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Discussione: Servi siocchi

  1. #11
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    Predefinito

    Ma quanta bella gente nell'elenco....Magdi Allam, Emma Bonino, Baget Bozzo, Enrico boselli, Renato Brunetta, Cacciari, Capezzone, Di Pietro, Vittorio Feltri, Giuliano Ferrara, Gianfranco Fini, Giovanardi, Gad Lerner, Clemente Mastella, Mimun, Rutelli, Sofri, persino Giampaolo Pansa...proprio vero che il sionismo non ha colore nè bandiera, se non quella della servitu'...solidarietà totale e incondizionata all'Iran.
    <p><center>Europa Dei Popoli!
    http://www.slowplayers.org/SBSP/images/Animated_Scots_Flag.gif<p><center>

  2. #12
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    Predefinito l'antisemita

    chi è l'antisemita ? secondo la vulgata odierna l'antisemita odia gli ebrei. invece l'antisemita serio dovrebbe essere sia contro gli ebrei che contro gli arabi. sono ambedue popoli semiti che hanno il pregio (?) di aver inventato il dio unico e personalizzato. da quel momento la fede ha soppiantato il senso del sacro. ma gli ebrei in certo modo esulano linguisticamente dai semiti perchè la loro lingua madre è una lingua europea e quindi il filo logico del loro discorso si giova di lingue come il tedesco e l'inglese. la hollywood degli anni venti e trenta del secolo scorso era egemonizzata da costoro (anche la rivista, zigfield follies, con tutte le donnine), ma usata per soddisfare i bisogni (?) delle masse americane ed europee.

  3. #13
    El Criticon
    Ospite

    Predefinito Infatti ...

    Originally posted by Totila
    E' una "Schindler List" all'incontrario...
    ... proporrei di chiamarla

    la Shameless Shameful Sheep List

    (SSSL per gli esperti del settore ovvero le mandrie di pecoroni co-yotes co-yones italiones e tutti i loro equipollenti caproni europei)

    Ops ... sono forse stato troppo moderato?

  4. #14
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    Predefinito

    In effetti, il discorso etno-linguistico iniziato e appena accennato da dime can è estremamente interessante: gli ebrei, anticamente (2000 anni fa) semiti puri, parenti strettissimi degli arabi dal punto di vista etnico, e parlanti una lingua molto piu' arcaica di quella odierna, non si possono oggi catalogare come un popolo semita. la quasi totalità degli ebrei israeliani e mondiali odierni è il risultato di un meticciamento secolare con individui di sangue europeo bianco (solo gli ebrei d'origine nordafricana, hanno ancora mantenuto la purezza semitica, ma sono netta minoranza), e la lingua che parlano e scrivono gli ebrei odierni è lo Yiddish, fusione secolare della lingua ebraica antica con caratteri discorsivi e grammaticali indoeuropei: una sorta di "neoebraico".
    Non essendo quindi gli ebrei d'oggi semiti, ed essendo invece i palestinesi semiti veri e puri, si puo' affermare con certezza che i piu' grandi antisemiti d'oggi sono....gli israeliani stessi!
    <p><center>Europa Dei Popoli!
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  5. #15
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    Predefinito se von mises fosse avesse previsto il futuro

    se la scuola di vienna avesse avuto contezza del futuro, sarebbe stata così liberale ?
    lo sappiamo tutti che questo è un periodaccio che fra trent'anni si risolverà. quando le paghe cinesi e indiane saranno più che decuplicate. ma fra trent'anni l'europa sarà desertificata. meno male che ci stiamo estinguendo e che creperanno gli extra che avranno preso il nostro posto.

  6. #16
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    Predefinito

    ROMA - Il Sindaco di Roma Walter Veltroni parteciperà alla manifestazione, in programma giovedì sera, davanti all'ambasciata iraniana per "protestare contro le gravissime dichiarazioni del presidente Ahmadinejad su Israele". Lo rende noto l'Ufficio stampa capitolino. In una dichiarazione rilasciata la scorsa settimana Veltroni aveva, fra l'altro detto, che le dichiarazioni del presidente Ahmadinejad sono "un insulto intollerabile non solo per lo Stato ebraico ma per tutta la comunità internazionale. Chiunque, in qualunque parte del mondo, creda nei valori della civiltà, della convivenza e della pace, non può non sentirsi offeso e preoccupato".

    Il deputato dell'Udc Marco Follini dichiara, in un'intervista all'Agr-Agenzia giornalistica di Rcs media group, che aderirà alla fiaccolata davanti all'ambasciata iraniana a Roma e definisce le parole del presidente dell'Iran contro Israele "abominevoli". "Alla fiaccolata ci sarò - dichiara Follini - come tutti i moderati non sono abbonato alle manifestazioni, ma in questo caso trovo l'appuntamento di Ferrara giusto e persino doveroso. Nelle piazze e soprattutto nei palazzi di Teheran si sono sentite parole abominevoli. Sono quelle parole che fanno rullare tamburi di guerra". "Tutti quelli che hanno a cuore i valori della pace, della convivenza e della sicurezza - conclude - non possono di certo fare finta di nulla".

    URSO, A MANIFESTAZIONE SPERIAMO ADESIONI 'BIPARTISAN'
    "Ancora una volta dobbiamo manifestare pubblicamente dalla parte dello Stato d'Israele sperando che questo appello venga raccolto anche da quella sinistra illuminata a cui sta a cuore anche la storia del popolo palestinese". Lo afferma il vice ministro alle Attività Produttive Adolfo Urso, che aderisce all'appello lanciato da Giuliano Ferrara sulla manifestazione a favore dello Stato d'Israele. "Le dichiarazioni del presidente iraniano Ahmadinejad - osserva Urso - sono inaccettabili, sono sicuro che la manifestazione avrà successo e speriamo in adesioni bipartisan".

    MERCOLEDI' A ROMA SIT-IN DEI VERDI DAVANTI AMBASCIATA
    I Verdi hanno organizzato, per mercoledì 2 novembre alle ore 17, un sit-davanti all'ambasciata dell'Iran "per protestare contro le dichiarazioni irresponsabili della autorità iraniana che minaccia l'esistenza dello Stato di Israele". Lo rende noto un comunicato congiunto dei coordinatori dei Verdi Paolo Cento e Angelo Bonelli. Al sit-in è stata annunciata anche la presenza del presidente dei Verdi Alfonso Pecoraio Scanio. Il diritto ad esistere dello stato di Israele - si legge nella nota - è per i Verdi un diritto inalienabile e irrinunciabile che non può essere in alcun modo messo in discussione o minacciato. La nostra sarà una manifestazione che vuole anche sostenere l'opposizione democratica all'attuale regime in Iran, come unica garanzia per una politica diplomatica che eviti qualsiasi tentazione di guerra". "E' indispensabile - hanno concluso Bonelli e Cento - nel momento in cui si manifesta per il diritto alla sicurezza di Israele, affermare la necessità di una piena applicazione delle risoluzioni Onu che riconoscono lo stato della Palestina e i diritti del popolo palestinese come parte integrante di una politica di dialogo e di pace contro ogni estremismo e fondamentalismo".

    L'IRAN RILANCIA LE ACCUSE A ISRAELE E AMMONISCE I PAESI ARABI
    TEHERAN - Dopo avere auspicato nei giorni scorsi la cancellazione di Israele dalla carta geografica del mondo, il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad ha lanciato un monito ai Paesi arabi moderati che potrebbero riconoscere lo Stato ebraico e allacciare relazioni diplomatiche dopo il ritiro israeliano da Gaza: ''Sarebbe un crimine imperdonabile'', ha affermato, e i governi che facessero un simile passo ''si troverebbero a fronteggiare la comunita' dell'Islam (Umma)''.

    Ma voci di dissenso verso il presidente si sono levate da qualche parlamentare e, soprattutto, dal suo predecessore, il riformista Mohammad Khatami, secondo il quale e' opportuno non pronunciare parole che possano creare alla Repubblica islamica ''problemi economici e politici con il mondo''.

    Ahmadinejad ha nuovamente affrontato l'argomento parlando ad un migliaio di studenti Basiji, i miliziani volontari islamici, e lo ha fatto sfoggiando sopra la consueta giacca bianca, che ormai si identifica con la sua immagine, una 'kefiah' palestinese simbolo dell'Intifada, che la Repubblica islamica ha sempre sostenuto. Cosi' come si e' sempre schierata contro qualsiasi compromesso tra Palestinesi e Paesi arabi con Israele, a partire dagli accordi di Camp David del 1978 tra l'Egitto e lo Stato ebraico.

    Venendo al processo di pace attualmente in corso, Teheran sostiene che il ritiro di Israele da Gaza e' solo un ''complotto'' per indurre i governi arabi moderati a riconoscerlo. ''Nel mondo islamico - ha affermato il presidente iraniano - nessuno ha il diritto di riconoscere questo falso regime''. Cioe', appunto, Israele.

    Quanto alle sue affermazioni di mercoledi' scorso su Israele, che hanno suscitato un'ondata di proteste in Paesi occidentali e non, Ahmadinejad ha sottolineato nuovamente di non aver detto nulla di nuovo rispetto a quanto affermato in passato dall' ayatollah Khomeini, fondatore della Repubblica islamica, e dall' attuale Guida suprema del Paese, l'ayatollah Ali Khamenei.

    ''La posizione dell'Iran sul regime sionista illegittimo e' stata chiara fin dalla vittoria della rivoluzione (nel 1979, ndr), e abbiamo sempre detto che non avremmo riconosciuto questo regime'', ha ribadito anche il portavoce del ministero degli Esteri, Hamid Reza Asefi, secondo il quale le reazioni dell' Occidente sono state una manovra per cercare di indurre Teheran a rinunciare al suo ''programma nucleare pacifico''.

    ''Ora che le nostre ragioni sono state provate - ha sottolineato ancora il portavoce del ministero degli Esteri - cercano di coinvolgerci, rabbiosamente, in un altro confronto per farci ignorare i nostri diritti legittimi''. Cioe' quelli di sviluppare appunto un programma nucleare, completo di ciclo per l'arricchimento dell'uranio.

    Proprio oggi Ahmadinejad ha affermato che il suo Paese non prevede di tornare a fermare un impianto per la conversione dell'uranio situato a Isfahan, dove l'attivita' e' ripresa in agosto. Conseguentemente sono state interrotte le trattative in corso da quasi due anni tra la Repubblica islamica con Francia, Germania e Gran Bretagna, e in settembre il Consiglio dei Governatori dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea) ha approvato una risoluzione che apre la strada ad un eventuale trasferimento del caso al Consiglio di Sicurezza dell' Onu per possibili sanzioni.

    Mohammad Khatami, citato dall'agenzia degli studenti Isna, ha affermato che la Repubblica islamica non ha come scopo quello di ''trasformare il mondo intero e favorire l'instaurazione di governi che ci convengono''. ''Non dobbiamo pronunciare - ha aggiunto l'ex presidente - parole che ci creino problemi economici e politici con il mondo''.

    ''Se Ahmadinejad avesse tenuto in considerazione l'atmosfera delicata di questi giorni nel mondo, le sue parole avrebbero avuto minori conseguenze'', ha detto da parte sua il deputato Heshmatollah Falahat Pisheh, della Commissione sicurezza nazionale e affari esteri. E il suo collega parlamentare Omidvar Rezai Mirqaed ha osservato che ''quando si parla di certi argomenti, bisogna avere una conoscenza sufficiente delle leggi internazionali''.
    <p><center>Europa Dei Popoli!
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  7. #17
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    Originally posted by waldgaenger76
    Il presidente della Repubblica islamica dell’Iran Mahmoud Ahmadinejad, ha dichiarato che Israele “deve essere cancellato dalla carta geografica”. Protestiamo con fermezza in difesa del diritto di Israele ad esistere, e rimuoviamo una fiaccolata davanti all’ambasciata iranian di Roma, giovedì 3 novembre, alle ore 21.
    Anti Defamation League Italia,
    Giano Accame (giornalista),
    Elena Aga-Rossi (storica),
    Magdi Allam (giornalista),
    Enrico Alleva (biologo),
    Luigi Amicone (direttore Tempi),
    Achille Ardigò (sociologo),
    Federigo Argentieri (storico),
    Mario Baccini (ministro Funzione Pubblica),
    Emma Bonino (europarlamentare),
    Gianni Baget Bozzo (politologo),
    Michele Battini (storico),
    Pierluigi Battista (giornalista),
    Piero Benedetti (biologo),
    Rita Bernardini (tesoriera Radicali),
    Paola Binetti (presidente Scienza e Vita),
    Massimo Boffa (giornalista),
    Riccardo Bonacina (giornalista),
    Max Boot (Council on Foreign Relations),
    Enrico Boselli (presidente Sdi),
    Renato Brunetta (europarlamentare FI),
    Massimo Cacciari (filosofo),
    Pietro Calabrese (direttore Panorama),
    Giuseppe Caldarola (deputato Ds),
    Luciano Canfora (storico),
    Daniele Capezzone (segr. Radicali),
    Marco Cappato, (segr. Assoc. Luca Coscioni),
    Lorenzo Cesa (segr. Udc),
    Giancarlo Cesana (responsabile Cl),
    Khalid Chaouki (giornalista),
    Daniel Cohn-Bendit (europarlamentare),
    Piero Craveri (storico),
    Thomas Cushman (direttore Journal of Human Rights), Marina D’Amelia (storica),
    Vittorio Dan Segre (presidente Istituto Studi mediterranei), Franco Debenedetti (senatore Ds),
    Umberto De Giovannangeli (giornalista),
    Biagio de Giovanni (storico),
    Sergio D’Elia (Nessuno Tocchi Caino),
    Benedetto Della Vedova (presidente Riformatori liberali), Roberto de Mattei (storico),
    Alessandra Di Pietro (giornalista),
    Antonio Di Pietro (presidente Italia dei Valori)
    Riccardo Di Segni (rabbino capo di Roma),
    Olivier Dupuis (segr. Radicali transanzionali),
    Renato Farina (giornalista),
    Vittorio Feltri (direttore Libero),
    Giuliano Ferrara (direttore Foglio),
    Emanuele Fiano (capogruppo Ds Milano),
    Gianfranco Fini (ministro degli Esteri),
    Renzo Foa (giornalista),
    Vittorio Foa (scrittore),
    Franco Frattini (vicepresidente Commissione europea),
    David Frum (American Enterprise Institute),
    Ernesto Galli della Loggia (storico),
    Maurizio Gasparri (deputato An),
    Oscar Giannino (giornalista),
    Franco Giordano (capogruppo Rifondazione Camera),
    Carlo Giovanardi (ministro per i Rapporti con il Parlamento), André Glucksmann (filosofo),
    Aldo Grasso (critico televisivo),
    Massimo Introvigne (Cesnur),
    Giorgio Israel (docente universitario),
    Raffaele La Capria (scrittore),
    Michael Ledeen (American Enterprise Institute),
    Gad Lerner (giornalista),
    Giacoma Limentani (scrittrice),
    Sergio Luzzatto (storico),
    Miriam Mafai (giornalista),
    Luigi Manconi (sociologo),
    Alfredo Mantovano (sottosegretario ministero degli Interni), Clemente Mastella (segretario Udeur),
    Nicola Matteucci (storico),
    Davi Meghnagi (docente universitario),
    Giovanna Melandri (deputato Ds),
    Enrico Mentana (giornalista),
    Clemente Mimun (direttore Tg1),
    Marco Minniti (deputato Ds),
    Andrea Monda (giornalista),
    Giorgio Montefoschi (scrittore),
    Giampiero Mughini (giornalista),
    Giovanni Orsina (storico),
    Riccardo Pacifici (portavoce Comunità ebraica Roma),
    Mark Palmer (ex ambasciatore americano),
    Angelo Panebianco (politologo),
    Marco Pannella (leader radicale),
    Giampaolo Pansa (giornalista),
    Vittorio Emanuele Parsi (docente universitario) ,
    Leone Paserman (presidente Comunità ebraica Roma), Francesco Perfetti (storico),
    Daniel Pipes (direttore Middle East Forum),
    Lapo Pistelli (europarlamentare Margherita),
    Norman Podhoretz (saggista),
    Vittorio Possenti (filosofo),
    Elisabetta Rasy (scrittrice),
    Giovanni Reale (filosofo),
    Tullio Regge (fisico),
    Yasha Reibman (portavoce Comunità ebraica Milano),
    Mario Andrea Rigoni (scrittore),
    Carlo Ripa di Meana, Ludovica Ripa di Meana (scrittrice), Claudio Risé (psicoanalista),
    Eugenia Roccella (saggista),
    Carlo Rossella (direttore Tg5),
    Sergio Rovasio (dir. gen. Partito radicale),
    Michael Rubin (direttore Middle East Quarterly),
    Gian Enrico Rusconi (storico),
    Francesco Rutelli (leader Margherita),
    Lucetta Scaraffia (storica),
    Antonio Sciortino (direttore Famiglia Cristiana),
    Marina Sereni (deputato Ds),
    Vittorio Sermonti (scrittore),
    Adriano Sofri (giornalista),
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    Giorgio Vittadini (presidente Fondazione per la Sussidiarietà), Luca Volonté (capogruppo Udc Camera),
    Elisabetta Zamparutti (tesoriera Nessuno Tocchi Caino), Viktor Zaslavsky (storico),
    Stefano Zecchi (assessore alla Cultura Comune di Milano), Giuliano Zincone (giornalista),
    Nicola Zingaretti (capogruppo Ds Parlamento europeo)

    Come ho detto nell'altro forum, ce la ricorderemo bene questa lista a tempo debito.

  8. #18
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    Come l’Iran resisterà


    Di Kaveh L. Afrasiabi

    TEHRAN- Come alcune organi di stampa riportano, gli Stati Uniti e Israele starebbero prendendo in considerazione l’ipotesi di operazioni militari contro l’Iran. L’Iran stesso, tuttavia, non sta perdendo tempo a preparare la sua risposta ad un eventuale attacco.

    Delle manovre combinate di mezzi terrestri e aerei, durate una settimana e svoltesi in cinque province del sud e dell’ovest del paese, si sono appena concluse. Gli osservatori stranieri, stupefatti da tali manovre, hanno descritto come “spettacolare” il massiccio utilizzo di strumenti tecnologici, le operazioni, tra cui il rapido posizionamento di forze basato su squadroni di elicotteri e su ponti aerei, l’utilizzo di missili, così come l’utilizzo di centinaia di carri armati e di decine di migliaia di ben coordinato personale che usava munizioni non a salve. Contemporaneamente, circa 25000 volontari si sono fino ad ora offerti ai nuovi centri per gli “attacchi suicidi” contro ogni potenziale invasore, in quello che viene chiamato “combattimento asimmetrico”.

    Oltre la strategia di un confronto contro una ipotetica invasione statunitense, l’Iran riutilizza lo scenario iracheno di una forza sovrastante, rappresentata particolarmente dall’aviazione Usa, che punta a una vittoria veloce contro una forza molto più debole. Facendo tesoro dell’esperienza sia dell’Iraq nel 2003 sia della guerra Iran-Iraq del 1980-88 e del confronto con le forze Usa nel Golfo Persico nel 1987-88, gli iraniani si sono concentrati sui vantaggi di una strategia difensiva fluida e complessa, che cerca di trarre vantaggio da alcune debolezze della superpotenza militare Usa, e allo stesso tempo di massimizzare le preziose e ristrette aree in cui possono avere un vantaggio, tra cui, per esempio, la superiorità militare delle forze di terra, le tattiche di guerriglia, il terreno etc.

    Secondo un rinomato articolo sull’Iran war game, apparso sulla rivista statunitense Atlantic Monthly, i costi previsti di un attacco all’Iran sarebbero almeno di qualche decina di milioni di dollari. La previsione è basata su “interventi mirati”, che combinano attacchi missilistici, bombardamenti, e operazioni coperte, e non tiene conto della strategia iraniana, che punta ad “estendere il teatro delle operazioni” per aumentare esponenzialmente i costi del nemico; si prevedono anche attacchi alle strutture di comando statunitensi nel Golfo Persico.

    Dopo questa versione iraniana degli sviluppi della guerra, l’intenzione Usa di usare dei combattimenti locali per indebolire il sistema di comando iraniano, quale preludio per un sistematico attacco agli obiettivi militari chiave, sarebbe eliminata dalla strategia di “portare la guerra tra loro”, per usare l’espressione di uno stratega militare iraniano, che enfatizza la debole struttura di comando statunitense all’estremo meridione del Golfo Persico. (Negli ultimi mesi, gli aerei da guerra Usa hanno ripetutamente violato la spazio aereo iraniano nella provincia di Khuzestan, per testare il sistema di difesa aerea iraniano, riportano gli ufficiali militari iraniani).

    Lo sviluppo in Iran di sistemi missilistici altamente sofisticati e mobili gioca un ruolo centrale nella sua strategia, riposando ancora una volta sulle lezioni delle guerre irachene del 1991 e del 2003: all’inizio della guerra contro il Kuwait, i missili iracheni giocarono un importante ruolo nell’estendere i combattimenti ad Israele, tenendo conto anche del fallimento dei missili Patriot statunitensi nell’abbattere i missili che dall’Iraq piovevano su Israele e, in misura minore, sul centro del comando Usa in Arabia Saudita. Inoltre, per ammissione del comandante Usa del conflitto kuwaitiano, generale Norman Scharzkopf, la caccia ai missili Scud iracheni rappresentò la parte più importante della strategia aerea della coalizione ed era difficile quanto “cercare un ago in un pagliaio”.

    Oggi, con l’evoluzione della strategia militare iraniana, il paese fa affidamento su missili a lunga gittata sempre più precisi, per esempio gli Shahab-3 e i Fateh-110, che possono “colpire obiettivi a Tel Aviv”, per riprendere il Ministro degli Esteri Kemal Kharrazi.

    Dal punto di vista cronologico, l’Iran produsse nel 1985 missili d’artiglieria Oghab, capaci di un raggio di 50 kilometri, e nel 1986-87 e 1988 sviluppò, rispettivamente, i missili d’artiglieria Mushak con un raggio di 120 e 160 chilometri. L’Iran cominciò ad assemblare Scud-Bs nel 1988, e consiglieri tecnici nordcoreani convertirono nel 1991 una struttura di mantenimento missili in una fabbrica di missili. Tuttavia, non sembra che l’Iran abbia cominciato a produrre Scud. Al contrario, l’Iran ha cercato di costruire Shahb-3 e Shahab-4, con un raggio di 1300 chilometri e 750 chilogrammi circa di peso, e 200 chilometri e 100 chilogrammi rispettivamente; il Shahab-3 è stato testato nel luglio del 1998 e potrebbe presto essere migliorato sino a raggiungere un raggio di 2000 chilometri, capace quindi di raggiungere il centro dell’Europa.

    Grazie ai ricavati della vendita del petrolio, che rappresentano l’80% del bilancio annuale del governo, l’Iran non sta vivendo le difficoltà di bilancio conosciute nella prima metà degli anni novanta, quando la sua spesa militare era poco più di un decimo dei suoi vicini del Golfo Persico, che sono membri del Gulf Cooperation Council; quasi tutti gli stati arabi possiedono un sistema avanzato di missili, per esempio l’Arabia Saudita i CSS-2/DF, lo Yemen gli SS-21 e lo Scud-B, l’Iraq i Frog-7.

    Per quanto riguarda l’Iran, vi sono notevoli vantaggi riguardo all’arsenale balistico: primo, è relativamente economico e prodotto all’interno del paese, senza una dipendenza esterna e la collegata pressione Usa per un “controllo dell’esportazione dei missili”. Secondo, i missili sono mobili e possono essere nascosti al nemico e, terzo, ci sono vantaggi legati agli aerei di guerra che necessitano delle basi di appoggio. Quarto, i missili sono presumibilmente delle armi effettive che possono essere lanciate senza un grande preavviso per gli obiettivi prescelti, particolarmente per il missile a “combustione solida” Fatah-110, che necessita solo di qualche minuto di installazione prima di essere lanciato. Quinto, i missili sono armi di confusione e di una capacità di attacco che può distruggere il nemico; ricordiamo che l’attacco dei missili iracheni nel marzo 2003 alle forze Usa riunite al confine Iraq-Kuwait costrinse gli Usa ad un cambiamento di piano, eliminando in questo modo il piano iniziale di sostenuti attacchi aerei prima dell’utilizzo di forze di terra, come nel caso della guerra in Kuwait, dove queste ultime entrarono in azione dopo circa 21 giorni di pesanti attacchi aerei sull’Iraq e sullo stesso Kuwait.

    Conseguentemente, ogni attacco Usa contro l’Iran incontrerà probabilmente innanzitutto una risposta missilistica contro i paesi del sud del Golfo Persico che ospitano le forze Usa, così come ogni altro paese, per esempio Azerbaijan, Iraq o Turchia, che permettono l’utilizzo del loro spazio aereo da parte delle forze Usa. La ragione di questa strategia è precisamente di avvertire i vicini dell’Iran delle pesanti conseguenze che li aspettano, con degli impatti debilitanti sulla loro economie per un lungo periodo, nel caso dovessero divenire complici dell’invasione dell’Iran.

    Un altro elemento chiave della strategia dell’Iran è di “aumentare l’arco della crisi” in paesi quali l’Afghanistan e l’Iraq, dove ha una considerevole influenza, per minare i punti di appoggio Usa nella regione, sperando così di creare un effetto domino, per cui invece che guadagnare terreno all’interno dell’Iran, gli Usa perderebbero territorio come risultato dell’assottigliarsi delle proprie forze e dell’aumento dei compiti militari.

    Ancora, un’altra componente della strategia dell’Iran è la guerra psicologica, un’area di considerevole attenzione per i pianificatori militari nazionali in questo periodo, i quali si concentrano sulle “lezioni dall’Iraq” e su come la guerra psicologica degli Usa sia riuscita a causare delle divisioni all’interno dei più alti livelli dell’esercito baathista così come tra il regime e la popolazione. La guerra psicologica degli Usa aveva anche una dimensione politica, nel cercare di convincere i membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e altri stati a sostenere le misure anti-Iraq, nella forma di contrastare le armi di distruzioni di massa di Saddam Hussein.

    La guerra psicologica di risposta dell’Iran, dall’altra parte, cerca di avvantaggiarsi della “paura di morire” dei soldati americani, che tipicamente mancano di motivazioni per combattere guerre che non sono necessariamente in difesa della madrepatria. Una guerra con l’Iran necessiterebbe inevitabilmente del ripristino della coscrizione obbligatoria negli Usa, senza la quale sarebbe impossibile difendere l’Afghanistan e l’Iraq; l’imposizione della coscrizione obbligatoria significherebbe l’arruolamento di molti giovani e insoddisfatti soldati, i quali potrebbero facilmente essere influenzati da una guerra psicologica iraniana che si concentri sulla mancanza di motivazione e sulla “dissonanza cognitiva” dei soldati mal indottrinati della “dottrina preventiva” del Presidente George W Bush, per non menzionare una guerra delegata per la salvezza di Israele.

    Da parte loro gli iraniani già oggi si considerano soggetti a manipolazioni tipiche della guerra psicologica, per cui, per esempio, gli Usa intelligentemente cercano di trarre vantaggio della rabbia della gioventù (disoccupata), come si può capire da una recente intervista del Segretario di Stato Colin Powell. La disinformazione sistematica gioca tipicamente un ruolo chiave nella guerra psicologica, e gli Usa hanno triplicato i programmi radio destinati all’Iran e, secondo recenti rapporti del Congresso Usa, hanno sostanzialmente aumentato anche il supporto finanziario a varie TV anti-regime e a vari programmi Internet, e allo stesso tempo esaltando il ruolo della “intelligenza umana” in un futuro scenario di conflitto con l’Iran basato sulle operazioni coperte.

    Conseguentemente, vi è un senso di assedio nazionale in Iran in questi giorni, , alla luce della cintura di sicurezza di cui beneficiano gli Usa, grazie alle basi militari di cui dispongono in Iraq, Turchia, Azerbaijan, Uzbekistan, Tajikistan, Kyrgyzistan, ma anche Kuwait, Arabia Saudita, Qatar, Bahrein, Oman e l’isola Diego Garcia, ormai trasformata in un’isola-guarnigione. Dal punto di vista dell’Iran, gli Usa, avendo vinto la guerra fredda, si sono trasformati in un “leviatano impazzito” capace di manipolare e sovvertire le leggi del diritto internazionale e delle Nazioni Unite con impunità, e quindi necessitando da parte iraniana una strategia delle deterrenza che, secondo alcuni esperti iraniani, includerebbe anche l’uso delle armi nucleari.

    Ma tali voci sono, in definitiva, una minoranza nell’Iran attuale, e in larga misura vi è un consenso di elite contro la produzione di armi nucleari, in parte per la convinzione che, lungi dal creare una “capacità d’attacco in seconda battuta”, non ci sarebbe nessuna deterrenza contro una forza nucleare statunitense sovrastante, che possiede migliaia di “armi tattiche nucleari”. Tuttavia, osservando l’asimmetria nucleare tra India e Pakistan, la capacità di quest’ultimo di un attacco nucleare in prima battuta si è rivelata una deterrenza contro la più potente, dal punto di vista nucleare, India. Tale lezione non è andata persa in Iran.

    Conseguentemente, mentre l’Iran ha completamente aperto il suo programma nucleare alle ispezioni internazionali ed ha sospeso il suo programma di arricchimento dell’uranio grazie a un accordo Unione Europea-Iran firmato a Parigi in novembre, vi è una preoccupazione ricorrente che l’Iran potrebbe avere sottostimato la propria strategia della deterrenza contro gli Usa, che non hanno appoggiato l’accordo di Parigi, riservandosi il diritto di indirizzare il problema nucleare iraniano al Consiglio di Sicurezza e nel frattempo di compiere occasionali azioni militari contro Teheran.

    Allo stesso tempo, senza perdere di vista una campagna d’opinione negli Usa, particolarmente da parte del New York Times attraverso articoli con titoli provocativi come “gli Usa contro l’Iran nucleare”, gli Usa continuano la propria potente pre-campagna contro l’Iran senza diminuirne l’intensità, aumentando conseguentemente le preoccupazioni riguardo la sicurezza nazionale di quei gruppi di iraniani che identificano nella “deterrenza nucleare” un strategia di sopravvivenza nazionale.

    Riguardo questi ultimi, vi è una crescente convinzione in Iran che, non importa quanto si sia compiacenti alle domande dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica della Nazioni Unite, come fu l’Iraq nel 2002-03, gli Usa, che hanno incluso l’Iran nel loro autoproclamato “asse del diavolo”, stanno intelligentemente piantando i semi della loro prossima guerra del Medio Oriente, in parte ripresentando vecchie accuse di terrorismo e di complicità iraniana al bombardamento di Ghobar nel 1996 in Arabia Saudita, non tenendo conto del rifiuto ufficiale saudita di tali ricostruzioni, assolutamente dimenticate in un recente libro di Kenneth M Pollack sull’Iran, The Persian Puzzle.

    Vi è quindi una emergente “deterrenza proto-nucleare” secondo la quale la capacità iraniana di utilizzare il ciclo di combustione nucleare renderebbe “le armi nucleari disponibili” in un periodo di tempo relativamente breve, una sostanziale “capacità di soglia” di produzione delle armi che deve essere presa in considerazione dai nemici dell’Iran attraverso degli attacchi alle sue installazioni nucleari. Tali attacchi incontrerebbero una decisa resistenza, data dallo storico senso nazionali e patriottismo dell’Iran, così come dalla corsa agli armamenti basati sulla tecnologia nucleare che ne seguirebbe. Perciò, più a lungo gli Usa e Israele mantengono tale minaccia militare, più potente e attrattiva la richiesta di una “deterrenza proto-nucleare” acquisirà consenso nel paese.

    Infatti, la minaccia militare contro l’Iran si è dimostrata negativa per l’economia iraniana, facendo fuggire gli investimenti stranieri e causando una considerevole fuga di capitali, una situazione intollerabile che ha portato alcuni economisti addirittura a chiedere che vengano citati gli Usa in tribunali internazionali per ottenere dei rimborsi finanziari. Ciò è difficile da credere, indubbiamente, e gli iraniani dovrebbero presentare un precedente legale per vincere la loro causa. L’Iran non può permettere che i bassi livelli di investimenti causati dalle minacce militari continuino a lungo, e rispondere con una estesa strategia militare della deterrenza che aumenta il valore dei rischi per gli alleati Usa potrebbe servire ad eliminare tale difficile situazione.

    Ironicamente, per aprire una parentesi, alcuni amici di Israele negli Stati Uniti, tra cui il professore di leggi di Harvard Alan Derhowitz, un avido sostenitore della necessità di “torturare i terroristi”, ha recentemente pubblicato su un sito pro-Israele un editoriale in cui si chiede una revisione del diritto internazionale che permetta un attacco militare israeliano e americano militare contro l’Iran. Dershowitz ha chiaramente oltrepassato i principi dello stato di diritto, facendosi beffe di quella istituzione che è considerata come un faro negli Usa; la stessa Ivy League University è la casa dell’odioso discorso sullo “scontro di civiltà”, un altro ornamento per la sua cara teoria. Anche il direttore della Harvard’s Kennedy School, Joseph Nyde, una (relativa) colomba, ha replicato alla ossessione Usa dell’uso della forza producendo libri e articoli sul “soft power” che rende ogni aspetto della vita americana, inclusa la sua cultura e l’industria del divertimento, una appendice o un “complemento” dell’”hard power” statunitense, così che l’avverarsi di ciò che Jurgen Habermas chiama “mondo vitale” (Lebenswelt) è la condition sine qua non della Pax Americana.

    L’inganno del potere, tuttavia, è che spesso non si rende conto dell’opposizione che genera, come è stato il caso della cinquantennale resistenza del popolo cubano contro un duro embargo economico, o la lotta nazionalista algerina conto il colonialismo francese durante gli anni cinquanta e sessanta, e, attualmente, il popolo iraniano si trova nella non voluta situazione di cercare di sopravvivere contro il prossimo attacco del potere Usa, guidato completamente da falchi vestiti di multilateralismo riguardo al programma nucleare iraniano. Ancora, pochi in Iran credono, in realtà, che questo sia poco più che pseudo-multilateralismo volto a soddisfare il militarismo unilateralista statunitense lungo il proprio cammino. Si spera che il cammino non venga percorso nel futuro prossimo, ma, nel caso, il “Terzo Mondo” iraniano sta facendo ciò che può per prepararsi a tale scenario da incubo.

    Tutta la situazione richiede una attenta gestione della crisi e una maggiore confidenza reciproca su ciò che riguarda i problemi della sicurezza da parte di entrambe le parti. Si spera, infine, che l’odiosa esperienza delle ripetute guerre nei paesi ricchi di petrolio possa essa stessa funzionare come deterrente.

    Kaveh L Afrasiab, ricercatore in scienza politica all’Università di Tehran.


    Traduzione dall’inglese di Enrico Lobina
    <p><center>Europa Dei Popoli!
    http://www.slowplayers.org/SBSP/images/Animated_Scots_Flag.gif<p><center>

 

 
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