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  1. #31
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    Predefinito

    In origine postato da LosVonRom
    Grazie per l' aiuto intellettuale che ci date.Noi siamo un pò limitati si sa.

    Però tutta sta materia grigia se viene usata male produce effetti controproducenti.Il sud è famoso per l' uso scriteriato delle sue risorse umane e ambientali

    Quali vantaggi ha dato la gestione centralizzata dello stato al sud ?
    Secondo me nessuno.Solo assistenzialismo della peggior specie spesso indirizzato a gruppi di potere che amano tanto il paese unito .

    Il problema è che a quelli come te e molti tuoi conterranei non gli frega niente dello sviluppo , privi come siete di senso di responsabilità.


    L' importante è tirare a campare.All' infinito e possibilmente alle spalle di qualcuno.Non solo materialmente ma anche moralmente.

    LA sinistra vi strumentalizza al fine di riconquistare il potere e una volta conquistato vi consegnerà il nulla ..... che peraltro vi meritate
    L:V:R:

    spiace doverlo far notare al sostenitore del sud di An ma occorre porsi alcune domande ed essere onesti nel darsi le risposte:

    a) perchè il sud(intendo i suoi cittadini)non si mobilita per vincere o dialoga col nemico se non è capace di venirne a capo(ma forse non si può perchè si va qualche volta in galera);
    Tuttavia non basta mobilitarsi con gli studenti come alcuni giorni fa , contro la delinquenza organizzata che Regna in quelle contrade e che impedisce lo svilupparsi di un'economia di mercato sana in luogo di quella che si regge sulla Spesa Pubblica condizionata dalla Mafia,Camorra,Ndrangheta e Sacra Corona Unità)- ;Questa questione meridionale sarà oggetto di campagna politica per le prossime elezioni?O si prometteranno solo soldi ma nessun nuovo Umanesimo-Rinascimento?
    b)-perchè le forze progressiste del sud(che sono la maggioranza secondo la vulgata progressista)non riescono a Vincere le mafie locali pur esercitando una loro propria egemonia sulla Magistratura e P.A.?
    c)- perchè credete e pensate che il federalismo vi danneggi se siete migliori in tutto? L'unità della nazione non si fonda sulla Spesa Pubblica ma su altri valori di cui non si fa mai cenno nelle vostre rimostranze.

  2. #32
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    Predefinito Quel decentramento che piace

    Roma. L’enfasi con cui è stata trattata la sentenza della Corte costituzionale suscita qualche perplessità. In un sistema in transizione il contenzioso tra Stato e Regioni continuerà a essere un regolatore di rapporti.
    Dice Nicola Rossi, economista e parlamentare diessino: “Risalta che senza federalismo fiscale, cioè nella fase di completamento
    del decentramento, che leghi competenze a responsabilità, continueremo a essere in mezzo al guado”. Il punto è che senza federalismo fiscale, lo stato centrale continuerà a rivendicare il diritto a imprimere una direzione qualitativa alla spesa pubblica, a fornire delle indicazioni.
    “Allo stato attuale però – aggiunge Rossi – Non credo che la sentenza potesse essere diversa perché se si attribuiscono dei margini di manovra alle autonomie non si possono poi limitare. Del resto, la Consulta dice che Roma ha ancora diritto a mantenere voce in capitolo, a fissare i vincoli aggregati”.
    Il tentativo di far passare la sentenza della consulta come una spallata alla politica economica del governo non regge, soprattutto alla vigilia del voto sulla devolution.
    Secondo alcuni osservatori, sarà la sistemazione degli equilibri di potere che si organizzeranno intorno alla cessione di quote di
    sovranità fiscale alle regioni a determinare il gradimento della riforma costituzionale.
    Gli operatori economici guardano alla devolution con timore ma anche interesse.
    Al vecchio schema della contrapposizione tra chi paventa una moltiplicazione delle burocrazie e degli oneri, e chi ritiene che una responsabilizzazione dei decisori a livello locale possa favorire un
    approccio più pragmatico ai problemi, se ne sovrappone un’altra: quali saranno i poteri che potrebbero trarre vantaggio da una iniezione di federalismo?
    In generale le organizzazioni che non hanno forti strutture centrali. Il sistema di rappresentanza dei lavoratori autonomi, per
    esempio, artigiani e commercianti. A Confcommercio non dispiacerebbe un ulteriore passo avanti:
    “Se fosse stato messo sul tavolo il presupposto di questa riforma – questo il parere di Sergio Billè – cioè il federalismo
    fiscale (tante spese si tolgono da qui per trasferirle là). Ma su questo problema non è stata fatta chiarezza”.
    Le organizzazioni dei lavoratori autonomi sono forti sul territorio,
    hanno e preferiscono rapporti diretti con le amministrazioni locali. Confidano nei rapporti con giocatori politici altrettanto elastici:
    forze agili sul territorio come l’Udeur, spezzoni della Margherita (un partito che ha una struttura statutaria federalista, più della
    Lega: Arturo Parisi d’altra parte è stato per molti anni presidente dell’Istituto Cattaneo), naturalmente il partito guidato da
    Umberto Bossi.
    Ugualmente interessati altri sistemi di rappresentanza con forte radicamento, gli ordini professionali, gli albi, il sistema del
    credito locale: le Casse di risparmio e le banche di credito cooperativo che sperano di avvantaggiarsi da una gestione più decentrata delle risorse; e poi le fondazioni bancarie e il sistema delle cooperative.
    L’elenco di chi dopotutto non avversa la devolution si allarga a settori insospettabili.
    Per esempio l’industria farmaceutica: inizialmente c’era il timore di passare da un monopsonio (sistema a compratore unico) a 20
    monopsoni, perché in termini di struttura questo potrebbe voler dire moltiplicazione di funzioni (fissazione del prezzo, negoziazione della rimborsabilità, eccetera).
    Ma l’Agenzia del farmaco, l’ente che vigila sul mercato del settore ha lavorato per ridurre i timori.
    L’ostilità del sistema produttivo resta in quei settori in cui si teme che l’autonomia regionale possa produrre miopie strategiche.
    Nel settore energetico, per esempio, si teme quel genere di effetto che in queste settimane si registra a Brindisi, dove le nuove amministrazioni locali rifiutano l’impianto di rigassificazione di British Gas (così come gli impianti eolici), perché la Puglia è esportatore netto di energia e non trova sufficienti incentivi a concorrere al fabbisogno delle regioni vicine.
    Le resistenze permangono anche in tutte le organizzazioni con una forte struttura centrale, che temono di dover cedere quote d’influenza: dalla Confindustria ai sindacati confederali che temono le conseguenze di una moltiplicazione troppo articolata
    dei centri di decisione.

    su il Foglio di ieri 16 novembre

    saluti

  3. #33
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    Predefinito pssspssspsss

    Uno sfregio. Uno strappo. Uno tsunami. Una parola molesta. Un nido di pericoli. Un pasticcio indigeribile. Una porcheria.
    «Dissolution ». Un ricatto. Una mina per l’unità. Un colpo di spugna sui valori della resistenza.
    Fantasia al potere, quando il centrosinistra parla di devoluzione.
    Due anni di discussioni, di polemiche, di battute scontate, di espressioni colorite ma anche di insulti grossolani, contro la riforma costituzionale votata ieri.
    Dai presidenti emeriti all’ultimo dei peones della Margherita, l’opposizione corre l’interminabile maratona di chi la spara più grossa, la lunga marcia alla ricerca della frase a effetto. La gara si intensificherà, finché il referendum non dirà l’ultima parola. E forse non finirà neppure allora.
    All’inizio la sinistra scommetteva che la maggioranza non sarebbe mai stata capace di condurre in porto una riforma di questa portata.
    Così, quando la discussione sembrava limitarsi a un ristretto circolo di studiosi con la passione dei sudoku istituzionali, sulla devoluzione si sono abbattute critiche impietose ma pacate. Dubbi e perplessità sono stati sollevati con puntiglio implacabile ma con il buon tono che si usa tra la gente di mondo.
    Si è argomentato sui «contrappesi», sull’elenco delle competenze tra Stato e regioni rimescolate senza criterio cinque anni fa dalle modifiche del centrosinistra; si è ragionato sulle esclusive per scuola, sanità e polizia; è stata criticata la riduzione del potere del capo dello Stato e i paletti imposti alla Corte costituzionale; sono state conteggiate spese abnormi a carico dello Stato; si sono paventate fratture tra Nord e Sud.
    Ma la devoluzione è avanzata. E il fuoco di sbarramento si è intensificato.
    Ecco Nichi Vendola, campione di sprechi regionali, accusare il governo di «avere posto l’enfasi sull’entità regionale, quasi come un’entità statuale».
    La facile ironia di Gavino Angius, che conia il termine 'dissolution'.
    La smemoratezza di Luciano Violante, presidente della Camera che votò il federalismo targato Bassanini, il quale sostiene che «il sistema federale apre di per sé conflitti tra Stato centrale e regioni».
    Il senatore verde Stefano Boco evoca terreni di guerriglia parlando di «una mina sui rapporti tra Nord e Sud».
    Nicola Mancino scomoda i padri costituenti perché «la devoluzione ha rotto un impianto cinquantennale».
    Ci sono i dietrologi come AlfonsoPecoraroScanio che garantisce: «Molti deputati della maggioranza nel referendum esprimeranno la loro contrarietà».
    I netturbini come Willer Bordon: «Prima si butta nel cestino questa porcheria e meglio è».
    I visionari come Guglielmo Epifani: «Non ci rassegneremo che a parità di lavoro, per lavori uguali, possano esserci retribuzioni non uguali».
    I delicati di stomaco come Gerardo Bianco che non riesce a tollerare l’«indigeribile pasticcio del pasticciere Berlusconi» che «infanga il proporzionale mescolandolo al voto sulla riforma costituzionale».
    I gastro-metafisici come Pierluigi Castagnetti che cucina un federalismo «in salsa nichilista».
    I pasdaran come Oscar Luigi Scalfaro che s’insediano alla testa dei comitati referendari per l’abrogazione.
    I catastrofisti come Romano Prodi che tuona contro «l’attentato alla Costituzione».
    E anche i portatori (sani?) di sciagura come i sindaci del centro-sud riuniti un mese fa a Reggio Calabria dal governatore Agazio Loiero che hanno profetizzato uno «tsunami leghista».
    Non è mancata la voce del cardinale Dionigi Tettamanzi: il settimanale on-line della diocesi di Milano ha condannato la riforma, «un testo abborracciato pieno di contraddizioni, contorsioni, ambiguità e superficialità».
    E non è mancata la scandalizzata invettiva di un intellettuale come Claudio Magris contro «la ributtante riforma», contro «il livoroso desiderio di distruggere l’unità del Paese», contro il termine devoluzione «ripetuto con coatta iattanza» che «non esprime un concetto quanto un rumore come quello che il corpo talora emette anche involontariamente, magari con effetti socialmente imbarazzanti».
    Rumori da dopo-brindisi. E Magris non festeggia.

    Da il Giornale

    Una novità però c'è, ed è il cardinal Tettamanzi che scopre la "devolution" argomento "sacro" e quindi di stretta pertinenza clericale.

    saluti

  4. #34
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    Predefinito Troppi sprechi e soldi.....

    ....al Sud

    Se lo avesse scritto un economista leghista, probabilmente avrebbero gridato all’attentato razzistico, all’ennesimo episodio di antimeridionalismo. Ma siccome l’autore di "Mediterraneo del nord" (Editori Laterza, 10 euro) è uno degli economisti principe dei Ds, ovvero Nicola Rossi, ex consigliere di D’Alema a Palazzo Chigi, possiamo calarci nel pessimismo senza timori.

    Cosa dice il saggio di Rossi?
    Che il Sud, è in ritardo, certo. Ma anche un’analisi impietosa dei dati. Da cui - tanto per fare un esempio - l’autore trae la certezza che uno dei pochi indicatori positivi, l’aumento del reddito pro-capite dal 66.4 al 69.6 (negli ultimi cinque anni) va ponderato con i flussi di migrazione interna e abbassato al 67.7.
    Rossi è un uomo di sinistra che critica la politica meridionale del governo di centrodestra - ovvio - ma anche con il centrosinistra non è tenero, anzi: la sua è una critica laicamente bipartisan.
    «Per dirla breve: i due terzi delle famiglie povere vivono nel mezzogiorno, oggi come dieci anni fa».
    E ancora: «Oggi come dieci anni fa il tasso di disoccupazione è più del doppio della media nazionale. Di più: oggi, su 100 persone in cerca di occupazione, 60 sono meridionali. Dieci anni fa questa proporzione era significativamente inferiore: poco più del 50%». L’economista diessinoè asciutto, severo; lavora di precisione, scava le cifre col bisturi:
    «Un buon esame dei dati chiarisce come i timidissimi passi in avanti compiuti dal mezzogiorno negli ultimi anni, siamo in buona misura imputabili ai marginali progressi registrati dai livelli della produttività del lavoro, ma non certo all’evoluzione del mercato del lavoro cui non sono estranei i fenomeni migratori appena citati».
    E così, passando dagli indicatori più economici a quelli di altro tipo, lo scenario non migliora:
    «Stando così le cose - scrive Rossi - non può non sorprendere che il mezzogiorno abbia registrato ben pochi progressi sul fronte dei fenomeni di esclusione sociale».
    Per non dire del sommerso, passato «dal 6.8% della media nazionale all’8.8%». E poi timidi segnali di ottimismo - nel settore dell’energia - e preoccupanti dati di regresso, ad esempio nel settore dell’erogazione dell’acqua: passano da meno del 20 a oltre il 28% la quota di famiglie non servite regolarmente.
    «Là dove toccava al mezzogiorno cambiare, perchè cambiasse il paese, ciò non è avvenuto ».
    Al lettore non sfugga il peso di queste frasi, visto che da dieci anni molte delle più importanti amministrazioni del Sud (vedi Campania) sono uliviste.
    Non solo: secondo Rossi questo «risultato deprimente» è stato pagato a peso d’oro dal contribuente:
    120miliardi di euro di spesa pubblica che si sono riversati sul sud fra il 1998 e il 2004. Al netto, si tratta quasi del triplo di quanto stanziato con la Cassa del mezzogiorno!
    Ovviamente è drastica la cura proposta: taglio di sprechi, paletti alle amministrazioni, «abbattimento in cifra fissa della base imponibile Irap legato alle carenze nelle dotazioni infrastrutturali ».
    Riduzione drastica – di contro - «dei provvedimenti di incentivazione delle attività produttive ».
    E poi: destinare meno finanziamenti nei bilanci, «sottrarre il controllo della spesa alle pubbliche ammministrazioni», aiutare con fondi pubblici il credito privato «per abbattere la struttura dei costi dei fondi privati», limitare «l’uso improprio delle risorse pubbliche».

    Insomma, per dirla con lo slogan dell’autore «capovolgere tutto».
    Il primo a capovolgersi sulla sedia, quando leggerà questo saggetto, dovrebbe essere Antonio Bassolino, uno dei modelli amministrativi negativi che sono presi di mira dal saggio.
    L’avesse scritto un leghista, questo libro, avrebbero gridato allo scandalo.
    Ma forse solo un ministro leghista potrebbe mettere in pratica i consigli di un economista ds.

    Su il Giornale di oggi

    ps:
    Bassolino capovolto sulla sedia?

    MaaaVaaaaa!!

    saluti

  5. #35
    Veneta sempre itagliana mai
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    l'ho sentito stasera a radio24 Nicola Rossi, ha un pò addolcito il ragionamento, si vede che gli han tirato le orecchie....fanno da controaltare i vescovi & c. con l'ingerenza sulla riforma....loro non fanno mai politica...mai...mai....ma proprio mai...mai...

  6. #36
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    In Origine Postato da pensiero
    l'ho sentito stasera a radio24 Nicola Rossi, ha un pò addolcito il ragionamento, si vede che gli han tirato le orecchie....fanno da controaltare i vescovi & c. con l'ingerenza sulla riforma....loro non fanno mai politica...mai...mai....ma proprio mai...mai...
    Mi spieghi perchè disprezzi tanto l'Italia? Quell'itagliana mai che leggo da te...vorrei capire il tuo pensiero

  7. #37
    Veneta sempre itagliana mai
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    In Origine Postato da BOY74
    Mi spieghi perchè disprezzi tanto l'Italia? Quell'itagliana mai che leggo da te...vorrei capire il tuo pensiero
    io non disprezzo l'itaglia in sè come paese, ma quello che rappresenta come sistema politico....il giorno che questo paese ci metterà per davvero tutti sullo stesso piano (vedi tabella postata più su, ad esempio) potrei ricredermi.....sappi e lo ribadisco che non sono i cittadini in sè che disprezzo, ma coloro i quali si adeguano a questo sistema.......mi accontenterei che ad ogni regione venisse concesso lo stesso identico statuto della REGIONE SICILIA....fai te....

  8. #38
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    In Origine Postato da pensiero
    io non disprezzo l'itaglia in sè come paese, ma quello che rappresenta come sistema politico....il giorno che questo paese ci metterà per davvero tutti sullo stesso piano (vedi tabella postata più su, ad esempio) potrei ricredermi.....sappi e lo ribadisco che non sono i cittadini in sè che disprezzo, ma coloro i quali si adeguano a questo sistema.......mi accontenterei che ad ogni regione venisse concesso lo stesso identico statuto della REGIONE SICILIA....fai te....
    A me piacerebbe che lo statuto della regione sicilia venisse applicato, invece dal 1946 ad oggi(è stato fatto prima della costituzione italiana) non è mai stato applicato perchè i presidenti di regione,espressione di partiti non locali,non hanno mai voluto entrare in conflitto con i vari governi nazionali.Pensa che solo un mese fa,s'è risolto (almeno sulla carta perchè ancora manacano i decreti attuativi) un contenzioso stato-regione che durava da 40 anni, e che prevede che tutte quelle aziende presenti in Sicilia ma con sede legale al nord paghino le loro tasse,per quanto concerne i loro stabilimenti in Sicilia, alla regione siciliana,analaga situazione vive la Sardegna,anch'essa a statuto speciale e molto più povera della Sicilia.Detto questo, se il Veneto o altre regioni avessero lo statuto della Sicilia(o del vostro vicino Friuli,che è pure a statuto speciale come Trentino e Valle d'Aosta) non avrei nulla in contrario, ma non disgregriamo l'Italia, c'è l'Europa ormai(nel bene o nel male è questa la realtà) e non avrebbe alcun senso fare una secessione,questo lo dico anche a quelli che in Sicilia da mezzo secolo hanno idee secessioniste.

  9. #39
    Veneta sempre itagliana mai
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    In Origine Postato da BOY74
    se il Veneto o altre regioni avessero lo statuto della Sicilia(o del vostro vicino Friuli,che è pure a statuto speciale come Trentino e Valle d'Aosta) non avrei nulla in contrario, ma non disgregriamo l'Italia, c'è l'Europa ormai(nel bene o nel male è questa la realtà) e non avrebbe alcun senso fare una secessione,questo lo dico anche a quelli che in Sicilia da mezzo secolo hanno idee secessioniste.

    e allora vedi che c'hai le idee confuse? quello statuto siciliano è ben altra cosa rispetto alla bufala che noi autonomisti ci dobbiamo ingoiare e che voi tutti criticate e che si chiama devolution? .....ma lo sai che per statuto la sicilia potrebbe avere la propria polizia locale? ma un vero e proprio corpo di polizia, non la polizia locale che c'è nella devolution, che praticamente fa riferimento ai vigili che già esistono

  10. #40
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    In Origine Postato da pensiero
    e allora vedi che c'hai le idee confuse? quello statuto siciliano è ben altra cosa rispetto alla bufala che noi autonomisti ci dobbiamo ingoiare e che voi tutti criticate e che si chiama devolution? .....ma lo sai che per statuto la sicilia potrebbe avere la propria polizia locale? ma un vero e proprio corpo di polizia, non la polizia locale che c'è nella devolution, che praticamente fa riferimento ai vigili che già esistono
    Sarà...ma a me sembra una disgregazione, un conto sono degli statuti ben precisi e definiti un conto è invece questo casino che poi per addolcire la pillola ai propri elettori, An e Udc hanno creato dei doppioni percui certe norme le potranno fare sia lo stato che le regioni così si creerà un continuo conflitto stato-regioni che rischia davvero di smembrare l'unità nazionale.
    E poi un conto è l'autonomismo regionale,altra cosa la devolution
    Infatti la Lega quando sentiva parlare di autonomismo regionale si dichiarava sempre contraria dicendo che era un pannicello caldo
    P. S.: chiamala Italia non itaglia ..dai

 

 
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