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Discussione: Samonios 2005

  1. #1
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    Samonios 2005

    Un Articolo non può Cancellare la Nostra Storia - di P. Mazzocchi
    Tratto da "La Padania" dicembre 1998

    Da una recente trasmissione a Radio Padania, durante la quale è stato contestato un articolo di Della Loggia dove si asseriva che la festa di Halloween non è altro che una "americanata" e che le zucche in Padania non hanno niente a che fare con la nostra cultura, si è potuto constatare, grazie alle numerosissime telefonate da tutte le regioni del Nord, che la festa di Samain (capodanno celtico), nonostante duemila anni di Cristianesimo, è ancora sentita anche se il significato iniziale è andato perduto. La festa di Ognissanti e dei morti, soprattutto nel mondo rurale, era infatti molto vissuta e celebrata con alcuni riti e tradizioni particolari di chiara origine celtica.


    La festa di Ognissanti, nata in Francia su iniziativa di alcuni ordini religiosi, ebbe origine dal fatto che i popoli celtici, dopo mille anni di cristianizzazione avevano mantenuto l'usanza di festeggiare il Capodanno celtico che cade il 1 Novembre. In questo modo cercarono di porre termine a questa festa pagana collocandola nell'anno liturgico cristiano e dedicando il 1 Novembre a tutti i santi e il secondo giorno a tutti i morti. In seguito essa fu estesa a tutta la Cristianità (anno 1300 circa). Molte erano le credenze che ricordavano gli antenati defunti, come ad esempio che nella notte dei Samain i due mondi - il nostro e il loro - potessero comunicare. Ancora oggi in molte zone, la sera del 1 Novembre, si lascia sul tavolo della cucina qualcosa da mangiare per i defunti che tornavano a far visita ai loro cari, soprattutto castagne, o dolcetti come le fave dei morti, o anche delle fave vere, del vino. Io stesso da piccolo sentivo raccontare che durante la notte tra il primo e il 2 Novembre, da un bosco poco lontano, dopo il suono dell'Ave Maria, si avvicinavano al paese di Villa d'Alme in processione gli scheletri dei morti della peste del 1630, i quali dal luogo in cui erano stati sotterrati andavano ad una chiesetta a loro dedicata.

    Un anno in cui la neve era caduta in anticipo, al mattino seguente sulla neve erano rimaste visibili le impronte lasciate dagli scheletri. Alcuni abitanti del paese che si erano attardati all'osteria avevano visto la processione che nella notte sfilava silenziosa avvolta in teli bianchi.

    Le leggende sulle processioni dei defunti sono sparse un po' ovunque. A Roncola S. Bernardo, un paese situato a mille metri sul monte Linzone, c'è una località chiamata "La Corna Marsa". Nel secolo XVI una parte del monte franò coprendo un convento di frati Olivetani. Anche qui si narra che nella notte i frati si rechino in processione verso il paese. Nella prima settimana di Novembre, in alcuni paesi ci si recava verso sera al cimitero per mettere una lanterna sulle tombe di famiglia. È interessante l'uso della lanterna perché si rifà all'uso della zucca svuotata, con il lumicino all'interno.

    Quest'uso è forse il più universale tra le tradizioni rimaste del capodanno celtico. Le zucche venivano messe un po' ovunque, sugli alberi in campagna, sulle siepi, negli angoli bui, nei finestrini delle cantine, e questo per spaventare eventuali spiriti non graditi. Durante questa notte magica gli animali parlavano. Mi raccontavano infatti che un mio bisnonno percorrendo una stradina, famosa per essere frequentata dagli spiriti, lanciò un sasso a un gatto che miagolava su un muro: «Tiremen amò ü, sè te sè bù» si sentì rispondere dal felino.

    Altro aspetto importante del Capodanno celtico era il cibo con i suoi precisi significati.

    Le famiglie si ricongiungevano: rientravano nella casa paterna quei figli che sposandosi avevano cambiato paese, tornavano quelli che erano emigrati. Laddove si produceva vino era ancora in atto la torchiatura e il torchiato veniva messo sul tavolo nella sègia (secchio di legno) e si attingeva abbondantemente con il basgiot (scodella di legno). La zucca d'orzo era il piatto di rito ed è rimasto ancora come tradizione soprattutto nella bassa bergamasca. L'orzo per i Celti significava fertilità e ricchezza. Nella zuppa si mettevano anche pezzi di maiale, l'animale sacro dei Celti: questa zuppa aveva quindi un significato beneaugurale come lo possono essere le lenticchie nel Capodanno attuale. Si mangiavano anche dei legumi, soprattutto fave che hanno poi ceduto il posto a dolcetti che si chiamano appunto "fave dei morti". Pare che quest'uso sia dovuto al fatto che i defunti avevano il potere di rinascere nelle fave.

    Gli usi legati al Capodanno celtico in alcuni casi sono stati spostati di qualche giorno, come i contratti agricoli che un tempo scadevano con il finire dell'anno. In questa sede mi sono limitato a ricordare quanto ho raccolto in anni di ricerca, che hanno dimostrato come certe tradizioni che risalgono alla notte dei tempi sono rimaste e sono ancora sentite. Non è di certo sufficiente quindi un articolo sul Corriere della sera per cancellarle.

    •   Alt 

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  2. #2
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  3. #3
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  4. #4
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    Sul Corriere della Sera del 2 novembre 1998
    era stato pubblicato con grande rilievo un
    editoriale di Ernesto Galli della Loggia titolato
    “Feste, fantasmi e zucche vuote”.
    L’illustre giornalista esordiva con un accorato
    interrogativo patriottico: “Perché degli italiani,
    giovani ma anche meno giovani, decidono a
    un tratto di mettersi a festeggiare Halloween sì
    che improvvisamente non solo le città ma anche
    i borghi più riparati della Penisola (ne sono
    stato testimone diretto) si riempiono improvvisamente
    di zucche, di streghe e di folletti? Perché
    degli italiani, giovani ma anche meno giovani,
    che probabilmente neppure si ricordano
    più di che cosa sia la Befana e che ancora più
    probabilmente non hanno mai saputo cosa siano
    i fuochi di San Giovanni, decidono invece
    che fa proprio al caso loro una festa celtica importata
    dagli irlandesi negli Stati Uniti? Perché
    tutto ciò che non si presenta con connotati italiani
    può, in Italia, contare sempre su un’attenzione
    immediata e spesso su un successo travolgente?”
    (1)
    Proseguiva poi sullo stesso tono di dramma
    nazionale lamentandosi che una festa come
    Halloween (pericolosamente straniera nel nome
    e nel significato) possa rischiare di soppiantare
    ricorrenze più banali ma sicuramente più patriottiche.
    Queste preoccupazioni tricolori assillano
    da un po’ di tempo il Galli della Loggia
    che sembra avere preso molto a cuore i sacri
    destini della patria, al punto di essersi gettato
    nella spericolata avventura di dirigere per la
    casa editrice bolognese de Il Mulino una collana
    editoriale chiamata con spavalda originalità
    “L’identità italiana”. Nella fondamentale opera
    sono già comparsi illuminanti saggi sull’Altare
    della Patria, su Amedeo Nazzari, su Coppi e
    Bartali, e su “La pasta e la pizza”. Sono poi annunciati
    con una certa enfasi titoli come: “Mina”,
    “L’autostrada del sole” e - naturalmente -
    “La mamma”.
    In perfetta coerenza con questo profluvio di
    languore patriottico italiano, il Galli della Loggia
    (che porta nel suo stesso cognome tutta la
    sofferenza dell’intellettuale impegnato nel tenere
    insieme una improbabile e artificiale identità
    nazionale, sempre in bilico fra pericoli celtisti e
    sicurezze massoniche) non poteva non evocare
    l’autarchico sapore deamicisiano della Befana e
    dei fuochi di San Giovanni per contrastare le
    zucche di Halloween, che spaventano tanto l’italianità
    di tanti intellettuali convertiti al patriottismo
    tricolore di regime.
    L’eccessivo fervore, tipico di tutti i neofiti,
    però gli ha fatto prendere almeno un paio di
    cantonate.
    La prima riguarda le antiche origini di tutti i
    riti che menziona nel suo accorato articolo:
    fuochi, Giobianne e zucche illuminate discendono
    dalla stessa matrice precristiana e sono
    profondamente incistati nell’immaginario collettivo
    che la cultura celtica ha lasciato alla nostra
    gente.
    La seconda tavanata tocca nello specifico la
    tradizione di Halloween, di Samain e del rapporto
    con il mondo dei morti. Non è una tradizione
    estranea alla nostra cultura, come dice il
    Della Loggia. Tutta la Padania è ancora oggi
    piena di tradizioni antiche come il mondo che
    hanno a che fare con il pane dei morti, con le
    cene apparecchiate per i morti, con le castagne
    lasciate sul davanzale o sul tavolo per i morti,
    eccetera.
    Da sempre e in tutti i nostri paesi la prima
    notte di novembre continua a essere il momento
    di apertura della porta che collega il mondo
    dei vivi con quello dei morti. È Samain, il capodanno
    celtico, che la Chiesa ha adottato e cristianizzato
    con Ognissanti e con la ricorrenza
    dei defunti.
    Ma non basta. La tradizione della zucca scava-
    Le lümere, antico segno
    di celtismo padano
    di Gilberto Oneto
    (1) Ernesto Galli della Loggia, “Feste, fantasmi e zucche vuote”,
    sul Corriere della Sera (lunedì, 2 novembre 1998), pag.1

  5. #5
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    ta a forma di testa e illuminata dall’interno non
    è soltanto parte del folklore irlandese. Di questo
    argomento si è parlato a Radio Padania Libera
    e sul quotidiano La Padania chiedendo agli
    ascoltatori e ai lettori di raccontare di usanze
    simili eventualmente presenti nei loro ricordi o
    nelle usanze ancora vive dei loro paesi: solo nel
    giro di un paio di settimane sono arrivate decine
    di segnalazioni di riti, analoghi fra di loro,
    che si svolgevano (e che si svolgono) in tutti gli
    angoli della Padania. A una serie di immagini
    comuni sempre presenti si sommano di volta in
    volta elementi diversi circa la collocazione delle
    zucche, il loro rapporto con gli ambienti domestici
    o gli alberi, l’usanza della questua di soldi
    o dolciumi, l’esatta collocazione del rito durante
    l’arco della giornata, eccetera. La collocazione
    geografica delle segnalazioni pervenute è
    stata riportata su una carta, sulla quale è segnata
    anche l’area approssimativa di copertura della
    radio che coincide ovviamente con la più parte
    delle segnalazioni. (Fig. 1)
    Origini e simbolismi
    L’anno celtico era suddiviso e cadenzato da
    quattro ricorrenze più importanti, dette “feste
    del fuoco”: Samain (1° novembre), Imbolc (1°
    febbraio), Beltane (1° maggio) e Lugnasad (1°
    agosto).
    Samain (o Samhain, Samuin, o Samhuin) era
    la più importante, essa cadeva nel mese lunare
    segnato sul calendario di Coligny col nome di
    Samonios (“Il tempo della fine dell’estate”) e
    costituiva anche il Capodanno, col quale finiva
    la metà “chiara” dell’anno e cominciava quella
    “scura” ed era perciò simbolo di morte e di rinascita.
    La datazione coincideva con il sorgere
    delle Pleiadi ma era anche legata con una certa
    evidenza al ciclo pastorale: secondo T.G.E.
    Powell il nome stesso di Samain significherebbe
    “riunione” e sarebbe legato al momento di riconduzione
    degli animali nei ripari invernali e
    alla macellazione per l’inverno. (2) Era perciò
    un periodo nel quale si doveva fare grande consumo
    di carni che non potevano essere conservate.
    Era in ogni caso la ricorrenza più importante
    dell’anno: era il giorno delle grandi adunanze
    popolari e delle assemblee delle comunità, era
    perciò in tutti i sensi il momento della “riunione”
    e della congiunzione fisica e simbolica. Avveniva
    la “morte rituale” del re, era il giorno in
    cui terminavano i mandati elettivi e venivano
    eletti in nuovi capi, vi si tenevano riti propiziatori
    dei raccolti futuri con la simbolica uccisione
    dello “spirito del grano” dell’estate. Era il
    giorno della scadenza e del rinnovo dei contratti
    e degli affitti, che si è conservato nel San
    Martino cristianizzato, il successivo 11 novembre,
    alla fine del periodo dei festeggiamenti di
    Samain. Vi si tenevano giochi, discussioni, tornei,
    cerimonie religiose, banchetti rituali per
    invocare l’abbondanza, e festini dove l’allegria e
    l’ebbrezza erano di rigore.(3)
    Si riteneva che nella notte fra il 31 ottobre e
    il 1° novembre avvenisse anche l’amplesso rituale
    fra il dio padre Dagda e la dea madre Morrigan.
    (4) Era il momento della congiunzione fra
    i due anni (il vecchio e il nuovo) e fra i due
    mondi (il visibile e l’invisibile) senza però appartenere
    né all’uno né all’altro.
    “Il capodanno celtico era un giorno al di fuori
    del tempo e dello spazio, tanto da permettere
    agli avi defunti, agli uomini viventi, ai discendenti
    che dovevano ancora nascere e alle creature
    non umane (dei, fare, demoni, elfi eccetera)
    di mostrarsi nel mondo e di incontrarsi.” (5)
    In quel momento dell’anno si abbattono le barriere
    fra il mondo visibile e quello invisibile che
    entrano in comunicazione: gli abitanti dell’Altro
    Mondo possono fare irruzione sulla faccia
    della terra, ma gli umani possono entrare per
    un po’ nel dominio degli dei, degli eroi, e dei
    defunti.
    I festeggiamenti di Samain solitamente non
    duravano solo lo spazio di una giornata, ma come
    tutte le feste celtiche avevano inizio una
    settimana prima del giorno indicato, trovavano
    il culmine il 1° novembre e proseguivano per
    (2) T.G.E. Powell, I Celti (Milano: Il Saggiatore, 1996),
    pag.118
    (3) Jean Markale, Le Christianisme Celtique et ses Survivances
    Populaires (Paris: Imago, 1983), pag.186
    “Un detto caratteristico di Samain recita:
    “Carne, birra, noci, salcicciotto,
    è quanto spetta a Samain,
    fuoco da campo gioioso sulla collina,
    latte burrificato, pane e burro fresco.”
    Descrivendo chiaramente come si svolgevano le celebrazioni
    di questo giorno.
    Per i Celti la carne di maiale, la birra, il vino e l’idromele
    erano vettovaglie legate ai mondi spirituali e davano accesso
    all’eternità e spesso gli incontri in occasione di Samain si
    trasformavano in colossali ubriacature e pantagruelici banchetti.
    Riccardo Taraglio, Il Vischio e la Quercia (Grignasco: Edizioni
    Età dell’Acquario, 1997), pag.406
    (4) John King, The Celtic Druids’ Year (London: Blandford,
    1994), pag.130
    (5) Riccardo Taraglio, Il Vischio e la Quercia, op.cit., pag.406

  6. #6
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    almeno una settimana dopo, di solito fino al
    giorno 11.
    Per secoli la Chiesa cattolica ha cercato di eliminare
    queste feste pagane, ma alla fine ha dovuto
    rassegnarsi alla loro forza e al loro profondo
    radicamento nell’animo popolare. Le ha solo
    in qualche modo esorcizzate cristianizzandole:
    Imbolc è diventato la Candelora, Beltane il Calendimaggio,
    e Lugnasad San Lorenzo.
    Samain è diventata la festa di Ognissanti e dei
    Morti, due ricorrenze distinte che ne hanno inglobato
    ed esorcizzato le due valenze più importanti
    (il legame con gli “spiriti santi” e con i
    defunti) e che hanno cercato di marginalizzare
    e di eliminare ogni riferimento e segno di panteismo
    celtico (il contatto con il “piccolo popolo”
    e l’idea di libero transito fra i due mondi).
    Samain era una festa sostanzialmente allegra
    (come tutte le feste celtiche): Ognissanti è ancora
    una festa gioiosa e solo la vicinanza con il
    2 novembre la fa diventare mesta acquisendo
    una tristezza tutta meridionale, sconosciuta al
    mondo europeo più antico. Il rapporto con la
    morte dei popoli celtici era sereno, quasi scanzonato:
    la paura della morte, dei morti e dei cimiteri
    è merce di importazione mediterranea.
    Fino a gran parte del Medioevo i cimiteri erano
    spazio “normale” della vita comunitaria: in
    molte ricorrenze ci si andava per “stare con i
    morti”, banchettare e fare festa con loro. Nel
    1231, il concilio di Rouen proibisce di danzare
    nel cimitero o in chiesa, pena la scomunica. Un
    altro concilio, nel 1305, proibisce di danzare
    nei cimiteri, di giocarvi a qualunque gioco, vie-

  7. #7
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    finestre.
    Il segno di andare
    in giro mascherati
    da mostri, streghe e
    folletti, riprende l’antica
    pratica del travestimento
    rituale utilizzata
    dagli sciamani
    che, ponendosi al di
    fuori delle regole
    conformistiche della
    società e assumendo le
    sembianze di esseri
    soprannaturali, si
    mettevano in comunicazione
    con la realtà
    spirituale. La forza
    simbolica di questa
    tradizione è tale che
    neppure i Protestanti,
    nella loro furia iconoclasta
    e anti-pagana, si
    sono azzardati a tentare
    di cancellarla ma
    l’hanno inglobata nei
    loro riti. In talune parti
    dell’Europa settentrionale
    (Frazer cita il
    caso dell’isola di Man)
    il 1° novembre è stato
    considerato il primo
    giorno dell’anno anche
    fino agli inizi del
    XX secolo. (8)
    Il termine Halloween
    è, molto significativamente,
    la contrazione
    di All Hallowed Souls



    Quaderni Padani - 17
    ta ai mimi, ai giocolieri, agli esibitori di maschere,
    ai musicanti, ai ciarlatani di esercitarvi il loro
    mestiere. Analoghi divieti continuano essere
    emanati un po’ ovunque fino alla fine del XVII
    secolo. (6) Di quelle antiche consuetudini resta
    l’uso di portare fiori sulle tombe: “In quei giorni
    di freddo autunno i Celti portavano nei cimiteri
    fiori a profusione - forse secchi, forse coltivati in
    serre - per alludere all’aldilà come paradiso”. (7)
    La parte allegra dell’antica Samain si è mantenuta
    in Halloween, la festa che nei paesi irlandesi
    e anglosassoni precede Ognissanti. La sera del
    31 ottobre allegre brigate (soprattutto) di bambini
    si mascherano e visitano chiassosamente le
    case del paese per chiedere dolci e regali, in
    mancanza dei quali faranno schiamazzi o imbratteranno
    di schiuma di sapone i vetri delle finestre.
    (“tutte le anime sante”) o di All Hallows’ Eve
    (“sera di tutti i santi”). Il segno più popolare,
    noto e diffuso di questa notte di unione fra i
    mondi è una zucca svuotata, intagliata e contenente
    una candela accesa, che è detta “jack-o’-
    lantern” nei paesi anglosassoni e - come vedremo
    - lümera in Padania. In taluni casi assieme
    alle zucche vengono anche usati ravizzoni (in
    Scozia) e grosse rape (Canton Ticino). Si tratta
    in ogni caso di figurazioni che imitano nella for-
    (6) Philippe Ariès, Storia della morte in Occidente (Milano:
    Rizzoli, 1978), pag.32
    (7) Alfredo Cattabiani, Calendario. Le feste, i miti, le leggende
    e i riti dell’anno (Milano: Rusconi, 1988), pag.318
    (8) James G. Frazer, Il ramo d’oro (Torino: Boringhieri,
    1973), pag.976




  8. #8
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    ma e nelle fattezze dei teschi:
    grandi orbite, apertura
    nasale e bocche aperte in cui
    sono evidenziati i denti. E’
    una sorta di ridicolizzazione
    e di demistificazione della
    morte, un messaggio che
    suona del tutto normale in
    una festa che afferma l’intercomunicazione
    fra due mondi
    dei vivi e quelli dei morti.
    La testa tagliata aveva - come
    è noto - una grande funzione
    rituale e simbolica
    presso i Celti che conservavano
    i capi recisi degli avversari
    più valorosi e delle persone
    più importanti ritenendo
    che la testa fosse la vera
    sede dell’anima e che, così
    facendo, si potesse trattenere
    presso di sé o appropriarsi
    delle caratteristiche migliori
    del morto. Le teste, scarnificate
    o conservate in vasi di
    olio, venivano tenute presso
    templi o abitazioni, quasi
    sempre in posizione dominante
    o agli ingressi degli edifici. (9) “Usavano
    anche accatastare teschi perché si pensava che
    il morto appartenesse, per un certo tempo, a
    entrambi i regni: per quanto nessuno poteva
    dirlo.” (10) Il rispetto che gli veniva tributato
    consentiva al cranio “di profetare a beneficio dei
    rimasti in vita. Egli poteva inoltre, se riverito,
    irradiare su di loro certe energie paradisiache...
    L’ossario con i suoi teschi accatastati è più che
    una forma di sepoltura. La vicinanza dei teschi è
    tale, come dice Yeats, che la loro ombra dall’aldilà
    cade sui vivi.” (11)
    Il rispetto per le teste tagliate impediva (e impedisce)
    che esse potessero essere impiegate per
    azioni fortemente simboliche ma sostanzialmente
    dissacranti come quelle delle feste e delle
    burle di Samain. I teschi degli ossari venivano
    dipinti con colori rituali ed erano al centro delle
    cerimonie religiose ma solo dei loro surrogati
    potevano andare in giro ed essere impiegati in
    azioni giocose.
    L’utilizzo irriguardoso delle teste tagliate vere
    era uno dei geis (tabù) più terribili e rispettati
    delle comunità celtiche. Questo spiega il successo
    e la incredibile durata nel tempo dell’uso giocoso
    Caratteri delle lümere
    padane
    Nella pur rapida ricerca effettuata
    sulle lümere impiegate
    in Padania sono emersi
    con grande chiarezza tutti i
    caratteri presenti nelle analoghe
    manifestazioni anglosassoni.
    Risulta sicuramente primario
    il rapporto con la notte
    del 1° novembre e, molto
    spesso con i giorni che lo
    precedono e lo seguono. In
    un caso il rito ha addirittura inizio alla fine di
    settembre (12) e in un altro è stato indicato con
    sicurezza che continuasse fino all’Epifania. (13)
    Si è trovata una sola testimonianza, raccolta a
    San Daniele del Friuli (UD), di lümere impiegate
    in altro periodo, collocato a metà estate.
    L’antico legame con banchetti rituali, libagioni
    e pasti da consumare con i defunti è confermato
    dalla grande resistenza delle usanze di
    confezionare dolci speciali (detti localmente
    “pan dei morti”, “ossa dei morti”, eccetera) e di
    apparecchiare la tavola per i morti la sera del 1°
    novembre che si riscontrano un po’ ovunque.
    Sulla condivisa ritualità si sovrappongono diversi
    dettagli locali sempre però caratterizzati
    dall’impiego di cibi semplici e poveri: si tratta a
    volte di scodelle di latte e castagne (14), piatti di
    1
    2
    (9) Barry Cunliffe, L’Universe des Celtes (Lucerna: Bibliotheque
    de l’Image, 1993), pagg.83-84
    (10) Alfredo Cattabiani, Calendario, op.cit., pag.318
    (11) Margarethe Riemschneider, “Vivere coi morti”, in Conoscenza
    religiosa, n.1, 1981, pag.69
    (12) Testimonianza di Romano Redini, di Lucca
    (13) Testimonianza del signor Beppe, di Casale Monferrato (AL)
    (14) Testimonianza di Natalina Bortoluzzi, di Belluno


    caldarroste e bicchieri di sidro (15), fino a semplici
    recipienti di rame riempiti d’acqua per placare
    la “sete dei morti”. (16)
    La preparazione delle lümere segue linee
    estremamente omogenee. Si tratta innanzitutto
    di una incombenza sempre affidata ai bambini e
    sotto la direzione degli anziani. La zucca viene
    svuotata, vengono incisi i buchi degli occhi, del
    naso e della bocca e vi viene introdotta una candela.
    (Fig. 2)
    I diversi dettagli estetici sono solo in funzione
    dell’abilità dei giovanissimi esecutori: tutti
    gli intagli possono essere semplicemente triangolari
    o più artisticamente arrotondati. Nei casi
    più elaborati, la bocca viene arredata con l’inserimento
    di stecchini o di semi infilati in forma
    di denti. (Fig. 3)
    Alcune testimonianze indicano che qualche
    volta venivano realizzate anche delle orecchie,
    fatte con semi di granoturco, penne di galline,
    pezzi di formaggio o scampoli di stoffa. (17)
    Le zucche sono spesso utilizzate per fare
    scherzi, per spaventare i bambini (18), le donne
    che si recano al lavatoio (15), le vecchiette che
    vanno al cimitero (19), lungo i sentieri e negli
    angoli più bui. Altre volte sono tenute in mano
    e portate in processione da giovani e meno giovani
    (20), portate in giro dai ragazzi infilate su
    bastoni (21), condotte bussando casa per casa per
    spaventare la gente (12) o tenute in mano e portate
    per strada da ragazzi coperti da teli bianchi
    a mo’ di mantello. (22)
    Oltre che per spaventare la gente e organizzare
    burle, le lümere vengono anche collocate
    lungo le strade, vicino alle chiese e ai cimiteri
    per “illuminare la strada alle anime” (16) e far
    loro ritrovare il cammino da un mondo all’altro.
    Esse hanno anche funzione decorativa: la
    sera del 31 ottobre vengono accese dai bambini
    di casa (23) e poste sui davanzali delle finestre,
    sui balconi, sulla porta di accesso, sui piloni dei
    cancelli (22), sui muretti attorno alla casa. (24) In
    alcuni casi, la loro funzione estetica assume
    proporzioni notevoli: zucche illuminate di medie
    dimensioni erano messe a Cosseria (SV) a
    tutte le finestre di casa e una molto più grande
    davanti alla porta principale (18); a Pisa erano
    1 2 3 4 5
    Fig. 4 - Impieghi più comuni delle lümere.
    1 - Zucca nuda posta su un muretto
    2 - Zucca completata da un cappellaccio
    3 - Zucca vestita con un telo bianco a mo’ di mantello
    4 - Zucca appesa a un ramo d’albero
    5 - Zucca portata in processione
    (15) Testimonianza di Silvano Civra Dano, di Galfione (BI)
    (16) Testimonianza di Renzo Dal Bello, di Suzzolins (UD)
    (17) Testimonianza di Ezio Pellegrini, di Rive d’Arcano (UD)
    Il testo completo di questa testimonianza è stato pubblicato
    il giorno 18 novembre 1998 su La Padania (pag.19).
    (18) Testimonianza di Carla Landi, delle Langhe
    (19) Testimonianza di Giovanni Bai, di Locarno (Ticino)
    (20) Testimonianza di Sergio Amadio, di San Zenone degli Ezzelini
    (TV)
    Questa usanza ripropone l’immagine della cosiddetta “processione
    delle anime”, o “processione dei morti” che è molto
    diffusa nella cultura popolare alpina, con particolare intensità
    nelle vallate Walser.
    (21) Testimonianza di Piero Casarotti, dei Colli Euganei
    (22) Testimonianza di Giuseppe Furlan, di Pordenone
    (23) Testimonianza di Gilberto dell’Oste, di Canal di Gorto
    (UD)
    (24) Testimonianza di Maura Macchi, di Cassano Magnago (MI)

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    posizionate “ad effetto”
    lungo tratti
    del muro d’Arno. (12)
    A Manerbio (BS) e
    nelle campagne del
    Canavese venivano
    appese ai rami degli
    alberi. Una particolare
    concentrazione
    di simboli si trova in
    alcune delle usanze
    friulane: i semi raccolti
    nell’operazione
    di svuotamento della
    zucca venivano
    conservati per la semina
    dell’anno successivo
    (passaggio
    da un “tempo” all’altro), le candele venivano lasciate
    accese tutta notte per sciogliere e rendere
    più dolce e gradevole la polpa rimasta all’interno
    che serviva da nutrimento per i morti, in
    ogni casa si preparava una zucca per ognuno
    dei morti che si volevano ricordare (a volte si
    lasciava infilata nella zucca una lettera a loro
    destinata) e la mattina si controllava dallo spostamento
    degli oggetti se le anime erano effettivamente
    passate e se avevano gradito l’accoglienza.
    (17)
    L’impiego sistematico delle lümere è continuato,
    secondo quasi tutte le testimonianze
    raccolte, con grande vigore fino agli anni ‘50 e
    ha da allora continuato ad affievolirsi. Ha ritrovato
    una certa fortuna in tempi più recenti grazie
    all’acquisizione di abitudini di importazione
    americana di cui si è però smarrito l’antico legame
    con la nostra tradizione.
    Gli impieghi più ricorrenti sono riportati sulla
    Fig. 4.
    Secondo gran parte delle testimonianze raccolte,
    le zucche scavate e illuminate venivano
    chiamate lümere in Lombardia, in Emilia e in
    Piemonte, lumere nel Veneto Occidentale, lumazze
    nel Polesine e in Romagna. E’ stata anche
    raccolta testimonianza di alcune limitate
    varianti locali che le indicano come teste da
    mort a Biella, e mortesecche a Lucca. Si tratta,
    soprattutto in questi ultimi casi, di denominazioni
    che rafforzano il legame con l’originario
    simbolismo delle teste tagliate dei Celti.
    Le denominazioni più diffuse sono indicate
    sulla Fig. 5.
    La raccolta dei dati non è certo stata caratterizzata
    da grande sistematicità dal momento
    che è stata fatta soprattutto
    fra gli
    ascoltatori di Radio
    Padania Libera la
    cui copertura del
    territorio interessato
    è solo parziale,
    come indicato dalla
    Fig. 1. I riferimenti
    alle altre aree sono
    il risultato delle segnalazioni
    di ascoltatori
    da lì originari
    o di lettori del quotidiano
    che si sono
    presi il disturbo di
    dare testimonianza
    per lettera o fax. (25)
    Ad un certo punto del citato articolo di Ernesto
    Galli della Loggia si dice che Halloween e le
    sue zucche non hanno nulla a che vedere con
    l’Italia. Almeno su questo ha tutte le ragioni: le
    lümere sono una bella espressione di antico celtismo
    e di ritrovata padanità.
    (25) Segnalazioni documentate sono pervenute da: Adria
    (RO), Albese (CO), Albiate Brianza (MI), Alessandria, Almenno
    San Salvatore (BG), Alpi Carniche (UD), Altipiano dei
    Sette Comuni (VI), Appennino toscano (MS, LU, PT), Arcene
    (BG), Azzano Decimo (PN), Bagni di Lucca (LU), Barga
    (LU), Bellinzona (Canton Ticino), Bedonia (PR), Borgosesia
    (VC), Breno (BS), Broni (PV), Bussoleno (TO), Caglio (CO),
    Campagna di Milano, Canal di Grivò (UD), Canavese (TO),
    Candelo (BI), Cantavenna Monferrato (AL), Canzo (CO), Capodistria
    (Istria), Cartigliano (VI), Casale Monferrato (AL),
    Casnate (CO), Cassano Magnago (VA), Castellanza (VA), Castellazzo
    Bormida (AL), Chiavazza (BI), Cisterna d’Asti (AT),
    Collina di Torino, Comeglians (UD), Como, Corcovado (PN),
    Cosseria (SV), Ferrara, Ferriere (PC), Fossombrone (PE),
    Galfione (BI), Garfagnana (LU), Genova, Gignod (AO), Giussano
    (MI), Inveruno (MI), Isola Vicentina (VI), Istria centrale,
    Ivrea (TO), Lago di Varese, La Morra (CN), Langhe (CN,
    AT), Leno (BS), Locarno (Canton Ticino), Lomellina (PV),
    Lucca, Lunigiana (MS), Macherio (MI), Magnago (MI), Manerbio
    (BS), Maniago (PN), Mantova, Milano, Modena, Monferrato
    (AL,AT), Montagnana (PD), Monza, Muggia (TS),
    Ombriano (CR), Orzinuovi (BS), Ovaro (UD), Padova, Pisa,
    Pogliano Milanese (MI), Piacenza d’Adige (PD), Piadena
    (CR), Pieve di Soligo (TV), Pola, Quartier di Piave (TV), Ravenna,
    Recco (GE), Rovigo, San Carlo Canavese (TO), San
    Daniele del Friuli (UD), Sant’Angelo Lodigiano (LO),
    Sant’Angelo di Piove di Sacco (PD), Sant’Erasmo (VE), San
    Zenone degli Ezzelini (TV), Sommacampagna (VR), Sovramonte
    (BL), Spinetta Marengo (AL ), Strà (VE), Suzzolins
    (PN), Tambre d’Alpago (BL), Tirano (SO), Torre del Lago
    (LU), Trens (BZ), Treviso, Val Camonica, Val di Sole (TN), Val
    di Vara (SV), Valle Imagna

  10. #10
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