LA DIFFICILE TRANSIZIONE
Il comando dell’area occidentale del Paese è affidato al generale di brigata aerea Umberto Rossi. Con il compito di valutare e coordinare i progetti di rinascita economico-sociale

Italiani d'Afghanistan www.avvenire.it

Con i nostri 400 militari a Herat: così si prova a ricostruire un Paese Squadre miste, composte da civili e soldati della forza internazionale, lavorano con la popolazione locale per ripristinare le infrastrutture.

I compiti «bellici» ridotti al minimo

Dal Nostro Inviato A Herat Claudio Monici

Se c'è qualcosa che in Afghanistan non manca, è la polvere. Sembra la terra con cui, secondo il racconto biblico, fu plasmato Adamo. E ciò che dell'uomo resta, dopo il disfacimento. Polvere sono le ultime vestigia di un millenario, importante passato: splendore ma anche dimenticanza. Tutto, qui intorno, ha qualcosa che viene dalla storia che è passata e ha lasciato i suoi segni. Come i cinque imponenti minareti che lentamente si fanno consumare dall'inclemenza del tempo. Sfaldati dall'erosione delle intemperie e dalla incuria dell'uomo. Gli pneumatici dei veicoli militari italiani, scuotono la terra di Herat: due milioni di abitanti, un tempo considerata la più importante città islamica di Persia. Anello di congiunzione con l'Asia sulla Via della seta.

Da Babur il conquistatore, la Tigre (Babur in lingua locale) capostipite della dinastia moghul, si è arrivati a questi ultimi trenta anni, i più difficili e devastanti. Adesso si cerca di ricominciare daccapo. A dare una mano, dal 31 marzo scorso, a Herat sono presenti anche quattrocento uomini delle Forze armate italiane. Sotto bandiera Nato, con la missione «International security assistance force» (Isaf): spagnoli, sloveni, lituani, francesi, americani. Il comando dell'area occidentale dell'Afghanistan è affidato al generale di brigata aerea Umberto Rossi. Con il compito di valutare e coordinare i progetti di ricostruzione in questa provincia - un altro milione di persone che vivono in estrema povertà - in ambito sanitario, scolastico, idrico e sportivo.

Affidati a una struttura mista composta da unità militari, non soltanto italiane, e civili, i «Provincial reconstruction team» (Prt), affiancati anche da progetti del ministero degli Esteri. «I Prt sono il veicolo più idoneo per creare in Afghanistan un ambiente stabile attraverso un processo di ricostruzione socio-economica che coinvolga la gente», sottolinea il generale Rossi. Una ricostruzione che coinvolge direttamente le istituzioni afghane, così come si sta cercando di far crescere nella popolazione rurale - molto più legata alle radici etniche e al vassallaggio - il senso dell'autorità costituita.

Nell'area di Herat, l'Italia ha investito 4.300.000 euro. I carri armati sovietici, la conseguente guerra civile afghana, seguita dal furore iconoclasta dei taleban hanno ridotto allo stremo anche Herat e la sua provincia di confine con l'Iran. Distrutto villaggi, minato i campi e i sistemi di irrigazione. Le conseguenze sono, come nel resto dell'Afghanistan, che l'aspettativa di vita si è ridotta alla soglia dei 45 anni; che solo il 50% degli uomini ha frequentato una scuola, mentre il tasso di alfabetizzazione femminile è al 10, forse 15%; che un bambino su cinque è destinato a morire; che l'elettricità non esiste fuori dalle città, così come l'accesso all'acqua potabile; che l'assistenza sanitaria è insufficiente o non esiste, e che nei villaggi o sulle montagne una infiammazione intestinale può facilmente uccidere.

«Io credo che il ruolo che la Nato e l'Italia possono svolgere in Afghanistan per ridare stabilità - aggiunge il generale Rossi - potrà favorire la sicurezza, la rinascita dello Stato, e così la presenza delle organizzazioni internazionali umanitarie». Usciamo di pattuglia con un plotone di Alpini a bordo di tre «Vm». Abbiamo lasciato «Camp Vianini» senza una meta precisa: il centro città, la piazza con il monumento del carrarmato sovietico catturato dai mujaheddin. Il bazar e la sua consueta confusione fatta di uomini e mercanzie che traboccano. Vecchi che barcollano in sella a sfiniti asinelli e anziani che spingono carretti colmi di uva bianca e rossi pomi di melograno. Purtroppo, come se non bastassero le pessime condizioni in cui versa l'igiene in luoghi dove non esistono scoli per le acque nere, i gas di scarico di centinaia di scassati autoveicoli smaltiti qui dall'Occidente rendono l'aria tossica e irrespirabile.

La povertà ha un ché di medievale, lontanissima dai nostri modelli convenzionali. La patt uglia passa accanto alla moschea blu, mentre i fedeli entrano per pregare; attraversa il mercato dove dire usati gli abiti è un eufemismo, tanto sono consumati e inzuppati di macchie e polvere. Sulla destra ciò che resta di un carro armato sovietico, un residuato messo fuori uso dalla guerriglia. La pattuglia si dirige verso la periferia, dove le abitazioni sono costruite con sterco, paglia e argilla. La pattuglia fende folla e veicoli quasi fosse invisibile. Questa discrezione, comunque, non sfugge all'attenzione di tutti. Sono molti i gesti di saluto, più che quelli d'indifferenza. Anche se la sicurezza non è trascurata, le pattuglie sono una attività considerata di «presenza»: essere visibili, con discrezione.

La missione italiana in Afghanistan non ha compiti di «forza armata». Solo su richiesta delle autorità locali c'è intervento dei nostri militari. «Camp Vianini» prende il nome dal capitano di fregata Bruno Vianini, perito in un incidente aereo il 3 febbraio vicino a Herat. I turni, le guardie, il servizio di pattuglia, la logistica e l'organizzazione della mensa: la luce negli uffici che resta accesa fino a tardi. Le scorte, la sicurezza e le missioni di controllo dei progetti di ricostruzione portano a missioni di giorni in cui si mangiano razioni da combattimento e si dorme in un sacco a pelo. Alla fine della giornata non resta che un giro allo spaccio e una partita a calcetto. Poi la branda, la mattina si ricomincia daccapo. Esercito, Aeronautica, Marina e carabinieri, per tutti un unico conforto ai pensieri che portano fino a casa, alle madri, ai figli, alle mogli: aiutare una nazione a risollevarsi.