In Origine Postato da Jaki
Ad Alessandra
A Jaki
vediamo se ti ricordi...è l'unica cosa che potevo regalarti qui e che di qui, credo, sia l'unica davvero nostra...
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psycho
mi trovo di fronte a due scelte possibili: iniziare una ricerca e scavare, a ritroso, nella sua vita; oppure inventare i tasselli che mancano ed iniziare subito a scrivere, insomma trasformarlo nel personaggio di una finzione letteraria, al fine di dargli una voce. nel primo caso non so quanto la ricerca possa durare, né se può avere una reale possibilità di successo. Nel secondo caso ci sono, forse, ancora più problemi: creare quasi dal nulla un personaggio, alimentarlo della linfa sufficiente a muoversi con una volontà sua propria è un’impresa che mi spaventa.
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ho pensato che quella mail non sarei riuscita a finirla, e mentre il pensiero si scioglieva in una sensazione di impotenza mi tornò in mente il primo incontro.
non c’era nessuno con noi, mentre il treno marciava verso la stazione successiva. soli. lui con lo sguardo assorto oltre il finestrino. io che fingevo di leggere una rivista e fumavo. è stata proprio la maledetta voglia di succhiare fumo a farmi uscire dall’ostentata indifferenza che di solito mi accompagna nei viaggi in treno. se fossi riuscita a smettere, come mi ero ripromessa per l’ennesima volta non sarei salita su quel vagone riservato ai fumatori. doveva aver capito che lo stavo osservando...leggevo distrattamente e lo guardavo, poi tornavo a leggere e lo guardavo di nuovo...
cos’è che gli ho chiesto? ora ricordo, una banalità come tante. ho atteso che i nostri sguardi si incontrassero e gli ho sorriso impercettibilmente.
“prima o poi dovremmo smetterla con queste sigarette. dico sempre a me stessa che lo farò, ma non ci riesco.”
“a me piace”, aveva risposto “non è un problema che mi pongo”.
del resto, non me lo ponevo molto neanche io.
Jaki
-- Poteva non fumare quel giorno, su quel treno...poteva non fumare si..ma non poteva non "sentire" i morsi alle labbra che lei si dava da sola, dietro ad una sigaretta tirata in fretta sperando che non finisse mai...con gli occhi di chi vuol vedere ma ha paura a guardare.
"Che cavolo stai leggendo?" disse lui appoggiandosi all'entrata dello scompartimento, "...una rivista di giurisprudenza" fu la risposta secca che tradiva una forte emozione nella voce, detta da chi avrebbe voluto non parlare.
-- Più tardi, seduti uno di fronte all'altra, il silenzio rotto solo dai rumori del treno in corsa, lui: "...pero'..che barba quello che leggi eh?" e lei: "...perchè tu che leggi?" ancora lui:"..mah una rivista di pc..." "Ah! capirai..bella roba!" subito lei.
"..si ma la rivista di pc è solo per nascondere PlayBoy..".
-- Lei poteva arrossire, far finta di niente o cambiare posto: invece scoppio' in una risata meravigliosa, liberatoria.
-- Vide i suoi occhi nella loro piena bellezza e il sangue scaldarsi oltre i limiti...e il treno fuggiva via veloce senza concedere un solo secondo di ritardo
psycho
continuavo a tenere la rivista aperta, ma ormai non leggevo più. pensavo. cercavo una frase od un gesto che potessero richiamare la sua attenzione. stranamente nulla di convincente mi veniva in mente. una strategia è impossibile quando non si hanno le idee chiare sugli obiettivi. ed io non riuscivo a decidere quali potessero essere. guardarlo. parlargli. e poi cos’altro ancora? incontrarci e poi incontrarci ancora? e quanto tempo potevo sperare che durasse? un giorno, un mese, un anno? e, infine, sentire l’amaro sapore della separazione, intriso di impossibilità.
Jaki
-- Che fare per camuffare quel sottile imbarazzo dello sguardo...che fare...e questo treno sino a quando correra', poi si ferma, arriva alla stazione....la perdo per sempre.
Non era come le altre, non doveva esserlo e l'aria intorno diceva che cosi' doveva essere,...no non come le altre, basta svegliarsi in un letto straniero, basta fuggire all'alba e non sapere neanche il nome..."con chi hai dormito stanotte?" "boh...non so neanche chi fosse", no!
Gli occhi sono fissi: non vedono piu' altro che i suoi, fissi a guardarsi, a scoprirsi a spogliarsi.
"Quanto mare c'è dentro di te..." avrebbe voluto dire lui ma non lo fece.
-- "Piacere, io sono Aaron" disse lui allungando una mano per salutarla "Piacere mio, io sono Alessandra" rispose lei stringendogli la mano.
-- Una mano: semplicemente il gesto di due persone educate che si incontrano per la prima volta, quella stretta di mano: il vento ancora deve riprendersi il gusto di volare.
-- "Che nome è?" sorrise lei, "E' un nome come tanti...perchè ti sembra che Alessandra sia normale?" disse lui. E come due bambini le risate fecero eco dentro quello scompartimento, gli occhi sorrisero piu' rilassati, la mani erano ancora strette.
[...]


...è l'unica cosa che potevo regalarti qui e che di qui, credo, sia l'unica davvero nostra...
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