(...) Passiamo alla devolution. Ne abbiamo già parlato, tu hai espresso alcune perplessità. È comunque un’importante riforma in senso federalista portata a compimento...
«Da un punto di vista generale, il fatto è assolutamente positivo. Si va a modificare una Costituzione rigida che ha più di mezzo secolo di vita; nel frattempo le condizioni storiche sono mutate e in queste condizioni qualsiasi Carta fondamentale, anche la nostra, diventa obsoleta almeno in alcune sue parti. La devolution è da promuovere, in termini astratti, come segnale di cambiamento».
Entriamo nel merito della riforma.
«Come sempre avviene in Italia, a causa delle mille resistenze e dell’insopprimibile tendenza al compromesso, idee anche molto buone vengono realizzate male o fuori tempo massimo. Prendiamo la riforma elettorale in senso maggioritario, un metodo pensato nell’88-89 per spazzare la palude consociativa ed entrato in vigore nel ’92-94, quando il sistema era ormai già in fibrillazione».
Cosa ti piace e cosa non ti piace della devolution?
«Non mi piace soprattutto una cosa. L’idea intelligente, praticabile e coerente era quella delle tre macroregioni, mentre una devolution spalmata su venti regioni rischia di essere il contrario di ciò che si vorrebbe, duplicando le burocrazie. Non se ne sente davvero il bisogno, la Lega si è sempre battuta contro queste cose».
Ma non ti fidi di più di una scuola o di una sanità gestite direttamente da Milano, Venezia o Torino, invece che amministrate da Roma?
«Il federalismo deve poter agire su aree coerenti, come è la Padania. Il fatto che si spezzino queste aree coerenti indebolisce la “forza” del sistema e favorisce, come dicevo, la moltiplicazione burocratica. Questo almeno è il mio timore».
Sarebbe utile che le Regioni delle competenze devolute scegliessero poi la strada dell’accorpamento tra di loro, seguendo la provocazione del governatore veneto Giancarlo Galan, è proprio argomento di questi giorni...
«Certamente. Ci vorrebbe un accorpamento in modo da arrivare di fatto all’Italia delle tre macroregioni. Mi pare che la Lega l’abbia anche detto, realizzare grandi riforme richiede tempo».
Qualcuno considererebbe subito in pericolo l’unità del Paese.
«Sarebbe un timore del tutto infondato, le macroregioni non metterebbero affatto in discussione l’unità d’Italia, per quanto io lo farei molto volentieri».
Altri direbbero: che senso hanno le macroregioni mentre l’Europa va ad unirsi (ammesso che stia ancora unendosi)?
«Le macroregioni si inserirebbero perfettamente nella prospettiva di un continente finalmente unito anche dal punto di vista politico. Sarebbe l’Europa delle macroregioni costituite anche attraverso l’accorpamento di regioni che oggi si trovano in Stati diversi: una prospettiva perfetta».
Questa riforma va in porto dopo decenni di tentativi di cambiamento regolarmente frustrati. Penso al fallimento della commissione Bozzi, della commissione De Mita, della commissione D’Alema... Nel frattempo la richiesta di cambiamento dal basso è sempre andata aumentando.
«Uno dei problemi centrali della politica è l’allontanamento dei cittadini dalle istituzioni. In questo senso potrebbe essere una risposta valida anche l’ambito strettamente regionale della riforma. Io credo che in realtà vada rafforzato il potere di rappresentanza reale dei sindaci nelle città. Questo già succede all’interno delle piccole comunità, dove esiste un rapporto e un controllo ravvicinato tra primo cittadino e popolazione. Ecco, il sistema che io auspico prevede, insieme, un macroregionalismo e un “microregionalismo”, chiamiamolo così, che consenta un contatto il più stretto possibile tra cittadino, politico, burocrazia».
È una rivoluzione copernicana...
«Così appare in Italia, ma in Svizzera una cosa del genere già esiste: la burocrazia è a disposizione del cittadino, se tre cittadini si lamentano di un burocrate, questo perde il lavoro. Siamo lontanissimi dalla mentalità imperante da noi».
In qualsiasi caso, volendo sintetizzare: la devolution va nella direzione auspicabile, ha dei limiti, può essere migliorata - ad esempio con l’accorpamento delle regioni - e proprio per questo gli assetti definitivi e auspicabili del sistema andranno cercati già a partire da domani. È così?
«Direi proprio di sì. La devolution è un segnale di tendenza molto positivo. Io sono arciconvinto che più il mondo si globalizza, più diventa indispensabile spezzare lo Stato nazionale e trovare una dimensione comunitaria vera».
Al di là della devolution, l’intera riforma costituzionale contiene numerosi aspetti rilevanti. Penso alla diminuzione del numero dei parlamentari, all’accrescimento dei poteri del premier...
«Quest’ultimo aspetto è strettamente correlato al federalismo. È un discorso che noi avevamo cercato di fare già sul Borghese: volevamo far capire a Lega Nord e Alleanza Nazionale che i loro interessi non erano in contrasto. Il rafforzamento dei poteri del premier garantisce l’unità, il federalismo tutela gli interessi identitari e localistici. Che dire: alla fine, con ritardo, lo hanno capito, dopo tante liti che hanno nel frattempo favorito il signor Berlusconi, al quale nulla importa né di premierato, né di federalismo. Come è stato detto: «Iddu pensa solo a iddu».
Perché è così difficile realizzare le riforme nel nostro Paese?
«L’Italia è strana. Da una parte è un Paese immobilista, d’altra parte è anche un laboratorio: il fascismo, per dire, è nato qui. Lo stesso berlusconismo, che detesto, è l’espressione di una politica senza più legami con la storia e le ideologie, è insomma ipermoderno. Non è affatto vero che Berlusconi imiti Bush: il Cavaliere è la punta avanzata del bushismo. È difficilissimo mettere insieme una coalizione come quella di centrodestra, le spinte di fondo sono opposte: la Lega va verso l’“antimoderno”, ossia contro le contraddizioni, gli eccessi, la disumanizzazione della modernità; Berlusconi cavalca l’ipermodernità, la globalizzazione, le grandi opere; An sta in mezzo, è ancora legata al concetto di nazionalità che oggi, tra queste due esigenze, non ha più alcun senso. La storia sarà o nelle piccole comunità o nella globalizzazione».
Torno a chiederti: perché è così difficile realizzare le riforme nel nostro Paese?
«Da una parte per il conservatorismo della sinistra. Dall’altra per il fatto che il progressismo di matrice berlusconiana è così inquietante da generare reazioni di segno opposto».
I riformisti devono anche vincere le tendenze alla stagnazione della classe burocratica e dei poteri interessati a che nulla cambi...
«Questo è certo. L’Italia deve fare i conti col corporativismo che però, poiché tutto ha una doppia faccia, a volte diventa una risorsa, una difesa. Occorre trovare un equilibrio e soprattutto capire dove si vuole andare. La direzione di Berlusconi è quella della modernità “dura e pura”».
Perché la sinistra, come tu dici, si batte contro il cambiamento?
«Oggi la sinistra è estremamente più conservatrice della destra, a causa di mutamenti storici che hanno stravolto tali categorie. Un tempo la sinistra era progressista, la destra conservatrice, oggi è vero il contrario, ossia sono entrambe vecchie e da cambiare. Un tempo Giuseppe Prezzolini ne Il manifesto dei conservatori proponeva una specie di “lento-rock” ante litteram, dicendo che la destra era la morale e la sinistra l’economia, oppure che la destra era il libro e la sinistra la televisione; Piero Gobetti a sua volta spiegava come una funzione della destra era quella di educare i cittadini alla legalità. Ecco: è curioso notare come tutti i termini ormai si siano confusi e quasi invertiti».




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