«Jerusalem Summit» centrale neocon
Maurizio Blondet
13/11/2005
«Due pericoli gemelli minacciano l'umanità: in Oriente il totalitarismo sotto forma di radicalismo islamico, e in Occidente il relativismo morale, che mira a privare le culture del loro contenuto spirituale».
Non è una frase di Giuliano Ferrara. E' il motto di una poco nota, ma potente, entità della lobby ebraica, chiamata «Jerusalem Summit».
E' un vero laboratorio delle strategie neocon, che si riunisce annualmente (e anche più volte l'anno) per elaborare le strategie anti-islamiche e incaricare della loro diffusione potenti amici goym, «cristiani» più o meno spurii.
Basta leggere il sito del «Jerusalem Summit» per farsi qualche idea di come funziona.
Il giugno 2005, in collaborazione con la Tel Aviv University, ha tenuto una «Conferenza sulla collaborazione strategica Israele-India».
Perché, ci viene spiegato, il «Jerusalem Summit» sostiene il bisogno per Israele di diversificare i suoi alleati strategici; e siccome gli Stati Uniti sono una potenza in rapido declino, è bene cominciare a stringere alleanze con le grandi potenze emergenti dei prossimi decenni.



Il 10-14 agosto, perciò, il «Jerusalem Summit» ha tenuto un grande raduno alle porte della Cina. Precisamente a Seoul, dove hanno presenziato il sindaco di Seul, vari parlamentari coreani e «dignitari dei maggiori Paesi circostanti».
Ha ospitato gli ebrei neocon «la più grande Chiesa dell'Asia sud-orientale, la Chiesa del dottor David Yonggi Cho»: una losca setta pentecostale il cui guru, dottor Cho, è un vero esperto della «Quarta Dimensione», da quando Cristo gli è apparso sotto gli abiti di un pompiere.
Se non ci credete, leggete la nota (1) che lo riguarda.
Insomma, una di quelle sette proliferate dall'esempio della «Chiesa» del reverendo Moon, tanto apprezzata da Massimo Introvigne, il noto cristianista neocon italiano.
Il «Jerusalem Summit» e il dottor Cho, in quella conferenza, hanno proclamato insieme - e chiesto ai rispettivi governi di intraprendere - i «'tre giusti passi' per la pace del mondo e di Israele».
I «tre giusti passi» sono:
- trasferire le ambasciate straniere a Gerusalemme (che implica il riconoscimento di Gerusalemme come capitale israeliana);
- spostare i palestinesi in Paesi terzi (l'espulsione in massa dei palestinesi in Giordania, vecchio sogno dell'estremismo giudaico);
- condizionare ogni aiuto ai palestinesi alla cessazione totale degli atti e dell'incitamento al terrorismo.



Il 28 gennaio 2006, il «Jerusalem Summit» conta di tenere una grande conferenza ad Odessa, nell'Ucraina tornata alla democrazia e neo-satellite USA.
Perché?
Spiegazione: «solo la 'nuova Europa' (dell'Est) è l'ultima speranza per l'Unione Europea di superare il relativismo morale, che rappresenta un mortale pericolo per la vecchia Europa».
E' in preparazione il «libro bianco» con le idee-guida della conferenza: «scienziati neoconservatori e leader cristiani» parleranno della «necessità di contrastare la de-cristianizzazione d'Europa e la radicalizzazione della popolazione musulmana», nel quadro di una «rinascita dei valori giudeo-cristiani in Europa».
Il programma preciso dei cristianisti italioti, di Giuliano Ferrara.
Ridiventiamo cristiani, lo vogliono gli ebrei.
Sempre nel 2006, il «Jerusalem Summit» terrà una simile conferenza in Africa.
Precisamente in Sud Africa, in collaborazione con l'ICEJ, la «International Christian Embassy in Jerusalem», che è una formazione degli evangelici americani, «cristiani rinati» e vecchi amici dei neocon giudaici.



Ma non basta ancora.
Il «Jerusalem Summit» è un vero vulcano di idee.
Le sua «migliori menti», leggiamo, stanno lavorando al «Piano alternativo del conflitto arabo-israeliano».
Su tre linee guida:
- de-politicizzazione del «problema palestinese». Ciò implica, ci viene detto, «un cambio di paradigma: anziché tentare invano di placare storicamente, legalmente e moralmente» le pretese palestinesi sulla loro terra, il mondo si concentri sul «prendersi cura dei legittimi bisogni umanitari del popolo palestinese»;
- de-militarizzazione dell'«autorità palestinese»;
- de-jihadizzazione dei palestinesi.
Ci stanno pensando personalità altamente umanitarie come Moshe Ayalon, capo di Stato Maggiore dell'armata israeliana, e Yuval Stehitz, membro della Knesset (parlamento ebraico) e della Commissione Difesa; più altri generali ebrei a riposo o in servizio.
Evidente il modello: anche il problema degli indiani d'America fu de-politicizzato.
Anziché soddisfare le loro pretese morali e legali sulla terra, umanitari americani cominciarono a curarsi dei «bisogni umanitari» dei pellerossa, ormai de-militarizzati: con abbondanti offerte di acqua di fuoco e distribuzione di coperte infettate dal vaiolo.
Il problema indiano fu così risolto.



Il «Jerusalem Summit» esiste da decenni.
Ma pare abbia cominciato a funzionare a tutto vapore nell'ottobre del 2003, decennale degli odiati accordi di Oslo (il processo di pace liquidato da Sharon), radunando una cinquantina di potenti personaggi occidentali per farne dei sostenitori delle pretese israeliane, anche le più insaziabili.
Finanziatore del grande raduno, la «Michael Cherney Foundation»: Cherney è un miliardario e un delinquente, un oligarca russo riparato in Israele per sfuggire alla giustizia di Mosca, ed oggi sotto inchiesta anche in Israele per frode e corruzione.
Ma in quell'occasione, a dare i soldi al «Jerusalem Summit», oltre al delinquente, sono stati anche il ministero del Turismo israeliano e la National Unity Coalition, che raduna «200 gruppi ebraici e cristiani» (evangelici, cristiani rinati, apocalittici ed esperti della «Quarta Dimensione»).
I partecipanti arrivavano dagli USA, dalla Francia, dalla «nuova Europa» (Slovacchia e Serbia); a fare gli onori di casa il noto Richard Perle, membro dell'ebraico think tank neocon «American Enterprise» del Defence Policy Board al Pentagono (da cui è uscito il progetto di attacco a Saddam e tutte le falsità sulle sue armi di distruzione massiccia); e Daniel Pipes, il super-estremista ebraico americano, spesso ascoltato dal Foglio di Ferrara.



Entrambi sono fondatori del «Jerusalem Summit», con il presidente della Bar-Ilan University Moshe Kaveh, il senatore USA (ebreo) Sam Brownback, e la baronessa inglese Caroline Cox, che per i suoi servizi è stata nominata presidentessa del «Jerusalerm Summit».
C'erano anche Morrie Amitay, vicepresidente del JINSA, Jewish Institute for National Security Affairs, il centro di collegamento fra il Likud e il sistema militare-industriale USA; il pastore evangelico Michael Evans, fondatore del Jerusalem Prayer Team, centro del sedicente ecumenismo giudaico-cristiano; Herbert Zweibon, presidente dell'Americans for a Safe Israel (altra lobby ebraica); Morton Klein, presidente della Zionisti Organization of America; Frank Gaffney, likudnik arrabbiato, presidente del Center for Security Policy (altro ramo della nota lobby).
Più vari giornalisti estremisti, come Cal Thomas, della Fox News e del Christian Syndicated Columnists, e vari disparati parlamentari giudeo-americani, giudeo-cristiani e «crociati» combattenti per il mistico «regno d'Israele».
Insomma tutti dei moderati, preoccupati della cura umanitaria dei palestinesi.



Nella conferenza infatti fu aspramente criticata l'ONU, accusata di «creare e perpetuare» il problema palestinese tenendo viva la loro «politicizzazione», ossia la loro pretesa sulla terra.
Pretesa infondata, dichiarò Herbert Zweibon (Americans for a Safe Israel): «la terra d'Israele appartiene al popolo ebraico, che ne ha i titoli biblici, storici e morali».
L'idea di far nascere uno Stato palestinese in Cisgiordania (Territori Occupati) fu respinta all'unanimità: «mette in pericolo l'esistenza stessa di Israele» (come dice anche Gad Lerner).
Tutti si alzarono a cantare lo slogan: «la Giordania è Palestina»: la vecchia idea Likud, di sbattere i palestinesi in Giordania.
I delegati serbi, che avevano sbattuto i kossovari fuori dal Kossovo, si sono addirittura commossi.
Rabbi Benny Elon, il ministro del Turismo ebraico, tenne una ispirata conferenza dal titolo «La giusta via alla pace»: che consiste, secondo lui (e non solo lui), nel disciogliere a cannonate l'Autorità Palestinese e nel riconoscere la Giordania come stato dei palestinesi, qualunque cosa ne pensi il re della Giordania.

S'intende, la Gisgiordania non sarà mai restituita al re, perché si chiama «Giudea e Samaria», antiche entità bibliche.
Poi l'intervento di Netaniyahu: Israele deve difendersi con le armi, «è in pericolo la sua stessa esistenza»; l'ONU è immorale; gli USA devono guidare l'alleanza contro il terrorismo.
Ehud Olmert, vice primo ministro: «il solo modo di vincere il terrorismo è farlo senza limitazioni». Israele deve decidere «su una base unitalerale, fondata su quel che vogliamo noi».
E ancora: «i palestinesi non faranno mai la pace finché il mondo gli farà credere che hanno diritto a Gerusalemme come loro capitale…ma non ci sarà mai un governo ebraico che avrà l'autorità morale per cedere Gerusalemme, culla dell'esistenza ebraica».
Cal Thomas: «il pericolo per il mondo è l'Islam radicale, anche quello evangelico (sic). Deve essere liquidato».
Lo scopo dell'Islam, aggiunse Zalman Shoval, ex ambasciatore israeliano in USA, «è di distruggere la tradizione giudaico-cristiana, e questa lotta culturale si vince con atti militari».
Poi, le premiazioni.
Richard Perle, co-presidente del «Jerusalem Summit», viene insignito (dal «Jerusalem Summit») del «Premio Scoop Jackson» (dal nome del senatore USA, superfalco).
Il premio viene conferito a coloro che si distinguono per il loro «inconcusso supporto al sionismo e la fede nella potenza militare americana».
Nel 2002, lo «Scoop Jackson» era andato, indovinate?, a Paul Wolfowitz.
Nel 2004 è andato Lady Caroline Cox, la presidentessa del Jerusalem Summit.
Come si vede, sempre loro: se la cantano, se la suonano, e si premiano.



Vari altri principii affermati dal «Jerusalem Smmit»: «Israele è la chiave dell'armonia fra le civiltà. Per il bene del mondo intero, la terra di Israele deve appartenere agli ebrei».
«Solo se Israele resta forte, Gerusalemme può diventare il centro sotto cui l'umanità si raccoglierà nella nuova era di pace e prosperità» (il regno ebraico mondiale? Il regno dell'Anticristo?).
«La creazione di uno Stato palestinese è una ingiustizia storica di proporzioni colossali: una piccola debole democrazia dovrebbe cedere la sola cosa che le manca - la terra - ad un regime totalitario in cambio della promessa che non vuole mantenere, la pace».
«Lo Stato totalitario palestinese diverrà il santuario del terrorismo globale».
«Le organizzazioni non governative (ONG) che sostengono il sedicente diritto dei palestinesi sono antidemocratiche. La loro maschera umanitaria cela l'eterno antisemitismo».
Per questo l'American Enterprise ha istituito un «osservatorio» contro le ONG, in cui «denuncia le loro menzogne» sulle tragiche condizioni di vita dei palestinesi.
Cerimonia finale: Chaim Silberstein, «savio anziano di Elon», guida una celebrazione cui partecipano centinaia di cristiani evangelici e cristianisti vari (c'erano anche i neocatecumenali? Piacerebbe saperlo) «che erano riuniti in Israele per celebrare la festa di Tabernacoli» (ormai le feste ebraiche sono le sole che i «cristiani» celebrano); nel corso della festa pseudo-religiosa, si è ripetuto che i politici del mondo devono abbandonare la «road map» cinica per aderire alla «road map biblica».



Gran finale: tutti i partecipanti all'incontro vengono invitati a promuovere le idee del «Jerusalem Summit» nei seguenti modi:
- scrivendo articoli, rapporti e libri;
- parlando in dibattiti pubblici e sui media;
- producendo documentari;
- organizzando seminari e conferenze;
- utilizzando internet a favore di Israele;
- informando e facendo lobby per gli ideali del Summit.
Da queste righe potete già intuire perché abbiamo parlato troppo a lungo di questa organizzazione ebraica e della sua festività a metà fra Rotary Club e Quarto Reich: perché qui vedete esposte le idee che i nostri neocon promuovono con conferenze giornali e interventi.
Scoprite qui da dove Giuliano Ferrara trae le sue idee e il suo zelo.
Vi siete mai domandati da dove Renato Pera, notoriamente privo di originalità, trae il suo messaggio sui pericoli che corre la «civiltà cristiana» minacciata dal «relativismo»?
Ecco qui da dove gli vengono inoculate le idee.
Ecco chi fa il suggeritore di neocatecumenali e degli altri cristianisti italioti.

E che dirà Papa Ratzinger?
Anche lui, amico di Pera, parla di «relativismo»: e sì che come frequentatore della filosofia dovrebbe sapere che l'uso di questo termine, a proposito della scristianizzazione della societa', e' perlomeno incompleto, che la vera ragione dell'apostasia generale da Cristo si chiama certamente «relativismo»; ma soprattutto «nichilismo».
Ma fa parte del nichilismo anche il cinico uso politico della religione come «instrumentum regni giudaici»: ecco perché la parola rigorosa non viene troppo usata, ed è sostituita più spesso da quella più debole.
Non siamo riusciti a sapere se Renato Pera abbia partecipato ai vertici del «Jerusalem Summit»: siamo sicuri che vi è stato invitato.
E qualcosa ci dice che può avervi preso parte anche Gianfranco Fini, l'onorevole kippà, magari su presentazione del suo grande amico Michael Leeden, già «persona non grata» in Italia.
Non ne abbiamo le prove: ma forse non è un caso se kippà sia stato nominato, poi, improbabile ministro degli Esteri.
Da quella più alta posizione, può meglio «promuovere le idee del 'Jerusalem Summit'».

Maurizio Blondet




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Note
1) Cho claims to have received his call to preach from Jesus Christ Himself, who supposedly appeared to him dressed like a fireman. (Dwight J. Wilson, «Cho, Paul Yonggi», Dictionary of Pentecostal and Charismatic Movements, 161). Cho is well aware of his link to occultism, arguing that if Buddhists and Yoga practitioners can accomplish their objectives through fourth dimensional powers, then Christians should be able to accomplish much more by using the same means. (Paul Yonggi Cho, The Fourth Dimension, volume 1 (South Plainfield, NJ, Bridge Publishing, 1979), 37, 41).
As Cho tells the story of his name change, God showed him that Paul Cho had to die and David Cho was to be resurrected in his place. According to Cho, God Himself came up with his new name. (Paul Yonggi Cho interviewed by C. Peter Wagner, «Yonggi Cho Changes His Name», Charisma & Christian Life, November 1992, 80)
In 1993, doctor Cho, pastor of the world's largest church in Seoul, Korea was conducting a meeting in Seattle, Washington. He was praying for revival in America. «God are you going to send revival to America, or is she destined for judgment?» While he was praying the Lord told him to get a map of America. He did so and the Holy Spirit told him to point his finger at the map. As he did, he felt his finger drawn to the Florida panhandle and to the city of Pensacola. «I am going to send revival to the seaside city of Pensacola and it will spread like a fire until all of America has been consumed by it», said the Lord to doctor Cho. Doctor Cho shared his experience with others and the word predictably spread to many of the pastors in the Pensacola area. Since this prophesy came true, in a certain sense, Cho is not a false prophet. However, if this revival is not of God, then Cho must be receiving messages from another source. (Brownsville Revival web site at: http://www.brownsville-revival.org/choprop.html, with comments by Sandy Simpson)
«You create the presence of Jesus with your mouth ... He is bound by your lips and by your words ... Remember that Christ is depending upon you and your spoken word to release His presence». (Paul Yonggi Cho, The Fourth Dimension, Volume One (So. Plainfield, NJ. Bridge Publishing, 1979), 83). Cho's concept of fourth - dimensional thinking is nothing short of occultism. In his best - selling book «The Fourth Dimension», Cho unveils his departure from historic christian theology and his entry into the world of the occult. Cho lists four steps in his incubation formula: 1) visualize a clear-cut goal or idea in your mind; 2) have a burning desire for your objective; 3) pray until you get the guarantee or assurance from God that what you desire is already yours; 4) speak or confess the end result into existence. (Hank Hanegraaff, Christianity in Crisis, 1993, citing Paul Yonggi Cho, The Fourth Dimension, volume One (So. Plainfield, NJ, Bridge Publishing, 1979), 9 - 35; volume 2, 18-33).






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