Movimiento cristiano Liberaciòn
Pazzi o Disperati?
Alcuni giorni fa un importante giornale statunitense pubblicò - secondo la stampa castrista - il drammatico fatto successo nella Base Navale Nordamericana di Guantánamo, Cuba, dove un ex-Talibán, dopo avere parlato col suo avvocato, si tagliò le vene e cercò di impiccarsi. L'evento fu ampiamente divulgato per i mezzi nazionali di informazione che paradossalmente, non hanno fatto mai allusione alle costanti auto-aggressioni che giornalmente succedono nelle prigioni cubane.
Questa condotta informativa, è una pratica costante nella Cuba comunista, dove si tira fuori sempre la paglia dall'occhio altrui senza guardare la trave che portiamo nel nostro, così ho deciso di scrivere qualcosa su questi dolorosi fatti.
Sarebbe troppo esteso questo scritto, se nominiamo tutte le auto-aggressori che ho visto durante i due anni ed otto mesi da che vivo in prigione, per questo citerò alcuni casi che assicuro possono essere moltiplicati fino ad arrivare all'ordine di centinaia.
È abbastanza raro che trascorrano due o tre giorni senza che succeda uno più auto-aggressioni nella prigione "Lo Yuyal, Cuba Sì", Holguin, dove mi trovo dall'otto di novembre del 2003. La modalità più usata è di tagliarsi le vene per provocare il dissanguamento.
Óscar Ramos Aguilera di 33 anni, nato a Holguín, discusse il passato martedì 1 di novembre con un militare conosciuto come "occhi belli" che gli rifilò un colpo con un lucchetto sulla fronte, producendo una ferita suturata con due punti. Per tale motivo, Oscar fu rinchiuso nella cella di punizione dove si tagliò le vene e arrivò quasi a dissanguarsi.
Un altro procedimento di auto-aggressione consiste in iniettarsi petrolio o sterco umano nelle gambe o nell'addome, più di un recluso è deceduto per tale motivo, come è il caso di Gerardo Banderas, nato a Las Tunas.
Appena alcuni mesi fa fu trovato impiccato nell'infermeria di questa prigione, il recluso Juan Carlos Sánchez Calderón, alias "el pintico" di 37 anni che risiedeva nella Reparto Alcides Pino della Città di Holguín. Juan Carlos soffriva da qualche tempo di forti dolori addominali che apparentemente furono il motivo del suicidio.
Quando un carcerato si dichiara in sciopero di fame si cuce le labbra per dimostrare ai militari che è deciso a non mangiare né prendere acqua, non è difficile pensare quanto duole questa cucitura.
Qualcosa di davvero raccapricciante è conoscere come un buon numero di reclusi si sono iniettati sangue infettato con HIV.
Alexander Compan di ventinove anni, di Holguín, nel gennaio del 2005 finisce di compiere una condanna di 10 anni di privazione di libertà, ma in quello stesso anno deve ritornare in prigione perchè ha commesso altri reati; quando Alexander seppe che sarebbe ritornato in prigione si iniettò il sangue di suo fratello malato di AIDS il quale si era iniettato, a sua volta, in questa prigione sangue infetto. Oggi i due aspettano il giudizio nell'ospedale della prigione dove sono stati isolati i malati di AIDS per tentare di evitare che continuino le auto-infezioni di questo mortale virus.
Il passato 26 ottobre è successo un atto inedito fino a questo momento. Alle due del pomeriggio quando il recluso José Guzmán Rodríguez alias "Pombi" proveniente da Santa Inés nel municipio Calixto García provincia di Holguín, riceve la notizia che sua madre era deceduta da vari giorni, frustrato per non avere potuto assistere alle funzioni funebri e turbato per il dolore della perdita del familiare, Guzmán decise di mozzarsi integralmente il pene.
Con l'organo sessuale nella mano fu condotto l'imputato all'ospedale della città di Holguín, ma i medici non poterono fare niente per reinserirlo nel suo posto, dopo avere suturato la ferita, hanno collocato una canna ad una borsa di nailon dove si immagazzina l'urina.
Se diverse sono le forme di auto-aggressione in questi circoli danteschi chiamati "stabilimenti penitenziari", non meno sono le cause che li motivano. Le brutte condizioni di vita, dove si aggiunge una pessima alimentazione che può essere stimata per la sua quantità e qualità come tipica di campi di concentramento, le eccessive condanne, la reclusione in celle di punizione senza luce elettrica, la toale mancanza di attenzione sanitaria, le decisioni ingiuste ed arbitrarie che molte volte prendono i militari, fanno si che rimanga loro solo l' opzione dell' auto-aggressione.
Quando un recluso cubano attenta contro se stesso, non lo fa con l'intenzione di richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica, perché in Cuba le prigioni sono buchi neri dove solo noi, prigionieri politici, siamo capaci di divulgare quello che succede lì, ma gli altri reclusi cercano solo una risorsa che metta fine a tanta agonia e martirio che trasforma la vita in qualcosa di insensato.
Questo atteggiamento suicida non può essere approvato o stimolato da qualcuno che ami Dio e la vita, in realtà, ho tentato di fermare molti reclusi che volevano suicidarsi, in qualche occasione non con molto successo, anzi, a mio rischio e pericolo, ma neanche posso stare in silenzio, perché questa è complicità con le ingiuste cause che provocano tanta sofferenza e li porta a prendere queste decisioni.
Un'analisi psichica di uno specialista, potrebbe diagnosticare che questi reclusi transitano, nel momento di auto-aggredirsi, attraverso un stato di demenza magari temporale, tuttavia, quando osservo i segni delle ferite sugli avambracci, l'incancellabile sequela di sterco nel ventre, quando conosco di qualcuno che si è iniettato sangue infestato con HIV o mi ricordo di quello che si tagliò il pene, e condivido con loro la sofferenza e la tanta ingiustizia, non mi rimane che domandarmi: sono pazzi o disperati?.
Antonio Díaz Sánchez
Prigioniero di coscienza
Prigione Lo Yuyal, Cuba Se.
Holguin. Cuba.
9 novembre di 2005.
Segnalata da www.stranocristiano.it




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