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Autonomia: il vero futuro è dietro le spalle?
I sardi, l’autonomia, l’identità. Sono i grandi temi sui quali ancora oggi, all’alba del terzo millennio, la politica e la cultura continuano a dibattere alla ricerca di un denominatore comune che sia in grado di trasformare in atti prima formali e poi concreti di autodeterminazione, l’antico, e sovente assopito, ideale della specificità insulare. Un argomento più che mai d’attualità, quindi, che negli ultimi mesi ha finito per calamitare in misura sempre maggiore l’interesse e l’attenzione di una pubblica opinione tendenzialmente distratta (e non soltanto per sua esclusiva negligenza ) nei confronti di una “querelle “ erroneamente catalogabile tra quelle di non facile approccio popolare.
Di questo ed altri problemi sul tappeto, abbiamo parlato in una breve intervista con lo storico Francesco Cesare Casula, docente di storia medioevale presso l’Ateneo cagliaritano nonché direttore dell’Istituto storico dell’Europa Mediterranea del Cnr, unanimemente ritenuto uno dei più appassionati e profondi studiosi del nostro passato.
--- Professor Casula, cosa intendono generalmente i sardi quando parlano di senso dell’identità?
--- Capovolgo la risposta, dicendo che per me “senso d’identità” significa conoscenza di se stessi e aggiungendo che, purtroppo, per noi sardi il concetto di identità ha sempre costituito, da quando esiste la storia, un problema irrisolto. Chiarisco: l’identità è un errore, perché, almeno così come viene intesa, inseguita e cercata, cioè con l’obbiettivo di realizzare un’unità etnica e linguistica, risulta decisamente superata.
--- Per quale motivo?
--- Semplicemente perché continuiamo ad occuparci ed a tentare di risolvere i grandi temi interni, vale a dire quelli della ricerca di una condivisione della lingua, della musica, delle tradizioni, che può essere importante, ma è del tutto inutile se utilizzata per affrontare e risolvere una questione come quella dell’autonomia. Mi spiego meglio: il problema autonomistico è esclusivamente un problema di carattere esterno, poiché riguarda il rapporto dell’Isola con il resto dell’Italia. Quindi sarebbe meglio discutere di “individualità” più che di “identità”: riconoscere, cioè, e ovviamente far riconoscere, che tra le venti Regioni che compongono lo Stato italiano solo una, la Sardegna, si distingue oggettivamente per una sua particolarissima quanto inattaccabile peculiarità.
--- E in che modo si potrebbe avvallarla ?
--- In un solo modo: chiedendo aiuto alla storia. Partendo, appunto, da una certezza storica: la base istituzionale dello Stato italiano siamo noi. Il passato insegna, infatti, che prima dell’Italia, così come la conosciamo, c’era il Regno di Sardegna. La storia dello Stato italiano, insomma, è la nostra storia. Occorre semplicemente seguire la linea del diritto, servircene per fare valere la nostra vera, unica diversità, o meglio individualità. Su questa base, chiedere un maggior potere per auto-amministrarsi avrebbe un senso preciso: per poter ideare e decidere autonomamente e con coerenza in tutti i campi e su ogni iniziativa, tranne quelle di battere moneta e avere un esercito. Come fare ? Sarebbe sufficiente un preambolo nel nuovo Statuto: per rivendicare una volta per tutte, e nel rispetto della storia, il ruolo inoppugnabilmente primario della Sardegna rispetto alle altre Regioni d’Italia.
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