Fibrillazioni nel Pdl
A Montecitorio tutti aspettano "la sorpresa " di Fini
di Lucia Bigozzi
l'Occidentale, 16 Dicembre 2009
Un pranzo ai piani alti di Montecitorio. Gianfranco Fini convoca lo stato maggiore di Alleanza Nazionale ma questa volta gli auguri di Natale non c’entrano. C’entra, invece, quello che pare sempre di più un redde rationem nelle file aennine e dentro il Pdl. Il nuovo strappo consumato dal presidente della Camera sul voto di fiducia alla finanziaria segnerebbe l’ultimo atto prima del “grande passo”. In Transatlantico oggi non si parla d’altro: lo scenario dato per imminente disegnerebbe addirittura l’uscita dei finiani dal Pdl con la conseguente formazione di un gruppo parlamentare autonomo. E’ la voce che già da metà mattinata circola con insistenza nei corridoi della Camera tra i deputati della maggioranza in attesa di votare la fiducia alla finanziaria che qualche ora più tardi passa con 307 sì e 271 no (due astensioni).
Ma nel Pdl c’è anche chi smorza i toni, invita alla calma e non crede per nulla allo scenario di cui si parla. Nelle file aennine , poi, si fa notare che il vertice nell’appartamento del presidente della Camera in realtà sarebbe più un’occasione per ragionare sul grado di rappresentatività degli ex An all’interno del partito unico, eslcudendo la nascita, almeno per ora di gruppi autonomi. In sostanza, Fini vuole capire se nella rappresentanza parlamentare del Pdl sono ancora pienamente rappresentate le ragioni politiche che hanno portato alla nascita del partito e soprattutto se ha ancora un senso la ripartizione interna delle quote col 70 per cento a Fi e il 30 ad An. In altre parole, il suo obiettivo è quello di rimettere mano alle quote, stabilendo ad esempio che il 30 per cento finora appannaggio del suo ex partito, diventi da qui in avanti la percentuale assegnata ai finiani che oggi dentro il Pdl rappresentano la componente di minoranza e il restante 70 per cento venga ripartito tra forzisti ed ex aenne passati tra i berluscones. In definitiva, un modo per alzare nuovamente il prezzo e rinegoziare gli equilibri interni, più che l’intenzione di dire addio al partito che ha contribuito a fondare.
Eppure le voci di uno strappo definitivo restano sul tappeto e il pranzo voluto dal presidente della Camera sarebbe il seguito di una notte piuttosto concitata nei ranghi del Pdl con una girandola di telefonate e contatti per capire cosa in realtà stia succedendo e cominciare a ragionare sui numeri in parlamento. Tanto che stamani c’era chi dava l’ambo secco: 23 deputati e 7 senatori pronti a seguire Fini. Al suo desco la terza carica dello Stato avrebbe chiamato lo stato maggiore dell’ex partito (da Matteoli a La Russa, da Alemanno a Gasparri che però avrebbe declinato l’invito) e alcuni parlamentari di comprovata fede, come il vicepresidente dei deputati Bocchino, il viceministro Urso e il senatore Augello.
Ma qual è il disegno di Fini? E’ la domanda delle domande e anche qui le letture divergono nei ranghi della maggioranza. Da un lato ci sono quelli convinti che il presidente della Camera stia preparando il terreno per un governo istituzionale fatto con chi ci sta, da Di Pietro a Casini e Bersani passando per i delusi del Pdl che potrebbero guardare più al mantenimento della poltrona di parlamentare che al destino del partito unico e del suo leader. Dall’altro, c’è chi esclude categoricamente un’ipotesi del genere considerandola semplicemente irrealizzabile, numeri alla mano. Mettiamo anche il caso che Fini riceva l’incarico dal presidente Napolitano – è il ragionamento – una volta in Parlamento per ottenere la fiducia su quali voti reali potrebbe mai contare? Di certo non su quelli del Pdl (eclusi i finiani) e della Lega che avrebbero invece tutto l’interesse a tornare subito davanti agli elettori e a giocarsi la partita vera, quella del consenso. Che oggi, Fini e i finiani non possono avere già in tasca, come invece è per Berlusconi.
Insomma, l’ipotesi di una riproposizione in salsa finiana del governo Dini non convince anche perché, si fa notare, il presidente della Camera in almeno quattro o cinque convegni ha dichiarato solennemente che non ci saranno mai governi diversi da quello uscito dalle urne un anno e mezzo fa e votato democraticamente dalla maggioranza degli elettori.
Eppure, gli indizi sul fatto che qualcosa si stia muovendo ai piani alti di Montecitorio ci sono tutti, basta leggere le cronache di questi giorni, compresa la frase sibillina di Casini che di fronte all’ipotesi di un governo con la valigia in mano annuncia la creazione immediata di un fronte unico per salvaguardare la democrazia (da cosa?) vaticinando “sorprese”.
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