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Discussione: Mencken

  1. #11
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    In Origine Postato da LEADER83
    preferisco il francese
    A me piace molto la pizza coi frutti di mare.
    La preferisco anche molto di piu'.

    Io una volta sono andato a casa di un mio amico,ci siamo messi a strimpellare la chitarra,poi ci siamo guardati..." ma che ore sono o',chissa' quanto tempo e' passato!" pensa che erano le 5 di mattina e noi pensavamo tipo le 2 o le 3 al massimo.

    Come passa il tempo quando si sta bene,tipo a parlare di filmsz.

    Pensa che io preferisco il latte agli alcolici.
    " Democracy is currently defined in Europe as: " A country run by Jews " . E.P.

  2. #12
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    In Origine Postato da Nick Rivers
    Ammetto la mia (quasi) totale ignoranza su Ayn Rand.

    In ogni caso, se qualcuno fosse interessato, l'articolo su Mencken si trova sul sito di Lew Rockwell, a questo indirizzo:

    http://www.lewrockwell.com/rothbard/rothbard19.html
    Si proprio in quell'articolo trovi un link a tutti i libri pubblicati di Mencken,in inglese.
    Sono molti.
    Mencken e' stato anche il primo a scrivere un libro su Nietszche!
    Probabilmente ancora oggi il piu' chiaro e comprensibile lavoro sulla filosofia niccian.
    " Democracy is currently defined in Europe as: " A country run by Jews " . E.P.

  3. #13
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    Rivali della democrazia
    di Henry Louis Mencken
    da Ideazione, maggio-giugno 2004

    La plebe ha i suoi adulatori e mercanti di bugie, il re ha i suoi cortigiani. Ma c’è una differenza, e credo sia importante. Il cortigiano, nelle peggiori condizioni, esegue le sue genuflessioni davanti a uno che in teoria è un suo superiore, e senz’altro almeno un suo pari. Non è costretto a umiliarsi di fronte a dei maiali con cui, di norma, disdegnerebbe avere qualsiasi scambio. Non è obbligato a fingere di essere peggiore di quanto non sia. Non ha bisogno di tapparsi il naso per avvicinarsi al suo benefattore. Può quindi assumere l’incarico senza aver inferto una ferita letale al suo onore, e anche in seguito non ha bisogno di sacrificarlo oltre, ma può farlo tornare sano e vigoroso. Il suo sovrano, nelle peggiori condizioni, ha per esso un certo rispetto ed esita a forzarlo eccessivamente; la plebe, viceversa, non è sensibile a questo aspetto e, anzi, non ne ha alcuna consapevolezza. Il sovrano del cortigiano, in altre parole, è capace di essere a sua volta un uomo d’onore. Quando, nel 1848 o giù di lì, Guglielmo I di Prussia si vide offrire la corona imperiale da un sedicente parlamento composto di suoi sudditi, rifiutò dicendo che avrebbe potuto accettarla solo se gli fosse stata offerta da suoi pari, ovvero, dai principi sovrani del Reich. I democratici del mondo intero trovarono questo atteggiamento sconcertante e, dopo attenta riflessione, iniziarono a considerarlo sprezzante e offensivo, ma non c’era da stupirsene: un democratico considera sprezzante e offensivo qualsiasi atteggiamento si basi sui concetti di onore, dignità e integrità.

    Il politico democratico, di fronte a questi semplici fatti, cerca di salvare il suo amor proprio in modo tipicamente umano, ovvero negandoli. Tutti noi lo facciamo. Trasformiamo le nostre umiliazioni in rinunce, il nostro egoismo in senso civico, il nostro essere maialesco in eroismo. Nessun uomo, credo, ammette mai candidamente a se stesso di guadagnarsi da vivere in modo disonorevole, neanche se prende a morsi la coda dei cuccioli. Il politico democratico che si trova confrontato alla disonestà e alla stupidità del suo capo, la plebe, cerca di convincere se stesso e noialtri che essa trabocca di probità e saggezza. Da qui trae origine la dottrina che, nonostante gli errori occasionali, nel lungo periodo la democrazia arriva sempre a prendere le decisioni giuste. È possibile – ma in base a quali prove, secondo quale ragionamento e per quali motivi! Pensiamo alla lunga storia del movimento antischiavista in America, un primato davvero incredibile di fandonie, finzioni e imbecillità. Il concetto secondo cui la plebe è saggia, temo, non va preso sul serio; furono i capi della plebe a inventarlo per salvare la faccia. Ogniqualvolta la democrazia produce per puro caso uno statista autentico, si scopre che costui procede partendo dal presupposto che esso è falso e che è difficile, se non impossibile, chiedere sostegno alla plebe e continuare a rispettare le norme del vivere civile.

    La migliore capacità di governo democratico, così come la migliore capacità di governo non democratico, tende a salvaguardare l’onore dei più alti funzionari dello Stato sollevandoli da quella degradante necessità. Come qualsiasi alunno sa bene, quello era l’intento dei Padri, espresso nell’articolo 2, sezione 1 e 2, della Costituzione. Al giorno d’oggi è prassi comune, quando questa o quella carica diventa pregna di intollerabile corruzione, renderla nominativa togliendo alla plebe la facoltà di concederla. Naturalmente l’aspirante deve ancora sollecitarla, perché in democrazia è molto raro che sia la carica a sollecitare l’uomo, ma sollecitarla dal presidente, o anche dal governatore dello Stato, viene considerato notevolmente meno umiliante e degradante che sollecitarla dalla plebe. Il presidente può essere un Coolidge, e il governatore un Blease o una Ma Ferguson, ma è almeno in grado di capire l’inglese e non ha bisogno di essere messo di buon umore dalle arti dei clown o di un evangelista battista.

    In sintesi, l’obiezione fondamentale mossa al feudalesimo (perfetta antitesi alla democrazia) era che esso imponeva atti e atteggiamenti degradanti al vassallo; l’obiezione fondamentale mossa alla democrazia è che, a parte rare eccezioni, essa impone atti e atteggiamenti degradanti agli uomini responsabili del benessere e della dignità dello Stato. Se il primo era costretto a rendere omaggio al feudatario, che aveva tendenza a essere bruto e ignorante, i secondi sono costretti a rendere omaggio ai loro elettori, che nella stragrande maggioranza dei casi sono certamente tutte e due le cose.
    ***

    Tra i meriti della democrazia, uno è piuttosto ovvio: si tratta forse della forma di governo più affascinante che sia mai stata ideata dall’uomo. Non bisogna spingersi troppo lontano per comprenderne la ragione: essa si basa infatti su affermazioni che sono tangibilmente false – e ciò che è falso, come tutti sanno, è per la stragrande maggioranza degli uomini sempre immensamente più bello e soddisfacente di ciò che è vero. La verità ha un rigore che li mette in allarme e un’aria di definitività che cozza con il loro incurabile romanticismo. Essi si volgono, in tutte le grandi emergenze della vita, alle antiche promesse, visibilmente false ma immensamente confortanti, e nessuna è più confortante di quella secondo cui gli umili erediteranno la terra. Essa è alla base del sistema religioso dominante, e alla base del sistema politico prevalente del mondo moderno. La democrazia le conferisce una certa apparenza di verità obiettiva e dimostrabile. L’uomo della plebe, nelle vesti del cittadino, ha la sensazione di contare davvero molto per il mondo e di essere veramente lui a guidarlo. Questo suo patetico intrupparsi dietro mascalzoni e ciarlatani gli provoca un senso di grande e misteriosa potenza – che poi è ciò che rende felici arcivescovi, brigadieri e altri personaggi di prestigio. Ma lo convince anche che è saggio e che le sue opinioni vengono prese sul serio dalle persone di rango più elevato – che è ciò che rende felici i senatori, i cartomanti e i giovani intellettuali americani. Infine, gli regala l’entusiastica consapevolezza di aver portato a termine un nobile compito – che è ciò che rende felici i boia e i mariti.

    Tutte queste forme di felicità sono naturalmente illusorie e di breve durata. Il democratico, che si lancia nel vuoto per sbattere le ali e lodare il Signore, precipita sempre giù con un tonfo. Le cause del disastro risiedono nella sua stupidità: egli non riesce mai a liberarsi della ingenua illusione – così squisitamente cristiana! – che la felicità si ottiene portandola via al prossimo. Ma le cause sono da ricercare anche nella natura delle cose: una promessa, dopotutto, è solo una promessa, anche quando è sostenuta dalla rivelazione divina, e le probabilità che non si realizzi possono essere espresse con una deprimente formula matematica. Qui emerge l’ironia insita in ogni aspirazione umana: la ricerca della felicità finisce, come sempre, col portare solo infelicità. Ciò equivale semplicemente ad affermare, tuttavia, che il vero fascino della democrazia non si esercita sul democratico ma sullo spettatore. Quello spettatore, mi pare, ha il privilegio di assistere a uno show di prima qualità. Riuscite a immaginare niente di più eroicamente assurdo? Che grottesche falsità! Che parata di ovvie imbecillità! Che baraonda di inganni! Ma l’inganno è davvero poco divertente? Allora smetto immediatamente i panni dello psicologo. L’inganno di una democrazia, sostengo, è più divertente di qualsiasi altro – anche più divertente, e di gran lunga, dell’inganno della religione. Andate nelle vostre stanze di preghiera e pensate a una qualunque delle invenzioni democratiche più caratteristiche. O a uno qualsiasi dei tipici profeti democratici. Se non ne uscirete impalliditi e paralizzati dalle risate, allora non riderete neanche nel Giorno del Giudizio, quando i presbiteriani usciranno dalla tomba come pulcini dalle uova, dalle loro scapole si svilupperanno ali ed essi si lanceranno nello spazio interstellare con grida di giubilo.

    Ho parlato poc’anzi della possibilità che la democrazia sia una malattia con un decorso ben definito, come il morbillo. Forse, però, è anche autodistruttiva. Non la si può osservare con oggettività senza restare colpiti dalla curiosa sfiducia che nutre nei confronti di se stessa, dalla sua apparentemente inestirpabile tendenza ad abbandonare la propria filosofia al primo segnale di tensione. Non serve che io indichi cosa invariabilmente accade negli Stati democratici quando la sicurezza nazionale viene minacciata. In tali occasioni, tutti i grandi tribuni della democrazia si trasformano, con un processo semplice come respirare, in despoti capaci di una ferocia quasi favolosa. Né tale processo ha luogo solo in periodi di allarme e terrore: esso si verifica, al contrario, un giorno sì e uno no. La democrazia sembra sempre incline a uccidere ciò che in teoria ama. Tutti i suoi assiomi si riducono a colossali paradossi, molti dei quali equivalenti a vere e proprie contraddizioni in termini. La plebe è capace di governare tutti noi, ma deve essere a sua volta rigorosamente controllata. Esiste un governo, non di uomini, ma di leggi – ma sono gli uomini a sedere in Parlamento per decidere cos’è e cosa può essere la legge. La più alta funzione del cittadino è servire lo Stato, ma la prima cosa di cui è sospettato, quando cerca di assolvere a quella funzione, è di falsità e disonore. Quel sospetto è generalmente sensato? Allora la farsa diventa ancora più evidente.

    Confesso, da parte mia, che tutto ciò mi delizia. La democrazia mi piace moltissimo. È straordinariamente insensata, e quindi straordinariamente divertente. Magnifica gli stupidi, i codardi, gli opportunisti, gli impostori, i furfanti? Allora la sofferenza derivante dal vederli salire in alto è bilanciata e annullata dalla gioia di vederli cadere in basso. È eccessivamente inutile, prodiga, ingiusta? Così è qualsiasi altra forma di governo: sono tutte nemiche delle persone oneste. La sua vera natura è la furfanteria? Be’, sopportiamo quella furfanteria dal 1776 e non siamo ancora morti. A lungo andare, può emergere che quella furfanteria è un’inevitabile necessità del governo umano e della civiltà stessa – che la civiltà, di fondo, non è altro che un colossale imbroglio. Non so. Dirò soltanto che quando gli sciocchi procedono bene, lo spettacolo è infinitamente esilarante. Può darsi tuttavia che io sia malizioso: le mie simpatie, quando si tratta di sciocchi, tendono a essere civettuole. Quello che non riesco a capire è come un uomo che prova compassione per loro e soffre quando sono corrotti e messi in ridicolo possa credere nella democrazia. Come può un uomo che è autenticamente democratico essere un democratico?

    18 agosto 2004

    Da "Notes on Democracy", 1926, pp. 206-212

    Traduzione dall’inglese di Marcella Mancini

 

 
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