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Discussione: Il Falco Moderato

  1. #51
    SENATORE di POL
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    "Olmert alla prova

    Da un articolo di Amotz Asa-El


    (…) La simpatia per l’uomo la cui immagine in un certo senso è passata da quella di Tarzan a quella di Babbo Natale appare davvero universale ed spinge ora alcuni commentatori a sostenere che Sharon è insostituibile. Se da un lato, infatti – sostengono questi esperti – i successori di Sharon non hanno nulla a che vedere, per loro fortuna, con ciò che fece tanto scandalo nella sua carriera, d’altra parte essi sono anche del tutto privi di ciò che ne decretò il grande successo, e pertanto nessuno di loro avrebbe qualche possibilità di raccoglierne l’ingombrante eredità.
    Ma si sbagliano. Certo, l’ultima creatura di Sharon, il partito Kadima, deve ancora maturare ed Ehud Olmert sarebbe il primo ad ammettere che il carisma di Sharon è assai maggiore del suo. Tuttavia vi sono sviluppi politici profondi e circostanze immediate che giocano a favore di Olmert.
    È forte la tentazione di sovrapporre Kadina ai precedenti esperimenti centristi israeliani, dalla Terza Via di Avigdor Kahalani allo Tsomet si Rafael Eitan allo Shinui di Tommy Lapid, tutte meteore che hanno conquistato qualche seguito per poi perderlo rapidamente. Ma il caso di Kadima è diverso.
    Innanzitutto i suoi candidati non sono le persone insignificanti che aveva attorno Eitan nè gli anonimi avvocati raccolti più tardi dallo Shinui, bensì un gruppo serio di sperimentati politici, accademici ed ex militari. Il seguito ottenuto da Sharon non era dovuto solo, né forse principalmente, al disimpegno da Gaza, bensì in primo luogo alla sua lotta coraggiosa ed efficace contro il terrorismo. Gli elettori che pregano per la guarigione di Sharon sono gli stessi che il prossimo 28 marzo fisseranno la scheda elettorale chiedendosi chi, in mancanza di Sharon, potrebbe meglio fronteggiare Hamas e Jihad Islamica. E su questo hanno più possibilità un Avi Dichter o uno Shaul Mofaz che non, per esempio, un Silvan Shalom o un Dan Naveh, per non dire di Amir Peretz.
    In secondo luogo, a parte la loro esperienza tecnica e politica, i candidati di Kadima hanno in comune un’idea: quella di creare unilateralmente dei confini di fatto fra Israele e palestinesi. A livello più sostanziale, tale coesione ha a che vedere con la diffusa e radicata speranza per un ritorno al consenso interno israeliano di prima del 1967, ponendo fine alla futile guerra di quasi quarant’anni fra le due scuole di pensiero – Terra-d’Israele-integrale vs. Terra-in-cambio-di-pace – entrambe respinte ormai da molti israeliani come ingenue utopie.
    Kadima potrebbe effettivamente alimentare la propria immagine come quella di un partito del consenso, un partito che combina risolutezza militare e flessibilità diplomatica, mercato e solidarietà, ebraismo e liberalismo. È questo ciò che Olmert e colleghi possono onestamente presentare come il retaggio di Sharon, uno slogan che suonerà assai più efficace del vago concetto concorrente laburista – il retaggio di Rabin – per non dire dei problemi che ha oggi il Likud con il retaggio fatto di grandi concessioni territoriali (tutto il Sinai) lasciato da Menachem Begin.
    In terzo luogo, per quanto dolorosa sia la precoce dipartita politica di Sharon, per i suoi successori il momento in cui avviene non è il peggiore, visto che arriva a 83 giorni dalle elezioni: un periodo di tempo che li vede sotto shock, ma che lascia loro troppo poco tempo per frazionarsi e nello stesso tempo abbastanza tempo per raccogliere le forze.
    Infine, c’è il fattore Olmert. Per il primo ministro ad interim questo peraltro tragico sviluppo cade nel momento giusto. A sessant’anni è forte e sano, ma anche armato di vasta esperienza: quasi un decennio come sindaco di una delle città più complicate del mondo, Gerusalemme; 32 anni nella politica nazionale; lunghi anni con incarichi ministeriali a partire da 18 anni fa, culminati negli ultimi tre anni come braccio destro di Sharon. Olmert dunque arriva all’incarico ben preparato, oltre che sostenuto dalla simpatia di un’opinione pubblica sotto shock. I potenziali rivali interni nel Kadima non hanno altra scelta che stringersi attorno a Olmert, come ha già fatto sin da giovedì la ministro della giustizia Tzipi Livni con la saggezza e la grazia che la contraddistinguono.
    Nei prossimi giorni Olmert dovrà riunire e riorganizzare il Kadima e portarlo in battaglia, sì da arrivare alle elezioni come un primo ministro in carica, pienamente legittimo e operativo. Non è facile, ma è fattibile. Se non commetterà errori, Olmert potrebbe emergere come il grande vincitore, e il più adatto successore di Sharon
    .

    (Da: Jerusalem Post, 6.01.06)"


    Comunque.....lunga vita a Sharon!!!
    Shalom

  2. #52
    SENATORE di POL
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    10-01-2006

    Il Kadima dopo Sharon

    Da un articolo di Elliot Jager


    Ariel Sharon giace in un letto di rianimazione. La prognosi è riservata, ma è chiaro che non potrà tornare nell’ufficio di primo ministro. La sua carriera politica è finita. Tuttavia il partito da lui fondato alla fine di novembre rimane non solo politicamente fattibile, ma anche essenziale per la scena politica israeliana.
    Il Kadima ha già l’icona di un fondatore, una piattaforma operativa, un direttore organizzativo (Avigdor Yitzhaki), un’abbondanza di candidati di talento e, soprattutto, ha una missione prioritaria, che va oltre l’uomo Sharon: la missione di offrire agli israeliani una terza scelta fra Amir Peretz e Binyamin Netanyahu.
    Peretz e quelli alla sua sinistra rimangono convinti che vi sia un affidabile interlocutore palestinese per il negoziato e continuano ad abbracciare il fantasma di Oslo. Netanyahu e quelli alla sua destra si oppongono a ogni gesto unilaterale dicendo che esigono dai palestinesi “un accordo migliore” (sulla base di una rigorosa reciprocità). Alcuni di loro non vogliono affatto un accordo. Generalmente gli va bene lo status quo attuale.
    Ecco perché l’alternativa di centro del Kadima non è meno necessaria oggi di quanto fosse quando Sharon avviò la frattura dal Likud. Il pragmatismo di Kadima è stato ben formulato dalla ministro della giustizia Tzipi Livni quando lo scorso 29 novembre riassunse in questi termini la piattaforma politica del nuovo partito: “Il popolo ebraico ha un diritto storico e nazionale alla Terra d’Israele, ma per preservare una maggioranza ebraica in uno stato ebraico democratico dobbiamo cedere parti della Terra d’Israele”.
    Dunque, pur comprendendo che uno stato arabo palestinese è inevitabile, il Kadima non si entusiasma per questa prospettiva. Accetta il piano diplomatico internazionalmente sponsorizzato della Road Map purché sia esplicita la condizione che i palestinesi debbono innanzitutto rispettare i loro impegni smantellando i gruppi terroristi e ponendo fine a violenze e istigazioni. Il Kadima è a favore del mantenimento solo dei blocchi di insediamenti e sostiene una Gerusalemme indivisa (che ormai, lo ammetto, è uno slogan piuttosto vuoto).
    Ma non bisogna illusioni. Il Kadima potrebbe facilmente svanire come accadde al Movimento Democratico per il Cambiamento di Yigal Yadin, al Partito di Centro di Yitzhak Mordechai e all’attuale Shinui di Tommy Lapid. Perché ciò non accada Ehud Olmert, Meir Sheetrit, Tzipi Livni e Avi Dichter, insieme agli altri esponenti del Kadima, devono prendere alcune decisioni rapide e decise. Il Kadima non ha bisogno soltanto di sostituire Sharon. Deve anche dimostrare quello spirito di corpo e quell’unità di intenti che tanto vistosamente mancano al Likud e ai laburisti.
    (…) Programma o non programma, lo spirito del Kadima è perfettamente chiaro ad ogni israeliano mediamente informato. Basta leggere l’intervista rilasciata dal consigliere di Sharon Dov Weissglass ad Avi Shavit di Ha’aretz l’11 ottobre 2004. Ecco come il portavoce sintetizzava il pensiero del suo illustre superiore: “Per via del suo inveterato realismo, Sharon non ha mai creduto nelle ricette risolutive, non ha mai pensato che possa saltare fuori un pezzo di carta capace di porre fine a un conflitto più vecchio di cento anni. Tuttavia quando divenne primo ministro pensava ancora di poter arrivare a un accordo di lungo termine per 25 o 20 o 15 anni. Ma ben presto scoprimmo che andavamo a sbattere contro un muro, che quando si arriva al centro decisionale non accadeva nulla. Tutto era bloccato, e sebbene la colpa fosse dei palestinesi e non nostra, Sharon capì che quello stato di cose non poteva durare”. Di qui la scelta di una politica unilaterale che, spiegava Weissglass, “permette a Israele di porsi in una situazione provvisoria più conveniente, che ci libera per quanto possibile dalla pressione politica e costringe i palestinesi nella posizione, che essi detestano, di dover dimostrare la loro serietà, convalidando la nostra tesi che non esiste un interlocutore palestinese affidabile con cui negoziare”. E così è stato.
    I mesi a venire non saranno facili. Bisognerà fare i conti con la minaccia dell’Iran, sottolineando sempre che è un problema per tutto l’occidente e non solo per Israele. Bisognerà accelerare la costruzione della barriera di sicurezza. Bisognerà collegare Ma'aleh Adumin con Gerusalemme, un’area dove Sharon puntava i piedi. Inoltre il prossimo primo ministro dovrà dedicarsi a delineare e consolidare il consenso degli israeliani non solo sulle questioni della sicurezza, ma anche su una serie di priorità interne per rendere la società israeliana più equa e più coesa.
    Il Kadima potrà entrare nella storia se sarà capace di impersonare il riallineamento del corpo politico israeliano nel XXI secolo, dando voce al maggioranza pragmatica del paese. Ma potrà farlo solo se le sue celebrità sapranno avere abbastanza spirito di servizio da rinviare le ambizioni personali e mettere la nazione al primo posto.
    (Da: Jerusalem Post, 7.01.06)"

    Shalom

  3. #53
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    più pessimista questo articolo...

    " Barriera più ritiro unilaterale

    Da un articolo di Charles Krauthammer

    L’ictus che ha colpito il primo ministro israeliano Ariel Sharon potrebbe rivelarsi uno dei peggiori disastri che abbiano colpito il paese nei suoi quasi sessant’anni di storia. Le condizioni di Sharon restano incerte, ma la gravità della malattia rende del tutto improbabile un suo ritorno al potere. Ciò potrebbe essere disastroso giacché Sharon rappresentava, anzi incarnava l’emergere di un’idea nazionale razionale e lungimirante, che sembrava destinata a dare vita con le prossime elezioni, per la prima volta dopo decenni, a un centro politico stabile.
    Per un’intera generazione la politica israeliana ha offerto solo due alternative. La sinistra diceva: dobbiamo negoziare la pace con i palestinesi. La destra diceva: non c’è nessuno con cui negoziare perché loro non vogliono fare la pace; vogliono distruggerci, per cui noi restiamo nei territori occupati e cerchiamo di integrarli nella vita israeliana.
    La sinistra ebbe la sua chance con gli accordi di pace di Oslo del 1993. Accordi che tuttavia si rivelarono una frode e un inganno. L’Olp utilizzò le concessioni israeliane per creare un apparato palestinese armato ed aggressivo nel cuore della Cisgiordania e della striscia di Gaza. L’offerta israeliana di un compromesso di pace estremamente generoso nell’estate del 2000 a Camp David si imbatté in una selvaggia campagna terroristica, la seconda intifada, che assassinò a freddo più di mille israeliani in cinque anni (come se in Italia venissero uccise, in proporzione, 10.000 persone).
    Screditata la linea della sinistra, Israele si volse verso la destra eleggendo Sharon nel 2001. Ma l’idea della destra di restare aggrappati ai territori indefinitamente era insostenibile. Governare una popolazione araba giovane, estremista, in costante aumento e votata all’indipendenza palestinese era uno sforzo non solo troppo dispendioso ma anche, in definitiva, vano.
    La genialità di Sharon è stata quella di cogliere al volo e iniziare a percorrere una terza via. Essendo illusoria una pace negoziata ed essendo insostenibile l’integrità della Terra d’Israele, Sharon sostenne che l’unica via per la sicurezza era ridisegnare unilateralmente i confini di Israele, erigendo una barriera attorno a un nuovo Israele e ritirando soldati e civili israeliani che si trovavano dall’altra parte: la parte che sarebbe diventata la Palestina indipendente.
    Di conseguenza Sharon ritirò completamente Israele da Gaza. Sull’altro fronte, la Cisgiordania, la barriera di separazione attualmente in costruzione darà alla nuova Palestina circa il 93 % del territorio. Il 7% israeliano comprenderà una considerevole maggioranza degli israeliani che vivono in Cisgiordania. Gli altri, lo capisce chiunque, dovranno essere sgomberati e riportati in Israele.
    Il successo di questa strategia barriera-più-ritiro-unilaterale si vede bene nel collasso dell’intifada. Gli attacchi terroristici palestinesi sono scesi del 90%. L’economia israeliana è in ripresa: nel 2005 è cresciuta al tasso più alto di tutto l’occidente. Sono tornati i turisti e il paese ha riguadagnato fiducia. L’idea di Sharon di un Israele più piccolo ma più sicuro e demograficamente ebraico si è guadagnata il sostegno della gente, ha messo nell’angolo i vecchi partiti della destra e della sinistra, ed era sulla soglia di un successo elettorale che avrebbe dato vita a un nuovo centro politico volto ad applicare questa strategia.
    Il problema è che il veicolo per questo centrismo di Sharon, il suo nuovo partito Kadima, è nato solo da poche settimane, non ha strutture istituzionali e dipende grandemente dal carisma di Sharon e dalla fiducia che la gente aveva in lui. Certo, Kadima non è il partito di un uomo solo. Ha raccolto immediatamente un gran numero di fuoriusciti dai vecchi partiti della destra e della sinistra (laburisti e Likud), compresi membri del governo e del parlamento. Il Kadima non crollerà dalla sera alla mattina. Ma l’uscita di Sharon dalla scena politica lo indebolirà alle prossime elezioni di fine marzo e ne metterà a repentaglio il futuro. Sharon aveva bisogno di tempo, forse solo uno o due anni, per governare il paese come leader del Kadima, impiantarne le radici istituzionali e preparare una nuova generazione di leader del partito che ne prendessero le redini dopo di lui.
    Tutto questo non avverrà. Non esiste nel paese, per non dire nel partito, nessun altro con il prestigio e la posizione di Sharon. Il primo ministro ad interim Ehud Olmert, suo vice, è assai improbabile che possa riportare il genere di vittoria elettorale che avrebbe permesso una maggioranza stabile di governo.
    Il Kadima rappresenta un’idea per la quale i tempi sono maturi. Ma non tutte le idee i cui tempi sono maturi sono destinate a realizzarsi. Hanno bisogno di autentici protagonisti di levatura storica in grado di attuarle. Sharon era un protagonista storico di prima grandezza, avendo servito in tutte le guerre di Israele sin dalla fondazione dello stato nel 1948, avendo salvato Israele quasi da solo con l’audace attraversamento del Canale di Suez nella guerra di Yom Kippur del 1973, e ora avendo spezzato il duopolio israeliano destra-sinistra che aveva lasciato il paese privo di qualunque idea strategica per muoversi nell’era del dopo-Oslo.
    Sharon ha messo Israele sull’unica via strategica razionale per uscire da quel fallimento. Ma, ahimè, aveva condotto il suo paese solo fino a metà strada quando lui stesso è stato portato via. E non ha lasciato nessun Giosuè.


    (Da: Jerusalem Post, 9.01.06)"

    Shalom

  4. #54
    Hanno assassinato Calipari
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    il 93% dell'80% del 50%.... quanto fa?

  5. #55
    SENATORE di POL
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    Quello che gli rimane dopo aver tentato innumerevoli volte in questi decenni di distruggere Israele, con aggressioni, guerre, provocazioni, terrorismo internazionale, terrorismo interno, rifiuti di accordi di pace, furberie, propaganda menzognera, finti pentimenti, finti ripensamenti, riprese del terrorismo, vittimismo, nuovi ripensamenti, nuove riprese del terrorismo........eccetera

    Shalom

  6. #56
    Hanno assassinato Calipari
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    Citazione Originariamente Scritto da Pieffebi
    Quello che gli rimane dopo aver tentato innumerevoli volte in questi decenni di distruggere Israele
    È Israele ad aver distrutto la Palestina, accusi un popolo di lottare per la propria terra?

    Sei come Stalin a cui piacciono le deportazioni.

  7. #57
    SENATORE di POL
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    da www.equilibri.net

    " Israele: dopo Sharon, oltre Sharon

    Il gravissimo ictus cerebrale che ha allontanato definitivamente dalla scena politica Ariel Sharon a 10 settimane dal voto apre nuove prospettive nella politica israeliana, ed invita a riflettere sui suoi presupposti ideologici e sulle sfide non più rimandabili che essa deve affrontare.

    Marco Pinfari

    Equilibri.net (13 gennaio 2006)


    Lo stato di salute di Ariel Sharon è, in questi giorni, in continua evoluzione, e, nonostante cauti segnali di ottimismo, lo staff sanitario dell’ospedale Hadassah di Gerusalemme non è ancora in grado di escludere ricadute, né di valutare l’esatto grado di invalidità di cui l’ex primo ministro potrebbe soffrire. Né cesseranno a breve le polemiche sui possibili errori dei sanitari stessi, che avrebbero prescritto al primo ministro farmaci anticoagulanti che potrebbero aver facilitato l’insorgere della seconda, gravissima emorragia cerebrale. Ciò che al momento è sicuro, invece, è l’uscita dalla scena politica israeliana di uno dei politici più discussi degli ultimi trent’anni, e del personaggio che ha dominato in modo incontrastato gli orientamenti strategici di Israele dal 2001 ad oggi.

    Quali direzioni assumerà la politica israeliana nelle dieci settimane che la separano dalle elezioni? Quali orientamenti emergeranno dall’urna? Tre prospettive possono rivelarsi importanti per orientarsi in quella che sembra essere la fase più critica che la politica israeliana ha dovuto affrontare dai giorni dell’assassinio di Yitzhak Rabin.

    Grandi personalità, ma non solo

    L’ictus cerebrale che ha colpito Ariel Sharon è stato ripetutamente posto in relazione, in questi giorni, all’attentato che, il 4 novembre 1995, costò la vita all’allora primo ministro Yitzhak Rabin. In entrambi i casi - per una sfortunata coincidenza o, suggeriscono alcuni malignamente, per conseguenza delle ripetute formule di maledizione pronunciate dalle frange estreme dei movimenti contrari al processo di pace? – i protagonisti di coraggiose scelte politiche a sostegno del disimpegno israeliano dai Territori sono stati fermati proprio nel momento in cui i loro progetti necessitavano di essere difesi, confermati e rafforzati.
    Alle spalle della constatazione di questa tragica “regolarità” si cela, tuttavia, un’argomentazione sulla politica israeliana sorprendentemente solida e diffusa: l’idea, cioè, che le scelte cruciali e più coraggiose che i politici israeliani hanno effettuato negli ultimi decenni siano il frutto di personalità eccezionali, emerse in modo quasi magico da un contesto politico caratterizzato da continue conflittualità e affetto da una cronica miopia.
    Che la parabola personale e politica di Yitzhak Rabin e di Ariel Sharon presenti molte svolte talora difficilmente comprensibili, è fuori di dubbio. Rabin, da ministro della difesa di Yitzhak Shamir, nel 1988 divenne celebre per aver invitato i soldati israeliani ad utilizzare ogni metodo per sopprimere la rivolta palestinese nei Territori; cinque anni più tardi, da primo ministro, strinse la mano a Yasser Arafat sul prato della Casa Bianca. Sharon, ministro della difesa ai tempi delle stragi di Sabra e Chatila, nel 2005 ha sovrinteso all’unico, massiccio ritiro di Israele dai territori di Eretz Israel conquistati nel 1967. Se però si osservano con più attenzione i frangenti in cui tali “svolte” ebbero luogo – e le sottili implicazioni politiche che ad esse sono legate, emerge un quadro composito nel quale le scelte dei primi ministri in carica sono decisamente più chiare ed intelligibili.
    Entrambe le “svolte” di Rabin e di Sharon, in primo luogo, sono fortemente ancorate al cuore del pensiero sionista: la difesa dello stato di Israele dalle minacce alla sua sopravvivenza. Sia il sionismo laburista, sia l’eredità revisionista jabotinskiana del sionismo del Likud, contrariamente a quanto spesso si afferma, non sono votati primariamente ad un’espansione territoriale fine a se stessa: l’espansione territoriale è, per il sionismo mainstream, principalmente uno strumento per garantire la sopravvivenza stessa dell’esperienza dello stato ebraico. Alcuni luoghi (Gerusalemme sopra tutti, ma anche Nablus, Hebron e molti luoghi storici della Cisgiordania) sono carichi di simbologie religiose che si sommano alle preoccupazioni strategiche, ma ciò non cancella la gerarchia di interesse al cui culmine si colloca la volontà di preservare da minacce militari, ma anche demografiche e politiche, il “focolare ebraico” in Palestina. Rabin avviò il processo di Oslo soprattutto per devolvere ai palestinesi il controllo delle grandi città dei Territori, nelle quali la rivolta dei sassi continuava a creare problemi strategici, politici e propagandistici allo stato ebraico. Sharon, dopo aver assicurato la difesa di Israele attraverso la costruzione della “security fence”, ha delegato ai palestinesi il controllo di quelle aree meno rilevanti per la simbologia atavistica di Eretz Israel e più costose, in termini di rapporto numerico coloni-soldati, per lo stato di Israele: le colonie ebraiche di Gaza. In entrambi i casi, si tratta principalmente di mosse difensive; in entrambi i casi, il cuore ideologico del sionismo politico è stato pienamente onorato. Ciò che le personalità di Rabin e Sharon aggiunsero a questo substrato è una forte dose di coraggio; nulla, tuttavia, impedisce a futuri primi ministri di compiere scelte altrettanto significative e coraggiose.

    Perché ciò avvenga, tuttavia, sembra necessaria una condizione basilare, anch’essa spesso trascurata nelle analisi delle grandi “svolte” della politica israeliana: avere un forte fronte parlamentare a sostegno del proprio corso. Le elezioni del 1992 non decretarono una vittoria schiacciante per il partito laburista, ma diedero a Rabin una ragionevole maggioranza parlamentare e soprattutto, per la prima volta in quasi un decennio, permisero di evitare una “grande coalizione” tra Labor e Likud: diedero, cioè, un chiaro segnale che il popolo aveva scelto chi doveva guidare il paese. Nel 2001 Sharon ha ottenuto una vittoria ancora più netta di quella di Rabin nel 1992, e, soprattutto, ha dato origine ad una Knesset straordinariamente proclive a sostenere una decisa azione sui Territori. Il Likud era chiaramente la prima forza elettorale del paese; la coalizione governativa era sufficientemente ampia da sostenere il primo ministro per l’intera legislatura; il Labor ed i partiti dell’opposizione, troppo deboli per impensierire il governo, erano tuttavia in grado di fornire un prezioso appoggio esterno per qualsiasi azione troppo progressiva per incontrare i favori dei partiti religiosi e di una parte del Likud.

    Il vero nodo: la politica israeliana ed il futuro del centro

    Tutto ciò ci aiuta a focalizzarci sulla realtà basilare di qualsiasi sistema parlamentare: l’efficacia e la lungimiranza dell’azione di governo sono conseguenza del sostegno parlamentare e popolare della maggioranza in carica, e dunque, in ultima analisi, della competizione partitica.
    In Israele la principale incognita delle imminenti elezioni politiche è, naturalmente, il neonato Kadima. Creato primariamente per coagulare una massiccio sostegno diretto alla personalità politica di Sharon – ed ancora privo, perciò, di un preciso programma elettorale –, Kadima è al momento nelle mani di Ehud Olmert, primo ministro ad interim, che sembra poter mantenere in una posizione subordinata l’ingombrante personalità politica di Shimon Peres.
    Difficilmente Kadima potrà mantenere nei prossimi mesi i 40 seggi che attualmente i sondaggi gli attribuiscono: nel momento in cui i cittadini israeliani avranno pienamente assimilato la fine politica di Sharon, il consenso al partito che attorno a lui era stato formato con ogni probabilità diminuirà vistosamente. La storia di Israele, tuttavia, non è priva di esempi di partiti che, nati ex nihilo a sostegno di un preciso progetto politico – talora esplicitamente limitato a pochissimi e chiari elementi programmatici -, abbiano ottenuto significativi risultati elettorali. Nel 1977 il “Dash” (“Movimento democratico per il cambiamento”) raccolse 15 seggi sulla base di un programma di riforme istituzionali, determinò, sottraendo molti seggi al Labor, la prima vittoria elettorale del Likud, per poi sciogliersi rapidamente e riconvogliare consensi nell’area laburista. Olmert e Kadima possono inoltre trarre vantaggio della simpatia che l’elettorato israeliano di sinistra, disilluso verso le politiche laburiste, sembra nuovamente attribuire ai partiti di centro decisi ad implementare moderati ma chiari programmi di riforme politiche ed economiche: la campagna contro i privilegi dei gruppi ultraortodossi fruttò nel 2003 al centrista “Shinui” ben 15 deputati.

    Non vi sono ragioni, quindi, per dubitare del fatto che Kadima possa essere tra i protagonisti delle prossime elezioni politiche; se tale impatto sarà sufficiente confermare il suo leader sulla poltrona di primo ministro, dipenderà dalla sua capacità di elaborare un credibile - sia pur generico - programma elettorale, e di dimostrarsi all’altezza di un tale ruolo istituzionale nelle dieci settimane che lo separano dalle elezioni. L’imminente ritiro dei ministri del Likud potrebbe rendere il compito di Olmert (che già ha ereditato da Sharon la guida di ben 12 ministeri ad interim) ancora più difficile: il quotidiano Ha’aretz lo ha in questi giorni più volte invitato ad assumersi pienamente le responsabilità che la guida del governo comporta. Da più parti giungono pressioni perché venga presto nominata una nuova squadra di governo, sia pure per poche settimane, sia pure scegliendo all’interno dei soli membri di Kadima. Nel medio periodo, tuttavia, la scelta di Netanyahu di ritirare la squadra del Likud dall’esecutivo in un frangente di crisi politica potrebbe danneggiare la credibilità e la popolarità di quest’ultimo, che giunse al potere nel 1996 anche grazie alla grande lealtà politica ed istituzionale che aveva dimostrato, da leader dell’opposizione, nelle settimane successive alla morte di Rabin. Allo stato attuale, dunque, le prospettive politiche per Kadima non sono del tutto scoraggianti.

    Una nuova generazione di politici?

    Se, come sembra, Olmert sarà confermato alla guida di Kadima, le elezioni di marzo potrebbero infine essere la prima tornata elettorale in cui la leadership di Israele sarà interamente contesa da una nuova generazione di politici. Oltre al sessantenne Ehud Olmert, avvocato di formazione e forte di una carriera politica come sindaco di Gerusalemme, i leader dei due partiti storici di Israele saranno anch’essi politici di professione, nati negli anni ‘40 e ‘50. Amir Peretz, leader del Labor, ebreo di origini marocchine, è immigrato in Israele nel 1956 all’età di quattro anni ed ha alle sue spalle una carriera eminentemente politica, iniziata nel suo kibbutz nel Negev e sfociata nell’elezione alla Knesset nel 1988 ed al vertice dell’Histadrut nel 1995. Benjamin Netanyahu, com’è noto, è nato nel 1949 a Tel Aviv da una famiglia dalla forte tradizione politica nel sionismo revisionista, ha compiuto i suoi studi negli Stati Uniti, per poi interessarsi definitivamente alle vicende politiche israeliane dopo la morte del fratello Jonathan nel corso di una missione delle IDF nel 1976.
    Indubbiamente, nella storia della politica israeliana, il successo ha arriso anche a grandi politici di professione – tra i quali spicca il nome di Shimon Peres -, ed i cinquantenni Netanyahu e Barak già si contesero la leadership del paese nel 1999. Tuttavia, l’impressione è che, con l’uscita di scena di Sharon e con la debolezza politica dell’ultraottantenne Peres, Israele non possa più sottrarsi dalla necessità di porre in prima linea quella generazione di politici che è nata e cresciuta quando lo Stato di Israele era già realtà, che non ha combattuto – militarmente o politicamente – le prime, grandi battaglie per l’indipendenza del paese, e che non ha – a differenza di Begin, Shamir, Rabin, Sharon e dello stesso Barak – esperienze militari di rilievo alle proprie spalle.
    Sarà questa generazione in grado di vincere questa sfida? L’elettorato israeliano continuerà a ricercare nella carriera dei propri leader le prove di un passato trascorso a difendere con le armi la sopravvivenza di Israele, o presterà più attenzione alle capacità manageriali dei candidati alla poltrona di primo ministro?
    Quale sia la risposta a tali quesiti, la sfida generazionale è una sfida che Israele ha già troppe volte rimandato, e che ora non può più permettersi di non affrontare.
    "

    Saluti liberali

  8. #58
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    www.adnkronos.it

    "Chiamati a consulto due specialisti di un istituto per lungodegenti
    Israele, Haaretz: ''Sharon è in stato vegetativo''


    Per i medici dell'ospedale Hadassah di Gerusalemme, le condizioni del primo ministro continuano ad essere ''gravi ma stabili'
    Gerusalemme, 25 gen. (Adnkronos) - Gerusalemme, 25 gen. (Adnkronos) - Le condizioni in cui versa Ariel Sharon possono essere definite quelle di uno ''stato vegetativo'', scrive oggi il quotidiano israeliano Haaretz, citando Avraham Lazri, direttore del dipartimento di riabilitazione per i pazienti colpiti al cervello dell'ospedale di Reut. Dopo una così grave emorragia cerebrale ''un paziente rimasto in stato d'incoscienza così a lungo e le cui condizioni rimangono gravi ma stabili, è probabilmente in stato vegetativo'', afferma Lazri, che non è coinvolto nella cura di Sharon. Il medico sottolinea che il primo ministro israeliano potrebbe riprendere conoscenza, e anche riprendere alcune funzioni mentali e fisiche, ma che le possibilità non sono alte. Dal canto suo, l'ospedale Hadassah di Gerusalemme, dove Sharon è ricoverato dall'emorragia cerebrale del 4 gennaio, continua a parlare esclusivamente di condizioni ''gravi ma stabili''.

    I pazienti in stato vegetativo, scrive il quotidiano, hanno un basso livello di coscienza e sembrano non reagire a ciò che li circonda, ma mantengono un ciclo veglia-sonno. Le condizioni non sono sempre uguali: alcuni pazienti sono in grado di respirare da soli senza l'aiuto di un respiratore oppure di fare alcuni gesti. La risposta allo stimolo del dolore, come quella registrata in Sharon, è uno dei fattori che porta a distinguere fra stato vegetativo e coma profondo.

    Lo stato vegetativo è una dura prova per i familiari dell'ammalato, perché questi pazienti possono aprire gli occhi, ridere o piangere, ma malgrado questi segnali la loro situazione non cambia, nota il medico. L'età di Sharon, che sta per compiere 78 anni, la sua storia medica e la gravità dell'emorragia non giocano a suo favore, anche se eccezioni sono sempre possibili, sostiene Lazri. La tendenza medica - spiega - è di aspettare sei mesi per vedere se vi è ritorno o meno allo stato di coscienza.

    Intanto oggi due specialisti di un istituto per lungodegenti sono stati chiamati a consulto dai medici di Hadassah che hanno in cura Ariel Sharon. Lo ha riferito il portavoce dell'ospedale di Gerusalemme,Yael Bossem-Levy, aggiungendo che le condizioni del primo ministro, ricoverato il 4 gennaio per una massiccia emorragia cerebrale, rimangono ''gravi ma stabili''.

    I due specialisti -Ben Zion Khromchensky e Leon Sezbon del centro di riabilitazione dell'ospedale Loewenstein di Ra'anana- hanno partecipato oggi ad un incontro con i medici curanti di Sharon e incontrato membri della famiglia del premier, ha detto la portavoce. La Bossem-Levy non ha pero' chiarito se si pensa al trasferimento del paziente. La radio israeliana ha riferito che al momento non ci sono progetti in questo senso.
    "

    shalom

  9. #59
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    Mentre le condizioni di salute di Sharon restano....purtroppo....gravissime...


    da www.equilibri.net

    " Israele: i mesi di Olmert

    Di fronte alla vittoria di Hamas, Ehud Olmert ha dimostrato di saper tenere saldo il timone del governo israeliano ed ha aiutato il suo partito Kadima, avvantaggiato anche dagli errori strategici di Netanyahu, a mantenersi in netto vantaggio nei sondaggi in vista delle elezioni del 28 marzo.

    Marco Pinfari

    Equilibri.net (14 febbraio 2006)


    A più di un mese dall’ictus cerebrale che lo ha ridotto in fin di vita e ha bruscamente posto fine alla sua carriera politica, sabato 11 febbraio Ariel Sharon è stato sottoposto ad un ulteriore intervento chirurgico per arrestare un’emorragia intestinale che rischiava di aggravare ulteriormente il già gravissimo quadro clinico del premier israeliano. L’intervento presso l’ospedale Hadassah è riuscito e Sharon non è più in pericolo di vita immediato. Tuttavia, con il passare delle settimane, le possibilità di un suo risveglio sono sempre più scarse, e praticamente nulle le speranze che riacquisti almeno parte delle capacità intellettive.

    L’aggravamento delle condizioni del premier ha attratto l’attenzione dei media israeliani ed internazionali dopo settimane di pressoché assoluto silenzio. Il silenzio sullo stato di salute di Sharon è stato ripetutamente chiesto della famiglia dell’ex generale, ed il suo rigoroso rispetto è stato facilitato dalla presenza di numerosi sviluppi internazionali che gettano la propria ombra sul futuro dello stato ebraico: in particolare, la vittoria elettorale di Hamas il 25 gennaio e la determinazione con cui l’Iran di Ahmadinejad prosegue nell’acquisizione di tecnologie nucleari a fronte dell’esplicita condanna dell’AIEA. Questi eventi, insieme alle diatribe sulla prosecuzione della costruzione del muro difensivo in Cisgiordania, hanno permesso ad Israele di focalizzare la propria attenzione sull’operato del primo ministro ad interim Ehud Olmert, candidato premier per il neoformato Kadima. Un operato, quello di Olmert, che ha attratto vasti consensi e che pone le basi per una significativa vittoria elettorale del partito fondato da Ariel Sharon.

    Olmert, Hamas ed il dualismo governativo dell’ANP

    Il 31 gennaio la presentazione della lista elettorale di Kadima ha stabilito definitivamente i ruoli all’interno del partito. Olmert è stato posto al vertice della lista, seguito da Shimon Peres e da Tzipi Tivni. Quest’ultima, quarantott’anni, attualmente alle guida del ministero degli affari esteri in attesa delle imminenti elezioni, godeva di un rapporto di particolare stima e fiducia con Ariel Sharon ed è indubbiamente una delle personalità più rilevanti della nuova generazione di politici israeliani che sta lentamente emergendo. I quotidiani israeliani hanno riferito la volontà di Olmert di includere Sharon nella lista; un’ipotesi dall’alto significato simbolico, che non ha ricevuto attuazione per l’evidente incapacità del leader di firmare l’atto di candidatura, ma che testimonia la centralità del programma politico ed ideologico dell’ex generale in Kadima.

    Nonostante si premuri di precisare regolarmente il suo debito personale e politico nei confronti di Sharon, Ehud Olmert ha dato prova, nelle ultime settimane, di una notevole capacità di leadership e di una indiscutibile intelligenza politica. La vittoria di Hamas nelle elezioni per l’assemblea politica palestinese ha testimoniato come il cammino verso una collaborazione sempre più stretta con l’ANP sia irto di ostacoli. Il susseguirsi di azioni criminali nella striscia di Gaza e la progressiva deriva islamista degli abitanti dei Territori ha evidenziato la possibilità che il ritiro unilaterale dai Territori possa non generare la sicurezza e la pace promessi da Sharon. In tale situazione, la strategia di Olmert è stata particolarmente attenta ed efficace. Pur esprimendo una seria preoccupazione per la preminenza di Hamas nell’assemblea legislativa, e nonostante la minaccia di non collaborare con un governo palestinese a guida islamista, Olmert ha riaffermato il legame di fiducia con Abu Mazen, sbloccando il trasferimento all’ANP di 54 milioni di dollari ricavati da tasse su palestinesi e da rendite doganali, fondamentali per garantire la sopravvivenza della sua enorme amministrazione pubblica. Pochi giorni più tardi, il 7 febbraio, Olmert ha compiuto un sopralluogo nelle aree della Cisgiordania in cui è ancora in costruzione la “security fence”, sottolineando l’impegno di Kadima di concluderne la costruzione «entro l’anno» e di includere nell’area ad ovest della barriera i nuclei più massicci di insediamenti, tra cui Gush Etzion e Ma’ale Adunim.
    La strategia del primo ministro ad interim è chiara. Kadima è fortemente impegnato a proseguire la strategia di Sharon di ritiro unilaterale dai Territori, e prende in seria considerazione l’ipotesi di un ritiro anche dalla Cisgiordania, quando la barriera sarà conclusa. Secondo le stime attuali, il ritiro dall’area racchiusa dalla barriera – che prevedrà anche un tratto ad est, nella valle del Giordano – implicherà il trasferimento di circa 120.000 coloni, la metà circa di quelli attualmente insediati al di là della “linea verde”. L’altra metà, che include i grandi gruppi di colonie demografiche quali Ariel, Gush Etzion e Ma’ale Adunim, si troverà di fatto annessa ad Israele. Un programma ambizioso, ma allo stesso tempo fortemente simpatetico con i desideri di vasti gruppi di coloni; un programma che non può incontrare l’approvazione dell’ANP, ma attorno al quale si coagula il consenso della maggioranza dell’elettorato israeliano.

    In tale contesto, la vittoria di Hamas non ha stravolto la strategia di Kadima. La possibilità di una radicalizzazione della politica palestinese rafforza il sostegno interno per la costruzione della barriera. Soprattutto, la presenza di una struttura governativa duale al vertice dell’ANP costituisce un’àncora di salvezza per Israele e per la stessa politica estera palestinese. Nel 2003, la creazione della figura del primo ministro aiutò Arafat a mantenere i contatti con Israele ed i partner occidentali negli anni in cui egli era oggetto di un ostracismo diplomatico a causa del suo coinvolgimento nell’Intifada in corso. Oggi, la presenza di tale figura, nel fluido contesto costituzionale dell’ANP, rende possibile per Israele mantenere i contatti con la più alta carica dell’ANP pur in presenza di un progressivo allineamento dell’elettorato verso i programmi di Hamas. Olmert può, dunque, chiedere l’isolamento internazionale di Hamas – seguito con determinazione dagli Stati Uniti – pur senza chiudere i rapporti con Abu Mazen e la leadership palestinese, senza il cui sostegno amministrativo e militare non sarebbe possibile concludere alcun disimpegno unilaterale dai Territori.

    La debole strategia di Labor e Likud

    Tuttavia, la strategia elettorale di Kadima trae giovamento dall’assenza di una reale, seria competizione programmatica sui grandi temi di politica estera del paese. Qualsiasi primo ministro israeliano, di fronte all’acutizzarsi della crisi internazionale attorno al programma nucleare iraniano, avrebbe affermato, alla pari di Olmert, la possibilità che l’Iran debba pagare un «prezzo molto alto» per la sua condotta. Mantenere una linea dura nei confronti del nucleare iraniano è una priorità per l’esecutivo di Israele, ma non può costituire una possibile linea di frattura nel dibattito politico. La vera partita elettorale in politica estera si gioca sui temi del ritiro da Gaza e dalla Cisgiordania e dei rapporti politici con i palestinesi: in tale contesto, Kadima gode di un vantaggio assoluto rispetto ai principali concorrenti.

    La strategia di Amir Peretz, leader del Labor, è esplicitamente concentrata su tematiche economiche e sulla difesa dello stato sociale. I suoi attacchi ad Olmert mirano ad evidenziare l’adesione di Kadima alle politiche neoliberiste del Likud ed il rifiuto del primo ministro ad interim di considerare l’innalzamento dei salari minimi e delle pensioni d’anzianità. Le critiche di Peretz sono certamente fondate: il programma economico di Kadima è esplicitamente di ispirazione liberale. Tuttavia, il chiaro orientamento settoriale dell’agenda del Labor implica un’autoesclusione dalla lotta per la poltrona di primo ministro. Il sostegno che il Labor è in grado di ottenere attorno al suo programma difficilmente supererà il 20% dei consensi: un risultato che probabilmente porterà i laburisti all’interno della coalizione governativa, ma che non concederà loro alcuna possibilità di influenzare le grandi direttive politiche del paese.

    Ancora più debole è la posizione di Netanyahu. L’agenda elettorale del Likud si fonda su due principali strategie: criticare l’operato di Olmert e del Kadima, e rievocare i successi dei tre anni di governo di Netayahu. Attaccare le politiche di Olmert da “destra” è tuttavia - specialmente per un partito che, a sua volta, ha l’ambizione di attrarre parte dell’elettorato moderato - particolarmente difficile. Olmert non ha ancora commesso errori macroscopici, e, quando le sue politiche hanno prestato il fianco alle accuse di collusione con il terrorismo palestinese – come nel caso del trasferimento di denaro all’ANP - Kadima ha avuto buon gioco a rievocare il fatto che, da ministro delle finanze del governo Sharon, Netanyahu ha per anni, in prima persona, approvato le stesse misure che ora, per ragioni elettorali, vengono da lui pubblicamente criticate.
    Né la rievocazione del periodo 1996-1999 può essere una strategia vincente per il Likud. In quegli anni il processo di Oslo intraprese un lento ed inesorabile declino. Da primo ministro, Netanyahu alternò ad altisonanti promesse di pace dure repressioni contro i palestinesi, allontanando definitivamente ogni possibilità di compromesso. Oggi i cittadini israeliani sembrano consapevoli che l’unica strada per garantire la propria sicurezza a breve termine è quella del disimpegno dai Territori accompagnato dalla costruzione della barriera, una strategia che contrasta fortemente con la diplomazia bilaterale di Oslo. Richiamare gli anni ’90 non è una scelta politica destinata a pagare: il contrasto tra il giovane Netanyahu vittorioso nel 1996, ritratto dai manifesti del Likud recentemente affissi nelle strade israeliane, ed il Netanyahu di oggi, vistosamente invecchiato, potrebbe simboleggiare non solo come il tempo di Oslo sia ormai passato, ma come la strategia del Likud di “spingere la barriera a est” sia ormai ai margini del discorso politico israeliano.

    A sei settimane alle elezioni parlamentari, Israele sembra dunque avallare sempre più il progetto politico di Kadima. Gli ultimi sondaggi accreditano il partito fondato da Ariel Sharon di circa 40 seggi – un risultato che, se confermato il giorno del voto, porrebbe le basi per quattro anni di stabile governo per Olmert. La prospettiva di un esecutivo forte di una larga base parlamentare è ulteriormente confermata dai dati che accreditano il Labor di più di 20 seggi, ed il Likud di un risultato di poco inferiore alla soglia dei 20. Se gli elettori israeliani confermeranno questi orientamenti, la frammentazione politica alla Knesset sarebbe particolarmente bassa, in controtendenza rispetto alle elezioni degli anni ’90 ma in linea con quanto emerso nell’ultima tornata elettorale del 2003. Kadima ed il suo leader Olmert potrebbero quindi giovarsi di un forte e solido sostegno per proseguire nella loro linea di politica estera, sostenuti da un consenso di cui lo stesso Sharon non ha mai goduto. Questa potrebbe essere la conseguenza più significativa dell’uscita di scena dell’ex generale: la fine drammatica di un leader, come spesso avviene, si sta tramutando in una finestra di opportunità per attuare la sua vera – o supposta – eredità politica.
    "

    Shalom

  10. #60
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    "06-03-2006

    Kadima illustra il prossimo ritiro

    Il primo ministro israeliano ad interim Ehud Olmert, il cui partito Kadima (fondato da Ariel Sharon) stando ai sondaggi sembra destinato a vincere le elezioni parlamentari del prossimo 28 marzo in Israele, ha intenzione di procedere ad un ulteriore ritiro unilaterale da almeno 17 insediamenti israeliani in Cisgiordania. Secondo Olmert, se dovesse chiudersi ogni possibilità concreta di negoziato con le controparti palestinesi (che alla fine di gennaio hanno votato a larga maggioranza il gruppo jihadista Hamas che si rifiuta di riconoscere Israele), allora Israele dovrebbe fissare in modo unilaterale i propri confini, come fece Sharon la scorsa estate quando procedette allo sgombero dalla striscia di Gaza e da quattro insediamenti nella Cisgiordania settentrionale.
    Avi Dichter, già capo della sicurezza, oggi importante esponente del Kadima, ha dichiarato domenica che un governo israeliano guidato da Kadima procederebbe allo sgombero di civili israeliani dalle zone più isolate della Cisgiordania, spostandoli verso i blocchi di insediamenti a ridosso dell’ex linea armistiziale che Israele conta di mantenere anche dopo un futuro accordo di pace. Secondo Dichter, lo sgombero in questo caso riguarderebbe i civili, mentre l’esercito continuerebbe a mantenere per ragioni di sicurezza il controllo delle zone sgomberate. “E’ importante distinguere fra disimpegno civile e disimpegno militare – ha spiegato Dichter – Quelle aree resterebbero nelle mani delle Forze di Difesa israeliane anche dopo il ritiro unilaterale dei civili”, in attesa di un accordo con la controparte. “Non abbiamo intenzione di attuare un disimpegno militare perché non vediamo dall’altra parte un interlocutore che combatta il terrorismo – ha specificato Dichter – La fase del trasferimento completo di territori avrà luogo solo quando vi sarà un’Autorità Palestinese che abbia dimostrato di voler e poter combattere il terrorismo”.
    “La Road Map resta lettera morta se non è applicata da entrambe le parti” ha detto Dichter al Jerusalem Post.
    Dichter non ha indicato confini precisi, ma ha detto che “stiamo parlando di linee di sicurezza che inizieremo a pianificare quando sarà formato il nuovo governo, insieme ai partner di quella che sarà la coalizione di maggioranza e in collaborazione con i rappresentanti degli israeliani che vivono negli insediamenti. Il senso è che intendiamo trasferire gli insediamenti sgomberati dentro i blocchi di insediamenti” da mantenere.
    Dichter ha nominato una decina di insediamenti che sarebbero interessati dal piano di sgombero unilaterale: Elon Moreh, Yitzhar, Itamar, Shiloh, Psagot, Tekoa, Nokdim, Pnei Hever, Ma'on e Otniel.
    Secondo un servizio di Yedioth Aharanot in gran parte confermato da Dichter, altri insediamenti interessati dal piano di sgombero unilaterale potrebbero essere Tapuah, Har Bracha, Eli, Ateret, Halamish, Ma’aleh Amos, Meitzad, Carmel, Atanel.
    I progetti concreti di sgombero riguarderebbero almeno 17 insediamenti, comportando il trasferimento di circa 15.000 civili israeliani (su un totale di 235.000 che attualmente vivono in Cisgiordania). La scorsa estate erano stati circa 8.000 i civili sgomberati con il ritiro unilaterale dalla striscia di Gaza.
    Recentemente il primo ministro israeliano ad interim Ehud Olmert aveva ribadito l’intenzione di Israele di mantenere in ogni caso il controllo su tre principali blocchi di insediamenti (Ariel, Gush Etzion, Ma'aleh Adumim) oltre a un controllo di sicurezza nella Valle del Giordano. A parte Ariel, che si trova a 17 km dall’ex linea armistiziale, tutti gli altri insediamenti dei blocchi in questione sorgono a ridosso dell’ex linea verde. Secondo esponenti di Kadima, Israele intenderebbe mantenere anche altre tre aree minori e cioè i blocchi Shomron-Kedumim, Ofrah-Beit El e i quartieri ebraici di Hebron con la vicina Kiryat Arba.
    Secondo Ha’aretz, Olmert intende convincere l’amministrazione Usa e i principali protagonisti della comunità internazionale che, se Hamas non modifica le sue posizioni, sarà doveroso sostenere la decisione israeliana di procedere a fissare in modo unilaterale i confini della Cisgiordania. In questa prospettiva, Israele è riuscito a raccogliere un ampio sostegno internazionale intorno alle condizioni minime che è necessario porre a un governo Hamas, ed ora occorre mantenere questo consenso fino alle elezioni. Solo allora si inizierà a promuovere l’iniziativa unilaterale.


    (Da: Jerusalem Post, Ha’aretz, YnetNews, 5.03.06)"

    Shalom

 

 
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