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  1. #1
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    Predefinito il programma dei ds: ambiente e territorio

    Nota introduttiva


    Per la redazione di alcune schede ci siamo avvalsi, in particolare, delle elaborazioni congressuali di Sinistra Ecologista.

    L’insieme delle schede non esaurisce, ovviamente, il tema della modernizzazione ecologica della nostra economia. E’ solo un primo e provvisorio elenco delle priorità di un programma di governo che abbia al centro l’idea di uno sviluppo sostenibile.

    Gli obiettivi, gli strumenti e le azioni indicate nelle schede convergono su un punto fondamentale: l’incremento della produttività delle risorse (umane, ambientali, organizzative) è il fattore decisivo di un’economia più dinamica e competitiva, capace di generare investimenti, lavoro e reddito.

    Questo assunto è assai chiaro nei cruciali settori dell’energia e dei servizi a rete. Quando, ad esempio, parliamo di risparmio energetico, non intendiamo soltanto che bisogna usare meno energia, ma usarla in modo più efficiente – cioè produrre più lavoro, più beni e più ricchezza per ogni chilowattora consumato.

    In termini più generali, il risparmio – ovvero la riduzione degli sprechi e delle rendite – non è tanto una questione di moralità e di etica, quanto una condizione indispensabile per rilanciare la crescita e innalzare il livello del benessere collettivo in un contesto che non può fare a meno della dimensione europea: è questo il messaggio principale che si può evincere dalle schede.

    L’attuazione del Protocollo di Kyoto, in questa prospettiva, è per l’Italia non semplicemente un vincolo impegnativo, ma una opportunità di innovazione del sistema produttivo, associata alla valorizzazione del patrimonio culturale e naturale del Paese, delle sue città e dei suoi territori.

    L’idea dello sviluppo sostenibile, infine, poggia su due gambe, a cui le schede rivolgono una significativa attenzione.

    La prima è quella della fiscalità ecologica. La fiscalità è beninteso una, e quella ecologica non è aggiuntiva. La fiscalità è ecologica o meno in relazione alle tariffe dell’energia e dei trasporti pubblici, al prezzo dell’acqua, alle accise sui carburanti, al pricing dei parcheggi, al regime dell’Ici, e così via. In altre parole, non si tratta di introdurre qualche altro capitolo nel carico fiscale, ma di riarticolarlo incentivando gli investimenti nella qualità ambientale e nelle tecnologie pulite.

    La seconda gamba è costituita da una coraggiosa riorganizzazione istituzionale che attribuisca alla mano pubblica una reale capacità di programmazione strategica (a partire dalla questione dell’energia), ponendo fine alla confusione di ruoli, interessi, linguaggi oggi esistente nelle diverse responsabilità di governo.

  2. #2
    Obama for president
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    Una strategia europea per l’ambiente


    Con l’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto l’impegno internazionale per la lotta ai cambiamenti climatici entra in una nuova fase. L’UE ha cominciato a ridurre le proprie emissioni di gas serra e adesso deve preparare le strategie di medio e lungo termine per vincere la battaglia contro i cambiamenti climatici, all’interno del suo territorio e in collaborazione con la comunità internazionale.



    I cambiamenti climatici sono una realtà: nel corso del XX secolo la temperatura media è aumentata di circa 0,6 °C a livello planetario e di oltre 0,9 °C in Europa.



    Per l’effetto ritardato che esse hanno sul sistema climatico, le emissioni prodotte in passato faranno salire ulteriormente la temperatura nel XXI secolo e si prevede che le emissioni aumenteranno ancora nei prossimi decenni. Le temperature su scala mondiale dovrebbero pertanto aumentare di 1,4 - 5,8 °C entro il 2010 (rispetto alle temperature del 1990) e di 2,0 - 6,3 °C in Europa.



    Questo fenomeno deve essere rallentato e infine arrestato. Già nel 1996 il Consiglio dei ministri dell’UE dichiarava che le temperature medie a livello planetario non dovessero superare di oltre 2 °C le temperature del periodo pre-industriale. Tale obbiettivo deve essere rilanciato e tradotto in termini di politiche concrete su scala europea e su scala globale



    Nei prossimi decenni la percentuale delle emissioni prodotte dall’UE a 25 rispetto alle emissioni globali di gas serra dovrebbe scendere sotto il 10%, mentre le emissioni dei paesi in via di sviluppo dovrebbero aumentare fino a superare il 50% del totale. Anche se si considerano insieme le emissioni storiche e quelle future, tra il 2030 e il 2065 il contributo cumulativo dei Paesi sviluppati e quello dei Paesi in via di sviluppo dovrebbe essere lo stesso. Si può pertanto dedurre che anche se l’UE dimezzasse le proprie emissioni entro il 2050, non ci sarebbero conseguenze significative sulle concentrazioni atmosferiche se altri paesi responsabili di ingenti emissioni non procederanno ad analoghi tagli consistenti.



    I Paesi in via di sviluppo sono più vulnerabili ai danni provocati dai cambiamenti climatici rispetto ai paesi industrializzati, ma temono che l’abbattimento delle emissioni possa ostacolare il loro sviluppo economico. L’esperienza dei nuovi Stati membri dell’UE durante la ripresa economica della seconda metà degli anni ’90 dimostra tuttavia che tali timori non sono necessariamente fondati. I Paesi in via di sviluppo saranno più inclini ad adottare politiche climatiche se queste contribuiranno a realizzare obiettivi di sviluppo più ampi.



    La lotta ai cambiamenti climatici offre inoltre altri vantaggi che riguardano quasi esclusivamente i paesi che partecipano a tali iniziative: per citare un esempio, è possibile migliorare sensibilmente l’efficienza energetica e introdurre fonti energetiche a basso contenuto di carbonio che a loro volta contribuiranno a sostenere una crescita rapida. Anche i benefici per la salute derivanti da una migliore qualità dell’aria possono essere un motivo importante per abbattere le emissioni ed in effetti alcuni Paesi stanno già attuando una serie di politiche in tal senso.



    I Paesi in via di sviluppo potrebbero essere maggiormente incoraggiati a partecipare alle iniziative internazionali finalizzate a ridurre le emissioni. Se, ad esempio, le imprese situate nei Paesi in via di sviluppo potessero partecipare al sistema di scambio delle quote di emissione, questi Paesi potrebbero beneficiare di una vera riduzione delle emissioni.



    Nei prossimi cinquant’anni la sfida dell’innovazione sarà notevole. Saranno infatti necessari profondi cambiamenti nelle modalità di produzione e utilizzo dell’energia in tutto il mondo. Alcuni di questi cambiamenti nel consumo energetico avverranno comunque: fattori come l’aumento costante dei prezzi dei combustibili fossili porteranno verosimilmente a rinunciare parzialmente al loro impiego. A prescindere da sviluppi di questo tipo, in tutti i settori economici occorreranno ulteriori cambiamenti tecnologici, oltre a misure finalizzate a ridurre l’emissione dei gas serra diversi dal CO2 e a conservare o potenziare i pozzi di assorbimento del carbonio. Questi risultati potranno essere conseguiti solo con una combinazione di politiche di incentivo e disincentivo.



    Più i prezzi rispecchieranno effettivamente i costi esterni e più la domanda rappresenterà meglio la sensibilità dei consumatori nei confronti delle problematiche del clima, più aumenteranno gli investimenti in tecnologie più compatibili con il clima. L’attribuzione di un valore di mercato ai gas serra – ad esempio attraverso lo scambio delle quote di emissione o l’applicazione di tasse o imposte – offrirà un incentivo finanziario che porterà a ridurre la domanda di energia e a promuovere l’impiego di tali tecnologie, e incentiverà ulteriormente lo sviluppo tecnologico.



    Analogamente, l’abolizione di sovvenzioni che comportano un impatto negativo sull’ambiente servirà a creare una situazione di parità tra le varie fonti energetiche (secondo uno studio dell’Agenzia europea dell’ambiente, nel 2004 i sussidi energetici annui destinati ai combustibili solidi, al petrolio e al gas nell’UE a 15 superavano i 23,9 mld EUR e quelli destinati alle fonti di energia rinnovabili i 5,3 mld EUR). E, viceversa, l’esperienza europea dimostra che l’adozione di politiche di sostegno attivo ha consentito di ridurre drasticamente i costi unitari legati alla produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili nel periodo 1980-1995 (-65% per il fotovoltaico, -82% per l’energia eolica,
    -85% per la generazione di energia elettrica da biomassa).



    Politiche di incentivo intelligenti ed economicamente efficaci dovrebbero inoltre sfruttare i normali cicli di sostituzione del capitale. Per una trasformazione graduale servirà un quadro politico-strategico stabile e di lungo termine. Visto che lo stock di capitale mondiale nell’industria dell’elettricità dovrà essere rinnovato o ampliato nei prossimi trent’anni, è necessario istituire tale quadro il più rapidamente possibile. Non si può perdere un’occasione di questo tipo visto che gli investimenti nel settore della produzione di elettricità e nei comparti dell’industria, delle infrastrutture di trasporto e delle costruzioni determineranno le emissioni di CO2 per vari decenni a venire.



    Molte tecnologie di abbattimento delle emissioni di gas serra sono già disponibili o si trovano in una fase pilota avanzata. Se le 15 tecnologie ritenute oggi più promettenti fossero sfruttate al massimo, sarebbe possibile evitare la maggior parte delle emissioni di riferimento previste nel 2050. Di queste, cinque riguardano l’efficienza energetica: da ciò si può dedurre che un elemento fondamentale di qualsiasi futura strategia energetica dell’UE deve basarsi sul miglioramento dell’efficienza energetica alla luce dell’efficacia dei costi e sul risparmio energetico.



    Le azioni in questo campo vanno inoltre ad integrare la strategia di Lisbona, rafforzano la sicurezza dell’approvvigionamento energetico, creano numerosi posti di lavoro in Europa e rendono l’industria più competitiva, riducendone il consumo di energia.



    Nell’ambito della strategia di Lisbona è evidente che l’UE può sfruttare il vantaggio che le deriva dal fatto di precorrere i tempi in questo campo e può dunque ottenere un vantaggio competitivo incentrandosi sulle tecnologie ecocompatibili con il sistema climatico ed efficienti sotto il profilo delle risorse che altri paesi dovranno alla fine utilizzare. A titolo di esempio, i Paesi all’avanguardia nel settore dell’energia eolica vantano ora il 95% delle industrie delle turbine eoliche, settore in rapida espansione. In prospettiva, un fenomeno analogo potrebbe emergere anche in altri paesi e in altri settori, come quello automobilistico o aeronautico. I vantaggi competitivi saranno inoltre rafforzati se aumenta e diventa più attiva la partecipazione ad un futuro accordo internazionale sul clima.



    Dai dati scientifici disponibili emerge che anche il raggiungimento dell’obiettivo dei 2 °C comporterà una notevole attività di prevenzione e di adattamento in tutto il pianeta. Finora però pochi Stati hanno affrontato il problema della necessità di ridurre la vulnerabilità e di aumentare la resistenza agli effetti dei cambiamenti climatici.



    L’adattamento ai cambiamenti climatici comporterà nuove ricerche per prevederne gli impatti a livello regionale, al fine di consentire ai soggetti, pubblici e privati, a livello locale e regionale di sviluppare soluzioni di adattamento economicamente efficaci.



    Tra le zone particolarmente sensibili ai cambiamenti climatici si ricordano le zone basse in prossimità delle coste e nei bacini idrografici, le zone montagnose e le aree ad alto rischio di veder aumentare fenomeni come tempeste e uragani.



    I settori economici che dipendono dalle condizioni atmosferiche, come l’agricoltura, la pesca, la silvicoltura e il turismo, corrono rischi più gravi di altri settori e più di altri hanno dunque la necessità di adeguarsi ai cambiamenti climatici. Da questo punto di vista i Paesi in via di sviluppo sono i più vulnerabili per l’elevata dipendenza da questi settori economici sensibili al clima e per la loro scarsa capacità di adattamento. Il rafforzamento di tale capacità dovrebbe contribuire anche al loro sviluppo.





    I prossimi passi



    Attuazione immediata ed efficace delle politiche adottate



    l’UE è riuscita ad abbattere le proprie emissioni del 3% rispetto al 1990, ma manca ancora molto per raggiungere l’obiettivo di riduzione dell’8% fissato nel Protocollo di Kyoto. In questo contesto è necessario attuare completamente le misure proposte nel Libro verde sulla sicurezza dell’approvvigionamento energetico e nel Libro bianco sulla politica dei trasporti, ad esempio la tariffazione delle infrastrutture o la revisione della direttiva “Eurovignette”, e le misure che incentivano il riequilibrio tra i vari modi di trasporto a favore del trasporto su rotaia e per vie navigabili, come quelle previste dalla politica sulle reti transeuropee di trasporto.


    Occorre inoltre tentare di eliminare le strozzature che ostacolano la diffusione di tecnologie esistenti o di tecnologie nuove e promettenti e le nuove iniziative (ad esempio la valutazione delle potenzialità di un mercato UE per i certificati verdi o la rapida attuazione del piano d’azione sulle tecnologie ambientali).


    Un elemento determinante a tal fine sarà il rafforzamento del sostegno agli investimenti a favore delle tecnologie favorevoli al clima nell’ambito di voci di bilancio diverse nel nuovo bilancio comunitario per il periodo 2007-2013.


    Serve inoltre un rinnovato e consistente impegno in tutta Europa per fare dei veri passi avanti riguardo all’efficienza energetica, a partire dalla pina implementazione della direttiva sull’efficienza energetica degli edifici e più in generale degli insediamenti residenziali e produttivi.




    Attività di ricerca più numerose e più mirate



    La ricerca deve essere orientata ad approfondire ulteriormente le conoscenze sui cambiamenti climatici (compresi i legami con i processi oceanici), a trattare gli impatti su scala mondiale e regionale e a sviluppare strategie di adattamento e mitigazione economicamente efficaci, anche per i gas diversi dal CO2.


    A tal fine si potrebbero incrementare sensibilmente gli stanziamenti UE destinati alle attività di ricerca e sviluppo sulle tecnologie compatibili con il clima nell’ambito del Settimo programma quadro di ricerca e sviluppo, principalmente nei settori dell’energia e dei trasporti e in secondo luogo in agricoltura e nell’industria.




    Una nuova fase per il Programma europeo per il cambiamento climatico nel 2005



    L’obiettivo è istituire un regime multilaterale per i cambiamenti climatici per il periodo successivo al 2012, che preveda la significativa partecipazione di tutti i paesi sviluppati e la partecipazione dei paesi in via di sviluppo, che punti a contenere l’aumento della temperatura su scala mondiale entro 2 °C e che possa essere considerato uno strumento per condividere in maniera equa l’impegno di tutti i principali soggetti che intervengono.


    Gli impegni di riduzione delle emissioni che l’UE potrebbe assumersi nell’ambito di un regime di questo tipo dovrebbero dipendere dal grado e dal tipo di partecipazione degli altri principali paesi coinvolti.


    L’UE dovrebbe dichiarare apertamente l’intenzione di proseguire nel proprio impegno a vincere la battaglia contro i cambiamenti climatici e a onorare gli impegni già assunti. L’UE dovrebbe mostrare la propria determinazione ad ottenere riduzioni più consistenti e a più lungo termine delle proprie emissioni di gas serra nell’ambito di un accordo internazionale sulla strategia futura per il periodo successivo al 2012, che garantisca riduzioni a livello mondiale tali da conseguire l’obiettivo dei 2 °C.

  3. #3
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    Fiscalità ecologica


    Garantire la sostenibilità dello sviluppo non è solo una condizione necessaria per la tutela dell’ambiente e per la qualità della vita, ma sempre più anche un fattore di competitività delle imprese e dei sistemi territoriali. Tra politiche di sostenibilità e competitività economica si può stabilire un rapporto virtuoso. Già oggi molte esperienze e numerosi dati lo dimostrano. Ma è al tempo stesso un rapporto complesso: gli effetti delle politiche ambientali sulla competitività possono essere diversi in relazione ai settori produttivi, alla congiuntura economica, alle regole commerciali che si affermano sul piano internazionale. Molto dipende dalle politiche che si attuano e dalla capacità delle imprese di attrezzarsi per cogliere al meglio queste opportunità.



    In che modo si può orientare lo sviluppo verso la sostenibilità? Di quali politiche pubbliche abbiamo bisogno? Noi pensiamo che agli strumenti di “comando e controllo” (divieti, limiti, controlli amministrativi, sanzioni) si devono sempre più affiancare politiche che utilizzano strumenti economici e finanziari – a partire dalla fiscalità ecologica – e politiche ambientali di “terza generazione”, basate su accordi volontari, certificazioni di qualità, contabilità ambientale, trasferimento di conoscenza alle imprese.

    E’ evidente che quanto più si passa da una politica di mera tutela dell’ambiente ad una politica di sostenibilità dello sviluppo, tanto più si devono utilizzare politiche e strumenti che non sono quelli di comando e controllo. L’obiettivo della sostenibilità deve essere incorporato coerentemente nella politica economica, in quella industriale, in quella fiscale.



    La fiscalità ecologica assume perciò un rilievo del tutto particolare, per il suo carattere di trasversalità rispetto alle altre politiche di settore, sia sul piano dell’efficacia ambientale sia su quello dell’efficienza economica.



    Occorre pertanto un vero e proprio intervento di “riforma fiscale ecologica”, sulla base di alcuni criteri fondamentali:

    1) rimodulare l’incidenza del carico tributario dal lavoro al consumo e al prelievo delle risorse naturali, internalizzando i costi ambientali;

    2) invarianza di gettito, nella consapevolezza dei vincoli di bilancio pubblico;

    3) favorire gli investimenti in alcuni settori strategici attraverso incentivi premianti la competitività ecologicamente virtuosa e l’applicazione di tecnologie innovative e pulite.



    Si tratta, in altre parole, di garantire da un lato un uso più efficiente della risorsa più scarsa – l’ambiente – e dall’altro una riduzione del prelievo sui redditi da lavoro e d’impresa. A tal fine è necessario articolare un sistema complesso di incentivi e disincentivi ad invarianza del carico fiscale complessivo. Incentivare, ad esempio, il risparmio e l’efficienza energetica, lo sviluppo delle fonti rinnovabili, il riutilizzo ed il riciclaggio dei materiali, lo sviluppo di modalità di trasporto a minor impatto ambientale, in generale tutto ciò che favorisce una riconversione ecologica dei modi di produzione. Disincentivare, al contrario, il consumo di territorio, le forme di trasporto più inquinanti, gli sprechi di acqua, l’uso di sostanze nocive, le emissioni di gas serra.

    Non si tratta di interpretare questi principi in maniera punitiva, né di aumentare il carico fiscale sulle imprese, ma di usare la leva fiscale sulla base dei principi della “responsabilità condivisa” e “chi inquina paga”, in modo da favorire sistemi di gestione e di produzione ambientalmente compatibili.

    La nostra proposta si ispira, da questo punto di vista, agli indirizzi dell’Unione Europea (è del tutto evidente che su questa materia si deve cercare una armonizzazione a livello comunitario) e ad esperienze già avviate in altri Paesi, in particolare la Germania, la Svezia, l’Olanda, la Danimarca.

    Anche in Italia si sono avviate nel corso dell’ultimo decennio, e soprattutto durante i governi dell’Ulivo, alcune prime esperienze, seppur limitate, di fiscalità ecologica: la tassa sulle emissioni di anidride solforosa e di ossidi di azoto degli impianti industriali, la carbon tax sulle emissioni di anidride carbonica, la detassazione degli investimenti ambientali per le piccole e medie imprese prevista dalla legge finanziaria 2001, le agevolazioni fiscali per le ristrutturazioni edilizie, il passaggio da tassa a tariffa sui rifiuti.

    Oggi non c’è semplicemente da riprendere un cammino interrotto. C’è bisogno invece di dare organicità e forza ad una strategia che, anche attraverso un efficace sistema di fiscalità ecologica, consideri fondamentale l’obiettivo della qualità e della sostenibilità dello sviluppo.



    Nell’ambito di un nuovo patto fiscale con gli italiani è dunque matura la necessità di una riforma che comprenda l’uso della leva fiscale per lo sviluppo sostenibile e la modernizzazione ecologica dell’economia. Va in questo senso la proposta di legge presentata alla Camera dal gruppo dei DS.



    L’attuazione di una riforma fiscale ecologica prevede una ampia articolazione di interventi normativi e ordinamentali che possono tradursi in un pacchetto complessivo, ma anche dislocarsi puntualmente e più rapidamente nelle varie politiche fiscali di settore. I principali cardini riformatori e gli indirizzi legislativi riguardano:

    1) L’attuazione del Protocollo di Kyoto, secondo le modalità e le scadenze previste, per gli obiettivi di riduzione globale dei gas ad effetto serra; la tassazione dei combustibili fossili e la energy carbon tax; l’imposta sui composti organici volatili (COV);

    2) La detassazione degli investimenti in ricerca e sviluppo finalizzati alla sostenibilità ecologica;

    3) Gli incentivi ai sistemi comunitari di certificazione ambientale di processo e di prodotto (EMAS ed Ecolabel ecc.)

    4) Incentivazioni per le imprese innovative ed ecosostenibili e per le PMI che aderiscono al sistema comunitario di ecogestione;

    5) Incentivi selettivi per le start-up nel settore ambientale a favore di soggetti imprenditoriali che iniziano una attività produttiva, rigorosamente verificata, di rilevanza strategica per il Paese in settori rilevanti sotto il profilo della qualità ambientale (es. raccolta differenziata dei rifiuti, agricoltura biologica, risanamento idrogeologico del territorio, manutenzione e restauro dei boschi, riqualificazione ambientale delle strutture turistiche, bioedilizia ecc.);

    6) Incentivi per la partecipazione del capitale privato alla realizzazione di progetti di investimento in campo ambientale, attraverso fondi comuni di investimento mobiliare ecologici;

    7) Incentivi per l’uso e la diffusione di carburanti a minor impatto ambientale, delle fonti rinnovabili di energia e del vettore idrogeno; una disciplina agevolativa per i soggetti che iniziano un’attività di ricerca e di produzione in questi settori;

    8) Agevolazioni per il rilancio dei consumi ecocompatibili (es. auto ecologiche, elettrodomestici ad alta efficienza energetica) e politiche industriali di sostegno a settori strategici sotto il profilo dell’innovazione tecnologica ecologicamente compatibile;

    9) Incentivi/disincentivi per favorire il trasporto su rotaia ed il cabotaggio, per sviluppare il trasporto pubblico e contenere il traffico nelle aree urbane (road pricing);

    10) Incentivi per le ristrutturazioni edilizie ecosostenibili (in particolare per il risparmio energetico e per la messa in sicurezza degli edifici).

  4. #4
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    Protocollo di Kyoto e efficienza energetica


    Primo punto



    L’intensità energetica dell’Italia – la quantità di energia consumata per unità di PIL – è rimasta sostanzialmente stabile dal 1990 al 2003, con una flessione dell’1,6%. In Europa, nello stesso periodo, è invece scesa del 6%. Il vantaggio dell’Italia, dovuto ad un paniere di beni e servizi meno energivoro, ad un clima mite ed a un livello più basso di consumi pro capite, è stato perciò vanificato. Per rispettare il Protocollo di Kyoto e prepararsi ai successivi obiettivi di più consistenti riduzioni delle emissioni di CO2, entro il prossimo decennio è necessario tenere ferma la quota di carbone, ridurre la quota del petrolio dall’attuale circa 49% al 39%, incrementare lievemente la quota di gas dal 31% al 36% e portare l’energia primaria da fonti rinnovabili dall’attuale 7% al 12%.

    Per realizzare questi obiettivi occorre un forte aumento dell’efficienza energetica, riducendo la domanda di energia dal valore di 185 Mtep nel 2000 al valore di 170 Mtep nel 2010 (la manovra necessaria deve valutarsi intorno a 30 Mtep, rispetto ai valori tendenziali), con una riduzione del consumo dei fossili, da 162.6 nel 2000, a 140 Mtep nel 2010. Per avere un consistente incremento di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, poiché i positivi incrementi di produzione di energia idroelettrica e geotermica possibili sono molto contenuti, è necessario un grosso sforzo di sviluppo dell’eolico, ormai competitivo, del solare fotovoltaico, del solare termodinamico a concentrazione lineare e dell’utilizzo energetico delle biomasse. Un ulteriore aumento di fonti rinnovabili può venire, infine, dall’estensione dell’utilizzo dei collettori solari per produrre calore, in particolare acqua calda, dall’utilizzo del solare termico e dai biocarburanti.

    Non ha invece alcun senso riproporre un ritorno all’energia nucleare da fissione, ormai marginale ed in abbandono quasi ovunque nel mondo, per ragioni di costi troppo elevati e delle difficoltà ad assicurare sicurezza ambientale del ciclo nucleare (produzione del combustibile, gestione delle centrali, trasporto e stoccaggio delle scorie radioattive e decommissioning della centrale a fine vita). La politica della destra in campo energetico punta su un consistente aumento dell’offerta elettrica (con un forte incremento della costruzione di nuove centrali), su un forte aumento dell’utilizzo del carbone (con tecnologie tradizionali, non in grado di affrontare la riduzione delle emissioni di anidride carbonica): una politica arretrata, per nulla innovativa e, in prospettiva, obsoleta e non competitiva, in contrasto con gli impegni sottoscritti dall’Italia in applicazione del protocollo di Kyoto, ormai in vigore, e degli impegni successivi già in via di definizione.





    Secondo punto



    E’ necessario un vero e proprio “programma nazionale per l’efficienza energetica”, con l’impegno complessivo di riduzione di 30 Mtep, articolato per regioni e per settori, accompagnato dalle seguenti misure:

    incremento della efficienza energetica dei processi produttivi e dei prodotti con l’utilizzo delle migliori tecnologie disponibili;
    incremento della efficienza energetica degli edifici e dei sistemi di riscaldamento e rinfrescamento;
    standard energetici obbligatori e agevolazioni per gli elettrodomestici efficienti;
    standard energetici obbligatori e agevolazioni per motori elettrici industriali a più bassi consumi;
    aumento dell’impegno delle compagnie energetiche per promuovere prodotti e servizi di risparmio energetico;
    facilitazioni di accesso al credito ed agevolazioni fiscali per investimenti in risparmio energetico;
    agevolazioni per interventi edilizi con finalità di risparmio energetico;
    incremento dell’efficienza energetica delle centrali elettriche;
    sviluppo della cogenerazione industriale e urbana;
    incremento dell’efficienza energetica dei mezzi e delle modalità di trasporto, potenziando i servizi alternativi;
    accordi volontari, nazionali e regionali, per incrementare l’efficienza energetica;
    introdurre negli strumenti di pianificazione la finalità di incremento dell’efficienza energetica, connettendo ad essa una dimensione programmatica ed operativa legata ad una quota dei bilanci;
    pieno utilizzo del metodo europeo del “terzo finanziatore”, agevolando gli acquisti di apparecchiature ad alta efficienza per gli utenti.




    Terzo punto



    Per promuovere un forte incremento delle fonti energetiche rinnovabili (12% delle fonti primarie e 25% dell’energia elettrica entro il 2010), occorre rivedere e potenziare il sistema vigente dei certificati verdi, reso, tra l’altro, meno incisivo dalle iniziative del governo.

    Occorre porre in capo al gestore della rete l’obbligo di sostenere le spese di connessione per le fonti rinnovabili. Il meccanismo del certificato verde deve essere adeguato e di lungo termine. Deve assicurare una tariffa d’ingresso adeguata per almeno 10 anni, anche graduata nell’importo, accompagnata da un contratto di cessione di 20 anni (tra periodo di incentivo e periodo di mercato). Gli impegni per l’efficienza e le fonti rinnovabili presentano anche una forte dimensione di rapporto con il territorio, che va valorizzata a tutti i livelli. Negli interventi, dopo la priorità dell’efficienza nei settori di consumo, industria, civile e trasporti, e dell’attuazione di impianti che utilizzano fonti rinnovabili, dovranno essere quindi considerate le possibilità della cogenerazione e della revisione ambientale degli impianti esistenti, rendendo residuale l’impegno eventuale di nuovi siti per impianti termoelettrici.

    Tutto ciò richiede un forte, nuovo impegno delle istituzioni pubbliche, ai vari livelli. Occorre definire un vero e proprio Piano energetico-ambientale nazionale, in cooperazione con le Regioni. Altrettanto importante sarà la cooperazione delle Regioni con le Province ed i Comuni.

    L’idrogeno può diventare il vettore energetico per accumulare, trasportare e impiegare energia pulita, con un grande ruolo nel nuovo secolo, grazie anche al favorevole accoppiamento alle fonti rinnovabili, dovuto alla possibilità di stoccaggio meno limitate di quelle dell’energia elettrica.

    L’idrogeno, non essendo disponibile in natura in forma direttamente utilizzabile come fonte energetica, va prodotto impiegando una certa quantità di energia, che è maggiore di quella disponibile nel punto di impiego: il vantaggio consiste nella possibilità di disporre di energia pulita nei centri urbani. L’ideale sarebbe produrre l’idrogeno ricavandolo dall’acqua con l’impiego di energia rinnovabile (sole, vento, biomassa, idroelettrica): ciò ha, per ora, costi elevati. Costi relativamente minori si hanno producendo idrogeno con l’impiego di combustibili fossili, ma, in questo caso, si ha produzione di carbonio che, se liberato in atmosfera, concorre ai cambiamenti climatici. Solo se la ricerca e le sperimentazioni sul confinamento stabile e sicuro dell’anidride carbonica, avessero esiti positivi, anche le fonti fossili potrebbero essere utilizzate per produrre idrogeno ed energia elettrica, senza emissione di gas serra.

    Le tecnologie di produzione, trasporto e utilizzo dell’idrogeno sono ormai disponibili, ma a costi ancora elevati. L’Italia deve incrementare il proprio impegno, con adeguati investimenti, nella ricerca per l’idrogeno, per migliorare la propria presenza in un settore strategico, ben sapendo però che siamo ancora lontani dalla possibilità di un impiego esteso di tale vettore energetico.





    Quarto punto



    In termini di intensità energetica (energia consumata per produrre una unità di Pil), l’Italia appare un Paese virtuoso. La nostra intensità energetica (meno di 0,2 kg equivalenti di petrolio per ogni euro prodotto) è la più bassa fra i paesi sviluppati, pari a metà di quella degli USA. Questa considerazione non deve indurre un atteggiamento di trascuratezza nei confronti dei problemi energetici, in quanto l’Italia importa l’84% dell’energia che consuma ed è contemporaneamente un Paese ambientalmente fragile. Esaminando i diversi settori economici, l’industria risulta aver diminuito la propria intensità energetica di circa il 45% nell’ultimo trentennio, anche per forti cambiamenti nel mix dei prodotti. I trasporti, grande problema nazionale, risultano peggiorati (aumento del 25%), il civile (residenziale e terziario) risulta migliorato (diminuzione del 20%).

    In realtà il miglioramento del civile è soprattutto apparente. Occorre ricordare che la statistica dei consumi energetici negli usi finali viene elaborata sommando alla pari consumi elettrici e consumi termici. Per valutare gli impatti ambientali è invece necessario riferirsi ai consumi primari. Pertanto è necessario sommare i contributi dei diversi vettori energetici dividendo ognuno per il relativo rendimento di produzione e distribuzione. Per esempio, per il metano che viene usato nell’edificio tale rendimento si aggira sul 90%, ma per l’energia elettrica non supera il 30%. Il mix dei vettori energetici usati nel civile ha avuto una forte evoluzione temporale nell’ultimo trentennio. La percentuale di elettricità, dell’11% nel 1971, è passata al 26% nel 2000, quando la diffusione dei condizionatori elettrici stava solo iniziando.

    I margini per aumentare l’efficienza energetica sono molto ampi. Tale aumento dell’efficienza spesso è, anche economicamente, conveniente. I nostri sistemi di produzione ed i nostri modelli di consumo, infatti, sono cresciuti in presenza di un’energia fossile abbondante e a basso costo, con un sistema dei prezzi che non teneva in nessun conto i costi ambientali.

    La costruzione e ristrutturazione degli edifici e la loro gestione rappresenta circa il 45% del consumo nazionale di energia in termini primari, cioè riferito ai circa 190 Mtep (milioni di tonnellate equivalenti di petrolio). Inoltre, mentre il totale nazionale mostra tassi d’aumento minori dell’1% annuo, il settore civile, a causa della progressiva crescita della sua percentuale elettrica, aumenta i propri consumi primari, e le relative emissioni, del 2% annuo.

    Un risultato auspicabile potrebbe corrispondere al 20% del consumo e delle emissioni riferito ai circa 84 Mtep nel 2000.

    La gestione del civile è responsabile di oltre 70 Mtep. Tale quantità sta aumentando con un tasso annuo del 2%, mentre il totale nazionale aumenta con un tasso dell’1%. E’ ovvio pensare ad ulteriori aumenti, elettrici e primari, legati alla diffusione dei condizionatori.

    Ai consumi legati alla gestione si possono sommare quelli dovuti alla costruzione e ristrutturazione degli edifici, per un totale di 11 Mtep. Questi ultimi sono nel complesso valutabili con scarsa precisione, a causa dell’esteso sommerso.

    Il riscaldamento è ancora il maggiore consumo energetico del civile. Ognuna dei circa 19 milioni di unità abitative dotate di impianto fisso di riscaldamento consuma in media una tonnellata di petrolio all’anno per questa funzione. Quindi, in cinque anni si consuma, per il solo riscaldamento, una quantità di energia pari a quella necessaria per la costruzione dell’unità abitativa. Gli anni scendono a tre considerando anche gli altri consumi.

    Ovviamente nel terziario sono fortemente presenti illuminazione e condizionamento, che portano ad una percentuale di elettricità negli usi finali del 45%, mentre nel residenziale esiste una maggiore articolazione.

    I consumi per la produzione di acqua calda sanitaria assommano (anno 2000) a 3,3 Mtep (12% degli usi finali nel residenziale). L’impianto per la produzione di acqua calda è presente in praticamente tutte le abitazioni. Purtroppo sono ancora presenti circa 8 milioni di scaldacqua elettrici, accompagnati da 400.000 sostituzioni annue. Gli sprechi nell’illuminazione, valutabili nel 25% dei consumi relativi, corrispondono ad un risparmio potenziale di 2 Mtep primari.

    Il condizionamento estivo, sempre più diffuso, e non governato, può da solo mettere in crisi la sostenibilità del settore civile e la capacità della rete nazionale di fornire energia elettrica agli utenti dei frigoriferi.





    Quinto punto



    A seguito delle crisi energetiche degli anni ’70, una serie di provvedimenti ha migliorato l’efficienza energetica italiana in modo tale che, a distanza di trent’anni, si può constatare che il settore industriale ha ridotto la propria intensità energetica del 45%, anche per notevoli cambiamenti nel mix produttivo. Quello dei trasporti, maggiore problema nazionale per la sostenibilità, l’ha incrementata del 25%; quello del civile (residenziale e terziario) l’ha ridotta di circa il 20%.



    Il più importante documento Comunitario sull’efficienza energetica nell’edilizia riguarda i processi di gestione dell’edificio e solo indirettamente quelli di costruzione. Si tratta della Direttiva 2002/91/CE, il cui carattere è generale, rinviando agli stati membri le specifiche norme applicative.



    La Direttiva conferma in modo fermo lo stretto legame intercorrente fra energia ed ambiente.



    Gli articoli più importanti riguardano:

    metodologia di calcolo del rendimento energetico degli edifici, stabilita a livello nazionale o regionale;
    fissazione di requisiti minimi di rendimento;
    progettazione, per i nuovi grandi edifici, di sistemi di energia decentrati basati su fonti rinnovabili, di sistemi di riscaldamento e climatizzazione a distanza;
    eventuale introduzione di sistemi a pompe di calore;
    miglioramenti di rendimento energetico obbligatori nelle grandi ristrutturazioni;
    obbligatorietà della certificazione energetica nelle fasi di costruzione,compravendita o locazione, con validità massima di dieci anni;
    ispezione, manutenzione o sostituzione delle caldaie;
    ispezione dei sistemi di condizionamento dell’aria;
    qualificazione ed indipendenza degli esperti;
    informazione.

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    Protocollo di Kyoto e efficienza energetica


    Primo punto



    L’intensità energetica dell’Italia – la quantità di energia consumata per unità di PIL – è rimasta sostanzialmente stabile dal 1990 al 2003, con una flessione dell’1,6%. In Europa, nello stesso periodo, è invece scesa del 6%. Il vantaggio dell’Italia, dovuto ad un paniere di beni e servizi meno energivoro, ad un clima mite ed a un livello più basso di consumi pro capite, è stato perciò vanificato. Per rispettare il Protocollo di Kyoto e prepararsi ai successivi obiettivi di più consistenti riduzioni delle emissioni di CO2, entro il prossimo decennio è necessario tenere ferma la quota di carbone, ridurre la quota del petrolio dall’attuale circa 49% al 39%, incrementare lievemente la quota di gas dal 31% al 36% e portare l’energia primaria da fonti rinnovabili dall’attuale 7% al 12%.

    Per realizzare questi obiettivi occorre un forte aumento dell’efficienza energetica, riducendo la domanda di energia dal valore di 185 Mtep nel 2000 al valore di 170 Mtep nel 2010 (la manovra necessaria deve valutarsi intorno a 30 Mtep, rispetto ai valori tendenziali), con una riduzione del consumo dei fossili, da 162.6 nel 2000, a 140 Mtep nel 2010. Per avere un consistente incremento di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, poiché i positivi incrementi di produzione di energia idroelettrica e geotermica possibili sono molto contenuti, è necessario un grosso sforzo di sviluppo dell’eolico, ormai competitivo, del solare fotovoltaico, del solare termodinamico a concentrazione lineare e dell’utilizzo energetico delle biomasse. Un ulteriore aumento di fonti rinnovabili può venire, infine, dall’estensione dell’utilizzo dei collettori solari per produrre calore, in particolare acqua calda, dall’utilizzo del solare termico e dai biocarburanti.

    Non ha invece alcun senso riproporre un ritorno all’energia nucleare da fissione, ormai marginale ed in abbandono quasi ovunque nel mondo, per ragioni di costi troppo elevati e delle difficoltà ad assicurare sicurezza ambientale del ciclo nucleare (produzione del combustibile, gestione delle centrali, trasporto e stoccaggio delle scorie radioattive e decommissioning della centrale a fine vita). La politica della destra in campo energetico punta su un consistente aumento dell’offerta elettrica (con un forte incremento della costruzione di nuove centrali), su un forte aumento dell’utilizzo del carbone (con tecnologie tradizionali, non in grado di affrontare la riduzione delle emissioni di anidride carbonica): una politica arretrata, per nulla innovativa e, in prospettiva, obsoleta e non competitiva, in contrasto con gli impegni sottoscritti dall’Italia in applicazione del protocollo di Kyoto, ormai in vigore, e degli impegni successivi già in via di definizione.





    Secondo punto



    E’ necessario un vero e proprio “programma nazionale per l’efficienza energetica”, con l’impegno complessivo di riduzione di 30 Mtep, articolato per regioni e per settori, accompagnato dalle seguenti misure:

    incremento della efficienza energetica dei processi produttivi e dei prodotti con l’utilizzo delle migliori tecnologie disponibili;
    incremento della efficienza energetica degli edifici e dei sistemi di riscaldamento e rinfrescamento;
    standard energetici obbligatori e agevolazioni per gli elettrodomestici efficienti;
    standard energetici obbligatori e agevolazioni per motori elettrici industriali a più bassi consumi;
    aumento dell’impegno delle compagnie energetiche per promuovere prodotti e servizi di risparmio energetico;
    facilitazioni di accesso al credito ed agevolazioni fiscali per investimenti in risparmio energetico;
    agevolazioni per interventi edilizi con finalità di risparmio energetico;
    incremento dell’efficienza energetica delle centrali elettriche;
    sviluppo della cogenerazione industriale e urbana;
    incremento dell’efficienza energetica dei mezzi e delle modalità di trasporto, potenziando i servizi alternativi;
    accordi volontari, nazionali e regionali, per incrementare l’efficienza energetica;
    introdurre negli strumenti di pianificazione la finalità di incremento dell’efficienza energetica, connettendo ad essa una dimensione programmatica ed operativa legata ad una quota dei bilanci;
    pieno utilizzo del metodo europeo del “terzo finanziatore”, agevolando gli acquisti di apparecchiature ad alta efficienza per gli utenti.




    Terzo punto



    Per promuovere un forte incremento delle fonti energetiche rinnovabili (12% delle fonti primarie e 25% dell’energia elettrica entro il 2010), occorre rivedere e potenziare il sistema vigente dei certificati verdi, reso, tra l’altro, meno incisivo dalle iniziative del governo.

    Occorre porre in capo al gestore della rete l’obbligo di sostenere le spese di connessione per le fonti rinnovabili. Il meccanismo del certificato verde deve essere adeguato e di lungo termine. Deve assicurare una tariffa d’ingresso adeguata per almeno 10 anni, anche graduata nell’importo, accompagnata da un contratto di cessione di 20 anni (tra periodo di incentivo e periodo di mercato). Gli impegni per l’efficienza e le fonti rinnovabili presentano anche una forte dimensione di rapporto con il territorio, che va valorizzata a tutti i livelli. Negli interventi, dopo la priorità dell’efficienza nei settori di consumo, industria, civile e trasporti, e dell’attuazione di impianti che utilizzano fonti rinnovabili, dovranno essere quindi considerate le possibilità della cogenerazione e della revisione ambientale degli impianti esistenti, rendendo residuale l’impegno eventuale di nuovi siti per impianti termoelettrici.

    Tutto ciò richiede un forte, nuovo impegno delle istituzioni pubbliche, ai vari livelli. Occorre definire un vero e proprio Piano energetico-ambientale nazionale, in cooperazione con le Regioni. Altrettanto importante sarà la cooperazione delle Regioni con le Province ed i Comuni.

    L’idrogeno può diventare il vettore energetico per accumulare, trasportare e impiegare energia pulita, con un grande ruolo nel nuovo secolo, grazie anche al favorevole accoppiamento alle fonti rinnovabili, dovuto alla possibilità di stoccaggio meno limitate di quelle dell’energia elettrica.

    L’idrogeno, non essendo disponibile in natura in forma direttamente utilizzabile come fonte energetica, va prodotto impiegando una certa quantità di energia, che è maggiore di quella disponibile nel punto di impiego: il vantaggio consiste nella possibilità di disporre di energia pulita nei centri urbani. L’ideale sarebbe produrre l’idrogeno ricavandolo dall’acqua con l’impiego di energia rinnovabile (sole, vento, biomassa, idroelettrica): ciò ha, per ora, costi elevati. Costi relativamente minori si hanno producendo idrogeno con l’impiego di combustibili fossili, ma, in questo caso, si ha produzione di carbonio che, se liberato in atmosfera, concorre ai cambiamenti climatici. Solo se la ricerca e le sperimentazioni sul confinamento stabile e sicuro dell’anidride carbonica, avessero esiti positivi, anche le fonti fossili potrebbero essere utilizzate per produrre idrogeno ed energia elettrica, senza emissione di gas serra.

    Le tecnologie di produzione, trasporto e utilizzo dell’idrogeno sono ormai disponibili, ma a costi ancora elevati. L’Italia deve incrementare il proprio impegno, con adeguati investimenti, nella ricerca per l’idrogeno, per migliorare la propria presenza in un settore strategico, ben sapendo però che siamo ancora lontani dalla possibilità di un impiego esteso di tale vettore energetico.





    Quarto punto



    In termini di intensità energetica (energia consumata per produrre una unità di Pil), l’Italia appare un Paese virtuoso. La nostra intensità energetica (meno di 0,2 kg equivalenti di petrolio per ogni euro prodotto) è la più bassa fra i paesi sviluppati, pari a metà di quella degli USA. Questa considerazione non deve indurre un atteggiamento di trascuratezza nei confronti dei problemi energetici, in quanto l’Italia importa l’84% dell’energia che consuma ed è contemporaneamente un Paese ambientalmente fragile. Esaminando i diversi settori economici, l’industria risulta aver diminuito la propria intensità energetica di circa il 45% nell’ultimo trentennio, anche per forti cambiamenti nel mix dei prodotti. I trasporti, grande problema nazionale, risultano peggiorati (aumento del 25%), il civile (residenziale e terziario) risulta migliorato (diminuzione del 20%).

    In realtà il miglioramento del civile è soprattutto apparente. Occorre ricordare che la statistica dei consumi energetici negli usi finali viene elaborata sommando alla pari consumi elettrici e consumi termici. Per valutare gli impatti ambientali è invece necessario riferirsi ai consumi primari. Pertanto è necessario sommare i contributi dei diversi vettori energetici dividendo ognuno per il relativo rendimento di produzione e distribuzione. Per esempio, per il metano che viene usato nell’edificio tale rendimento si aggira sul 90%, ma per l’energia elettrica non supera il 30%. Il mix dei vettori energetici usati nel civile ha avuto una forte evoluzione temporale nell’ultimo trentennio. La percentuale di elettricità, dell’11% nel 1971, è passata al 26% nel 2000, quando la diffusione dei condizionatori elettrici stava solo iniziando.

    I margini per aumentare l’efficienza energetica sono molto ampi. Tale aumento dell’efficienza spesso è, anche economicamente, conveniente. I nostri sistemi di produzione ed i nostri modelli di consumo, infatti, sono cresciuti in presenza di un’energia fossile abbondante e a basso costo, con un sistema dei prezzi che non teneva in nessun conto i costi ambientali.

    La costruzione e ristrutturazione degli edifici e la loro gestione rappresenta circa il 45% del consumo nazionale di energia in termini primari, cioè riferito ai circa 190 Mtep (milioni di tonnellate equivalenti di petrolio). Inoltre, mentre il totale nazionale mostra tassi d’aumento minori dell’1% annuo, il settore civile, a causa della progressiva crescita della sua percentuale elettrica, aumenta i propri consumi primari, e le relative emissioni, del 2% annuo.

    Un risultato auspicabile potrebbe corrispondere al 20% del consumo e delle emissioni riferito ai circa 84 Mtep nel 2000.

    La gestione del civile è responsabile di oltre 70 Mtep. Tale quantità sta aumentando con un tasso annuo del 2%, mentre il totale nazionale aumenta con un tasso dell’1%. E’ ovvio pensare ad ulteriori aumenti, elettrici e primari, legati alla diffusione dei condizionatori.

    Ai consumi legati alla gestione si possono sommare quelli dovuti alla costruzione e ristrutturazione degli edifici, per un totale di 11 Mtep. Questi ultimi sono nel complesso valutabili con scarsa precisione, a causa dell’esteso sommerso.

    Il riscaldamento è ancora il maggiore consumo energetico del civile. Ognuna dei circa 19 milioni di unità abitative dotate di impianto fisso di riscaldamento consuma in media una tonnellata di petrolio all’anno per questa funzione. Quindi, in cinque anni si consuma, per il solo riscaldamento, una quantità di energia pari a quella necessaria per la costruzione dell’unità abitativa. Gli anni scendono a tre considerando anche gli altri consumi.

    Ovviamente nel terziario sono fortemente presenti illuminazione e condizionamento, che portano ad una percentuale di elettricità negli usi finali del 45%, mentre nel residenziale esiste una maggiore articolazione.

    I consumi per la produzione di acqua calda sanitaria assommano (anno 2000) a 3,3 Mtep (12% degli usi finali nel residenziale). L’impianto per la produzione di acqua calda è presente in praticamente tutte le abitazioni. Purtroppo sono ancora presenti circa 8 milioni di scaldacqua elettrici, accompagnati da 400.000 sostituzioni annue. Gli sprechi nell’illuminazione, valutabili nel 25% dei consumi relativi, corrispondono ad un risparmio potenziale di 2 Mtep primari.

    Il condizionamento estivo, sempre più diffuso, e non governato, può da solo mettere in crisi la sostenibilità del settore civile e la capacità della rete nazionale di fornire energia elettrica agli utenti dei frigoriferi.





    Quinto punto



    A seguito delle crisi energetiche degli anni ’70, una serie di provvedimenti ha migliorato l’efficienza energetica italiana in modo tale che, a distanza di trent’anni, si può constatare che il settore industriale ha ridotto la propria intensità energetica del 45%, anche per notevoli cambiamenti nel mix produttivo. Quello dei trasporti, maggiore problema nazionale per la sostenibilità, l’ha incrementata del 25%; quello del civile (residenziale e terziario) l’ha ridotta di circa il 20%.



    Il più importante documento Comunitario sull’efficienza energetica nell’edilizia riguarda i processi di gestione dell’edificio e solo indirettamente quelli di costruzione. Si tratta della Direttiva 2002/91/CE, il cui carattere è generale, rinviando agli stati membri le specifiche norme applicative.



    La Direttiva conferma in modo fermo lo stretto legame intercorrente fra energia ed ambiente.



    Gli articoli più importanti riguardano:

    metodologia di calcolo del rendimento energetico degli edifici, stabilita a livello nazionale o regionale;
    fissazione di requisiti minimi di rendimento;
    progettazione, per i nuovi grandi edifici, di sistemi di energia decentrati basati su fonti rinnovabili, di sistemi di riscaldamento e climatizzazione a distanza;
    eventuale introduzione di sistemi a pompe di calore;
    miglioramenti di rendimento energetico obbligatori nelle grandi ristrutturazioni;
    obbligatorietà della certificazione energetica nelle fasi di costruzione,compravendita o locazione, con validità massima di dieci anni;
    ispezione, manutenzione o sostituzione delle caldaie;
    ispezione dei sistemi di condizionamento dell’aria;
    qualificazione ed indipendenza degli esperti;
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    Predefinito

    L’innovazione ecologica dell’industria


    Primo punto

    Molti degli attuali impianti industriali entro il 2007 dovranno essere nuovamente autorizzati e adeguati in base alla Direttiva europea 96/61/CE sulla prevenzione e riduzione integrata dell’inquinamento (IPPC). La stessa Direttiva si applica anche alle nuove autorizzazioni.

    L’applicazione di questa direttiva richiede che:

    § siano adottate misure di prevenzione dell’inquinamento, applicando le migliori tecnologie disponibili;

    § l’impianto non provochi inquinamenti significativi;

    § si prevenga la produzione di rifiuti e si recuperino quelli prodotti;

    § l’energia sia utilizzata in maniera efficiente;

    § siano prese misure necessarie per prevenire incidenti;

    § il sito non sia inquinato e che, al momento della cessazione delle attività, sia ripristinato e risanato.



    L’applicazione di questa Direttiva è un’occasione decisiva per la modernizzazione ecologica di una parte consistente dell’industria italiana.

    Le certificazioni ambientali di prodotto (ECOLABEL), di organizzazione e gestione (ISO 14001 o EMAS), anche se sono in aumento, riguardano ancora un numero limitato di prodotti e di imprese italiane. La certificazione consente di migliorare la qualità ambientale dei prodotti e dei processi produttivi, ma comporta anche un valore aggiunto per la competitività dei prodotti e delle imprese. Occorre far diventare la certificazione ambientale un fatto di massa delle imprese italiane. In Italia ci sono circa 200 distretti che raccolgono una parte rilevante delle piccole e medie imprese. Il distretto dovrebbe diventare un riferimento per politiche ambientali più efficienti per le piccole e medie imprese, con servizi ambientali comuni, supporto tecnico, strumenti di controllo e di gestione ambientale. Un’industria ambientale ben organizzata, tecnologicamente avanzata ed economicamente forte, è necessaria per far avanzare politiche ambientali e di sviluppo sostenibile. Tale industria riguarda ormai diversi settori con migliaia di imprese: dalla gestione dei rifiuti al riciclo di diversi materiali; dalla depurazione delle acque all’abbattimento degli inquinanti in aria fino alla bonifica dei siti inquinati; dai materiali di costruzione non nocivi ai prodotti ecologici; dagli impianti per fonti energetiche rinnovabili sino ai servizi e ai prodotti ad alta efficienza energetica; dalle apparecchiature di controllo e monitoraggio degli inquinanti fino ai servizi di supporto tecnico e di gestione ambientale.

    Secondo punto

    Una politica ambientale avanzata e di buona qualità, può diventare un fattore di sviluppo di nuova e buona occupazione e di riqualificazione dell’industria italiana, migliorandone l’efficienza (nella gestione delle risorse, nell’impiego di energia e di materiali), la qualità e l’immagine dei suoi prodotti (il Made in Italy è un fattore di successo se legato alla qualità e alla bellezza), il rapporto tra impresa e territorio. Per affermare questa prospettiva è indispensabile ristrutturare l’attuale incentivazione pubblica a favore delle imprese, in modo da massimizzare l’innovazione tecnologica ambientale di prodotto e di processo.

    Più che incentivi e aiuti a fondo perduto, occorre che le agevolazioni creditizie e fiscali favoriscano la modernizzazione ecologica, in particolare l’attuazione della Direttiva 96/61/CE, l’estensione massiccia della certificazione ambientale e le politiche di distretto per le PMI.

    In Italia sono stati dati aiuti pubblici a vari settori industriali: dalla siderurgia alla chimica, dall’edilizia all’auto. Poco o nulla di specifico è stato fatto a favore di un settore industriale strategico per l’infrastrutturazione ecologica del Paese: l’industria ambientale che comprende ormai molte e diversificati rami d’attività.

    L’infrastrutturazione ambientale riveste un interesse strategico soprattutto per il Mezzogiorno.

    A livello nazionale e regionale, va riqualificato in particolare il sistema degli “accordi volontari”, sulla base di precisi obiettivi di politica industriale, di semplificazione normativa, di tutela ambientale.

  7. #7
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    Predefinito I Ds E L Amore Per L Ambiente

    Associazione per delinquere, disastro ambientale, turbativa d'asta, truffa aggravata e traffico illecito di rifiuti. Questi i reati per cui sono stati arrestate 31 persone e indagati altre 68 tra imprenditori, professionisti, funzionari pubblici, appartenenti alle forze dell'ordine e ad enti
    Ecomafie
    amministrativi di controllo. Tutto nel corso di un vasta operazione dei Noe, il nucleo ecologico dei Carabinieri, in corso dalle 4 di questa mattina in tutto il centro-nord.

    Nell’operazione, denominata Sinba (Siti di interesse nazionale bonifiche attivate), sono stati impegnati oltre 400 carabinieri in collaborazione con dieci comandi provinciali di Toscana, Liguria, Lombardia e Veneto, e coordinato dalla Procura della Repubblica di Massa Carrara. Hanno eseguito 120 perquisizioni e 200 sequestri fra opere pubbliche, impianti industriali e centinaia di automezzi.

    «L'indagine - dicono gli inquirenti - ha svelato l'esistenza di un’articolata organizzazione che si occupava del traffico
    illecito di rifiuti, provenienti dalla bonifica di siti inquinati, che venivano interrati e nascosti in ripristini ambientali e in altre opere pubbliche».

    In un solo anno di attività l’organizzazione eco-criminale avrebbe smaltito illecitamente almeno 1.200.000 tonnellate di rifiuti, realizzando un profitto di circa 90 milioni di euro. Secondo le indagini, l'organizzazione riusciva a condizionare alcuni enti pubblici per ottenere l'aggiudicazione degli appalti, servendosi di organi amministrativi di controllo e di appartenenti alle forze di polizia. Commissionando inoltre la sistematica falsificazione dei certificati e dei documenti di trasporto dei rifiuti.

    24 ottobre 2005

    Ha rimesso il mandato nelle mani dei partiti di maggioranza, il sindaco di Carrara, Giulio Conti, dei DS. Una decisione a sorpresa, giunta a una settimana esatta dal blitz dei carabinieri del Noe che, lunedì 24 ottobre, erano arrivati la mattina presto in Comune e nelle case dei tanti indagati nell'ambito dell'operazione “Sinba” (Siti di interesse
    Discarica abusiva
    nazionale Bonifiche attivate), un’inchiesta sullo smaltimento di rifiuti pericolosi che ha coinvolto aziende, funzionari pubblici e appartenenti alle forze dell'ordine.

    Il consiglio comunale di un paio di giorni fa era stato convocato proprio per fare il punto dopo il blitz che aveva coinvolto come indagati i componenti dell’ufficio ambiente del Comune oltre che il direttore generale del Comune e i vertici della società multiservizi Amia di proprietà dell'amministrazione comunale. Il sindaco ha annunciato la sua decisione ai colleghi della giunta e poi nell’aula consiliare dove è stato respinto il documento proposto dalla minoranza che chiedeva le immediate dimissioni del sindaco e dell' amministrazione, mentre è passato l’ordine del giorno dei partiti della maggioranza con cui ci si impegna a una verifica a tutto campo nelle sedi opportune sulla questione del mandato messo a disposizione dal sindaco.

    Maggioranza e minoranza si sono tuttavia messe d’accordo per costituire una commissione di indagine sugli atti amministrativi legati ai rifiuti, che sarà formata da cinque membri di maggioranza e tre della minoranza. Dalle indagini sarebbe emerso che aziende private per lo smaltimento dei rifiuti condizionavano gli amministratori degli enti pubblici aggiudicandosi appalti per lo smaltimento di quelli pericolosi, che poi utilizzavano - anche con la copertura di funzionari pubblici e appartenenti alle
    Discarica
    forze dell’ordine - come materiali di riempimento in attività di ripristino ambientale. Il tutto con un ricavo per l’organizzazione di oltre 90 milioni di euro in poco più di un anno e con un danno dello stesso ordine di grandezza per le amministrazioni pubbliche che ora dovranno bonificare i siti inquinati. Al centro dell’inchiesta, coordinata dal pm di Massa Leonardo Tamborini e portata avanti dai carabinieri del Noe, circa 1,2 milioni di tonnellate di rifiuti smaltiti illegalmente.

    L'inchiesta, che si è sviluppata anche in Liguria, Lombardia e Veneto, oltre che in Toscana, ha portato all' arresto di 31 persone (17 agli arresti domiciliari) delle 68 che risultano indagate. Oltre 400 i militari impiegati, 120 le perquisizioni e 200 i sequestri effettuati. Oltre che del reato di
    associazione per delinquere gli arrestati sono indagati a vario titolo anche di disastro ambientale, peculato, corruzione, abuso d' ufficio, falso, truffa, traffico di rifiuti. Fra i lavori di bonifica che l' organizzazione si era aggiudicata - condizionando, secondo gli inquirenti, gli enti appaltanti - anche alcune opere di rilievo nazionale come quello del porto di La Spezia e quello per lo smaltimento dei rifiuti alluvionali di Carrara. In quest' ultimo caso, in particolare, gli investigatori hanno documentato che il bando di gara era stato dettato al telefono all' impresa che poi lo aveva vinto.

    3 novembre 2005

  8. #8
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    vallo a dire ai ds di reggio autori di veri scempi edilizi in questa città

 

 

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