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Discussione: I nuovi Frankestein

  1. #1
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    Predefinito I nuovi Frankestein

    IL FATTO
    L’orizzonte di una ricerca a tutto campo senza chiudere le porte al trascendente è stato al centro del messaggio rivolto ieri dal Papa all’apertura dell’anno accademico dell’istituzione culturale voluta da padre Gemelli

    «Scienza amica della verità: avventura entusiasmante»

    Benedetto XVI all'Università Cattolica: «Razionale non può essere solo ciò che è dimostrabile attraverso l'esperimento. Altrimenti questioni fondamentali come il vivere o il morire finiscono nella sfera della soggettività»


    Da Roma Salvatore Mazza



    Eccellenza «per qualità della ricerca e dell'insegnamento». Ma, insieme, «per la fedeltà al Vangelo e al magistero della Chiesa». Senza sudditanze psicologiche, perché «il fatto di essere "cattolica" non mortifica in nulla l'Università, ma piuttosto la valorizza al massimo». E consapevoli che l'Università è «un grande laboratorio in cui, secondo le diverse discipline, si elaborano sempre nuovi percorsi di ricerca in un confronto stimolante tra fede e ragione». Così ieri mattina Benedetto XVI, aprendo a Roma l'Anno Accademico dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, ha incoraggiato la "famiglia" dell'Ucsc a perseguire «la missione originaria e sempre attuale» dell'ateneo, «quella cioè di fare ricerca scientifica e attività didattica secondo un coerente progetto culturale e formativo, al servizio delle nuove generazioni e dello sviluppo umano e cristiano della società». Ricevuto il saluto del Rettore della Cattolica, Lorenzo Ornaghi, e del cardinale Dionigi Tettamanzi, presidente della Fondazione Toniolo, davanti ai rappresenti di docenti, studenti e impiegati dell'Università Papa Ratzinger ha innanzitutto ricordato lo «speciale legame» dell'istituzione fondata da padre Agostino Gemelli con i suoi predecessori «a cominciare da Benedetto XV fino a Giovanni Paolo II». Un legame, ha aggiunto, che fa parte dell'«impostazione originaria» dell'ateneo, «sempre confermata dai miei Predecessori» e che «assicura in modo collegiale un saldo ancoraggio dell'Università alla Cattedra di Pietro e al patrimonio di valori lasciato in eredità dai fondatori». E oggi che l'Ucsc «conta circa 40mila studenti iscritti», è «spontaneo pensare: quale responsabilità! Migliaia e migliaia di giovani - ha detto il Pontefice - passano dalle aule della "Cattolica". Come ne escono? Quale cultura hanno incontrato, assimilato, elaborato? Ecco la grande sfida, che riguarda in primo luogo il gruppo dirigente dell'Ateneo, il Corpo docente, e quindi gli stessi studenti: dar vita ad un'autentica Università cattolica». Citando a questo proposito la Costituzione Apostolica di Papa Wojtyla Ex corde Ecclesiae, del 1990, Benedetto XVI ha osservato come «il fatto di essere "cattolica" non mortifica in nulla l'Università, ma piuttosto la valorizza al massimo. Infatti - ha spiegato - se missione fondamentale di ogni Università è la continua indagine della verità mediante la ricerca, la conservazione e la comunicazione del sapere per il bene della società, una comunità accademica cattolica si distingue per la fedeltà al messaggio cristiano così come è presentato dalla Chiesa e per l'impegno istituzionale al servizio del popolo di Dio». Per questo allora l'Ucsc è «un grande laboratorio in cui, secondo le diverse discipline, si elaborano sempre nuovi percorsi di ricerca in un confronto stimolante tra fede e ragione che mira a ricuperare la sintesi armonica raggiunta da Tommaso d'Aquino e dagli altri grandi del pensiero cristiano». Sintesi, ha rilevato il Papa, «contestata purtroppo da correnti importanti della filosofia moderna», la cui conseguenza «è stata che come criterio di razionalità è venuto affermandosi in modo sempre più esclusivo quello della dimostrabilità mediante l'esperimento». Al punto che «le questioni fondamentali dell'uomo - come vivere e come morire - appaiono così escluse dall'ambito della razionalità e sono lasciate alla sfera della soggettività. Di conseguenza scompare, alla fine, la questione che ha dato origine all'università - la questione del vero e del bene - per essere sostituita dalla questione della fattibilità». Missione delle Università cattoliche è dunque «fare scienza - ha affermato Papa Ratzinger - nell'orizzonte di una razionalità diversa da quella oggi ampiamente dominante, secondo una ragione aperta al trascendente, a Dio». Ciò è possibile «proprio alla luce della rivelazione di Cristo, che ha unito in sé Dio e uomo, eternità e tempo, spirito e materia... alla luce di questa capitale verità di fede e al tempo stesso di ragione - ha proseguito - è nuovamente possibile, nel 2000, coniugare fede e scienza». «Non è - ha dunque chiesto Benedetto XVI - un'avventura entusiasmante? Sì, lo è perché, muovendosi all'interno di questo orizzonte di senso, si scopre l'intrinseca unità che collega i diversi rami del sapere: la teologia, la filosofia, la medicina, l'economia, ogni disciplina, fino alle tecnologie più specializzate, perché tutto è collegato».


    Avvenire - 26 novembre 2005

  2. #2
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    Predefinito Steiner

    INTERVISTA
    «Nei laboratori degli scienziati si prepara la creazione artificiale della vita»: l'allarme del grande studioso George Steiner

    I nuovi Frankenstein

    «Le scienze umane nel ’900 non ci hanno salvato dagli orrori dei totalitarismi, ma ora altri incubi si affacciano»

    Di Antoine Spire

    Conosco romanzi scritti attualmente in Francia, in Portogallo, in Inghilterra, negli Stati Uniti, che mi sembrano essere il non plus ultra della letteratura e sono ai miei occhi i Joyce, i Kafka, i Proust di domani. Quando riprende in uno dei suoi libri la frase di Valéry secondo la quale «la speranza è la resistenza dell'essere davanti alle previsioni del suo spirito», mi dico che George Steiner dovrebbe avere un po' di speranza per resistere davanti alle previsioni del suo spirito.
    Professor Steiner, in base a che cosa pensa che le matematiche sarebbero oggi più appassionanti della letteratura?
    «Niente ostacola la vostra passione di leggere tutti quei romanzi, con la più grande gioia, e di parlarne - è anche la mia in quanto principale critico letterario del New Yorker da ventisette anni: è il mio stesso lavoro. Lei non frequenta il mondo scientifico; io ci ho passato la vita, a Cambridge. Elenco tre problemi che, in questo momento, sono oggetto di discussione, quasi - esagero - giorno e notte: la creazione artificiale della vita, i buchi neri (che sono i limiti dell'universo) secondo la teoria di Hawking e Penrose, e Crick - lo scopritore del Dna con Watson - e ancora: l'ego cartesiano, la coscienza sono una neurochimica che presto conosceremo. A confronto con tutto questo, non me ne voglia, anche i romanzi più alti, più raffinati, sembrano preistoria».
    «La culture contre l'homme». Curiosamente lei oggi ha reintitolato questo libro «Nel castello di Barbablù», perché?
    «Perché il fondamento di questo studio è la domanda: nelle scienze umane, si può aprire una porta dopo l'altra per progredire. Ma esiste una porta che non bisogna aprire? Esistono per questa libido sciendi, per questa sete umana della conoscenza, per questa caccia verso la novità intellettuale, spirituale, limiti oltre i quali il pericolo sarebbe troppo grande? È il mito di Barbablù. Le sue mogli aprono le porte una dopo l'altra, anche l'ultima, che era stato detto loro di non ap rire (le donne hanno una meravigliosa curiosità!). Esse l'aprono, ed è la morte. Ogni volta è una nuova moglie che scompare nei sotterranei del castello. Volevo fare appello a questo bellissimo mito (che, se vuole, è esso stesso una riflessione sul giardino dell'Eden, sul frutto proibito), una versione dell'archetipo del proibito: là dove non bisogna andare. Vi sono migliaia di racconti per bambini, di leggende che trattano questo tema. Da quando ho scritto questo libro, la porta è ancora più vicina, più affascinante e più minacciosa... Penso alla creazione della vita in vitro, in laboratorio... I miei illustri colleghi di Cambridge dicono: "Mancano dieci anni...". E, con superba freddezza inglese mi spiegano: "Non è nemmeno troppo difficile". È una frase che mi resta dentro, che mi assilla: "Non è nemmeno troppo difficile". E poi che fine faremo?».
    Questo vuol dire che esiste un mistero da preservare. Per sempre, secondo lei. Mistero della vita, della morte. È un mondo di estrema confusione. Perché siamo coloro che sono venuti «dopo»: leggere Goethe, o Rilke, godere di un passaggio di Bach, di Schubert, è possibile nello stesso momento in cui si mandano uomini a morire. Questa trasgressione del principio di vita le fa pensare che un giorno questa settima porta sarà aperta, che l'uomo si crederà talmente forte da sostituire Dio?
    «Vorrei, se me lo permette, rispondere in due tempi: prima di tutto insisto sul fatto che non bisogna smettere di stupirsi dell'orrore di questo secolo. Insisto. Insisto. Lei ricorda la frase di Jefferson: "Non si bruceranno più libri". E Voltaire disse: "Non vi saranno più torture in Europa". Una serie di promesse ragionevoli, del tutto ragionevoli... L'Esposizione Universale a Parigi nel XIX secolo, quella di Londra, le vette di una fiducia liberale borghese... vi sono ancor enormi problemi: ma facciamo progressi... E invece orrore estremo: i campi della morte, i gulag, i grandi massacri, due guerre mondiali tra l'agosto 1914 e l'aprile 1945: settanta milioni di uomini, donne e di bambini muoiono in Europa. In battaglia, per fame, deportazione, torture, nei campi della morte e nei forni crematori! Una cifra inimmaginabile: mezzo milione a Verdun. E questo nel bel mezzo della più alta civiltà! E dire: "Ma bisognava saperlo, avreste dovuto capirlo prima, l'uomo è un feroce animale territoriale!"; per me, è un cattivo gusto del tutto inaccettabile: non lo si sapeva! Sì, vi sono stati strani visionari che hanno visto l'apocalisse sorgere all'orizzonte, nel mezzo della Belle Èpoque. Sono molto, molto rari. Si parlava con Kant di pace universale, si parlava di guerra locale, ma niente ci ha preparato al nostro secolo. La prima domanda, con cui mi dibatto nei miei libri e con il mio insegnamento, è molto semplice: perché le scienze umane nel senso più ampio della parola, perché la ragione non ci ha fornito alcuna protezione di fronte all'inumano? Perché effettivamente (lei lo ha appena detto) si può suonare Schubert la sera e andare a fare il proprio dovere in un campo di concentramento il mattino? Né la letteratura, né l'arte hanno potuto impedire la barbarie totale. E bisogna fare un passo in più: sono state spesso l'ornamento di questa barbarie. Hanno spesso fornito una scenografia, una fioritura, una bellissima cornice all'orrore. Gieseking suonava Debussy in modo mirabile, mentre si sentivano le grida di quelli che passavano per andare a Dachau. In mezzo al campo di Buchenwald, il famoso Ceppo: l'albero amato da Goethe. Si tratta di un simbolismo deliberato da parte di nazisti. Gli esempi si moltiplicano e si moltiplicano...».

    www.avvenire.it 26 novembre
    Gilbert

  3. #3
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    Grazie Gilbert, ho avuto qualche problema col copia-incolla

  4. #4
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    managgia mi è costata una lite(si fa per dire ) in famiglia sto articolo.....

  5. #5
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    Si legge Avvenire a casa?

  6. #6
    Ashmael
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    Personalmente ritengo che usare le cellule staminali per salvare vite umane e curare malattie genetiche sia una cosa assolutamente positiva. Chiare che occorre un controllo, fatto però non da persone che chiamano "volontà di Dio" una crudele casualità della natura. Le aberrazioni di certi sperimentatori si prevengono con una serena e obiettiva legislazione, non con allarmismi che rifiutano indiscriminatamente qualsiasi novità.

  7. #7
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    Non mi sembra che si possa parlare rifiuto a priori delle novità, visto che questo non è, dati anche gli impegni scientifici dei cattolici.
    Mi sembra invece che la scienza non possa mai prescindere da un sostrato morale.

  8. #8
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    per me il punto è un altro questi articoli di avvenire talvolta potrebbero contenere anche un fondo di verità però leggendoli attentamente si nota una sorta di anti scientismo io la chiamerei una paura del futuro, dell'avvenire del progresso dettato da motivi non nobili cioè fare proselitismo tra qualche mente debole

  9. #9
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    Quella che noto io invece è la solita mania positivista e nepositivista, che spaccia al volgo una infondata fiducia nel futuro, quando le sue tesi si sono rivelate inconsistenti.

  10. #10
    Obama for president
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    Citazione Originariamente Scritto da Thomas Aquinas
    Si legge Avvenire a casa?

    mio padre ogni tanto lo legge qualche volta pure io tendenzialmente mi stimolano più i giornali che la pensano diversamente da me basta che non siano eccesivamente faziosi bisogna sempre sapere quello che pensano gli altri.

    comunque mi piaciono le analisi di politica internazionale di parsi quello che ogni tanto è da lerner

 

 
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