" I neocons influenzano le decisioni di Bush? E quanto?
"Di chi è questa guerra?"
Andrew Sullivan, Sunday Times, 24 marzo 2003 (Trad. Il Foglio, 26 marzo 2003)
Le origini della strana alleanza. «Quando George W. Bush, in mezzo alle ceneri delle due Torri, cercò di capire che cosa era andato storto e di trovare una strategia complessiva per riaggiustare la situazione, i neoconservatori erano i soli ad avere un piano concreto. Non si affidavano alla cabala. Ma non erano gli alleati naturali di Bush. Uomini del Pentagono come Richard Perle, Douglas Feith e Paul Wolfowitz, i giornalisti del Washington Post Charles Krauthammer e Bob Kagan, Lawrence Kaplan di New Republic, e Bill Kristol del Weekly Standard: tutti costoro erano stati acerrimi nemici di Bush padre, severamente critici sulla sua politica estera. Il Washington Post e New Republic avevano appoggiato Al Gore come presidente. Il Weekly Standard aveva sostenuto John McCain nelle primarie. Dopo l'11 settembre si schierarono con Bush soltanto perché era il presidente. E Bush si affidò a loro soltanto perché la storia aveva dimostrato che avevano ragione, e il disastro che avevano visto giusto ».
"The Shadow Men"
The Economist, 24 aprile 2003, (Trad. Christian Rocca, "Esportare l'America", 2003)
«Un piccolo gruppo di ideologi sta forse abusando del proprio potere per intervenire negli affari internazionali degli altri Paesi, creare un impero, buttare nel cestino dell'immondizia il diritto internazionale, infischiandosene delle possibili conseguenze? Nient'affatto. Pensare che una lobby di intellettuali abbia usurpato il controllo della politica estera americana significa darle troppo credito e, allo stesso tempo, troppo poco. Le critiche che vengono rivolte alla politica estera americana trascurano il ruolo svolto da elementi che non sono neoconservative. I neocon sono potenti non in quanto tali, ma perché il presidente li ascolta. Il risultato è che la politica estera americana sta diventano una miscela tra la visione dei neoconservative, l'istinto politico del presidente e la realtà del potere. (…) I neoconservative sono molto diversi dagli uomini d'affari texani che si sono raccolti attorno a George W. Bush. Si differenziano anche dai capi di corporation che il presidente ha assunto per incarichi di primissimo piano, come Cheney e Rumsfeld. Molti neoconservative hanno sostenuto John MacCain, il rivale repubblicano di Bush, durante la campagna elettorale; qualcuno ha persino appoggiato Al Gore . All'inizio, i neoconservative erano soltanto uno dei numerosi gruppi in competizione per esercitare un'influenza sulla politica estera, e senza molto successo».
Un'influenza limitata e revocabile. «I neoconservative hanno anche uno stile molto diretto e preferiscono la chiarezza morale alla finezza diplomatica. (...) Preferiscono concentrarsi sulle nuove minacce e sulle nuove opportunità anziché appoggiarsi alle vecchie alleanze. (...) Alcuni europei ritengono che l'influenza dei neoconservative sia una conseguenza diretta dell'incompetenza di Bush in politica estera (...). Ma la nuova politica è stata adottata in conseguenza a un evento catastrofico. Gode del sostegno di quasi tutti gli apparati di governo, compreso il Congresso (la principale eccezione è data dal Dipartimento di Stato). Soprattutto, la nuova politica è sostenuta e definita dallo stesso presidente. E' la lobby dei neocon a dipendere dal presidente, non viceversa. Gli europei spesso attribuiscono tutto ciò che non approvano della politica americana all'influenza di questa lobby, ma è un errore grossolano". L'articolo cita, a dimostrazione della non totale influenza esercitata dai neocons, il fatto che il disimpegno dell'amministrazione da alcuni trattati fu deciso ben prima della loro ascesa, che anche a francesi e russi va attribuita la responsabilità della spaccatura del Consiglio di Sicurezza sull'Iraq, e la stessa esistenza della road map, che secondo i neocons danneggia Israele: "La sua presenza dimostra l'influenza di altre forze sul presidente Bush: il Dipartimento di Stato, il Consiglio di sicurezza nazionale e persino Tony Blair».
"President Bush's Neoconservatives Were Spawned Right Here in N.Y.C., New Home of the Right-Wing Gloat"
Joe Hagan, New York Observer, 28 aprile 2003
Non hanno mai costituito un blocco di potere. I neoconservatori sono concentrati in un loro think tank di riferimento, l'American Enterprise Institute a Washington , ma il nucleo fondatore e i finanziatori del movimento sono newyorchesi. John Podhoretz: «Bush è arrivato a queste idee da solo, non ha avuto bisogno dei libri e delle riviste che abbiamo pubblicato. Forse la nostra influenza è solo una specie di illusione».
"Irvin Kristol spiega chi sono i neocon"
Weekly Standard, 19 agosto 2003 (Trad. Il Foglio)
L'amministrazione Bush incontra i neocons. «Gli elementi più vecchi e tradizionalistici del partito repubblicano hanno difficoltà ad affrontare efficacemente questa nuova realtà della politica estera, proprio come non riescono a conciliare il conservatorismo economico con il conservatorismo sociale e culturale. Ma per effetto di uno di quei casi su cui riflettono gli storici, il nostro attuale presidente e la sua amministrazione risultano trovarsi a proprio agio in questa nuova atmosfera politica, sebbene sia chiaro che non avevano previsto di assumere questo ruolo, esattamente come non lo aveva fatto il partito. Di conseguenza, il neoconservatorismo ha cominciato a vivere una seconda vita, proprio nel momento in cui veniva pubblicato il suo necrologio ».
I neocons criticano Bush sulla ricostruzione irachena
Robert Kagan e William Kristol, Weekly Standard, settembre 2003 (Trad. Il Foglio)
Critiche a Bush sull'Iraq. Servono, avvertono i due neocons, più truppe, più soldi, più personale . «Il consigliere per la Sicurezza Nazionale, Condoleezza Rice, qualche settimana fa, ha fatto un importante discorso con il quale ha chiesto agli Stati Uniti un "impegno generazionale" per portare riforme politiche e economiche nel troppo a lungo trascurato Medio Oriente - un impegno non diverso da quello che ci ha impegnato nel ricostruire l'Europa dopo la Seconda Guerra mondiale . Un discorso energico, reso ancora più potente dalla consapevolezza che riflettesse la visione del presidente stesso. Il presidente Bush riconosce che gli ideali americani e gli interessi americani convergono in un tale progetto e che un Medio Oriente più democratico migliorerà la vita di popoli che hanno sofferto a lungo e aumenterà la sicurezza nazionale americana . Per quanto la nostra ammirazione per questa audace visione a lungo termine sia grande, tuttavia c'è ragione di essere preoccupati per l'esecuzione di questa politica nel primo e probabilmente più importante test del nostro "impegno generazionale". Nessun dubbio: l'idea del presidente, nei prossimi mesi, o sarà lanciata con successo in Iraq oppure morirà in Iraq. Infatti, ci sono più cose in gioco in Iraq che la semplice visione di un Medio Oriente migliore e più sicuro. (...) E' per questo che è così sconcertante che finora l'Amministrazione Bush abbia fallito nell'impegnare risorse nella ricostruzione dell'Iraq proporzionate a quest'altissima posta in gioco ».
I necons criticano Rumsfeld
Robert Kagan e William Kristol, Weekly Standard (Trad. Il Foglio, 11 novembre 2003)
Critiche alla strategia del Pentagono. "Sessanta anni in cui le nazioni occidentali hanno perdonato o si sono compiaciute della mancanza di libertà in Medio Oriente _ ha detto Bush _ non ci hanno affatto reso più sicuri, perché alla lunga la stabilità non può essere raggiunta a spese delle libertà". I due neocons Bill Kristol e Robert Kagan hanno sottolineato apertamente una divisione all'interno dell'amministrazione, la differenza strategica tra le parole di Bush e l'azione del segretario alla Difesa Donald Rumsfeld: «I discorsi sono una cosa buona, ma le truppe sono meglio». Al momento, è la critica dei due, sembra prevalere una versione "realista" della rivoluzione democratica.
"Contracts for Iraq: Reverse the Pentagon's Decision"
Robert Kagan e William Kristol, Weekly Standard, 12 novembre 2003
In questo articolo Kristol e Kagan criticano la scelta del sottosegretario alla Difesa Wolfowitz di non ammettere agli appalti per la ricostruzione irachena le imprese dei paesi che non hanno condiviso la campagna militare. Consigliano al presidente Bush di rivedere la decisione del Pentagono.
"Il deficit retorico di Bush"
David Gelerntner su Weekly Standard (Trad. Il Foglio, 30 settembre 2003)
Il deficit retorico di Bush. «All'Amministrazione piace parlare di interessi, non di dovere. Ma, l'interesse è sempre discutibile, il dovere invece può essere assolutamente chiaro. Tortura, assassinio di massa e una dittatura infernale sono il motivo più chiaro possibile. Eppure troppo spesso l'Amministrazione è sembrata esitante e sulla difensiva. (...) Naturalmente la sicurezza è importante, ma l'omicidio di massa è molto più importante. In Iraq la tortura non c'è più, abbiamo messo la parola fine ai fiumi di sangue. Che cos'altro può importare dopo una verità come questa?». L'intervento in Iraq è stato giusto anche dal punto di vista pragmatico, ma su questo ovviamente non tutti sono d'accordo. Ma nessuno può contestare che fosse giusto soprattutto moralmente: «Con la scoperta di quelle celle di tortura e le fosse comuni la questione morale è chiusa definitivamente. (...) Ma nel post Guerra fredda le linee di confine sono nuove, nessuna nazione ha mai dominato militarmente il mondo come gli Usa. Ci vorrà tempo prima che riusciremo a capire e sopportare il peso delle nostre responsabilità. (…) Bush sia orgoglioso di non essersi girato dall'altra parte. Le questioni morali e religiose non interessano i professionisti della politica, ma interessano l'umanità molto più di quelle politiche ed economiche».
"La mappa dell'America scorretta. Neocon, paleocon, tradizionalisti e liberisti"
Adam Wolfson, Public Interest, (Trad. Il Foglio, 13 gennaio 2004)
Influenze neocons sulla politica economica di Bush. Il presidente Bush si è espresso criticamente nei confronti dell'impostazione liberista, affermando che «la crescita economica non è la soluzione adatta per ogni problema», e che non basta pensare che «se soltanto il governo si togliesse di mezzo, tutti i nostri problemi sarebbero risolti». Troppo spesso, «il mio partito ha dipinto l'immagine di un'America che degenera inesorabilmente in una sorta di nuova Gomorra?. Contro questa visione, Bush ha coniato il termine "conservatorismo compassionevole", da lui stesso definito come «il credo di un riformismo aggressivo e permanente. Il credo del progresso sociale». Queste critiche al puro modello liberista e il "conservatorismo compassionevole" sembrano affini con il pensiero economico dei neocons, consapevoli dei pericoli sociali dell'era moderna, ma fiduciosi in un futuro migliore.
L'equivoco della politica estera. «Il neoconservatorismo si è dedicato a questioni di politica interna, e non ha mai dato vita a un atteggiamento unitario in politica estera (...). Molti dei più autorevoli esponenti del neoconservatorismo (per fare solo qualche nome: Irving Kristol, Nathan Glazer, Daniel Patrick Moynihan, Norman Podhoretz e Jeane Kirkpatrick) hanno opinioni alquanto diverse sulle attuali questioni di politica estera. (...) Prima delle elezioni presidenziali del 2000, molti neocons non appoggiavano con decisione Bush. I giornalisti del Weekly Standard, ad esempio, nelle primarie si schierarono a favore del senatore John McCain, e criticarono come troppo rigidamente "realiste" le posizioni di Bush in politica estera. (...) Tutti i neoconservatori si sono opposti in modo compatto al neo-isolazionismo di Pat Buchanan, al realismo amorale di James Baker e di Bush padre, così come all'umanitarismo cosmopolita dell'Amministrazione Clinton; ma si sono divisi sulle alternative. Alcuni, come William Kristol, Robert Kagan e Lawrence Kaplan, hanno sostenuto che il modo migliore per promuovere gli interessi nazionali dell'America è diffondere la democrazia in tutto il mondo. (…) A differenza dei liberal wilsoniani, non promuovono la democrazia soltanto in nome della democrazia stessa e dei diritti umani. Al contrario, la promozione della democrazia deve servire a rafforzare la sicurezza dell'America e a consolidare la sua supremazia mondiale; è concretamente e pragmaticamente connessa agli interessi nazionali degli Stati Uniti. (...) A loro giudizio, solo una politica estera fondata su principi morali e sul presupposto dell'espansione democratica può favorire nel lungo periodo gli interessi nazionali dell'America. (...) Una sparuta banda di neoconservatori, il cui esponente più autorevole è l'editorialista del Washington Post Charles Krauthammer, ha elaborato una visione diversa. (…) Una politica estera attiva e fondata su principi precisi morali, ma non sono del tutto convinti che gli interessi nazionali dell'America coincidano perfettamente con la promozione della democrazia all'estero. (...) L'ambizioso obiettivo di diffondere la democrazia in tutto il mondo è del tutto irrealizzabile. (...) Allo stesso tempo, anche questi neocons concordano sul fatto che gli interessi dell'America siano necessariamente quelli di una grande e potente democrazia».
L'intervento preventivo. «Il concetto di intervento preventivo in difesa dei nostri diritti ha profonde radici nella cultura politica americana, e costituisce una caratteristica specifica di una teoria politica liberal ispirata alla filosofia di Locke . (...) Gli americani preferiscono passare all'azione prima che le minacce si siano abbattute sulle loro teste». " http://www.radioradicale.it/neocons-...fluenzacb.html
Saluti liberali




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