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  1. #11
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    Citazione Originariamente Scritto da Talib
    apprendo ora da altra sede che in certi ambienti cattolici si insegna che Gesù Cristo sarebbe "un'invenzione della tarda comunità cristiana costantiniana, utilizzato come eziologia di un codice di detti morali di autore ignoto]".
    si ma costoro sono chiaramente degli eretici, non si può ,essere cristiani e ngare l'esistenza di Gesù Cristo; è di per sè una contradizione logica.

  2. #12
    Murat
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    Citazione Originariamente Scritto da uva bianca
    si ma costoro sono chiaramente degli eretici, non si può ,essere cristiani e ngare l'esistenza di Gesù Cristo; è di per sè una contradizione logica.
    Spiegalo a quelli che insegnano questi contenuti nei seminari e nelle università cattoliche.

  3. #13
    memoria storica
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    ma.. non mi sembra il caso, dovrebbero saperlo di già; altrimenti si può benissimo affermare che non sono qualificati per il ruolo che ricoprono.

  4. #14
    **********
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    Predefinito Una profezia che si avvera?

    Racconta Luca (19:43) che Gesù pianse su Gerusalemme: «verranno giorni … in cui i tuoi nemici ti circonderanno con un muro. Ti circonderanno completamente e ti avranno da ogni parte». E' una profezia della fine: «distruggeranno te e i tuoi abitanti e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai conosciuto il giorno della tua visitazione».
    Un muro?
    Le traduzioni comuni dicono: «ti circonderanno di trincee». Ma la parola greca è karax, e significa «installazione militare che implica l'uso di pali». Dunque palizzata, o piuttosto un terrapieno con una palizzata in cima. Gesù usa un termine della tecnica di assedio. Sappiamo che è già accaduto.

    Fu certo un terrapieno con palizzata quello che Tito fece costruire attorno alla città: un apparato d'assedio ben noto ai romani. Tito, il generale, avrebbe voluto evitarlo e compì un assalto che sperava decisivo con macchine da guerra. Ma un'azione ingegnosa degli ebrei assediati mandò all'aria il piano di una soluzione rapida. Tito dovette rassegnarsi ad un assedio forse lungo. E fece costruire dai legionari attorno a Gerusalemme il terrapieno. Oggi stentiamo a capire il motivo della sfida radicale che gli ebrei osarono contro Roma. Cosa li inducesse a sperare, anzi a credere, di poter vincere la superpotenza. Il motivo era il «tempio» nel cuore di Gerusalemme. Al «tempio» gli ebrei attribuivano l'invulnerabilità. Nel santuario era la «presenza reale» (Shekinah) di Dio: e secondo la promessa, essa garantiva l'indistruttibilità di Israele e della sua città. Nessuna forza umana poteva travolgere il popolo, nessuna forza storica disperderlo, finché fosse rimasto in piedi il «tempio».

    E' una credenza antica. Geremia il profeta, che visse fino al 587 avanti Cristo, la denuncia in modo chiaro: «Rubate, uccidete, commettete adulteri, giurate il falso…e poi venite dinanzi a me in questa casa dove si invoca il Nome mio, e dite: 'siamo salvi!'» (7,10). Dunque ritenevano che il «tempio» in sé li preservasse, nonostante le loro infedeltà, nonostante le idolatrie, gli omicidi e gli spergiuri. Come se Dio fosse il loro strumento, obbligato a proteggerli. I profeti inviati uno dopo l'altro li ammonivano del contrario: la garanzia d'invulnerabilità, la protezione divina erano condizionate alla fedeltà d'Israele. Rispondevano gridando, come attesta ancora Geremia (7,4) : «abbiamo il 'tempio'! Abbiamo il 'tempio'! 'tempio' del Signore è questo!». Per questo leviti e sacerdoti comminavano la morte a coloro che «profetizzavano contro il 'tempio'».

    Per i sacerdoti, «profetare contro il 'tempio'», annunciarne la distruzione, equivaleva a incredulità. Geremia stesso si salvò a stento: e potè vedere quello che aveva annunciato, la caduta di Gerusalemme e la deportazione degli ebrei a Babilonia, nel 587. Ezechiele vedrà la Shekinah uscire dal «tempio» e allontanarsi (Ezechiele 10, 18), votandolo alla distruzione. A perdere Gesù, processato di notte davanti al Sinedrio, fu il testimone che depose: «costui ha dichiarato: posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni» (Matteo, 26,61).
    Non c'è bisogna di altra testimonianza, grida il sommo sacerdote: ha profetizzato contro il «tempio». Ha dubitato della potenza preservatrice di Dio. Gesù intendeva «il Tempio del Suo corpo», ma il Sinedrio lo intese, volle intenderlo, nel senso letterale. L'immane edificio era lì, e assicurava con la sua megalitica potenza anche i discepoli. «Guarda che pietre e che costruzione!».
    Gesù rispose: «non ne resterà pietra su pietra».

    Ma per i giudei, non era possibile. Il «tempio» che si elevava nel mezzo di Gerusalemme, il suo scudo, era quello ricostruito dai reduci dall'esilio babilonese. Un'opera misera, in legno, al confronto del primo magnifico tempio di Salomone distrutto. Ma su questo «tempio» stava l'assicurazione ulteriore del profeta Aggeo (2,7-9): «sembra un niente ai vostri occhi…ma la gloria di questa casa sarà maggiore della prima, dice il Signore degli eserciti, e a questo luogo io darò la pace … i tesori di tutti i popoli affluiranno e riempiròdi gloria questa casa». Giustamente, gli ebrei interpretarono questa profezia così: perché il più modesto «tempio» avrà maggior gloria?
    Perché vedrà il Messia. Tale è il senso dei «tesori dei popoli» che affluiscono, della «pace»: segni messianici. San Girolamo forza la lettera ma non lo spirito del versetto 7 di Aggeo, quando traduce il testo ebraico («affluiranno tesori di tutte le genti») con «muoverò tutte le genti, e verrà il desiderato da tutti i popoli». Così intendevano gli ebrei.
    E ne concludevano: finchè non verrà il Messia, il «tempio» starà.

    Anche a Stefano, il primo martire, fu fatale l'accusa di profetare contro il «tempio»: «costui non cessa di proferire parole contro questo luogo sacro» (Atti, 6, 13). Quando lapidarono Stefano, Gesù era già stato suppliziato, eppure il «tempio» stava ancora ritto, invulnerabile. Gesù il Galileo, dunque, non era il Messia? Si sapeva, si indovinava che l'avvento del Messia avrebbe segnato la fine del «tempio», perché da allora non si sarebbe più adorato nel «luogo santo» ma «in spirito e verità» (Giovanni 4, 21-24). Ma quel tempo non era ancora venuto. Non passò «questa generazione», e Gerusalemme era circondata dalla muraglia romana, opera d'assedio, stante la profezia di Cristo (1). Ma gli assediati erano sicuri: «Abbiamo il 'tempio'!».

    E' singolare notare come nemmeno Tito volesse distruggere il «tempio». Vespasiano suo padre, tornato a Roma per esservi acclamato imperatore, aveva dato ordini precisi in questo senso. Lo dice un testimone insospettabile: Giuseppe di Mattia, Giuseppe l'ebreo, lo storico della «Guerra Giudaica». Nato nel 38 d.C da importante famiglia sacerdotale, erudito delle «cose della mia nazione», Giuseppe era stato in ambasciata a Roma meno che trentenne presso Nerone, e lì (grazie ad un mimo giudeo favorito a corte) conquistato il favore di Poppea, la giudaizzante. Quando torna in patria, nel 66, trova il suo Paese in piena volontà di rivolta fondamentalista. Viene inviato a comandare la piazzaforte di Gamala «la meglio fortificata della regione di Galilea», contro i Romani.

    Ma Giuseppe ha visto da vicino la potenza di Roma. Accortamente, capitola dopo 47 giorni. Si consegna e a suo dire profetizza, al generale nemico Vespasiano, la corona imperiale. La «profezia» di Giuseppe si realizza nel 69. L'accorto ebreo, liberato, ormai Giuseppe «Flavio» per gratitudine imperiale, assiste accanto a Tito all'assedio di Gerusalemme. Ne diverrà il cronista.
    Perfettamente conscio non solo dell'evento storico, ma della sua risonanza teologica ebraica. Mostra l'avverarsi della profezia di Cristo passo dopo passo, contro il concorso di tutte le volontà. Tito, non forse in quanto «delizia del genere umano», ma per ovvio calcolo politico (un assedio è costoso e usurante) annuncia agli assediati che chiunque si sarebbe consegneto avrebbe avuto salva la vita. Diversi si consegnano.
    Uno di loro ha ingoiato, prima, delle monete d'oro per assicurarsi il futuro.
    Un mercenario lo sorprende mentre, tra le sue feci, recupera il tesoro.

    Tito ha pochi legionari regolari e molti «ausiliari» di leva locale, arabi e berberi tribali, mercenari. Questa soldataglia si dà a sbudellare e squartare ogni ebreo che si è arreso, nella speranza di trovare oro nelle loro viscere. Tito decreta la morte per questi feroci, ma è costretto a lasciar correre: teme una rivolta fra quelle truppe infide. Da quel momento, in città ogni resa è preclusa per la paura dei mercenari. E dentro Gerusalemme si scatena un inferno di follia: i super-religiosi zeloti diventano aguzzini e stupratori della loro gente, fazioni rivali si distruggono a vicenda le scarse scorte di viveri, madri mangiano i figlioletti.
    Attorno al «tempio», sotto gli occhi della Presenza Reale.
    Tito, con «l'ordine del giorno» del 7 agosto del 70 ingiunge ancora, prima dell'assalto finale, di risparmiare il «tempio» ad ogni costo.

    Ma il penetrale del «tempio» è fatto di legno vecchissimo, risalente a mezzo millennio prima, e coperto di foglie d'oro; i ribelli vi hanno per di più organizzato l'ultima resistenza. In breve, nella battaglia si accende un incendio forse accidentale; la vista dell'oro che fonde sui vecchi tronchi rende pazzi di avidità i soldati di Tito.
    Racconta Giuseppe Flavio che «Tito, visto inutile ogni altro intervento, con alcuni alti ufficiali si spinse fin dentro il 'Santo dei Santi'… Qui tentò di obbligare i soldati a rispettare il luogo santo; ma né la sua autorità, né le bastonate che largamente distribuiva domarono le belve».
    Alla sera, del «tempio» invulnerabile non restavano che ceneri fumanti.
    Si era avverata la profezie di Gesù: «non resterà pietra su pietra», «la tua casa sarà lasciata deserta».
    Oggi, un «muro» assai più ampio circonda Gerusalemme.
    Lo ha costruito Sharon, come protezione suprema, invulnerabile.
    Il «muro» è alto otto metri, circonda da ogni parte la «terra santa» per oltre 600 chilometri, ed è fornito di fili elettrificati, dei più sofisticati segnali d'allarme elettronici.
    Non è «quel» «muro» di cui profetò Gesù. Non può essere.

    Eppure per secoli, la Chiesa e i suoi Padri, hanno creduto: le profezie di Gesù che riguardavano la caduta di Gerusalemme sotto le legioni di Tito, riguardano anche la fine dei tempi.
    Nella visione di Cristo, è come si sovrapponessero i due eventi: quello più vicino e il lontano, di cui non sappiamo il giorno e l'ora. Disse: «quando vedrete l'abominio della desolazione posta sul luogo santo (chi legge intenda) allora quelli che si trovano in Giudea fuggano sui monti, chi si trova sulla terrazza non scenda a prendere la roba, chi in campagna non torni indietro a prendere il mantello» (Matteo 24,15-21). Palesemente, «l'abominazione della desolazione sul luogo santo» è la profanazione del «tempio».
    Ma non solo quella dell'assalto romano.
    Non fu per gli assediati di allora che raccomandò di fuggire sui monti (non potevano), né per loro che disse: «chi è sul terrazzo non scenda nella casa».
    Pare che voglia mettere in guardia da un evento letale molto più rapido, fulmineo, da non lasciare il tempo nemmeno di prendere il mantello.
    Tanta rapidità era ignota alle armate del suo tempo; noi la conosciamo,
    Hiroshima l'ha conosciuta, l'ha conosciuta Dresda.

    E non per loro disse: «Pregate che ciò non accada d'inverno, perché vi sarà allora una tribolazione quale non è mai stata dall'origine del mondo, né vi sarà mai».
    Allora era il caldo mese di Loos, l'agosto.
    E quale «tribolazione» può essere peggiore delle Hiroshima, dei Gulag, dei lager che abbiamo vissuto?
    L'ultima. L'estrema. Nello sguardo divino due tempi si sovrappongono, il primo e tremendo è solo una prefigurazione dell'estremo.
    E ancora una volta gli ebrei si sentono sicuri come non mai, con tutto il loro armamento atomico, il loro alleato superpotente, il loro «muro». Invulnerabili.
    Ma lo sono?
    San Paolo dice: «quando diranno pace e sicurezza, allora verrà la fine».
    Una fine subitanea.
    E' forse quella che fulmina Isaia dalla notte dei tempi: «giacchè voi ripudiate questo oracolo e confidate in ciò che è perverso e tortuoso/ questa colpa sarà per voi come una crepa cadente / che rigonfia un alto muro/ e lo fa crollare in un istante».
    Ancora è questione di un «muro».
    Non sarà «questo» «muro»?

    Vedo l'obiezione: Gesù disse che «i nemici ti circonderanno di un muro», ed ora non sono i nemici, ma i difensori d'Israele ad aver elevato il muro.
    Ma non è il parere dei pii rabbini del «Neturei Carta», il piccolo resto di ebrei che ritengono il moderno Israele non già il compimento della promessa, ma una sua contraffazione satanica, perché fondato sulla violenza.
    «Neturei Carta» significa «Guardiani della Città» e viene da quella antica storia che si narrano i pacifisti religiosi ebrei.
    Un rabbino entra in una città e chiede: «chi sono i guardiani di questa città?».
    Gli rispondono orgogliosi gli abitanti: «abbiamo i soldati, gli arcieri».
    E lui: «questi sono i distruttori della città! I guardiani della città che cerco sono coloro che pregano Dio con speranza».
    Dunque anche loro sarebbero d'accordo: sono i nemici d'Israele quelli che l'hanno circondata oggi d'un muro ciclopico.

    Maurizio Blondet

    -----------------------------------------------------------------------
    Note

    1) Naturalmente, la «critica scientifica» la considera una profezia post-factum, interpolata dalla prima comunità fra le parole di Cristo. Anzi i Vangeli vengono «scientificamente» datati a dopo il 70, proprio perché questa profezia «non poteva» essere stata pronunciata prima della caduta di
    Gerusalemme. Questo si insegna nelle facoltà teologiche pontificie, e ai seminaristi. Di fatto, si insinua che Gesù era incapace di predire il futuro, cosa che pur riuscì ai profeti prima di Lui. Sarebbe interessante capire se questi teologi ufficiali credono o no che Gesù sia risorto, miracolo assai più difficile. Se credono che sia il Figlio di Dio.

    FONTE

  5. #15
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    Dell'acciecamento predetto agli ebrei.

    10. Quis caecus, disse il Signore per Isaia, nisi servus meus? et surdus, nisi ad quem nuntios meos misi7? Chi è questo cieco a cui parlo, se non chi professa di esser mio servo? E chi è questo sordo, se non colui al quale inviai i miei ambasciatori? Con queste parole si lamenta il Signore della cecità del suo popolo, che, dopo essere stato così illuminato da' suoi profeti, e dopo esser vivuto tanti secoli aspettando il Messia, quando questi poi è venuto, non abbia voluto riconoscerlo. Queste espressioni par che avrebbero dovuto mettere ostacolo alla credenza de' gentili in credere a Gesù Cristo; ma no, perché le stesse scritture che promisero il Messia, predissero già l'acciecamento degli ebrei nel rifiutarlo e la conversione delle genti. E così quello che sembra ostacolo, quello rende più chiara la prova della venuta del Messia; poiché lo stesso rifiuto fattone dagli ebrei conferma la verità della sua venuta.

    11. Parla Isaia dello stesso acciecamento, e dice: Vade, et dices populo huic: Audite audientes, et nolite intelligere: et videte visionem, et nolite cognoscere1. Udite quel che vi dico, ma voi non vorrete intenderlo; mirate ciò che vi discopro, ma non vorrete conoscerlo. Indi il profeta dimanda al Signore: Et dixi: Usque quo Domine? et dixit: donec desolentur civitates2. Quanto durerà questa cecità? Durerà finché le loro città restino affatto distrutte. Di più scrisse Isaia: Et erit vobis in sanctificationem. In lapidem autem offensionis et in petram scandali duabus domibus Israel3. Qui parla il profeta del Messia, ch'è la pietra angolare, la quale è il fondamento di tutta la chiesa, e dice che questa pietra sarà la santificazione delle genti; ma all'incontro le due case d'Israele, cioè la tribù di Giuda e di Beniamino da una parte e le dieci tribù degli ebrei dall'altra, anderanno ad urtare in tal pietra, in cui per loro colpa troveranno la lor rovina. Ecco prenunziato l'acciecamento del popolo ebraico: mentre di quel Redentore che venne per la loro salute, essi si sono valuti per loro perdizione, come predisse ancora il santo vecchio Simeone, parlando di Gesù Cristo: Ecce positus est hic in ruinam, et in resurrectionem multorum4.

    12. Di più disse Isaia: Obstupescite, et admiramini; fluctuate, et vacillate: inebriamini et non a vino. Quoniam miscuit vobis Dominus spiritum soporis, claudet oculos vestros etc. Et erit vobis visio omnium, sicut verba libri signati5. A tempo di Gesù Cristo diventarono gli ebrei simili agli ubbriachi, che vanno vacillando per le vie; e ciò avvenne quando si videro i rabbini e sacerdoti ebrei, che in ammirare i miracoli del Redentore sentivansi mossi a crederlo, ma per l'invidia resisterono e lo perseguitarono; onde si posero ad oscurare le prove che dava Gesù Cristo della sua missione, o negando quel che vedeano, o attribuendolo a forza diabolica con dire: In principe daemoniorum eiicit daemones6. E con ciò restarono più ciechi, come già lor rimproverava il Signore; poiché dicendo essi: Nunquid et nos caeci sumus? Gesù loro rispose: Si caeci essetis, non haberetis peccatum7. Colle quali parole volle significare che essi non erano affatto ciechi, ma erano ciechi volontarj; giacché aveano motivi molto possenti, i quali gli obbligavano ad indagar la verità, che ben l'avrebbero conosciuta, se avessero atteso ad esaminar le scritture ed i miracoli colla dottrina e vita di Gesù Cristo. Questo fu il lor peccato, il voler resistere ai lumi che aveano; e questo fu lo spirito di vertigine, che si tirarono sopra in castigo della loro resistenza: Miscuit vobis Dominus spiritum soporis, claudet oculos vestros. I giudei in questa mala disposizione consultavano le scritture, non già per cedere, conoscendo la verità, ma per più imperversarsi; e così quelle per essi eran divenute un libro suggellato e chiuso: Et erit vobis visio omnium (cioè di tutti i profeti) sicut verba libri signati; onde non ne ricavavano più alcun raggio di luce.

    13. Ma perché Iddio permise tale oscurità negli ebrei? Eccolo; essi attendeano alle loro speranze temporali e niente alle eterne, e perciò onoravano Dio solo esternamente: Populus iste ore suo et labiis suis glorificat me, cor autem eius longe est a me8. Onde disse Dio: mentre costoro non cercano me, ma solamente se stessi, io li lascierò involti nella loro ignoranza: Peribit enim sapientia a sapientibus eius, et intellectus prudentium eius abscondetur9. Ed ecco come poi piange Isaia questo acciecamento in loro nome. Expectavimus lucem et ecce tenebrae... Expectavimus iudicium, et non est: salutem et elongata est a nobis10. La stessa luce fu tenebra per li miseri ebrei: la stessa salute fu per essi rovina per causa della loro malignità, e per aver chiusi gli occhi alla luce. Sicché il rifiuto che fecero essi del Messia, è una prova della verità della nostra religione: la loro miscredenza rischiara la nostra. Ed all'incontro la credenza de' gentili dimostra la verità del Messia, giusta l'altro vaticinio del profeta: In iudicium ego in hunc mundum veni, ut qui non vident, videant; et qui vident, caeci fiant1.

    14. L'altra profezia che conferma la venuta di Gesù Cristo, fu la predizione che tra la moltitudine degli ebrei dovea esservi un piccol numero di fedeli, e che questi doveano essere inondati di giustizia, cioè colmi di virtù: Si enim fuerit populus tuus Israel quasi arena maris, reliquiae convertentur ex eo: consummatio inundabit iustitiam2. E ciò fu confermato dall'altro vaticinio: Haec erunt in medio terrae, in medio populorum, quomodo si paucae olivae, quae remanserunt, excutiantur ex olea, et racemi, cum fuerit finita vindemia. Propter hoc in doctrinis glorificate Dominum: in insulis maris nomen Domini Dei Israel. A finibus terrae laudes audivimus, gloriam iusti3. Sicché i buoni israeliti (che furono gli apostoli) furon somigliati a quelle poche olive, o pochi grappoli d'uva che sfuggono dalla vista de' vendemmiatori; e questi doveano predicare la gloria del giusto (quale fu Gesù Cristo) facendo conoscere da per tutto, non solo nella Giudea, ma anche ne' luoghi lontani il vero Dio.

    15. Tutto poi maggiormente si conferma dagli atti degli apostoli4 ove si narra che il numero di coloro che tennero il partito di Gesù Cristo nella di lui vita, fu molto piccolo, ma la loro santità fu grande, poiché non avevan niente di proprio, ed erano per la carità un'anima sola, e così tirarono gli altri alla fede. Indarno con minaccie e maltrattamenti gli ebrei cercaron di farli tacere; essi con fortezza seguirono a predicare le glorie del Redentore prima nella Giudea e nella Samaria, e poi fra gl'idolatri, sì che tra pochi anni si fecero sentire per tutte le parti del mondo; e gli ebrei restarono ostinati e sepolti nel loro acciecamento.

    16. Dice l'autore dell'Esame della Religione che se Dio fosse stato l'autore delle profezie, avrebbe parlato più chiaro; e se avesse parlato più chiaro, gli ebrei non avrebbero ripugnato di credere Gesù Cristo. Ma rispondiamo che considerate le circostanze e gli avvenimenti succeduti ed avverati secondo stava predetto, troppo chiare appariscono le profezie. Già dal principio fu in quelle predetto, che il seme della donna avrebbe schiacciata la testa del serpente: che in Abramo sarebbero state benedette tutte le genti: che dalla famiglia di Giuda sarebbe venuto l'aspettato dalle genti: si è veduto avverato il tempo della venuta del Messia, della distruzione del tempio, della dispersione degli ebrei; il che tutto stava da Daniele predetto. Qual maggior chiarezza poteva attendersi? L'acciecamento poi degli ebrei non ha avuta causa dall'oscurità delle profezie, ma dalla loro ostinazione e dalla loro falsa idea del Messia, aspettando da lui più che i beni eterni, i beni temporali di opulenza e di dominio, e perciò sono rimasti acciecati ed ostinati.



    7 Isa. 42. 19.

    1 Isa. 6. 9.

    2 Isa. 6. 11.

    3 8. 14.

    4 Luc. 2. 34.

    5 Isa. 29. 9.

    6 Matth. 9. 34.

    7 Ioan. 9. 40. et 41.

    8 Isaiae 29. 13.

    9 Ibid. 14.

    10 59. 9. et 11.

    1 Isa. 29. 18.

    2 Isa. 10. 22.

    3 Isa. 24. 13.

    4 Actor. c. 4


    S. Alfonso Maria de Liguori Verità della Fede

    OPERE DOGMATICHE, in “Opere di S. Alfonso Maria de Liguori”, Pier Giacinto Marietti, Vol. VIII, pp. 536 - 786,Torino 1880

 

 
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