
Originariamente Scritto da
Iolao
>>> Premessa: non mi riferisco ad alcun movimento politico in particolare, parlo genericamente dei concetti fin qui affrontati. Sia chiaro!!!
“Trasversalismo”: concezione strategica sviluppatasi (anche) in Sardegna nell'ambito del movimento di autodecisione nazionale, in virtù della quale l'indipendenza, priva di ulteriori qualificazioni sostanziali sui modi e le forme mediante le quali conseguirla, costituirebbe obbiettivo e condizione necessaria e sufficiente per coagulare un popolo attorno ad un processo di emancipazione nazionale.
Manifestando pienamente i sintomi di una suggestione derivata dalla crisi di ciò che Liotard definiva, criticamente, come "grande narrazione", in sostanza cioè nascendo come reazione al decennio segnato dal tracollo di ogni impostazione socio-politica che si paventasse come progettualità alternativa all'assetto societario dominante, il "trasversalismo" arriva a modulare la questione dell'indipendenza sul perseguimento di obiettivi di massima sganciati da una finalità storica del sardismo rivoluzionario: l'autodeterminazione come mezzo per consentire alla "nazione vivente" (sardi vivi più ambiente vivente) una via alla vita eretta sugli specifici bisogni di un popolo e di una terra; mentre cioè il sardismo-rivoluzionario(da non confondersi con il psdaz ed il suo “sardismo”) intendeva l'indipendenza come unico procedimento atto a garantire una elevazione sociale e morale di un popolo tenuto “ai margini” da un sistema socio-produttivo costitutivamente iniquo, il "trasversalismo" ritiene che l'indipendenza sia obbiettivo da non qualificarsi ulteriormente, al di là della “separazione” necessaria in virtù delle differenze socio-etniche: “pena” l'impedire al popolo nella sua totalità di potersi ritrovare in una causa che "deve" essere comune a tutti ( impedimento individuato con lo scadere in impostazioni economicistiche o "di classe");
Un indipendentismo eretto sul differenzialismo(etno-culturale), proteso a ipostatizzare l'indipendenza stessa, facendone un feticcio privo di quelle costanti egualitaristiche e sociali che prima(per il movimento storico di autodecisione nazionale) ne facevano l'unico strumento a disposizione di un popolo per guadagnare la propria libertà; la quale libertà, per quella concezione definita dagli “angioysti” il “cammino storico”, non è solo determinata dall'autogoverno formale, ma deve essere strutturata su un autogoverno a misura del popolo che lo esercita.
Indipendenza come via alla creazione di una circoscrizione amministrativa dell’attuale sistema societario, o come mezzo per dare alla nazione sarda il diritto di potersi esprimere nel mondo come più ritiene opportuno il popolo che la abita?
Se si sceglie la seconda opzione il “trasversalismo” è quanto di più deleterio e incapacitante si possa reperire sul “mercato” delle strategie.
Esso concentrandosi su obbiettivi di massima, i quali si spera possano coagulare tutto un popolo, dimentica che ogni agglomerato umano, ogni popolo, non è mai un "tutto" che trascende le sue parti: esso è anzitutto composto da individui, persone, e quindi organizzato e ordinato in virtù del sistema societario e produttivo dominante (non da noi dunque!) in diversi comparti e in diverse dinamiche sociali: sono gli "attori sociali", i quali, sia pure oggi giorno intrappolati in schemi permeabili e duttili, non certo corrispondenti alle categorie politiche del novecento, continuano ad essere caratterizzati da insopprimibili diversità nelle aspirazioni e nelle necessità.
Non esiste un obbiettivo che possa coagulare un intero popolo in virtù di una esigenza che, per come la presenta il "trasversalismo", è di ordine puramente morale.
Non esiste almeno in una società pacificata(narcotizzata) e non sottoposta ad aggressione militare: perché noi non siamo né la Corsica né i Paesi Baschi. E non abbiamo una storia come la loro; o, per meglio dire, non più(da almeno un secolo). Noi siamo un popolo intrappolato sotto le macerie di un “welfare state” che ci ha disintegrato, comprandoci, e che ora ci annichilisce negandoci le endorfine alle quali ci aveva abituato. Siamo un popolo avvelenato dal nichilismo, male questo non meno incisivo dell’avvelenamento da metalli pesanti: vi anticipo uno scoop…perché non indagate sul tasso di suicidi, nell’isola, tra i giovani, in una fascia d’età che va dai 20 ai 36 anni? Il fatto che nessuno ne parli non significa, come invece sostiene la “società dell’immagine”, che non avvenga. Per non parlare di una migrazione giovanile in crescita esponenziale…perché di Sardegna oggi non si vive, né nella materia né nello spirito: il nostro popolo sta morendo.
Ma continuiamo: al di sotto del piano puramente morale(indipendenza perché è "giusto"), il "trasversalismo si muove sul terreno di obiettivi minimali, tattici e svincolati da ogni visione strategica incentrata sulla sostanza umana della nazione sarda: per forza! non si può trovare alcun minimo comune denominatore che, oltre le questioni ecologiche(ad esempio) o la "moralità" dell'indipendentismo, possa mettere d’accordo chi non parte da un patrimonio politico e metapolitico comune e condiviso.
Poiché "la percezione è già di per sé teoria"(Wittgenstein) è assai improbabile che si possa formulare una completa "visione d'insieme" ad opera di chi non condivide dei valori primi e degli scopi ultimi. Non solo manca una piattaforma assiologia di riferimento(“noi siamo indipendentisti perché vediamo la vita in un altro modo rispetto al sistema mercificatore che oggi domina le nostre esistenze”, ad esempio), ma non vi è tratteggiata alcuna delle fasi di transizione che dovrebbero marcare il passaggio allo scopo finale, l’indipendenza, mai definito sia pur per vaghe linee anch’esso.
D’altronde, se si ritiene che qualsiasi progettualità , innestata sulle dinamiche e sulle opposizioni che segnano l’attività degli “attori sociali” nella nostra società, sia foriera di “divisioni”, “frammentazioni” del popolo, come si potrà mai giungere ad una qualche proposta che superi “l’indipendenza perché è giusto e perché l’Italia ci inquina”?
Insomma, partendo dall’assunto improbabile che ogni progetto politico costruito sui bisogni e le aspettative quotidiane dei sardi, sarebbe, fintanto che non si è indipendenti, controproducente, si preferisce non produrre nessuna progettualità, nessun programma, affidandosi all’ ex post per eccellenza: quando saremo indipendenti allora…
Ma in che cosa vogliamo che i sardi/e si riconoscano? Nella promessa messianica di un mondo avvenire sicuramente migliore? E in virtù di cosa?
Se non ci si riconosce in una “tavola dei valori”, in un contratto sociale(mi perdoni Rousseau) “stipulato” in base alla condivisione di una visione esistenziale ben definita, è impossibile produrre quelle necessarie “idee-forza” che, solo, possono incarnare la certezza di un obiettivo ben definito e differenziabile rispetto al magma nazional-sovranista incarnato dagli ex-partiti italiani: già, perché ormai in Sardegna tutti sono per una qualche forma di sovranità! Un Pili che parla di “regione-stato” non lo è certamente meno di un Soru(il quale ha premuto per l’allontanamento delle basi militari).
Le questioni trattate da un “indipendentismo” privo di una sua peculiare visione della società, sono tutte, una ad una, assimilabili e metabolizzabili dai convenzionali partiti ex-italiani, ora convertitisi al “sovranismo”. Uno ad uno i problemi sollevati dagli “indipendentisti”(quasi sempre con un coraggio ed un ardimento degni della massima lode)vengono o saranno affrontati da chi ha i mezzi concreti per affrontarli: coloro che vengono usualmente definiti “autonomisti”, e che sono a detta di chi scrive, ormai da definirsi in base al futuro assetto che alla Sardegna si vuole dare nell’attuale ambito societario: una circoscrizione ammnistrativa autogestita localmente(da qui “sovranismo”), ma in base a criteri sociali, produttivi ed esistenziali che di sardo non hanno nulla!
E allora l’indipendentismo cosa va a diventare? Una avanguardia di questo processo che non dalla Sardegna viene? Di un processo volto a fare dell’isola la Malta, la Svizzera o la Thailandia del mediterraneo? Tra banche, turismo selvaggio, casino e casinò?
Certo, so che non è questo che la stragrande maggioranza degli indipendentisti vuole; ma, badate bene che se è vero che si raccoglie ciò che si semina, chi applica la griglia interpretativa del trasversalismo si mette a servizio di un demone che non può controllare.
Chi rinuncia alla politica come agone delle Idee, a loro volta proiezioni dei bisogni e delle aspettative umane, chi crede nel neutro progresso della tecnica o nella magica potenza di una parola, necessariamente andrà ad accorgersi di avere tanto seminato, perché altri possano raccogliere.
E, quando si semina, bisogna stare ben attenti a seminare grano, non loglio.
O crediamo che ciò che gli altri partiti raccolgano del nostro lavoro, vada a beneficio di una causa nostra? Davvero lo crediamo? Allora qui il cerchio si chiude, e sono io a chiedervi: che cosa vuol dire per voi la parola “indipendenza”?
Uno spunto per un’alternativa a tutto questo è stata umilmente ipotizzata dai giovani autodefinitisi “angioysti”, i quali ho avuto il piacere di conoscere e con i quali ho condiviso queste esigenze. Essi non si sono rifatti solo alla storia sarda, ma anche ad elaborazioni metapolitiche ormai dibattute a livello globale.
Questo non è del tutto vero: a luglio al movimento si è confederato il MPS(hanno fatto una conferenza stampa), a settembre il circolo culturale “consurta”(da ottobre era scritto sul loro sito). Il fatto che tu non lo sappia o non lo menzioni è molto indicativo, ma mi mantengo qui fermo nel mio proposito di non parlare di SNI!
La differenza fu magistralmente esposta da Antonio Simon Mossa; a quelle sue parole resto fedele, non per una qualche sorta di venerando rispetto o per una pietrificata “oggettivazione” di analisi passate, ma perché ritengo rappresentino una elaborazione concettuale più attuale e valida che mai. Il problema è che senza emancipazione sociale, a fondamento dell’intero costrutto, non vi può comunque essere “autodeterminazione”, ma al massimo, solo “separatismo” o “sovranismo”(acquisizione di porzioni di sovranità formale, secondo schemi societari eterodiretti e non frutto di alcuna autodecisione nazionale).
Caria aveva ben definito questi passaggi: oggi pare che parlare di “federalismo” significhi parlare di “autonomismo”, o “tradire” quel grande “idola” che è diventato il semantema, la parola “indipendentismo”(il quale o è puro, e “deideologizzato”,o “non è”). Ma Caria più di tutti aveva spiegato che in una fase di transizione successiva all’inizio di un cammino di autodeterminazione, sono plausibili e realisticamente necessari tutta una serie di passaggi, i quali fanno parte della realtà della politica. Chi li nega, nel nome dello hic et nunc, semplicemente non dice ciò che pensa, o non pensa ciò che dice. Ma è questo “purismo” delle parole un sintomo allarmante della debolezza concettuale che sta alla base: se si è forti delle proprie idee, quindi di sé stessi, non si deve avere timore di parlare delle varie fasi di un processo politico. Bisognerà pure arrivare al governo dell’ente regionale, o no? Bisognerà pure delineare delle basi mediante le quali avviare un effettivo processo costituente con conseguente rapporto contrattuale da porre pacificamente e legalmente in essere con il potere centrale, o no?
Bisognerà pure che sia proposto ai sardi/e un percorso suddiviso in tappe, il quale implichi per il loro vissuto quotidiano delle progressive conquiste di diritti e facoltà, o no?
Nella logica alternativa al “trasversalismo”, che non è quella del “partito unico”(la quale anzi è del tutto figlia di tale male!) “pluralismo” ha ben altro significato che quello di una definizione “lessicale”.
Pluralismo significa sinergia, unione ampia sulla base di una condivisa piattaforma di valori, sulla base di un progetto politico e sociale fatto di misure immediate e di misure progressive o future, sulla base di uno scopo, di un fine ultimo ben definito: un’idea di convivenza organizzata dai tratti caratterizzanti, dalle linee di tendenza già ben chiare, intelleggibili per sardi che dovrebbero condividerle.
Si tratta di creare una piattaforma, aperta a tutti coloro che vi si vogliano riconoscere(singoli, movimenti, partiti, circoli,ecc), ma fondata su alcuni punti ben precisi, comuni e condivisi. Una piattaforma che sia basata sul desiderio di dare prospettive “sarde” alla gente di Sardegna.
Una piattaforma che abbia il coraggio di dire ciò che gli altri non possono o non vogliono dire: che vi è sistematicità nella condizione neo-coloniale in cui versa la Sardegna, e che o questa sistematicità sarà messa in discussione a favore di un modello societario ed esistenziale “altro”(in questo senso gli “angioysti” hanno parlato di “nazionalismo di emancipazione”), o non sarà possibile alcuna vera trasformazione degli assetti sociali, istituzionali e culturali isolani.
Non sarà un ente formalmente sovrano a salvare la nazione sarda: poiché se le cose continueranno ad andare come fino ad oggi sono andate, sia pure in mano ad un elite dirigenziale del tutto autoctona(perché è questo un sistema che governa per elites), la nostra gente non smetterà di morire, o di andarsene da una terra che muore.
Non si tratta di essere più o meno “radicali” o “duri”(l’estremismo fa sempre e solo il gioco di chi dice di voler avversare): si tratta di irrompere nei cuori del nostro popolo sofferente con l’ardimento di una tensione esistenziale votata all’amore puro per la nostra Sardinnya.
Si tratta anche di fare di questo amore, affinché esso sia integrale e vero, un mezzo di riscatto per la “nazione vivente”, per la sostanza umana ed ambientale che soffre di mali terrificanti, a volte, tanto quanto silenziosi e vigliacchi.
Non si può salvare un corpo senza la sua anima, la sua mente, o una mente senza il suo corpo. Autodeterminazione è emancipazione sociale, necessariamente. O non è nulla.
E il nulla, che dilaga oggi come vorace pestilenza desertificando l’umanità nel suo intimo, è da sempre il male che avversiamo. Noi e quelli come noi.
Hic Rodus, hic salta.
Kin amistade Sergio, pro sa Sardinnya nostra dulke Reina.