissolvente, l’intrinseca antinomicità della realtà scientifica.
    Il disintegrarsi del sapere scientifico in un incontrollabile processo di specializzazione; l’insorgere, come reazione all’abito scientifico, di un bisogno di convinzioni assolute che si traduceva in atteggiamento e stati d’animo radicalmente antiscientifici; dimostrava come la scienza, invece che semplificare la realtà, la complicava enormemente, rendendola meno passibile di controllo e programmazione. Se da una parte l’uomo contemporaneo appariva orientato (come insegnano la psicologia, l’antropologia criminale e la sociologia) a riconoscersi espressione di una realtà naturale e sociale che lo trascende infinitamente e che è incontrollabile nella sua interezza; dall’altra l’uomo si sentiva incapace di orientare e progettare il proprio futuro sulla base di un criterio sicuro. Non rimaneva che prendere atto dell’impossibilità radicale di pervenire all’autocoscienza e ammettere che la condizione generale che tende a prevalere nella nostra società è quella dell”incoscienza”. Il rovesciamento dell’attualismo era completo e segnava la conclusione definitiva del pensiero occidentale, iniziatosi col “conosci te stesso” socratico.
    L’ultimo Spirito tornò tuttavia a porsi in contrasto dialettico con la stessa concezione di “comunismo corporativo”, ormai ritenuto utopistico e messianico, da lui stesso avanzata. Nei suoi articoli e nei suoi saggi su “la libertà” (collaborazioni con il quotidiano Vita fino alla sua morte) traspariva un certo ritorno ad una concezione diciamo così, non ideologizzata, della vita e del pensiero umano. L’ultima speculazione di Spirito, nel pieno degli anni di piombo e nel mezzo di un evidente e dogmatico ritorno ad ideologie marxistiche asfittiche, lo portò ad assumere ( “Storia della mia ricerca”, “Dall’attualismo al problematicismo”, 1976, “Memorie di un incosciente”, 1977) toni negativi e preoccupati. La “fine dell’autocoscienza” si traduceva sul piano sociale in gravi forme di inquietudine e insicurezza, che definì come “problematicismo di massa”. Ogni previsione per il futuro della nostra società era impossibile: per la prima volta nella storia l’uomo era totalmente incapace di dare una direzione al proprio cammino.
    Il riconoscimento della contraddittorietà del pensiero e della necessità di rivolgersi al mondo con apertura, con amore. L’esito di tale apertura era il riconoscimento che era in atto un processo di unificazione in funzione della scienza e della tecnica, i cui valori potevano creare una società anti-individualistica , cui si accompagnava una piena consapevolezza del carattere ipotetico del sapere tecnico-scientifico e del carattere onnicentrico, del fare e del sapere umano. Ogni realtà individuale si concepiva come centro e decadeva di continuo per la relatività del suo porsi e, in tale decadere, si apriva il dialogo con le altre realtà individuali. Da ultimo l’iter speculativo di Spirito si evolse verso interrogativi problematici sul ruolo della scienza come nuovo assoluto nella società post-industriale e continuò a dedicarsi alla ricerca filosofica ed all’insegnamento all’Università di Roma. Spirito ravvisò nella scienza, come superamento di ogni mito e dottrina filosofica, l’esperienza che muove inarrestabilmente l’uomo contemporaneo verso la comprensione della verità problematica e onnicentrica, non senza rilevare gli aspetti degenerativi della odierna cultura di massa e dell’umanità nel pensiero e nell’azione.
    Ugo Spirito morì a Roma il 28 aprile 1979.

    Antonio Rossiello
    www.rinascita.info

  2. #2
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    Spirito è indubbaimente una figura interessante e controversa ....ctra l'altro per lui il fascismo fini' con la fine dell'attualismo gentiliano e dal corporativismo passo' al comunismo.

 

 

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