Questa lettera è stata inviata alla mailing list degli iscritti del movimento
DISCUTIAMO DEL NOSTRO FUTURO
Richiesta di un Congresso Nazionale
che apra un dibattito sulle prospettive del Mre.
Roma, 31 ottobre 2005
Cari amici,
sono convinto che la maggior parte di voi abbia deciso un giorno di militare da repubblicano perché crede profondamente nei valori di questo movimento, si riconosce nella sua storia, si sente parte e proseguimento di un percorso che da Giuseppe Mazzini ci ha condotto ai giorni nostri senza dover rinnegare alcuna delle idee fondanti la nostra storia, con la consapevolezza di poterle anzi riscattare, sempre valide, anche per il futuro.
Un futuro che chiede a gran voce un’iniezione di laicità alla politica, quella laicità di cui proprio noi siamo lontani portatori e fiera espressione da sempre.
Oggi il panorama politico è in grande fermento e ci chiama a scelte difficili che impongono un ampio dibattito interno, perché riguardano da molto vicino il futuro della nostra realtà repubblicana, dei nostri simboli e delle nostre potenzialità di rinascita.
Un futuro che personalmente vedo minato e minacciato da diversi fattori.
Gli ultimi verdetti elettorali ci indicano che il nostro partito raccoglie, sul territorio nazionale, un consenso decimale. Ma uno sguardo più attento ci segnala anche che il voto repubblicano è diluito in molti rivoli, in piccole realtà, in tanti orticelli separati e improduttivi. La storia delle molte diaspore repubblicane ha fatto sì che oggi a sinistra non esistano solo i Repubblicani Europei.
Esiste un gruppo che ha costituito la quarta gamba di fondazione dei Ds, che fa capo all’onorevole Bogi e che si riassume nell’attività della corrente Sinistra Repubblicana e dell’associazione culturale Democrazia Laica. Una realtà che oggi si pone molte domande sull’opportunità di proseguire in quest’esperienza.
Esiste in Romagna un largo consenso storico repubblicano, impegnato a difendere l’appartenenza dell’edera alla sinistra di questo Paese, ma prigioniero del PRI di La Malfa e in aperto contrasto con la dirigenza. Con loro condividiamo idee, aspettative, prospettive.
Esiste in Campania da diversi anni una forza repubblicana di centrosinistra di tutto rispetto, promotrice di valori mazziniani e liberaldemocratici, guidata dall’ex vicesegretario del PRI Giuseppe Ossorio, capace di raccogliere alle ultime regionali il 3,2% a Napoli, la terza area metropolitana del Paese, e l’1,4% nell’intera Campania. Da più parti essa ha manifestato la piena disponibilità a lavorare ad un soggetto comune, unitario o federato.
Esistono inoltre realtà locali organizzate e radicate nel territorio, che spendono la loro tradizione repubblicana con nuovi simboli, nuovi nomi, nuove etichette: ne è un esempio Democrazia Repubblicana, che nella città di Massa ottiene il 5% dei voti. Ma anche il movimento dei Democratici di La Spezia e provincia e il rinato Nuovo Partito d’Azione, che vuole riproporre la cultura azionista con nuovi contenuti, attingendo anche al bacino repubblicano.
Con questo panorama non ci si può sorprendere di registrare che un movimento di respiro nazionale come il nostro ottenga un consenso così scarno e striminzito.
La dispersione del voto repubblicano a sinistra contribuisce non poco a limitare le nostre prospettive di crescita. E’ chiaro a tutti che l’interesse di ognuno di noi sia quello di avere un solo riferimento politico, un solo simbolo d’edera a cui guardare.
Eppure, un’esigenza così ovvia e scontata, trova di fronte uno scoglio insormontabile.
Una barriera costituita dalle tante rivalità, dai personalismi, dagli interessi particolari che tutti gli attori della scena mettono in campo, nessuno escluso.
Oltre a questi impedimenti di natura personale, ne esiste un altro, tutto politico, che uccide la nostra rinascita autonoma: il progetto unitario di Prodi e di Parisi, che oggi trova concordi Fassino e Rutelli, e che ambisce ad una sorta di compromesso, di improbabile media geometrica, tra culture e istanze tra loro profondamente diverse: quella di matrice socialista e riformista con quella liberale e democratica; quella cattolica con quella laica. In poche parole, quasi l’intero spettro delle tradizioni politiche che vanno da Marx a Gobetti, da Mazzini a Sturzo, con un occhio a Clinton, a Blair, a Zapatero.
Nella realtà policulturale e variegata del nostro Paese, che esprime sensiblità diversissime da nord a sud, questo ha il sapore di un’alchimia pastrocchiata, che invece del confronto, della competizione e della chiarezza di idee, esalta il pasticcio, la statica medietà, l’annullamento reciproco. Noi non siamo l’America, non siamo un Paese anglosassone, abituati a semplificare la proposta politica nell’alveo di un sistema maggioritario consolidato da lungo tempo. Siamo l’Italia, una terra che ha imparato a vivere nella ricchezza delle sue anime varie, delle sue diversità. La politica non può innestare modelli che non ci appartengono. Deve invece sforzarsi di rappresentare nel modo migliore e più efficace la natura di un popolo.
I sostenitori del progetto prodiano fanno l’elogio della “contaminazione”. Ma chi ha interesse a contaminarsi? Certamente i post-comunisti, da quindici anni alla ricerca di un lume, di una bussola a cui riferirsi. Forse i cattolici, spaesati da una società che cambia, che si misura con le nuove religioni degli immigrati, coi progressi della scienza e della tecnologia, e costretti a rivedere l’attualità delle loro dottrine e a ripensarle sotto una nuova luce.
Di sicuro noi no. Noi siamo espressione di una cultura e di una politica laica e autenticamente democratica. Di una democrazia cioè civile e spirituale.
Se un tempo i laici democratici rappresentavano una casta ristretta, un’élite illuminata di benpensanti con scarsa presa sui cittadini, oggi le cose sono molto cambiate. I laici di massa che c’erano prima (e che tuttora esistono), erano solo la coerente espressione del pensiero marxista. Cioè di qualcosa che di laico aveva molto poco, se consideriamo che il marxismo era la religione dei comunisti, come il cattolicesimo quella dei democristiani e di certa destra clericale.
Ora invece lo scenario è diverso. La laicità è un argomento al centro del dibattito, e segna un discrimine sempre più forte e sempre più ampio nelle scelte politiche. Ce lo impongono proprio i temi della società multietnica, della ricerca, della famiglia e dei nuovi nuclei sociali, del progresso civile.
Sulla laicità si può costruire una politica tutta nuova, che abbracci tematiche ad ampio raggio, dall’istruzione scolastica al lavoro, dai rapporti con le istituzioni alla politica familiare, dall’etica alla ricerca e all’innovazione, con tutti gli evidenti risvolti sulla politica economica.
E’ venuto proprio il momento del riscatto per chi, come noi, è rimasto troppo a lungo nell’angolo della rispettata aristocrazia politica per palati fini. Per dirla in termini brutali, è giunta l’ora di pescare a mani basse, di spendere elettoralmente la ragione delle nostre idee, magari di rimodularle e aggiornarle, ma di parlare alla gente. Da repubblicani. Siamo laici in un Paese cattolico, un Paese che non ci piace, ma che ci rispetta e che oggi ci guarda con interesse e curiosità.
Sono almeno due anni che alcuni di noi suggeriscono di mettere al centro dei nostri contenuti questa tematica. Oggi lo fa il neonato polo radical-socialista, che pure ci ha chiamato a raccolta. E sarà un successo politico ed elettorale, perché colma per primo un vuoto politico esistente da troppo tempo. Un vuoto che avremmo potuto e dovuto coprire noi in beata solitudine, se solo avessimo messo il tema della laicità in cima alle nostre priorità.
Cosa vogliamo fare dunque? Regalare questo patrimonio e queste possibilità agli altri e privarcene? O peggio ancora, annullarci in un contenitore indistinto, dove annegare le nostre potenzialità autonome?
Sento molti di noi parlare di “confluenze” con altri partiti per dare forza ad un progetto più ampio. A costoro sottopongo una semplice constatazione: i fiumi confluiscono nell’oceano. Due gocce d’acqua invece, non confluiscono. Spariscono.
Chi pensa di far vivere i nostri ideali in un grande partito democratico, dimentica forse che esso nasce dalla fusione di due partiti che insieme raccolgono una massa elettorale almeno cinquanta volte superiore alla nostra. Non contiamo e non contaminiamo nulla. Semplicemente gettiamo la spugna, e ci accontentiamo di garantire soltanto il futuro politico di qualche singolo.
Dunque quali sono le proposte che sollecito, per il nostro movimento.
1) Raccogliere subito, da domani, tutte le forze della diaspora, anche originando, se necessario al raggiungimento dell’obiettivo, un nuovo soggetto repubblicano, unico e unitario, di cui il Mre resta l’asse portante.
2) Uscire dalla Lista Unitaria, un treno diretto al traguardo del partito unico, un treno che rischia di non fare fermate e da cui sarà difficile scendere.
3) Partecipare al progetto federativo dei radicali e dei socialisti, per la creazione di un polo laico, in cui possiamo sviluppare una politica più coerente e caratterizzante, e pesare di più nei rapporti di forza coi contraenti.
4) Dare vita a una conferenza programmatica che individui un quadro di riferimento sugli indirizzi e le idee su cui operare. Istituire quindi delle commissioni tematiche operative con tempi e obiettivi certi, che elaborino proposte programmatiche capaci di qualificare il nostro movimento. Lo sviluppo dei contenuti è l’unica vera arma capace di dare sia un senso concreto alla nostra partecipazione e alla nostra esistenza politica, sia una solida prospettiva futura al nostro soggetto.
Alla luce dei temi sollevati, essendo il MRE patrimonio di tutti gli iscritti, credo che le decisioni sulle prospettive strategiche future debbano discendere da un confronto ampio e coinvolgente.
Chiedo pertanto che sia un Congresso Nazionale, da organizzare al più presto, ad affrontare il dibattito e a decidere le linee che segneranno il cammino del movimento.
Fraterni saluti
Paolo Arsena




Rispondi Citando
