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Discussione: I neoconservatori

  1. #31
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    "WOLFOWITZ PRESIDENTE DELLA BANCA MONDIALE

    WASHINGTON - Il Consiglio d'Amministrazione della Banca Mondiale ha approvato la nomina di Paul Wolfowitz, vice-ministro della difesa americano, alla presidenza dell' istituzione finanziaria internazionale per lo sviluppo.

    www.ansa.it


    Shalom

  2. #32
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    da sito di IDEAZIONE

    " Il diritto/dovere all'ingerenza democratica
    di Federico Punzi*
    [14 apr 05]

    Democrazia e libertà sono bandiere ancora a mezz'asta, quando non ammainate, nelle fila della sinistra. Internazionalista quando a dover essere internazionalizzata era la causa della classe operaia in chiave marxista, dopo la caduta del blocco sovietico la sinistra è divenuta isolazionista oggi che occorre promuovere libertà e democrazia nelle parti del mondo dove vivono popoli oppressi. E i diritti umani vengono invocati col contagocce, strumentalmente, quando servono agli atti di denuncia contro los imperialistas americani e contro le loro multinazionali.

    L'interventismo democratico, fatto proprio dalla sinistra liberale di Tony Blair, ha qualcosa da dire anche alla sinistra italiana? Quanto mai opportune furono le domande poste dal direttore de il Riformista Antonio Polito al segretario dei Ds Piero Fassino alla vigilia del III Congresso. Perfetta la risposta suggerita, la citazione di Celestino Migliore, osservatore permanente della Santa Sede presso l'Onu. «Ogni stato ha la responsabilità di proteggere i suoi cittadini ma, quando non è in grado o non è disponibile a farlo, quella responsabilità deve essere assunta dalla più vasta comunità internazionale... In tale contesto, nel corso dei recenti conflitti, abbiamo avuto modo di ripetere questa convinzione a proposito della ingerenza umanitaria, concepita come una sorta di legittima difesa, e di quanto tale ingerenza si presenti come obbligo della comunità internazionale di garantire la sopravvivenza degli individui di fronte all'azione o inazione di uno stato o di un gruppo di stati».

    Non il «diritto» di ingerenza, ma il «dovere» di ingerenza è quello di cui ha sempre parlato Marco Pannella fin dai primi anni '80, affinché potesse «vigere» la Carta delle Nazioni Unite, che riconosce il diritto «storicamente naturale» alla democrazia e alla libertà. Non si tratta dell'esportazione della democrazia come sistema, spiegava Pannella all'indomani dell'invasione dell'Iraq (2003), ma di «rimuovere gli ostacoli frapposti all'esercizio della legalità e dei diritti fondamentali», che sono storicamente riconosciuti come naturali per ogni essere umano. Questa è la natura dell'«interventismo radicale», del «dovere di ingerenza». In termini giuridici esiste il nostro «obbligo» a intervenire per rimuovere quegli ostacoli.

    Un'enunciazione che porta a compimento un percorso che parte da lontano (dai primi anni '80) di definizione del principio di ingerenza. Tutto iniziò dalla lotta contro lo sterminio per fame nel mondo, quando occorreva proclamare il "dovere di ingerenza" dell'Onu ovunque «l'arma alimentare» venisse usata «a fini politici e di dominio provocando la morte per fame di inerti popolazioni», e laddove le autorità legali locali fossero «complici, se non sole responsabili dell'olocausto». Partendo dal presupposto che la fame e l'ingiustizia nel mondo vanno lette come «minaccia alla pace», una «rottura della pace o un atto di aggressione», e che i responsabili possono essere identificati e fermati. Per questo i radicali chiedevano all'Onu «l'estensione del potere di polizia, basato sul principio di ingerenza, anche per i casi di genocidio e per quelli di difesa di minoranze oppresse».

    Laddove sono negati i diritti naturali della persona umana cessa il diritto positivo degli Stati alla propria sovranità, perché la salvaguardia dei diritti umani sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite non può conoscere frontiere e zone franche. Per questo, i radicali furono sostenitori di una linea di ingerenza politica nei Paesi totalitari dell'Est europeo da contrapporre alla stabilità e all'equilibrio di forze militari tra i blocchi. In questa chiave vanno lette le iniziative, anche a favore del disarmo, tese a superare quell'equilibrio militare che assieme alla nostra sicurezza garantiva l'oppressione dei popoli dell'Est. L'ingerenza e la nonviolenza, lungi dal poter essere accostate al pacifismo equidistante, sono gli strumenti di destabilizzazione delle dittature comuniste.

    Un "dovere di ingerenza" che permea di sé anche l'europeismo dei radicali, «che vuole essere momento di scontro politico fra la concezione democratica-parlamentare e quella totalitaria, fra chi privilegia i diritti della persona e chi li sottopone gerarchicamente agli interessi dello stato, fra chi rivendica la necessità che il diritto non sia limitato dalle frontiere e chi difende la barbarie in nome della sovranità nazionale e del principio di non ingerenza».

    In un intervento sul Corriere della Sera (30 dicembre 1988), lo studioso francese Maurice Duverger si chiedeva se «si oserà riconoscere che il dovere di ogni cittadino e di ogni governo non è limitato dalle frontiere degli Stati e che queste non potrebbero impedire in alcun caso la prevenzione e la repressione delle violazioni della dignità umana». Le democrazie «dispongono fin da ora di mezzi efficaci per incitare le dittature a rispettare progressivamente i diritti dell'uomo; in primo luogo il diritto dell'aiuto al Terzo e Quarto Mondo».

    Duverger sollecitava dunque, ha scritto Angiolo Bandinelli, «un nuovo internazionalismo capace di abbattere il vecchio mito della sovranità nazionale e della "non ingerenza", in nome dei diritti dell'uomo e del cittadino... La promozione transnazionale dei diritti umani e civili può, e ormai dovrebbe, divenire obiettivo politico di fondo per forze politiche e civili consapevoli che il discrimine tra progresso e reazione, tra libertà e dittatura, corre nel mondo di oggi lungo questa linea. Che è linea di attacco, e non di mera difesa di enunciazioni senza conseguenze».

    Oggi quel diritto/dovere di ingerenza è un principio pienamente affermato, fatto proprio dalla politica estera dei governi di Tony Blair e accolto anche oltreoceano. C'è dell'altro. Polito ha citato l'arcivescovo, ma bastava andarsi a riprendere il recente articolo nel quale James M. Lindsay e Ivo H. Daalder, entrambi esponenti di punta della Brookings Institution, think tank di area clintoniana, sancivano l'inadeguatezza delle attuali istituzioni internazionali (Onu e Nato) avanzando la proposta di una nuova istituzione, una «formale» Alleanza delle Democrazie: «Le principali minacce alla sicurezza nel mondo di oggi giungono dagli sviluppi interni agli Stati. (...) In due dei tre ultimi casi (Serbia, Afghanistan, Iraq) il Consiglio di Sicurezza ha mancato di autorizzare esplicitamente l'uso della forza, nell'altro lo ha fatto solo implicitamente. (...) Oggi, il rispetto per la sovranità dello stato deve essere condizionata a come gli stati si comportano al loro interno, non soLo all'esterno. La sovranità porta con sé una responsabilità a proteggere i cittadini contro la violenza di massa e un dovere a prevenire gli sviluppi interni che minaccino gli altri. I regimi che falliscono nell'adempiere a questi doveri e responsabilità dovrebbero perdere il loro sovrano diritto alla non-interferenza negli affari interni».

    I due analisti sono pessimisti sulle possibilità di una "riforma" dell'Onu: non è un problema di riforma del Consiglio di Sicurezza, o di addestramento di forze di peacekeeping, o di fondi. Il problema vero è che «i suoi principi fondanti sono obsoleti». Ubi major minor cessat. Sancire il principio secondo il quale il diritto degli Stati alla propria sovranità cede di fronte all'assenza di libertà, democrazia e diritti umani sarebbe l'unico reale passo avanti possibile.

    14 aprile 2005

    f.punzi@radioradicale.it

    * Federico Punzi è il titolare del blog JimMomo

    "


    Shalom

  3. #33
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    da www.equilibri.net
    " Stati Uniti: la “democrazia neoconservatrice”

    Un’analisi del pensiero dei neoconservatori americani. La storia, le idee, la concezione democratica: tratti caratteristici di una corrente intellettuale capace di influenzare, in maniera più o meno decisiva, la formazione della politica estera americana.

    Delia Bruno

    Equilibri.net (25 novembre 2005)


    «Che cos’è esattamente il neoconservatorismo? I giornalisti e adesso anche i candidati alla presidenza parlano con invidiabile confidenza di chi siano e di cosa vogliono i “neoconservatori”. Chi tra noi è definito neocon rimane stupito, lusingato o deluso a seconda delle circostanze». A parlare è Irving Kristol, un passato da trotzkista ed un presente da “padrino” riconosciuto di tutti i neocons. Sconosciuti al grande pubblico fino a non molto tempo fa, i neocons sono venuti alla ribalta nel panorama politico in seguito agli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 e alle successive scelte di politica estera adottate dalla presidenza Bush. Li chiamano gli intellettuali di Bush; non c’è mossa o decisione del Presidente che non venga ormai imputata all’influenza della “cabala” neoconservatrice. Sono i promotori della guerra preventiva, gli artefici del nuovo disegno imperiale statunitense, i paladini dell’esportazione della democrazia, i fautori del cambiamento di regime, i più convinti sostenitori della necessità di portare la guerra in Iraq. Amati o temuti, rispettati o disprezzati, si sono imposti all’attenzione del grande pubblico e si sono fatti conoscere scrivendo e parlando sui loro media con l’intento di spiegare, convincere, persuadere.

    La “tendenza neoconservatrice” nella tradizione politica statunitense

    E’ lo stesso Kristol a fornire una prima definizione di neoconservatorismo: più che di movimento sembra si debba parlare di “persuasione” o di “tendenza” neoconservatrice, una sottocorrente intellettuale insomma che emerge di tanto in tanto in superficie. I neocons non sono né un’associazione né un partito, ma un piccolo network di accademici, analisti politici, ideologi attivisti, giornalisti ed opinionisti, nati da una costola della sinistra e approdati, intorno alla fine degli anni Settanta, sulle sponde del partito repubblicano. Si tratta di un gruppo i cui membri, pur non rinunciando alla propria individualità, condividono idee comuni su molti temi. Idee che hanno profonde radici nella storia degli Stati Uniti e che si inseriscono nel solco di quella tradizione che affida all’America una missione salvifica: la difesa del mondo dai pericoli, di qualunque natura essi siano. E’ una missione storica basata sulla presunta superiorità morale di un Paese, l’America appunto, portatore di valori giusti e universali. La teoria del “Destino manifesto” assume nell’ottica neocons le sembianze di un’ideologia che punta ad anteporre l’America, i suoi interessi ed i suoi valori a qualunque altra cosa e che crede fortemente che ciò che fa bene all’America faccia automaticamente bene anche al resto del mondo. Il neoconservatorismo mostra profondi legami con la tradizione politica degli Stati Uniti. Due importanti scuole di pensiero, il wilsonismo ed il realismo, radicate nel patrimonio storico-politico statunitense, confluiscono nel pensiero neocon mescolandosi in una sintesi innovativa. Nella visione neocon l’enfasi posta sulla diffusione dei valori democratici e liberali statunitensi, propria della tradizione kantiano-idealista, si colora di un marcato realismo laddove questa diffusione diventa strumentale per preservare e difendere gli interessi nazionali americani e la sicurezza del paese. La politica idealista di diffusione della democrazia nel mondo mira dunque al conseguimento dell’obiettivo primario dei realisti: la massimizzazione della sicurezza statunitense. Un obiettivo questo da conseguire anche attraverso l’utilizzo del potere nel suo più tradizionale significato politico-militare. L’internazionalismo wilsoniano perde la convinzione che i suoi obiettivi possano essere conseguiti affidandosi al potere persuasivo delle istituzioni multilaterali, la Lega delle Nazioni prima, le Nazioni Unite poi, e si cala nel mondo realista dei neocons dove la salvaguardia dei propri interessi passa, se necessario, anche per l’azione di forza unilaterale o è affidata alle cosiddette “coalizioni di volenterosi”, in vista del conseguimento dell’obiettivo ultimo: la massimizzazione della sicurezza e della propria quota di potere. Hard power e idealismo sono dunque la ricetta neocon per garantire agli Stati Uniti la supremazia mondiale. Mantenere la pace anche con il ricorso alle armi, diffondere nel mondo i valori americani della libertà e della democrazia, anche attraverso interventi volti a promuovere “cambiamenti di regime”: è questa la missione della “nazione indispensabile”.

    Storia dei neocons

    Il neoconservatorismo è nato nella “culla” del partito democratico. Il partito del presidente W. Wilson, che aveva lanciato l’America nella “crociata della democrazia”, così come era stata definita la Prima Guerra Mondiale, in difesa dei diritti umani e della libertà dei popoli. Il partito in cui aveva preso forma l’anima interventista dei presidenti F. D. Roosvelt e Truman, sostenitori di un “wilsonismo militante”, impegnato a “sradicare il male”, la minaccia nazista prima, quella comunista poi, in difesa del “mondo libero”. E ancora il partito di Kennedy e Johnson, del loro impegno sul fronte anticomunista e della loro sostanziale intransigenza sulle questioni ritenute essenziali per la difesa degli interessi americani nel mondo. E’ all’interno di quello stesso partito che i futuri neoconservatori hanno elaborato i motivi di un dissenso che li avrebbe portati sul finire degli anni Settanta alla fuoriuscita dall’ala liberal dei democratici. Un processo di graduale allontanamento iniziato con la guerra del Vietnam, con il timore che la tendenza pacifista, che dal paese stava penetrando anche nelle fila del partito, segnasse il ritorno del fascino dell’isolazionismo, tentazione permanente, sebbene non sempre prevalente, della politica estera statunitense, e il ritiro dagli impegni internazionali, in primo luogo quelli contro il pericolo sovietico. E’stata la presidenza Carter a segnare la rottura definitiva dei neoconservatori con il partito democratico. La politica che il nuovo Presidente intendeva sostituire alla Realpolitik di Nixon e del Segretario di Stato Kissinger, con il suo forte accento posto sul moralismo, sull’affermazione del principio di autodeterminazione e la difesa dei diritti umani, ha prodotto come risultato l’approdo dei neocons sulle sponde della destra repubblicana. In risposta all’idea sostenuta dal nuovo Presidente, quella secondo cui era giunto il momento per gli americani di mettere da parte la loro “esagerata paura del comunismo”, i neocons hanno fondato nel 1977 il Committee on the Present Danger (CPD), lanciando una grande campagna contro il “pericolo rosso”. La comune adesione al motto Peace Through Strength è stata alla base dell’alleanza strategica, maturata proprio nell’ambito del Comitato, tra i neocons e la corrente repubblicana, intrattenitrice di forti legami con l’industria militare. Un’alleanza che si è affiancata a quella nata tra gli ormai ex-liberal e la destra cristiana, la New Right, in cui il sostegno ad una politica estera militare ed aggressiva si è unito all’impegno nella cosiddetta “guerra culturale” intrapresa da quell’élite liberale, forte della fede in un nuovo relativismo culturale, contro il patrimonio dei valori tradizionali americani. La nuova “Dottrina Reagan”, con la sua retorica accesa contro “l’Impero del Male”, la sua strategia di militarismo aggressivo, di appoggio ai guerriglieri afgani contro i sovietici, di sostegno ai contras del Nicaragua, di sfida ai regimi integralisti del Medio Oriente, non poteva non ottenere l’appoggio degli assertori di una peculiare forma dell’imperialismo statunitense, quello democratico. Il ritorno ad un più cauto e prudente realismo segnato dall’avvento della presidenza Bush, ha ridotto notevolmente la capacità di influenza dei neoconservatori, il cui internazionalismo poco piaceva ai “paleoconservatori” alla Pat Buchanan favorevoli ad una riduzione degli impegni internazionali.
    Nel frattempo una pagina di storia si era ormai conclusa. Il muro di Berlino era crollato trascinando dietro di sé anche l’Unione Sovietica. In un mondo libero dallo “spettro del comunismo” i neoconservatori hanno intravisto la possibilità per gli Stati Uniti di modellare l’ordine internazionale secondo i propri interessi ed i propri valori. E’ del 1992 il Defense Planning Guidance, un documento confidenziale redatto da Paul Wolfowitz (sottosegretario alla difesa) e Lewis Libby (capo di gabinetto di Cheney) che nella sua versione originale disegnava i contorni di una strategia di ampio respiro che avrebbe dovuto assicurare agli Stati Uniti la supremazia militare. Prevenzione era la parola chiave. Prevenire l’emergere di un nuovo rivale, anche con azioni di forza unilaterali, per salvaguardare gli interessi e la supremazia dell’America. Lo scenario prospettato era dunque quello di un ventunesimo secolo in cui l’intervento militare statunitense sarebbe stato una costante, a garanzia della pace e della stabilità internazionale. Bisognerà aspettare però ancora qualche anno prima di veder la strategia neoconservatrice riconosciuta come valida e concretizzata in un documento ufficiale. Di fatto le trionfalistiche, nonché affrettate, proclamazioni del “Nuovo Ordine Mondiale”, della universalizzazione dei valori occidentali e del “villaggio globale”, che hanno accompagnato la fine del bipolarismo, hanno aperto la strada ad una stagione di crescente fiducia nelle apparentemente infinite possibilità del market and democracy building, propria della presidenza Clinton. E’ con lui che si sono aperti gli anni dell’eccessiva, a detta dei neocons, attenzione al conseguimento degli obiettivi transnazionali, della concertazione multilaterale, delle regole e dei meccanismi internazionali. Il wilsonismo dei democratici continuava a fare appello alla necessità di sostenere il processo di democratizzazione, ma si trattava di un tipo diverso di processo o quantomeno da conseguire con metodi diversi da quelli considerati idonei dai neoconservatori. Era la democrazia da conseguire attraverso un engagement costruttivo, fatto di dialogo, di sostegno allo sviluppo e di soft power.
    La “fine della storia” alimentava le speranze che un’interdipendenza di tipo transnazionale, da conseguire attraverso la crescita economica, il commercio ed il multilateralismo, avrebbe permesso la realizzazione di quella pax democratica teorizzata da M. Doyle. Insomma la missione americana era quella di promuovere la stabilità della comunità internazionale, favorendo la diffusione di governi democratici, basati su principi di economia di mercato, con la convinzione che paesi democratici, integrati nel sistema capitalistico mondiale non avrebbero agito aggressivamente, per non minare la stabilità politica, alla base del sistema economico da cui tutti avrebbero tratto benefici. L’America, dunque, agendo da “egemone benevolente”, favorendo cioè il funzionamento di un sistema basato su principi liberisti, tanto in politica, quanto in economia attraverso un uso “illuminato” del suo potere, avrebbe salvaguardato gli interessi della comunità internazionale oltre che i suoi. Era l’America che sembrava credere in un tramonto dell’hard power, in un mondo sempre più integrato dalle forze dell’economia e della tecnologia. Era l’America che sembrava affidarsi alla collaborazione tra Stati, al ricorso ad organismi internazionali per il conseguimento di quegli obiettivi che nel mondo alle soglie del ventunesimo secolo non potevano più non riguardare la comunità nel suo complesso. Era l’America dell’intervento in Bosnia e ad Haiti, patrocinati rispettivamente dalla NATO e dall’ONU, dell’engagement che sostituiva il containment nei confronti del “pericolo giallo”. Ma era anche l’America in cui si levava la voce e si moltiplicavano gli appelli dei neoconservatori a non trascurare il potenziamento dell’hard power, a riscoprire i rapporti tra Stati in termini di rapporti di potere, un potere che non poteva e non voleva essere ingabbiato da nessuna istituzione o ente internazionale. Un appello insomma a tornare a parlare di politica, rivolto tanto al presidente Clinton quanto ad un’opinione pubblica che mostrava un interesse sempre minore per le questioni estere.
    Era del 1997 il Project for the New American Century (PNAC) con il quale una nuova coalizione di neocons, conservatori sociali ed esponenti della destra cristiana e tradizionale, hanno ripreso con convinzione le idee del DPG nella speranza di favorire il cambio di rotta di una politica, quella clintoniana, che stava dissolvendo quel capitale militare e politico accumulato dagli Stati Uniti sotto la presidenza Reagan. L’invito era dunque a non dimenticare quelli che erano stati gli elementi essenziali del successo dell’Amministrazione Reagan: un forte apparato militare, una politica estera pronta a promuovere i principi americani nel mondo, una leadership nazionale capace di accettare le responsabilità globali americane. Un invito a trarre dal passato gli insegnamenti per un presente in cui il potenziamento delle forze armate, la sfida ai regimi ostili agli interessi ed ai valori americani, la promozione della libertà politica ed economica all’estero apparivano garanzia di sicurezza e grandezza per il futuro.

    Il pensiero dei neoconservatori

    Se le elezioni presidenziali del 2000 hanno fornito ai neoconservatori solo la speranza dell’inizio di una stagione segnata da una loro rinnovata influenza, è stato l’11 settembre 2001 ad offrire loro l’opportunità di mettere in pratica quanto era in programma fin dai primi anni novanta. All’inizio del suo mandato Bush Jr. sembrava orientato verso una politica estera piuttosto cauta, nel rispetto del resto dello zoccolo duro ed isolazionista del partito repubblicano a cui doveva gran parte della sua vittoria. La nomina di Colin Powell e Condoleeza Rice, rispettivamente a Segretario di Stato e Consigliere per la Sicurezza Nazionale, sembrava confermare la volontà del nuovo Presidente di seguire le orme del padre. Il devastante attacco terroristico contro il World Trade Center di New York ha rappresentato però la svolta. I neocons hanno finalmente visto i loro piani ed i loro progetti concretizzarsi nel nuovo indirizzo impresso alla politica estera dall’amministrazione Bush. Il National Security Strategy of the United States del settembre 2002 ha rappresentato la consacrazione del principio di una necessaria diffusione della democrazia come linea di difesa per gli interessi americani e della nozione di guerra preventiva.
    Di fatto è possibile individuare ancor prima dell’attacco terroristico le linee guida della visione neoconservatrice in tema di politica estera. Presupposti espressi con grande chiarezza ed onestà dai membri del movimento neocon.
    La fine del bipolarismo ha offerto agli Stati Uniti, sostengono i neocons, una grande opportunità: costruire un nuovo ordine mondiale modellato attorno ai principi e soprattutto agli interessi americani. Gli Stati Uniti non possono, non devono sottrarsi alla responsabilità di custodire e di estendere quanto più possibile nel futuro un ordine internazionale a loro eccezionalmente favorevole. Una responsabilità che gli deriva oltre che dallo status di unica superpotenza sopravvissuta alla fine della guerra fredda, anche dalla “missione” di cui il paese è investito. Si tratta di operare nel presente per ipotecare il futuro. L’obiettivo è quello di plasmare l’ordine internazionale in modo congeniale ai propri interessi ed alle proprie esigenze, senza aspettare che siano altri a farlo; del resto stati come la Russia o la Cina, se venisse data loro l’occasione, configurerebbero il sistema internazionale in modo alquanto diverso da quello odierno, costruito attorno all’egemonia americana, in maniera funzionale agli interessi americani. Garantire il perdurare della pax americana è essenziale per continuare a promuovere nel mondo la diffusione dei “valori americani” e, soprattutto, è essenziale per la difesa degli interessi degli Stati Uniti. L’obiettivo è dunque quello di agire attivamente per trasformare quello che Krauthammer ha definito “momento unipolare” in “era unipolare”, salvaguardando così la supremazia americana nel presente e nel futuro. La strada per conseguire questo obiettivo è quella della prevenzione. Prevenzione volta ad impedire l’emergere all’orizzonte di un nuovo rivale, volta, attraverso il projecting power, a scoraggiare i potenziali nemici dell’America dall’agire aggressivamente, volta ad impedire il ripetersi di una nuova Monaco. Se un mondo composto da una grande America circondata da tante altre piccole Americhe risponde alla completa soddisfazione delle esigenze di sicurezza americane, si capisce come al cuore della strategia neocon ci sia il regime change. I regimi dittatoriali, quelli che si reggono sull’oppressione, la violenza e la repressione, non possono non sentire la loro legittimità minacciata dai valori americani della libertà, della democrazia e dell’uguaglianza. Sono questi valori che minacciano di corrodere i pilastri su cui questi regimi poggiano ed è contro questi valori che i regimi dittatoriali combattono, cercando di ricavare la loro legittimità dalla resistenza contro quello che viene presentato come il nemico esterno, l’America appunto. Non potendo riporre le speranze sul fatto che questi regimi accettino spontaneamente le regole del mondo civilizzato e democratico, non potendo fare affidamento sulla aspettativa che l’ostilità di certi regimi sia mitigata dall’adesione a norme o istituzioni internazionali, gli americani non possono far altro se non intervenire con decisione risolvendo il problema alla radice: promuovere il cambiamento di regime e favorire l’instaurazione di governi democratici. Questi ultimi infatti avrebbero per loro stessa natura un atteggiamento più benevolo nei confronti dell’America e dei valori di cui è portatrice, condividendo quegli stessi valori. I mezzi per conseguire l’obiettivo della trasformazione sono molteplici: intervento militare, unilaterale o per mezzo di coalizioni ad hoc, sostegno a gruppi ribelli interni, sanzioni economiche o isolamento diplomatico, a seconda delle circostanze. Interesse nazionale americano e stabilità del sistema internazionale si coniugano: l’estensione di un ordine internazionale compatibile con i principi e con gli interessi materiali degli Stati Uniti, e che, oltre ad essere strumento di conservazione della leadership indiscussa americana, è anche garanzia di benessere per la Comunità Internazionale. Il mondo dominato dall’America è più giusto di qualunque alternativa immaginabile. Il sostegno alla supremazia statunitense, oltre ad essere una manna per lo “spirito” e per gli interessi americani, è il maggior contributo che possa essere offerto alla giustizia internazionale. Se è cambiato il nemico con cui l’America è oggi chiamata a confrontarsi, non sono cambiate le responsabilità fondamentali di cui il paese è portatore.

    I neoconservatori e la democrazia

    L’America deve dunque portare avanti un’azione volta a prevenire possibili sfide alla sua leadership attraverso la promozione, non importa con quali mezzi, di governi democratici nei paesi nemici o potenziali tali. L’insegnamento dei Padri Fondatori parlava di un’America fondata su un complesso di idee e di ideali applicabili ovunque. La democraticità non va dunque considerata come una caratteristica esclusiva e peculiare di un particolare tipo di società. La democrazia non è un’idea tipicamente ed esclusivamente occidentale. Non esistono popoli o culture non adatte a recepire un modello, quello democratico appunto, che è potenzialmente applicabile (leggi: esportabile) ovunque. Non c’è nessun tipo di passato o di tradizione politica, storica o culturale che renda un paese non idoneo a vedere attecchire le istituzioni democratiche, una volta che esse vengano per così dire “incoraggiate”. Non c’è popolo che una volta conosciuta la libertà garantita da un sistema democratico scelga un regime autoritario che lo privi della libertà di scegliere periodicamente le persone che ritiene più idonee a determinare la vita politica del proprio paese. La democrazia (elettorale) va quindi incoraggiata e, se necessario, anche imposta. Il tempo insegnerà alle persone ad apprezzare chi l’ha istituita. La ricetta per un mondo perfetto (leggi: più sicuro per l’America) chiede di combattere quella che R. Niebuhr definiva la tendenza dell’uomo all’ingiustizia, facendo trionfare la sua naturale predisposizione alla giustizia che rende la democrazia non solo necessaria, ma anche possibile. La democrazia va creata. Il modello americano non va soltanto preservato e coltivato in patria, ma, dicono i neocons, va promosso, esportato anche all’estero, è questo il segreto del successo del modello stesso. La tensione tra isolazionisti e universalisti, che vede i neoconservatori membri del secondo gruppo, ricorda un’analoga tensione interna ad un’opposta ideologia. Esportare la democrazia renderà il mondo sicuro per le democrazie occidentali. L’Occidente (l’America) sarà maggiormente al sicuro in un mondo che condivida i suoi stessi valori, si basi sui suoi stessi principi e tragga la sua legittimità dai suoi stessi meccanismi. Difficilmente infatti una democrazia agirà contrariamente agli interessi americani, ne minerà la supremazia o metterà in pericolo lo status quo di quel sistema internazionale così congeniale agli Stati Uniti ed al loro ruolo di leader.
    Queste idee sono confluite nella politica di Bush sostanzialmente neoconservatrice nel credere che il potere americano svolga un ruolo cruciale nella promozione della libertà e della democrazia nel mondo. Il National Security Strategy del settembre 2002 promette l’impegno attivo da parte statunitense per portare la speranza della democrazia, dello sviluppo e dei liberi mercati in ogni angolo del mondo. Esportare la democrazia in Medio Oriente per ridisegnare la mappa della regione da dove vengono le principali minacce all’America: questo l’obiettivo, da conseguire senza aspettare che il pericolo aumenti o che i nemici attacchino per primi. E’ necessario mettere in campo misure deterrenti e difensive contro la minaccia prima che sia sferrata. La deterrenza e la difesa consistono anche nel sostegno alla “rivoluzione democratica”: responsabilità, obbligo ed occasione per una potenza dotata di una forza e di un’influenza senza precedenti e senza pari al mondo. La strategia statunitense per la sicurezza nazionale è dunque basata su di un internazionalismo squisitamente americano che riflette l'unione dei valori e degli interessi nazionali statunitensi. L'America scende in campo per difendere la libertà e la giustizia poiché esse rappresentano i valori legittimi e autentici, nonché immutabili per tutti i popoli, ovunque. Più che imposizione di una particolare cultura, i neocons vivono la campagna democratica come un non cedere sui principi ed i diritti inalienabili della dignità umana, tra cui il diritto ad un governo democratico.

    Non solo Iraq

    L’attacco all’Iraq di Saddam Hussein si viene così a collocare nel quadro di una più vasta strategia indirizzata a cambiare il volto del Medio Oriente. E’ assodata per i neocons l’esistenza di un legame diretto tra l’oppressione politica che caratterizza la maggior parte dei popoli di questa regione, ed il sostegno da essi, tacitamente o apertamente, accordato al terrorismo. Nei regimi che non consentono una partecipazione legittima della popolazione, infatti, le tensioni politiche vengono indirizzate verso obiettivi ideologici, quasi sempre in funzione antiamericana. Gli Stati Uniti hanno imparato per esperienza che i governi liberamente eletti non spingono i cittadini alla violenza, ma li stimolano a costruire un futuro migliore. Le democrazie non esportano il terrorismo perché esso non trova un terreno fertile per assoldare adepti in quelle società in cui le persone, i giovani si vedono riconosciuto il diritto di decidere del proprio destino e di scegliere i propri governanti. E così, a pochi giorni di distanza dagli attacchi dell’11 settembre 2001, G. Schmitt e T. Donnelly esponevano sul Weekly Standard la strategia targata neocon per vincere la guerra al terrorismo. Nell’ambito di questa strategia l’Afghanistan sembra essere nulla più di un obiettivo di avvicinamento alla messa in pratica di una missione di più vasta portata: la democratizzazione del “Grande Medio Oriente” e la riaffermazione del ruolo di potenza dominante dell’America in quell’area. L’Iraq di Saddam era il punto di partenza, la chiave per ricostruire il predominio americano nella regione e per portare un attacco al fondamentalismo islamico. Quella all’Iraq è stata presentata come una guerra in cui la preoccupazione dell'America per la sicurezza e la sua fede nella libertà conducevano nella stessa direzione: a un Iraq libero e pacifico. Un nuovo regime in Iraq avrebbe rappresentato un esempio di libertà straordinario, ispiratore per le altre nazioni della regione. Del resto, lo dicono i neocons, lo dice Bush che la libertà e la democrazia hanno sempre e dovunque un fascino e un richiamo straordinario, di gran lunga superiore a quello degli slogan fomentatori d'odio e della strategia del terrore. Secondo questa visione: in una regione dalla quale provengono i segnali di una voglia di libertà, un Iraq liberato porterà la speranza ed il progresso nella vita di milioni di persone. Il mondo ha un evidente interesse nella diffusione dei valori democratici, perché le nazioni solide e libere non alimentano le ideologie della violenza bensì incoraggiano la ricerca di una vita migliore. I popoli e la loro voglia di libertà sono, secondo i neocons, un’arma di fondamentale importanza nelle mani degli americani per portare un attacco ai regimi mediorientali. Se gli Stati Uniti sapranno approfittarne, sostenendo ed alimentando la speranza democratica popolare, la transizione dalla dittatura alla democrazia avverrà senza bisogno per l’America di imbarcarsi in una nuova guerra, che le forze armate americane difficilmente riuscirebbero a sostenere e che l’opinione pubblica non accetterebbe. Il finanziamento di gruppi di opposizioni all’interno di paesi come l’Iran o la Siria sembra dunque essere una soluzione alla quale molti neoconservatori si sono dichiarati sempre più favorevoli.
    Il processo elettorale iracheno è stato salutato dai neocons come l’inizio di una “nuova ondata di democratizzazione”, volta a raggiungere quei paesi che ancora non hanno visto attecchire sul proprio territorio il seme della democrazia. Il processo elettorale iracheno ha nell’ottica neoconservatrice confermato i postulati della “Dottrina Bush”, smentendo chi, tra analisti politici ed esperti dell’area, guardava alle elezioni come all’origine di nuove spaccature, che più che risolvere non avrebbero fatto altro se non cristallizzare ed aggravare i problemi del post-Saddam. Da questo punto di vista sembra che Bush aveva dunque ragione quando sosteneva che il desiderio di libertà è universale e non proprio di un particolare paese, di una specifica cultura o di una determinata regione, quando diceva che esso batte anche nei cuori del mondo arabo. Nessuno si aspetta miracoli, dicono i neocons, ma sono i fatti a parlare chiaro ed i fatti dicono che oggi più che mai è possibile prevedere un futuro in cui il Medio Oriente ed il mondo islamico saranno completamente trasformati. Per i fautori della decapitazione del regime di Saddam Hussein, milioni di iracheni hanno votato smentendo le tesi degli assertori della loro incapacità di eleggere le persone giuste, dei sostenitori del loro non essere ancora pronti per la democrazia. Milioni di iracheni hanno votato: si è aperto un orizzonte di nuove prospettive.
    La democrazia elettorale, intesa in senso minimalista come un sistema in cui le persone scelgono i loro rappresentanti ad intervalli regolari attraverso elezioni libere, corrette e competitive, diventa l’unica forma di governo considerata legittima dalla parte che “conta” della Comunità Internazionale. Se le elezioni non sono la democrazia, esse sono il veicolo e l’obiettivo della democratizzazione: la democrazia non esiste senza che ci sia a monte un processo elettorale. Non esiste un’unica formula per esportare la democrazia con la garanzia di un buon risultato; cambiano i tempi, i modi e le strategie, variabili al variare delle caratteristiche del paese “importatore forzato”; a non cambiare è, però, la necessità dell’ esportazione di un simile modello.

    Conclusioni

    I futuri sviluppi della situazione irachena saranno un banco di prova di fondamentale importanza per la teoria neoconservatrice, per gli stessi Stati Uniti, per il loro prestigio e la loro credibilità. Si tratta di sviluppi solo prevedibili in cui però avanza una certezza: molto dipenderà dai modi e dai tempi in cui gli Stati Uniti lasceranno il paese, dai risultati che la loro azione di forza riuscirà a produrre e dalla strada che il nuovo Iraq imboccherà. L’ipotesi di un tramonto neocon consumatosi nella palude irachena si affianca a quella di un esito favorevole per l’America che la spinga a proseguire sulla strada degli impegni globali volti a plasmare l’ordine internazionale. Le rosee previsioni di chi ha già parlato di una “primavera araba”, nel senso di risveglio democratico, si scontrano con le notizie che quotidianamente giungono da un Iraq insanguinato da scontri, attentati e violenze continue che, se non altro, provano quanto il processo elettorale non sia servito a spianare la strada alla stabilità ed alla sicurezza interna del paese. Se le elezioni rappresentano di certo una tappa imprescindibile nella costruzione di un sistema democratico, è vero anche che da sole non offrono una sufficiente garanzia che la democrazia riuscirà a diventare la caratteristica permanente della vita di una certa nazione. La democrazia implica qualcosa in più di semplici elezioni periodiche. E nessuna società è in grado di trasformarsi rapidamente o facilmente. Le riforme strutturali devono necessariamente essere accompagnate da cambiamenti nella cultura politica, cambiamenti che non possono essere “stimolati” con le bombe. Un governo democratico oltre che su di un’ottima leadership ed istituzioni solide, si basa anche su una cittadinanza capace di comprendere a fondo l’essenza dei principi democratici. Ebbene quest’ultima condizione non può svilupparsi in uno spazio temporale di mesi.
    La concezione democratica neoconservatrice offre nuovi e meno nuovi motivi di riflessione. Nell’affermazione della democrazia si combinano fino a formare un tutto unico la difesa degli interessi americani e, sostengono i fautori dell’esportazione, le aspirazioni delle persone di ogni luogo e tempo, che anelano, e non potrebbe essere altrimenti, ad essere libere. Libere di scegliere liberamente i propri rappresentanti, libere di aprirsi ai benefici certi di un libero mercato, libere di vivere nel rispetto dell’uguaglianza. La questione è se può dirsi una libertà anche quella di accogliere nella propria cultura, in virtù di un processo di forzata assimilazione, quel bagaglio di principi e conquiste, risultato in Occidente di un lungo, e a volte travagliato, processo di trasformazione ed affermazione. Il pacchetto democratico, con le modalità ed i contenuti sviluppatesi all’interno di una particolare civiltà, di un particolare insieme culturale, può oggi essere offerto (leggi: imposto), in contesti diversi, a società con un retaggio culturale diverso? Il relativismo culturale, con i neocons, cede il passo di fronte all’indiscussa bontà ed universalità del modello occidentale. Ma esistono principi, valori o modelli che possano essere considerati universali? E ancora, la democrazia può funzionare davvero in ambiti in cui probabilmente a mancare, per mancanza di esperienza, è una mentalità democratica?
    A chi obietta che la democrazia non possa essere altro se non il risultato di un processo graduale e spontaneo, i neocons ricordano le lezioni di un passato nemmeno troppo lontano: nelle società che avevano nutrito il fascismo e il militarismo, la libertà ha messo radici permanenti. C’è stato un momento in cui molti sostenevano che il Giappone e la Germania sarebbero stati incapaci di vivere nel rispetto dei valori democratici. Ebbene, dicono i neocons, si sbagliavano. A coloro che parlano di un Medio Oriente senza speranza per la causa dei valori democratici i neocons rispondono ricordando l’esempio dell’Asia, regione in cui oggi si vedono nazioni costruire economie forti e moderne, e società divenire stabili, pacifiche, aperte e libere, governate da leggi salvaguardate da rappresentanti scelti nel corso di libere elezioni. La storia può ripetersi. Lo studio del modello democratico ha portato i neocons a concludere che si tratta di un modello riproducibile. L’imperialismo illuminato americano vuole allora sperimentare, sicuro del risultato, questa riproducibilità. In questo modo i benefici ed i vantaggi che il paese finalmente libero dalla tirannia ne ricaverà saranno secondi solo a quelli ottenuti dai responsabili dell’esportazione del governo democratico.
    Se forse non è del tutto irragionevole affermare che l’aspirazione alla libertà è in un certo qual modo universale, lo è di certo sostenere che in politica esiste una pluralità di modelli ugualmente ed universalmente validi, applicabili ovunque con gli stessi risultati. Modernizzazione e riforme dovrebbero essere compatibili con gli interessi, i valori e l’identità di ogni singolo popolo. Ciò che in molti auspicano, contrapponendosi alla visione neocons, non è una libertà raggiunta rovesciando i tiranni che la negano con un’azione di forza esterna, che implicando una presenza (occupazione) straniera finirebbe per essere invisa, ma una libertà frutto di un’azione maturata all’interno del paese, corredata da un grado elevato di consapevolezza. La democrazia è il peggior sistema di governo, con l’eccezione di tutti gli altri sperimentati, diceva W. Churchill. Forse i popoli del Medio Oriente non sono poi così distanti dal far propria la fede nella bontà e nell’efficacia delle istituzioni democratiche e liberali. Forse, però, imporre quella stessa fede potrebbe essere controproducente. Il non accettare da parte degli Stati arabi l’imposizione dall’esterno di un particolare modello di riforma potrebbe portare a forti reazioni ideologiche, tanto più violente quanto maggiore è il divario tra quello che il modello occidentale promette e quello che riesce ad offrire. Se anche il presente vedesse l’inizio di un processo di modernizzazione, che implicherebbe inevitabilmente un certo grado di occidentalizzazione, esso non sarebbe di certo privo di costi e rischi elevati. L’incognita del risultato che quella parte di mondo, culla di civiltà antiche ricche e fiorenti, riuscirà a conseguire, convive con la certezza di una situazione presente in cui l’ottimismo trova poco spazio.

    "

    Shalom

  4. #34
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    Sul sinistro quotidiano LA REPUBBLICA è stato pubblicato un articolo molto interessante, ove Roberto Festa ha intervistato Norman Podhoretz, uno dei padri del neoconservatorismo statunitense.


    " «Ha vinto la quarta guerra mondiale»

    «George Bush verrà ricordato come il presidente che ha posto le basi della vittoria nella Quarta guerra mondiale». In calo di popolarità, sempre più contestato dai democratici e da settori del suo stesso partito, George Bush continua ad avere in Norman Podhoretz un estimatore convinto e senza paura. Questa presidenza è d´altra parte ciò per cui Podhoretz e la sua rivista, Commentary, si sono per anni battuti. Nato a Brooklyn da una famiglia di immigrati ebrei, Podhoretz è negli anni Sessanta una delle menti più vivaci della sinistra intellettuale newyorkese. Da posizioni radical critica la guerra in Vietnam. La difesa dei "valori americani" lo spinge poi su posizioni sempre più conservatrici. Con Irving Kristol e altri intellettuali ex-democratici prepara molte delle idee che modelleranno la politica estera americana da Reagan in poi. Oggi, legato all´Hudson Institute e al Council on Foreign Relations, Podhoretz è definito il godfather, il padrino del movimento neocon americano.
    Quindi, mister Podhoretz, quella di Bush è per lei una presidenza storica.
    «Senza dubbio. Bush ha avuto un ruolo simile a quello di Harry Truman. Truman ha indicato come combattere e vincere la Terza guerra mondiale, quella combattuta contro l´Urss e le dittature comuniste. E´ stato criticato per aver inaugurato la Guerra Fredda, la storia gli ha dato ragione. George Bush è il presidente che ha iniziato a combattere la Quarta guerra mondiale, quella contro gli islamo-fascisti. Il futuro della democrazia dipende dalle sue scelte di oggi».
    E cosa c´è di nuovo in queste scelte?
    «La novità sta in una formula: la "dottrina Bush". Per sessant´anni la politica estera americana è stata dominata dal concetto dell´equilibrio. Per quieto vivere abbiamo tollerato i regimi più atroci. Ma la politica del contenimento ha fallito: i movimenti antidemocratici si sono moltiplicati e mettono a repentaglio le libertà di tutti. Con Bush le cose cambiano: lui e il suo gruppo dirigente non hanno avuto paura di confrontarsi direttamente con gli islamo-fascisti, e si sono assunti la responsabilità di gettare i semi della democrazia nel mondo. È stata una rivoluzione copernicana per la politica estera americana».
    Veramente secondo molti - sempre di più anche in Occidente - questa "rivoluzione copernicana" ha accentuato la minaccia terroristica.
    «Non è così. Il terrorismo islamo-fascista non è una risposta alla presenza di truppe americane in Afghanistan e Iraq. Inizia prima, con l´attentato alle ambasciate Usa in Kenya e Tanzania nel 1998, con quello all´incrociatore Cole nel 2000. E l´11 settembre non c´erano soldati americani in Afghanistan e Iraq».
    Dal punto di vista della democrazia, non sembra però che quei paesi abbiano fatto molti passi avanti: tensioni etniche, attentati, latente instabilità.
    «Anche su questo non sono d´accordo. La settimana scorsa gli iracheni hanno votato per la terza volta nel giro di qualche mese. È un risultato inaudito rispetto a qualche anno fa. Ci sono state elezioni anche in Afghanistan. La causa della democrazia guadagna consensi in tutto il mondo arabo. In Giordania, dopo l´attentato dello scorso novembre, la gente dimostrava in mezzo alla strada urlando contro Al Qaeda e al-Zarqawi. Il Libano si muove. Gheddafi è stato costretto a un radicale cambio di politica, e in senso moderato. Il Medio Oriente è oggi come l´Europa dell´Est all´inizio degli anni Novanta. Alcuni paesi hanno imboccato con decisione la strada delle riforme, altri sono più indietro. Il trend generale è verso la democrazia».
    Torniamo a Bush. L´enfasi sulla politica estera gli ha fatto dimenticare gli affari interni...
    «È quello che mi dicono alcuni amici conservatori, delusi per il fatto che Bush non sia intervenuto più radicalmente sulla società e sull´economia americane. Gli rispondo sempre: qualcuno si ricorda cosa ha fatto Harry Truman in politica interna? Non mi pare. In fondo all´interno Bush ha fatto quello che gli stava più a cuore, e cioè i tagli alle tasse, che hanno rilanciato l´economia americana».
    Ma la riforma del social security è fallita.
    «Quello è stato un errore di strategia. Bush lo ha compiuto all´inizio del secondo mandato. Ha cominciato a occuparsi di pensioni, ha trascurato l´Iraq e la guerra al terrorismo. Forse pensava che la causa dell´esportazione della democrazia fosse radicata nell´opinione pubblica americana. Non era così. Ma da due, tre mesi l´amministrazione ha corretto l´errore e riportato l´Iraq al centro della sua politica».
    Nessun altro errore?
    «Sì, uno soprattutto, e pesante. Katrina. Poi alcuni di minor rilievo, come la scelta di Harriet Miers per la Corte Suprema. Ma Bush si è reso immediatamente conto dello sbaglio. La nomina di Samuel Alito è stata un´ottima idea».
    Eppure il Presidente appare in difficoltà. È passato l´emendamento McCain contro la tortura, sgradito a Bush. E alcuni repubblicani si sono ribellati al rinnovo del Patriot Act.
    «Sono stati solo quattro i repubblicani che hanno creato problemi. E comunque la legge verrà rivotata presto. Quanto a McCain, ha bisogno di visibilità. Vuole candidarsi alle presidenziali del 2008. Ma sulle questioni importanti è con Bush. Sull´Iraq è persino più a destra del presidente. Vuole mandare più truppe».
    Prevede qualche novità di rilievo nei prossimi tre anni di presidenza Bush?
    «No. Cheney e Rumsfeld resteranno al loro posto, nonostante le voci di dimissioni. E Bush continuerà nella sua politica. Non cerca la rielezione, e la tenacia è una delle sue virtù. Nonostante sia il Presidente più attaccato della storia americana - più di Nixon o Reagan - andrà avanti nell´opera di rilancio della democrazia nel mondo».
    Alcuni dicono che questa tenacia sarà la causa della sua fine politica. I democratici già pregustano la vittoria alle elezioni di midterm nel 2006.
    «I democratici compiono un errore clamoroso. L´unica cosa che sanno dire è: "Dichiariamo la sconfitta e andiamocene". Ma agli americani non piace lasciare un lavoro incompiuto. La maggioranza non vuole un ritiro immediato dall´Iraq. Posso fare una previsione? Nel 2006 ci sarà un partito che vincerà, e non sarà quello democratico».
    "

    Shalom

  5. #35
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    Certo che ormai i neocon sono proprio dappertutto... anche il papa a modo suo lo è....

 

 
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