Le basi di Pandora
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L'installazione dell'Esercito Usa in sette basi colombiane continua a togliere il sonno ai paesi della regione e la tensione sale. E mentre Morales chiede un referendum, Correa riforma gli 007, perché troppo compromessi con i soliti noti
La tensione tra i paesi progressisti del Sud America e la Casa Bianca continua a crescere, concentrandosi sul tema delle basi che la Colombia ha messo a disposizione dell'esercito statunitense. Mentre il boliviano Evo Morales chiede un referendum continentale sulla questione, considerata illegittima perché permette a una forza estera di infiltrarsi nella regione, minacciosamente, l'ecuadoriano Rafael Correa decide di rinnovare l'intero apparato di intelligence, dopo aver scoperto la collusione tra i suoi 007 e gli scagnozzi americani stanziati nella base di Manta.
È durante la sessione conclusiva del Summit dell'Alba (Alleanza bolivariana dei popoli della nostra America), celebratasi all'Avana, che il presidente della Bolivia ha espresso la sua convinzione sulla necessaria unità di intenti nei confronti dell'accordo bilaterale siglato dal colombiano Alvaro Uribe con il Pentagono, visto da gran parte dei paesi latinoamericani come un'intrusione illegittima in una zona calda. "I popoli latinoamericani rigettano democraticamente l'installazione delle basi militari Usa in America Latina", ha dichiarato. "Difenderemo il Sud America di fronte all'aggressione militare degli Stati Uniti, che sconfiggeremo, così come vennero sconfitti in Vietnam, perché l'America Latina reagirà a qualsiasi aggressione", ha dichiarato. Quindi, riferendosi alla tensione che a questo proposito c'è tra Caracas e Bogotà, ha precisato che chiunque vorrà aggredire il Venezuela, dovrà vedersela con tutti i suoi alleati.
E sulla medesima frequenza d'onda si è mostrato Rafael Correa, che è colui che l'ha inaugurato questo atteggiamento irreprensibile verso il tema delle basi Usa. È stato Correa, infatti, a cacciare il Pentagono dell'ecuadoriana base di Manta che da anni occupava con la scusa della lotta alla droga. Ed è quindi da qui che è nata la necessità di Washington di riscrivere la propria presenza in Sud America poi sfociata nel progetto colombiano. Ecco, il presidente dell'Ecuador ha appena dato il via a una totale ristrutturazione dei servizi segreti nazionali, con l'obiettivo di estirparne le infiltrazioni di paesi terzi. Un annuncio che arriva dopo che una commissione governativa nata per indagare sull'attacco dell'esercito colombiano in territorio ecuadoriano del primo marzo 2008 ha concluso che furono lavori di intelligence orchestrati da Manta a permettere di localizzare l'accampamento delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia, in territorio ecuadoriano. Di qui la prova della pericolosità di ospitare basi straniere.
Rafael Correa, infatti, ha deciso di riorganizzare la Ley de Seguridad e di rifare tutto in tema di 007 perché "ogni cosa era in mano alle potenze straniere": le informazioni sul confine ecuadoriano che fecero scattare l'attacco colombiano, in cui morì il fariano Raul Reyes e altre 25 persone, arrivarono addirittura prima all'ambasciata Usa e a Bogotà che a Quito.
Una serie di reazioni a catena, dunque, a cui si aggiunge anche quella dei diretti interessati, gli Usa, che finora si sono limitati a smentire a parole, e in maniera piuttosto soft. Ma qualcosa è cambiato. Perché, a quanto dichiarato dal sottosegretario statunitense per l'Emisfero occidentale, Arturo Valenzuela, la Casa Bianca avrebbe inviato una lettera a tutti i governi sudamericani in cui garantisce di non invadere la regione dalle sette basi colombiane. Una missiva indirizzata a tutti i ministri degli Esteri e della Difesa e al presidente ecuadoriano Rafael Correa, in quanto presidente di turno della Unione sudamericana delle Nazioni (Unasur). "Le operazioni militari saranno esclusivamente in territorio colombiano e non coinvolgerà altri paesi della regione", parola del segretario di Stato, Hillary Clinton, e del ministro della Difesa, Robert Gates.
Stella Spinelli
PeaceReporter - Le basi di Pandora




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