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    Predefinito Restare moderni senza......

    ....senza sottomettersi alla modernità

    Milano. E’ ancora sotto shock Alain Finkielkraut, dopo la disavventura dell’intervista pubblicata dal quotidiano israeliano Haaretz e travisata dal Monde, che ha cercato di farlo passare per un razzista ancora più estremista di Jean-Marie Le Pen.
    La manipolazione è stata resa manifesta, con tanto di intervista riparatrice a tutta pagina, apparsa tre giorni dopo l’incidente e a cura dello stesso redattore “carnefice”.
    “Almeno a me hanno dato la possibilità di difendermi”, commenta, ancora frastornato, il filosofo francese, ospite del Centro culturale di Milano, lo storico pensatoio di Comunione e liberazione, dove martedì sera ha presentato il suo nuovo libro, “Noi altri, i moderni”.
    L’emozione è ancora forte. “Ho rischiato di perdere non solo la reputazione,
    ma anche il lavoro. Il giorno dopo era pronta la lettera di licenziamento da France culture”, dove Finkielkraut conduce da anni un seguitissimo programma radiofonico.
    La vicenda non è che la conferma della difficoltà di affrontare la realtà senza pregiudizi e di dire la verità anche a costo di essere impopolari. Non per niente il tema è al centro di “Nous autres, modernes”, l’ultimo libro di Finkielkraut che i lettori del Foglio leggeranno in anteprima sull’edizione in volume pubblicata da Lindau: un viaggio controcorrente nelle idee dominanti del nostro tempo, una critica del nostro orizzonte mentale, che dà conto della difficoltà di porre un freno all’autonomia del soggetto, idea costitutiva
    della modernità, e ne affronta in dettaglio l’origine. Eppure, quando gli si domanda se e quanto sia consapevole di aver scritto un’opera di assoluto non
    conformismo, Finkielkraut si schermisce. Dice di non avere una tale
    “tracotanza” e sostiene di non aver voluto per forza fare il contropelo alle idee correnti. E per spiegare com’è nato il suo ultimo libro, ricorre alla
    biografia. “Da quindici anni insegno all’École Polytechnique, il tempio della formazione delle élite scientifiche in Francia. All’inizio, per me, si trattava di capire quale tipo di filosofia e di insegnamento dovessi tentare di sperimentare
    io, che ero un umanista di formazione letteraria, alle prese con allievi di formazione scientifica”.
    E nel dirlo, si capisce che sta pensando a un altro tema chiave del suo libro,
    come la discrasia tra le due culture, quella umanistica e quella scientifica, che
    assume oggi un aperto antagonismo.
    “La scienza, evidentemente, incarna il progetto moderno” dice Finkielkraut.
    “In fondo, se gli uomini hanno cominciato a proclamarsi moderni è perché a un certo punto, all’improvviso, hanno cominciato ad avere fiducia nel tempo. Il tempo ha smesso di apparire come il luogo della generazione e dunque il luogo
    della degenerazione. Il tempo ha smesso di identificarsi con la morte. E questa riabilitazione è nata dalla metamorfosi della scienza.
    Contemplativa fino alla fine del Medio Evo, all’inizio dei tempi moderni è divenuta operativa: si è preoccupata di intervenire nel reale. Da Bacone a Cartesio, è stata messa al servizio di un grande, e per molti versi ammirevole,
    progetto di progressivo miglioramento delle umane sorti. Ed è alla scienza e
    alle sue scoperte che noi dobbiamo l’idea di progresso e il fatto di pensarci come esseri temporali, senza dover soffrire di questa idea: una temporalità che non è più decadenza”.
    In fondo è questo, per Finkielkraut, l’atto fondatore di una modernità.
    Ma poi, spiega ancora, si è fatta strada “la sensazione che la modernità, sotto i nostri occhi, fosse entrata in crisi. La novità iniziale si era trasformata in un processo incontrollabile. Le promesse erano diventate una minaccia”.
    E’ questo il paradosso della “modernità tardiva” sul quale Finkielkraut si è trovato a riflettere davanti agli allievi dell’École Polytechnique. Ed è anche la ragione per la quale si è chiesto se bisognasse essere moderni, si è interrogato sulle origini della grande frattura, avvenuta in nome della cultura moderna, tra lettere e scienza.
    E ha iniziato a riflettere sui limiti, all’autonomia del soggetto, la questione più emblematica della situazione di noi moderni.


    “Il pensiero classico, greco o cristiano – spiega Finkielkraut – è per definizione un pensiero dei limiti. Mette limiti al potere umano, definisce l’uomo come un essere intermedio tra l’angelo e la bestia, come dice il famoso aforisma di Pascal, per altro mutuato dai Saggi di Montaigne, ‘L’homme n’est ni ange ni bête, et le malheur veut que qui veut faire l’ange fait la bête’.
    La straordinaria sapienza greca ha la sua formula in ‘nulla di troppo’. Cos’altro, è in fondo, il pensiero greco se non una continua meditazione sulla ‘ubris’, la tracotanza? Il pensiero dei limiti e dei rischi che comporta la loro trasgressione era inerente al mondo premoderno.
    La rottura moderna sta nel dire l’uomo non è definibile. Non solo non c’è un concetto di uomo, ma non vi è nulla che a priori ne limiti il potere. Così al pensiero dei limiti succede la gloria e l’ebbrezza della mancanza di limiti. Ogni limite è fatto per essere superato”. In questo senso è sintomatica l’importanza dello sport: una delle attività preferite dall’antichità greca e romana che era scomparsa nel mondo occidentale, salvo lasciare qualche traccia in giochi violenti o nei tornei medievali, che risorge nel mondo moderno, in modo completamente diverso.
    “C’è un ritorno all’antico, certo” dice Finkielkraut. “Quando Pierre de Coubertin fonda i giochi olimpici, lo fa in omaggio alla Grecia antica. Ma c’è anche una novità assoluta. I greci infatti amavano lo sport come teatro della realizzazione umana. L’uomo aveva una natura, che se non era data doveva essere portata a compimento. Quale altro luogo migliore per farlo che uno stadio? E pensiamo alla massima latina che tutti conoscono anche se hanno dimenticato il latino: ‘Mens sana in corpore sano’. La differenza, per i moderni, è che le stesse persone che pensano di ispirarsi al modello antico, inventano qualcosa di inedito. Si corre di nuovo negli stadi, si lanciano pesi e giavellotti, ma tra i moderni e gli antichi si fa strada una differenza irriducibile: il record. Lo sport viene concepito non più in un’ottica di espressione e realizzazione della natura umana, ma nell’ottica del superamento di un record, di un risultato raggiunto.
    Lo sport diventa il luogo in cui l’uomo prometeico si incatena da solo: vede se stesso non come uomo realizzato, ma in stato di superamento perpetuo. E nello sport verifica che non c’è una natura umana, che ogni cosa è revocabile, ogni record è fatto per essere battuto. E a questo punto interviene il problema del doping, e non si può più dire con l’innocenza degli inizi, ‘altius, citius, fortius’. La macchina è fuori controllo, sembra tutto andare troppo veloce, troppo in alto, troppo forte. Il troppo ha sostituito il più e ci ha rovinato il piacere. E dobbiamo domandarci se gli sportivi non stiano diventando non l’incarnazione dell’uomo in stato di incompletezza e di progresso continuo, ma la cavia del postumo. Così ci prende la paura e nasce insieme ad essa il pensiero e la necessità dei limiti. Noi però non abbiamo più un’idea di natura alla quale ricorrere. Abbiamo perso la saggezza dei greci. Abbiamo il senso della dismisura, ma non abbiamo più quello di moderazione. E ci troviamo di fronte a una macchina impazzita: il progetto è diventato un processo”.
    E’ una constatazione dettata dallo sport, ma vale per qualsiasi altro genere di attività.
    E per Finkielkraut è tanto più importante quanto più viene imposta da una realtà divenuta incontrollabile.
    Quanto alla ricerca della verità, la timidezza cede all’argomento filosofico: “Sapere se io sia conformista o no – dice – non è un problema. Se lo fosse rischierei di cadere nella spudoratezza del paradosso automatico. La doxa pensa una cosa, io penso il contrario. E’ una tentazione che oggi possono avere tutti, per farsi sentire bisogna avere qualcosa di originale da dire, e basta, per farlo, prendere in contropiede quello che pensano tutti. Personalmente spero di non cadere mai in questa scorciatoia”.
    Eppure, chi legge i saggi di Finkielkraut o lo ascolta parlare, ha l’impressione di trovarsi di fronte a un pensiero forte, lo stesso che in Italia caratterizza la Chiesa cattolica, l’unica istituzione, forse perché dotata di millenaria autorità spirituale, oggi in grado di ergersi in difesa della natura umana, davanti ai rischi incontrollabili e alle minacce generate dalla scienza dal suo progresso. E sorprende scoprire l’affinità logica, gli stessi riferimenti intellettuali, la stessa preoccupazione per il ritorno a un’idea semplice e profonda come la verità, tra le tesi di un pensatore laico, ebreo senza Dio, come Finkielkraut, e le posizioni dell’ultimo Papa Wojtyla e del nuovo Pontefice, Benedetto XVI.
    “Nel sostenere questo”, risponde Finkielkraut con un sorriso, “lei sta per rovinare quel che resta della mia reputazione in Francia. Se devo essere non solo accusato di razzismo, ma anche di papismo, sono pronto per l’esilio”.
    La reazione è una bella risata liberatoria. “Venga in Italia, venga da noi, dicono subito Camillo Fornasieri e Flora Crescini, i ciellini animatori del Centro di cultura di Milano. Ma l’argomento è serissimo. “Dopo tutto quel che mi è successo, essere il consigliere di Benedetto XVI… scherzi a parte: ho molta stima per il nuovo Papa e una certa fiducia in quello che farà, anche se aspetto di vederlo all’opera. Ha un’intelligenza impressionante. E trovo che il talento di “schuaspieler”, il talento di attore di Giovanni Paolo II, ne aumentava la popolarità, ma al tempo stesso ne occultava il messaggio.
    Un Papa che è un intellettuale e non un attore è molto più importante per il nostro mondo. Io però non sono cattolico, non ho intenzione di diventarlo, non solo perché sono ebreo, e tengo a questa fedeltà, ma soprattutto perché non credo nell’aldilà. Non sono un uomo liberato dalle superstizioni, perché non parlo più il linguaggio trionfante dell’illuminismo, sono soltanto un uomo senza Dio, e peggio ancora non so io stesso cosa sia la natura. A differenza della Chiesa, non dispongo di un concetto di natura per pensare o per giudicare i fenomeni umani”.
    Una volta messe le mani avanti, però, Finkielkraut è il primo a riconoscere la crisi dell’umanesimo, nella misura in cui esso ha voluto sostituire il concetto di natura con quello di libertà:
    “Noi oggi abbiamo capito che le cose non sono tanto semplici, ma da qui a tornare a san Tommaso d’Aquino c’è un passo che non mi sento in grado di compiere”.

    Il reale non si rivela più, si dimostra
    Eppure, quando parla nel suo libro del passaggio dalla tradizione aristotelica alla scienza sperimentale moderna, lo fa in modo che ha un sapore nuovo, postmoderno, per chi è sempre stato educato a pensare la questione in termini di contrapposizione tra l’autorità dell’ipse dixit, tipica della tradizione aristotelica, e la libertà sperimentale della scienza moderna. Finkielkraut, in effetti, citando Gérard Jorland parla di un passaggio “non dal dogmatismo teorico all’evidenza empirica, ma dall’evidenza empirica del senso comune all’autorità dell’evidenza matematica”.
    E commenta: “L’aspetto che le cose offrono da sé è ormai fuori gioco: il reale e il vero non si rivelano più, si dimostrano. Non derivano dal mondo, ma dall’uomo, e dalla sua attitudine a riportare tutto ciò che non è uomo allo schema matematico di cui l’uomo è portatore”.
    Non è da postmoderni cercare di superare la contrapposizione tra il dogmatismo della tradizione e la presunta libertà della scienza, mostrando il dogmatismo nuovo dell’evidenza matematica?
    “La mia modestia – risponde Finkielkraut - mi spinge a moderare il suo entusiasmo. Sono molto meno originale di quel che si possa dedurre da un libro che, peraltro, è pieno di citazioni. In effetti, non soltanto sono un uomo senza Dio, e purtroppo forse anche un ebreo senza tradizione, ma ho ancora qualche frase che mi galleggia in testa e mi aiuta a vivere. E ce n’è una, citata spesso da Emmanuel Lévinas, che dice: ‘Colui che profferisce una verità, dando il nome di uomo che ha enunciato per primo, accelererà la venuta del Messia’.
    Dunque, io tengo molto a indicare le mie fonti, senza esagerare le mie capacità messianiche. Sul problema della mutazione galileiana, sono stato preceduto da Husserl e da Hannah Arendt.
    E’ stato Husserl a scrivere ‘Galileo prende per un essere vero quello che è solo un metodo’.
    E’ stato Husserl a mostrare che la scienza moderna ha la caratteristica paradossale di scoprire e coprire al tempo stesso: per esempio, affermare che la lingua della natura sia scritta in linguaggio matematico, è una scoperta straordinaria, ma a quel punto il mondo dell’evidenza quotidiana è revocato. La scienza moderna congeda il dato, ha scritto la Arendt.
    Io però non credo che si possa reagire a questa situazione tornando indietro. Meglio riflettere sulla ricchezza plurale del pensiero moderno. L’epoca moderna non è solo Galileo, Cartesio e Bacone. E’ anche, e parlo dell’umanesimo, del Rinascimento, lo sviluppo della grande letteratura. L’umanesimo soggettivista del ‘cogito’ va insieme all’umanesimo classico, e cioè all’idea che il vero della scienza, in fondo, non è l’unico vero del reale, e quello che la scienza dimentica, e cioè il mondo della vita come dice Husserl,viene illuminato dalla letteratura, l’unica in grado a strappare il dato dall’oblio in cui esso rischia continuamente di cadere.
    Il guaio è che noi moderni, adesso, stiamo vivendo un momento angosciante, in cui si eclissa il relativo della letteratura e dell’arte.
    Per saltare di palo in frasca, è questo il mio problema con Berlusconi.
    I cretini dicono che è un dittatore, cosa che trovo assurdo. Ma Fellini in ‘Prova di Orchestra’ ci aveva avvertito. Che gli italiani abbiano scelto Berlusconi e non Fellini è solo l’ultima dimostrazione del posto marginale che l’arte oggi ha nel mondo: la percezione letteraria del mondo è quasi del tutto sparita. Certo ci sono libri, scrittori, ma cosa ne è del nostro rapporto con la percezione letteraria del mondo? Cosa ne resta di tale percezione agli stessi scrittori?”.
    Non è l’effetto stesso del primato della scienza?
    “In effetti, quando Galileo ci dice che la natura si esprime in linguaggio matematico, l’arte è condannata all’espressione di umori, sentimenti.
    Il positivismo minaccia. E’ lui ad avere il monopolio del realismo, tutto il resto non è altro che letteratura. Questa polemica però oggi non è più attuale.
    Il positivismo sopravvive, certo, se un professore al Collège de France come Jean-Pierre Changeux può parlare di uomo neuronale e organizzare mostre in cui la letteratura serve solo a illustrare gli immensi progressi della scienza, ma è sempre più solo. La creazione letteraria e quella scientifica si confrontano sempre con un altro problema, l’emergere delle scienze sociali e l’apparire di un’idea completamente diversa della cultura. Cultura come identità individuale e collettiva, la cultura data.
    Questo modo di vedere porta al relativismo culturale, come dice anche papa Ratzinger. La cultura si dissolve in una giustapposizione di pratiche culturali. La facoltà di giudizio è paralizzata, inibita, vietata. Noi non stiamo più al mondo per distinguere il vero dal falso, il bello dal brutto, ma per ricevere su un piano di eguaglianza le pratiche culturali. E la doxa al tempo stesso gioca sui due tavoli: da un lato accoglie le nuove pratiche culturali, in nome di un’ospitalità sociologica, ma dall’altro può riconoscerle un valore estetico. In altri termini, ragiona in termini di scienze sociali e della cultura in senso umanistico”.
    Per esempio?
    “Beh, pensi alle rivolte di questi giorni in Francia. Dopo le violenze, i saccheggi, gli incendi, la gente si domanda cosa è successo nelle banlieues. E ci si interroga sul rap, che è una calamità senza frontiere, ma in Francia assume un’assoluta violenza. In certe canzoni rap Parigi diventa Panam e fa rima con Napalm. Si piscia sulla Francia e su De Gaulle e via dicendo. Giorni fa ho assistito a un dibattito in tv, dove un deputato (che fra l’altro aveva chiesto di intervenire contro gli appelli all’odio e alla violenza contenuti in certe canzoni rap), discuteva con un comico, con l’attrice Jeanne Moreau e con un autore di rap.
    Il comico l’ha subito messo a tacere: “Ma insomma, sono solo artisti” ha esclamato, e in quanto tali voleva dire hanno diritto a essere rispettati, e non vanno considerati come autori di volantini.
    Ma il rap, identificato sul piano sociologico come pratica culturale, viene investito surrettiziamente di una valore estetico che dipende da tutt’altro.
    E’ una truffa, una vera truffa, anche se inconsapevole. Dimentichiamo pure l’odio e l’appello alla violenza, i testi del rap sono di una nullità assoluta.
    Non è che si è artisti perché facciamo fare rima Panam con Napalm. Nella maggior parte delle canzoni rap, non c’è la minima creatività verbale, musicale, solo che dirlo è vietato perché sarebbe una mancanza di rispetto.
    E d’altro canto, chi sostiene che è bello, trasferisce sul rap un’idea della cultura resa illustre da Ronsard, Du Bellay, Nerval e Verlaine.
    E questo è abominevole. Siamo condannati a accettare l’inaccettabile, a inginocchiarci davanti alla bruttezza in nome della novità di una pratica culturale, ma anche in nome dell’arte, sotto sotto un eccesso rispetto all’impresa di relativizzazione. Insomma, dicono tutto è relativo, e contemporaneamente ci dicono che il rap è bello. E’ un problema gravissimo. Nessuno si può più alzare e dire l’infinita, patetica mediocrità del rap, o di questo rap in particolare. Questa è la situazione: c’è una cultura aggressiva che paralizza, delegittima, colpevolizza l’intelligenza estetica delle cose”.
    Non crede che sia il diretto risultato dell’idea stessa di eguaglianza, che impone la fine della gerarchia?
    “Certo. Ma è anche altro. Il mio libro si intitola ‘Noi altri, moderni’. Io stesso non sono un’eccezione. Non ho la possibilità né la voglia di dirmi antimoderno. Appartengo a questo mondo, di cui io stesso sono beneficiario. La modernità è l’antibiotico, l’anestesia, un sollievo reale almeno per parte dell’umanità che vive nelle nostre condizioni. Ed è anche il progetto di allargare questo sollievo all’universalità. Certo, la modernità ha sostituito la salvezza con la salute, ma io son ben contento di essere arrivato a cinquantasei anni in buona salute. Mi direte: Fontanelle è morto centenario. Sì, ma allora bisognava avere fortuna…”.
    E l’eguaglianza?
    “E’ vero che è la passione moderna per eccellenza. Gli antichi vedono il proprio simile solo fra i membri della loro casta – diceva Tocqueville – mentre è solo nel mondo moderno che si generalizza l’idea di simile, dunque si concretizza l’idea di umanità. E in questo Tocqueville vedeva la realizzazione stessa del messaggio evangelico. L’eguaglianza, l’eguale dignità di ogni essere umano per me, come per tutti noi moderni, è il fondamento stesso della morale. Resta il fatto però che è una passione che genera i propri mostri. C’è una patologia dell’eguaglianza ed è stato il comunismo. Oggi ci sono altre patologie, certo meno crudeli, meno criminali. In nome dell’eguaglianza, dell’eguale dignità di ogni individuo, per esempio diventa intollerabile qualsiasi gerarchia tra le persone, le opere, le pratiche. E’ una situazione che mette in grave pericolo l’umanesimo moderno e una certa idea della scuola”.
    In che senso l’eguaglianza mette in pericolo la scuola?
    “Pensi all’idea che solo attraverso i segni dell’umanità depositati nelle opere di cultura che noi possiamo comprendere noi stessi e il mondo. Per questo ci vuole una scuola. Oggi però non si vuole la scuola umanistica, ma una scuola democratica, che è tutt’altro. Si vuole l’interattività, la discussione permanente, il livellamento di tutti i membri della comunità educativa. Insomma si vuole un umanesimo al di là dell’umanesimo. Per me è una tragedia”.
    Pensa che sia un punto di non ritorno irreversibile?
    “Non credo. Heidegger citava un verso di Hölderlin: ‘Là dove cresce il pericolo, cresce anche il salvatore’. Ma è difficile combattere queste tendenze, senza esporsi all’accusa di elitismo, come minimo. In Francia però la confusione è compiuta. La scuola umanistica è in agonia. Di fronte all’estensione del disastro, forse, la gente reagirà. Ma la tecnica non fa che confortare il furore egalitario; il rifiuto della gerarchia porta a preferire la comunicazione alla trasmissione, perché l’una è orizzontale mentre l’altra è asimmetrica, permette uno slancio e una potenza che indeboliscono la trasmissione, tanto che c’è già chi si domanda a quale macchina affidarla”.
    Il furore egalitario non investe pure i generi, uomo e donna, le generazioni, padri e figli, per riversarsi addirittura sull’atto stesso del generare, come dimostrano le posizioni più radicali in fatto di fecondazione assistita?
    “Sì è vero. Oggi la scienza cospira a fare dell’uomo una creatura assolutamente sovrana. In fondo, per tornare al problema dei limiti, c’è una sorta di rivolta moderna contro la finitezza. E questa rivolta può condurre all’indifferenziazione generale, alla fine programmata delle differenze, in nome degli stessi diritti dell’uomo. Ho l’impressione che ogni scoperta si giustifica con i diritti dell’uomo. Come se ci fosse un diritto a dare la vita, o potessimo strappare la fecondazione alla natura, all’indisponibile. Perché mai gli uomini non dovrebbero potere avere figli? E perché gli omosessuali sposati non potrebbero aver accesso alla paternità? E perché confinarci al solo modello classico di famiglia, dove i bambini nascono solo dal rapporto tra un uomo e una donna? E’ chiaro che ogni protesta contro questo stato di cose appare una discriminazione e un insulto all’eguaglianza, ma l’uso indiscriminato del termine ‘discriminazione’ è una delle follie contemporanee. Oggi, non ci si può opporre al matrimonio gay senza venir accusati di omofobia e dunque di discriminazione. Forse però contro questo tipo di ricatto, e l’annullamento di ogni situazione umana sul razzismo e l’antirazzismo, bisognerebbe sostenere, in parte, alcune salutari discriminazioni. Discriminare significa differenziare. E andare verso l’indifferenziazione, l’eguaglianza di tutti con tutto, è come andare verso la morte. La morte non fa alcuna differenza.
    La vita sì, o almeno ne faceva. Oggi la vita segue il modello della morte. Ma questa constatazione, in fondo, ci obbliga non a tornare a un dogmatismo dimenticato, ma a dar prova di saggezza, discernimento, capacità di riflettere in situazioni di incertezza, di ‘fronesis’, come dicevano i greci. Dobbiamo adattare il nostro pensiero alla singolarità dei casi. E insisto nel dirlo perché alcuni, spaventati dall’indifferenziazione e dalle nuove possibilità che offre la tecnologia, cercano di tornare a un atteggiamento meno invasivo e più modesto, come nel caso dell’aborto. Personalmente io non concepisco l’aborto come un diritto delle donne, ma come una possibilità. E rispondere alla nostra situazione lasciando moltiplicare i bambini non voluti penso che sarebbe una catastrofe. Ma perché allora fermarsi all’aborto? E la contraccezione? Lo vede? Non possiamo porre limiti né da un lato né dall’altro. Non è facile farlo, ma sarebbe un peccato se l’uscita fuori controllo della tecnica e dell’eguaglianza portasse alla restaurazione di un pensiero dogmatico. E’ di fronesis che abbiamo bisogno. Di saggezza pratica e di umanità”.

    Marina Valensise su il Foglio

    saluti

  2. #2
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    [QUOTE=mustang]....senza sottomettersi alla modernità

    Milano. E’ ancora sotto shock Alain Finkielkraut, dopo la disavventura dell’intervista pubblicata dal quotidiano israeliano Haaretz e travisata dal Monde, che ha cercato di farlo passare per un razzista ancora più estremista di Jean-Marie Le Pen.

    etc--
    La“Sì è vero. Oggi la scienza cospira a fare dell’uomo una creatura assolutamente sovrana. In fondo, per tornare al problema dei limiti, c’è una sorta di rivolta moderna contro la finitezza. E questa rivolta può condurre all’indifferenziazione generale, alla fine programmata delle differenze, in nome degli stessi diritti dell’uomo. Ho l’impressione che ogni scoperta si giustifica con i diritti dell’uomo. Come se ci fosse un diritto a dare la vita, o potessimo strappare la fecondazione alla natura, all’indisponibile. Perché mai gli uomini non dovrebbero potere avere figli? E perché gli omosessuali sposati non potrebbero aver accesso alla paternità? E perché confinarci al solo modello classico di famiglia, dove i bambini nascono solo dal rapporto tra un uomo e una donna? E’ chiaro che ogni protesta contro questo stato di cose appare una discriminazione e un insulto all’eguaglianza, ma l’uso indiscriminato del termine ‘discriminazione’ è una delle follie contemporanee.

    Mustang,
    ecco che un intellettuale vero ha il coraggio di esporsi e di scrivere ciò che angoscia una parte dell'umanità occidentale.
    Osa laddove più nessuno in Italia può chiamare le cose con il loro nome.Si teme sempre di essere messi alla berlina dagli intellettuali del pensiero minimo o del non pensiero ; intellettuali inquisitori che sono diventati egemoni da quando hanno distrutto il diritto di elevarsi verso una più compiuta umanità.

  3. #3
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    Predefinito

    mustang,
    ancora su Finkilkraut...
    Semaine du jeudi 1 décembre 2005 - n°2143 - Dossier

    Au-delà de « l'affaire Finkielkraut »

    Les néoréacs

    Après des décennies de domination progressiste, ils sont les intellos d'une droite nouvelle qui, au nom d'un parler vrai sur les banlieues et la « haine de l'Occident », cautionne les dérives de l'actuelle majorité, au risque d'aggraver les fractures de la société française

    Différents, disparates, discordants parfois, ils n'ont rien d'un groupe constitué. Tout n'est pas faux dans leurs raisonnements : ils font partie du débat démocratique. On ne doit pas les disqualifier. Mais, pour la clarté du débat, on doit les qualifier : ils sont les intellos d'une droite nouvelle que le 11-Septembre, la dissémination terroriste, la montée de l'islamisme et la faiblesse culturelle de la gauche coalisent peu à peu. Après des décennies de domination progressiste, ils veulent écrire le nouveau logiciel que leur inspirent le terrorisme, l'insécurité, les violences urbaines et surtout le «choc des civilisations» diagnostiqué par Samuel Huntington. Ils sont les néoréacs.
    Alain Finkielkraut, bien sûr, est le plus visible, le plus fiévreux et sans doute le plus talentueux d'entre eux. L'entretien qu'il a donné à « Haaretz » (voir encadré) est le dernier en date de ses exploits rhétoriques. Qu'y lit-on ? D'abord des propos un peu ridicules : qu'il serait interdit, en France, de dire certaines choses, sous peine de prison par exemple, ou qu'il y a beaucoup de Noirs en équipe de France de football, et que cela fait rire en Europe (!). Ensuite - plus sérieux - que les auteurs des violences urbaines de ces dernières semaines sont des Noirs et des Arabes et qu'ils haïssent assez la France pour se livrer à un «pogrom antirépublicain». Et donc - thèse centrale - qu'une minorité ethnique manifestement impossible à intégrer s'est déchaînée contre les symboles de la République par l'effet d'une haine de l'Occident mondialement répandue. Le chômage français ? La discrimination ? Les ghettos urbains ? Des excuses avancées par les bien-pensants, des élucubrations de sociologues masos, des angélismes diffusés par la presse de gauche... Voilà ce qu'il était soi-disant interdit de dire. Mais qui est dit, même si Alain Finkielkraut est ensuite revenu en arrière sur les phrases les plus controversés, tout en «assumant» ses idées...
    Sans aucune coordination, bien sûr, mais dans une étonnante simultanéité, une série de mots et de gestes révèlent une convergence. Nicolas Sarkozy avait ouvert le bal en parlant à propos des cités de «racaille » et de «nettoyage au Kärcher», un « parler vrai » musclé qu'il continue de revendiquer hautement. De Moscou, interviewée sur la chaîne NTS, Hélène Carrère d'Encausse, spécialiste de la Russie, est passée tout à coup de l'Académie française au Bar des Sports en expliquant que si les enfants africains sont dans la rue, c'est parce que «beaucoup de ces Africains sont polygames», réflexion déjà formulée par Bernard Accoyer, président du groupe UMP à l'Assemblée (la polygamie est un vrai problème, mais elle n'est pas la clé principale des émeutes). Et notre académicienne de jouer, elle aussi, les martyrs du « politiquement correct » en affirmant que nous avons des lois «qui auraient pu être imaginées par Staline», aux termes desquelles «vous allez en prison si vous dites qu'il y a cinq juifs ou dix Noirs à la télévision».«Les gens, ajoute-t-elle, ne peuvent pas exprimer leur opinion sur les groupes ethniques, sur la Seconde Guerre mondiale ou sur beaucoup d'autres choses.» Comme le remarque Philippe Val dans « Charlie », étrange référence au négationnisme. Passons, et précisons que notre académicienne est toujours en liberté. Jacques Myard, député proche de Charles Pasqua, demande pour sa part la création de « bataillons disciplinaires » pour mettre au pas « ces jeunes Français malgré eux »...
    André Glucksmann impute lui aussi au «nihilisme» et à la haine pure les émeutes de banlieue, défend le vocable «racaille» et qualifie de «Trissotins moralisateurs» ceux qui répugnent à employer ce vocabulaire. Là encore cette haine existe, et les incendiaires ne méritent aucune excuse. Mais le rôle des intellectuels consistet-il à simplifier jusqu'au slogan - répondraient-ils à d'autres slogans - l'analyse d'un phénomène tout de même un peu plus complexe, où les facteurs culturels et sociaux se mélangent ? Dérive du clerc devenant polémiste. André Glucksmann est l'un des animateurs du groupe de l'Oratoire, active escouade d'intellos formés autour du soutien à la guerre américaine en Irak.
    Les relais politiques ont vite suivi. Alain Finkielkraut se croit audacieux quand il explique qu'il y eut naguère un aspect positif dans la colonisation. Cette opinion est tellement marginale, hérétique, qu'elle figure... dans une loi récemment votée par l'Assemblée nationale et fort heureusement contestée par la gauche. L'Assemblée, encore elle, vient de recevoir sur son bureau une proposition de loi des députés Daniel Mach et Jean-Paul Garraud créant le délit «d'atteinte à la dignité de la France et de l'Etat» et de «détournement du drapeau national». Là encore, on peut à juste titre s'indigner des paroles contenues dans certains raps. Mais une telle incrimination, chacun le voit bien, aboutirait à une restriction inédite de la liberté d'expression. Georges Brassens, Louis Aragon, Boris Vian ou Serge Gainsbourg bientôt hors la loi ? Le même Garraud, député de la droite classique, récidive en demandant qu'on retire la nationalité française aux délinquants de fraîche naturalisation. La dernière fois qu'on a pris cette mesure, c'était sous Vichy...
    Ces personnages sont disparates, mais ils finissent par se ressembler. D'abord dans la méthode : ils adoptent toujours la position de l'homme de vérité qu'on réprime, du solitaire incompris dont on étouffe la voix. L'adversaire proteste ? Il réfute ? Il répond que l'analyse est sommaire, que les causes sociales des émeutes sont patentes même si les différences culturelles compliquent l'affaire, que la DST elle-même a écarté toute manoeuvre des religieux, que l'origine raciale des délinquants ne saurait, tout de même, expliquer en premier lieu leur comportement, à moins de croire à une nature intrinsèquement violente des Arabes et des Noirs ? Aussitôt il est catalogué flic du politiquement correct. Tactique couronnée de succès : tous ces propos ont eu un écho national, mais nulle procédure, nulle censure évidemment, n'est venue bâillonner les imprécateurs. Martyrs imaginaires... Car l'interprétation ethnique des émeutes n'a rien d'une audace intellectuelle. Bien au contraire, c'est l'opinion de la grande majorité des Français. Les néoréacs prétendent briser un tabou. Point du tout ! Ils énoncent le plus plat des lieux communs dans une France qui impute naturellement à l'immigration les débordements récents.
    Alain Finkielkraut incarne à la perfection cette double posture. Il y a, en fait, Alain et Finkielkraut. Alain est un philosophe subtil et érudit, qui publie des livres intelligents et bien écrits sur les modernes, sur Charles Péguy, sur la culture de masse ou sur Emmanuel Levinas. Finkielkraut, celui que l'on voit à la télé, est un quidam qui vitupère la nouveauté, qui pense que tout fout le camp, qu'il n'y a plus de respect et qu'un coup de pied aux fesses ne ferait pas de mal à la jeunesse. Toutes choses dont on peut discuter, d'ailleurs, mais qu'on peut difficilement élever au rang de pensée politique profonde. Etrange dédoublement, où l'on passe sans transition du café philo au café du commerce. On croit que Finkielkraut est le penseur de la technique, de la modernité, de la République. Il est surtout le Noël Roquevert de la pensée, ronchon, grognon et péremptoire. Il dit tout haut ce que la droite pense tout bas. Il est le philosophe... de l'UMP.
    Les néoréacs se récrieront, parleront d'un amalgame honteux, d'un procès en sorcellerie. Toujours la pose du martyr... Alors il faut aller plus loin dans la définition, mieux les qualifier. Quatre caractéristiques les réunissent.

    1 Pour eux, nous sommes en guerre. Une guerre déclarée le 11 septembre 2001, point de départ d'un mouvement mondial d'agression contre l'Occident, ses valeurs, sa civilisation et dont le terrorisme d'Al-Qaida n'est que la pointe extrême. On en retrouve la manifestation partout, d'Irak en Tchétchénie, de Palestine en Thaïlande. Prend corps l'image d'un Occident assiégé par les nouveaux barbares, qui ravagent sa périphérie mais frappent aussi au coeur de ses métropoles : New York, Londres et Madrid. Jusque-là rien de scandaleux, même si la notion de guerre mondiale reste très contestable s'agissant du phénomène terroriste (la dernière guerre mondiale a fait 20 millions de morts : ce n'est pas tout à fait la même chose). Mais on va plus loin.

    2 Dans cette guerre, il y a une cinquième colonne. Une certaine extrême-gauche se lie à l'islamisme et devient le vecteur d'une nouvelle judéophobie à oripeaux progressistes, qu'on retrouve chez José Bové comme dans les résolutions proposées à la conférence de Durban. Un courant antiaméricain, qu'on voit à gauche et à l'extrême gauche, mais aussi dans les postures néogaullistes d'un Dominique de Villepin ou bien dans le pacifisme d'un Gerhard Schröder, affaiblit l'Occident. Une frange violente, antirépublicaine et antisémite des populations immigrées qui campent autour des villes occidentales sert d'armée de réserve aux émeutes urbaines et de vivier de recrutement pour les groupes terroristes.

    3 Il y a enfin, dans ce combat planétaire, des « idiots utiles » : les hommes de gauche bien sûr, accusés de cécité, d'angélisme et d'inertie. Indécrottables dans leur rousseauisme, ils refusent de voir le mal, de percevoir la haine, d'admettre le retour de la bête immonde, le «troisième totalitarisme». Toute à ses idées de paix par le droit et de multilatéralisme à l'eau de rose, la gauche ne cesse d'entraver l'effort de résistance dirigé par une administration américaine certes un peu fruste mais ô combien précieuse par sa fermeté. Incapable de comprendre qu'elle a affaire à une entreprise de subversion générale des valeurs judéo-chrétiennes, elle fait droit, par respect des autres cultures, à toutes sortes de revendications mémorielles et différentialistes qui ne font qu'affaiblir l'Occident en l'engluant dans un sentiment de culpabilité permanent. Aveugle devant la situation dangereuse créée par une immigration incontrôlée, la gauche continue enfin à se concentrer sur l'inégalité sociale alors que l'intégration ne se fait pas et que la « culture de l'excuse » laisse la délinquance et la subversion prendre le contrôle de cités désormais peuplées non de victimes mais d'ennemis.

    4 Ces « idiots utiles » ne sont que la manifestation d'un syndrome plus large : la fin du progrès et la dissolution des valeurs - républicaines, occidentales, judéo-chrétiennes, c'est selon. La liberté qui prévaut dans la démocratie finit par la ronger de l'intérieur. Les croyances s'effacent, les institutions s'effritent, une douce anarchie consommatrice et médiatique, shootée à la culture de masse, amollit la société et abaisse les défenses morales de l'Occident. La démocratie est un lieu vide, sans foi ni règle. Nous sommes en décadence.
    Ami progressiste, lecteur de gauche, démocrate tolérant, avouez-le, en lisant ces paragraphes, vous vous dites que tout là-dedans n'est pas faux, que dans cette vision du monde il y a une bonne part de vérité. C'est toute la question. Au-delà de leurs différences (un Glucksmann dénonce la Russie en Tchétchénie, un Finkielkraut n'approuve pas la guerre d'Irak, etc.), les néoréacs professent une pensée cohérente, solide. Une pensée qui prend en compte le danger du monde, que la gauche, reconnaissons-le, ne mesure pas toujours. Comme les néoconservateurs aux Etats-Unis, les néoréacs préparent les esprits à des politiques nouvelles, bien plus dures et audacieuses que le gaullo-centrisme d'un Chirac ou d'un Villepin. Nicolas Sarkozy vient de ressortir la « loi anticasseurs » : prémices de la suite. Les néoréacs sont moins des intellectuels que des combattants, moins des analystes que des propagandistes. Pour les réfuter, il faudrait expliquer que le terrorisme, aussi meurtrier soit-il, pose des problèmes fort différents des menaces guerrières d'antan et qu'une action combinée, policière, politique et sociale peut seule en venir à bout, plutôt qu'un enrôlement sous la bannière martiale de George Bush. Il faudrait montrer que les banlieues, aussi travaillées qu'elles soient par l'islamisme, se révoltent surtout pour des raisons intérieures, qu'elles demandent l'intégration à la République et non sa disparition, qu'elles sont lieu d'injustice et de discrimination plus que de haine. Il faudrait rappeler que la répression s'opère là-bas sans faiblesse et que ce n'est pas Finkielkraut et Carrère d'Encausse qu'on met en prison, mais des centaines d'Arabes et de Noirs, certes coupables, mais envers qui la faiblesse irénique des progressistes et la culture de l'excuse ne s'exercent que fort peu. Il faudrait montrer que la fermeté sans faille à l'égard de l'islamisme doit se doubler d'une tolérance républicaine et d'un dialogue franc avec l'islam, et qu'il est de bonne politique, vis-à-vis des minorités, de reconnaître les blessures mémorielles et les humiliations. Il faudrait, en un mot, dessiner les contours d'une politique plus complexe, plus moderne, qui joue sur des leviers sociaux, culturels, politiques, autant que répressifs et dénonciateurs. Bref, il faudrait être sans ambages - on ose à peine l'écrire - nuancé et progressiste. Horreur !

    Laurent Joffrin

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    Citazione Originariamente Scritto da tucidide
    mustang,
    ancora su Finkilkraut...
    Semaine du jeudi 1 décembre 2005 - n°2143 - Dossier

    Au-delà de « l'affaire Finkielkraut »

    Les néoréacs

    Après des décennies de domination progressiste, ils sont les intellos d'une droite nouvelle qui, au nom d'un parler vrai sur les banlieues et la « haine de l'Occident », cautionne les dérives de l'actuelle majorité, au risque d'aggraver les fractures de la société française

    Différents, disparates, discordants parfois, ils n'ont rien d'un groupe constitué. Tout n'est pas faux dans leurs raisonnements : ils font partie du débat démocratique. On ne doit pas les disqualifier. Mais, pour la clarté du débat, on doit les qualifier : ils sont les intellos d'une droite nouvelle que le 11-Septembre, la dissémination terroriste, la montée de l'islamisme et la faiblesse culturelle de la gauche coalisent peu à peu. Après des décennies de domination progressiste, ils veulent écrire le nouveau logiciel que leur inspirent le terrorisme, l'insécurité, les violences urbaines et surtout le «choc des civilisations» diagnostiqué par Samuel Huntington. Ils sont les néoréacs.
    Alain Finkielkraut, bien sûr, est le plus visible, le plus fiévreux et sans doute le plus talentueux d'entre eux. L'entretien qu'il a donné à « Haaretz » (voir encadré) est le dernier en date de ses exploits rhétoriques. Qu'y lit-on ? D'abord des propos un peu ridicules : qu'il serait interdit, en France, de dire certaines choses, sous peine de prison par exemple, ou qu'il y a beaucoup de Noirs en équipe de France de football, et que cela fait rire en Europe (!). Ensuite - plus sérieux - que les auteurs des violences urbaines de ces dernières semaines sont des Noirs et des Arabes et qu'ils haïssent assez la France pour se livrer à un «pogrom antirépublicain». Et donc - thèse centrale - qu'une minorité ethnique manifestement impossible à intégrer s'est déchaînée contre les symboles de la République par l'effet d'une haine de l'Occident mondialement répandue. Le chômage français ? La discrimination ? Les ghettos urbains ? Des excuses avancées par les bien-pensants, des élucubrations de sociologues masos, des angélismes diffusés par la presse de gauche... Voilà ce qu'il était soi-disant interdit de dire. Mais qui est dit, même si Alain Finkielkraut est ensuite revenu en arrière sur les phrases les plus controversés, tout en «assumant» ses idées...
    Sans aucune coordination, bien sûr, mais dans une étonnante simultanéité, une série de mots et de gestes révèlent une convergence. Nicolas Sarkozy avait ouvert le bal en parlant à propos des cités de «racaille » et de «nettoyage au Kärcher», un « parler vrai » musclé qu'il continue de revendiquer hautement. De Moscou, interviewée sur la chaîne NTS, Hélène Carrère d'Encausse, spécialiste de la Russie, est passée tout à coup de l'Académie française au Bar des Sports en expliquant que si les enfants africains sont dans la rue, c'est parce que «beaucoup de ces Africains sont polygames», réflexion déjà formulée par Bernard Accoyer, président du groupe UMP à l'Assemblée (la polygamie est un vrai problème, mais elle n'est pas la clé principale des émeutes). Et notre académicienne de jouer, elle aussi, les martyrs du « politiquement correct » en affirmant que nous avons des lois «qui auraient pu être imaginées par Staline», aux termes desquelles «vous allez en prison si vous dites qu'il y a cinq juifs ou dix Noirs à la télévision».«Les gens, ajoute-t-elle, ne peuvent pas exprimer leur opinion sur les groupes ethniques, sur la Seconde Guerre mondiale ou sur beaucoup d'autres choses.» Comme le remarque Philippe Val dans « Charlie », étrange référence au négationnisme. Passons, et précisons que notre académicienne est toujours en liberté. Jacques Myard, député proche de Charles Pasqua, demande pour sa part la création de « bataillons disciplinaires » pour mettre au pas « ces jeunes Français malgré eux »...
    André Glucksmann impute lui aussi au «nihilisme» et à la haine pure les émeutes de banlieue, défend le vocable «racaille» et qualifie de «Trissotins moralisateurs» ceux qui répugnent à employer ce vocabulaire. Là encore cette haine existe, et les incendiaires ne méritent aucune excuse. Mais le rôle des intellectuels consistet-il à simplifier jusqu'au slogan - répondraient-ils à d'autres slogans - l'analyse d'un phénomène tout de même un peu plus complexe, où les facteurs culturels et sociaux se mélangent ? Dérive du clerc devenant polémiste. André Glucksmann est l'un des animateurs du groupe de l'Oratoire, active escouade d'intellos formés autour du soutien à la guerre américaine en Irak.
    Les relais politiques ont vite suivi. Alain Finkielkraut se croit audacieux quand il explique qu'il y eut naguère un aspect positif dans la colonisation. Cette opinion est tellement marginale, hérétique, qu'elle figure... dans une loi récemment votée par l'Assemblée nationale et fort heureusement contestée par la gauche. L'Assemblée, encore elle, vient de recevoir sur son bureau une proposition de loi des députés Daniel Mach et Jean-Paul Garraud créant le délit «d'atteinte à la dignité de la France et de l'Etat» et de «détournement du drapeau national». Là encore, on peut à juste titre s'indigner des paroles contenues dans certains raps. Mais une telle incrimination, chacun le voit bien, aboutirait à une restriction inédite de la liberté d'expression. Georges Brassens, Louis Aragon, Boris Vian ou Serge Gainsbourg bientôt hors la loi ? Le même Garraud, député de la droite classique, récidive en demandant qu'on retire la nationalité française aux délinquants de fraîche naturalisation. La dernière fois qu'on a pris cette mesure, c'était sous Vichy...
    Ces personnages sont disparates, mais ils finissent par se ressembler. D'abord dans la méthode : ils adoptent toujours la position de l'homme de vérité qu'on réprime, du solitaire incompris dont on étouffe la voix. L'adversaire proteste ? Il réfute ? Il répond que l'analyse est sommaire, que les causes sociales des émeutes sont patentes même si les différences culturelles compliquent l'affaire, que la DST elle-même a écarté toute manoeuvre des religieux, que l'origine raciale des délinquants ne saurait, tout de même, expliquer en premier lieu leur comportement, à moins de croire à une nature intrinsèquement violente des Arabes et des Noirs ? Aussitôt il est catalogué flic du politiquement correct. Tactique couronnée de succès : tous ces propos ont eu un écho national, mais nulle procédure, nulle censure évidemment, n'est venue bâillonner les imprécateurs. Martyrs imaginaires... Car l'interprétation ethnique des émeutes n'a rien d'une audace intellectuelle. Bien au contraire, c'est l'opinion de la grande majorité des Français. Les néoréacs prétendent briser un tabou. Point du tout ! Ils énoncent le plus plat des lieux communs dans une France qui impute naturellement à l'immigration les débordements récents.
    Alain Finkielkraut incarne à la perfection cette double posture. Il y a, en fait, Alain et Finkielkraut. Alain est un philosophe subtil et érudit, qui publie des livres intelligents et bien écrits sur les modernes, sur Charles Péguy, sur la culture de masse ou sur Emmanuel Levinas. Finkielkraut, celui que l'on voit à la télé, est un quidam qui vitupère la nouveauté, qui pense que tout fout le camp, qu'il n'y a plus de respect et qu'un coup de pied aux fesses ne ferait pas de mal à la jeunesse. Toutes choses dont on peut discuter, d'ailleurs, mais qu'on peut difficilement élever au rang de pensée politique profonde. Etrange dédoublement, où l'on passe sans transition du café philo au café du commerce. On croit que Finkielkraut est le penseur de la technique, de la modernité, de la République. Il est surtout le Noël Roquevert de la pensée, ronchon, grognon et péremptoire. Il dit tout haut ce que la droite pense tout bas. Il est le philosophe... de l'UMP.
    Les néoréacs se récrieront, parleront d'un amalgame honteux, d'un procès en sorcellerie. Toujours la pose du martyr... Alors il faut aller plus loin dans la définition, mieux les qualifier. Quatre caractéristiques les réunissent.

    1 Pour eux, nous sommes en guerre. Une guerre déclarée le 11 septembre 2001, point de départ d'un mouvement mondial d'agression contre l'Occident, ses valeurs, sa civilisation et dont le terrorisme d'Al-Qaida n'est que la pointe extrême. On en retrouve la manifestation partout, d'Irak en Tchétchénie, de Palestine en Thaïlande. Prend corps l'image d'un Occident assiégé par les nouveaux barbares, qui ravagent sa périphérie mais frappent aussi au coeur de ses métropoles : New York, Londres et Madrid. Jusque-là rien de scandaleux, même si la notion de guerre mondiale reste très contestable s'agissant du phénomène terroriste (la dernière guerre mondiale a fait 20 millions de morts : ce n'est pas tout à fait la même chose). Mais on va plus loin.

    2 Dans cette guerre, il y a une cinquième colonne. Une certaine extrême-gauche se lie à l'islamisme et devient le vecteur d'une nouvelle judéophobie à oripeaux progressistes, qu'on retrouve chez José Bové comme dans les résolutions proposées à la conférence de Durban. Un courant antiaméricain, qu'on voit à gauche et à l'extrême gauche, mais aussi dans les postures néogaullistes d'un Dominique de Villepin ou bien dans le pacifisme d'un Gerhard Schröder, affaiblit l'Occident. Une frange violente, antirépublicaine et antisémite des populations immigrées qui campent autour des villes occidentales sert d'armée de réserve aux émeutes urbaines et de vivier de recrutement pour les groupes terroristes.

    3 Il y a enfin, dans ce combat planétaire, des « idiots utiles » : les hommes de gauche bien sûr, accusés de cécité, d'angélisme et d'inertie. Indécrottables dans leur rousseauisme, ils refusent de voir le mal, de percevoir la haine, d'admettre le retour de la bête immonde, le «troisième totalitarisme». Toute à ses idées de paix par le droit et de multilatéralisme à l'eau de rose, la gauche ne cesse d'entraver l'effort de résistance dirigé par une administration américaine certes un peu fruste mais ô combien précieuse par sa fermeté. Incapable de comprendre qu'elle a affaire à une entreprise de subversion générale des valeurs judéo-chrétiennes, elle fait droit, par respect des autres cultures, à toutes sortes de revendications mémorielles et différentialistes qui ne font qu'affaiblir l'Occident en l'engluant dans un sentiment de culpabilité permanent. Aveugle devant la situation dangereuse créée par une immigration incontrôlée, la gauche continue enfin à se concentrer sur l'inégalité sociale alors que l'intégration ne se fait pas et que la « culture de l'excuse » laisse la délinquance et la subversion prendre le contrôle de cités désormais peuplées non de victimes mais d'ennemis.

    4 Ces « idiots utiles » ne sont que la manifestation d'un syndrome plus large : la fin du progrès et la dissolution des valeurs - républicaines, occidentales, judéo-chrétiennes, c'est selon. La liberté qui prévaut dans la démocratie finit par la ronger de l'intérieur. Les croyances s'effacent, les institutions s'effritent, une douce anarchie consommatrice et médiatique, shootée à la culture de masse, amollit la société et abaisse les défenses morales de l'Occident. La démocratie est un lieu vide, sans foi ni règle. Nous sommes en décadence.
    Ami progressiste, lecteur de gauche, démocrate tolérant, avouez-le, en lisant ces paragraphes, vous vous dites que tout là-dedans n'est pas faux, que dans cette vision du monde il y a une bonne part de vérité. C'est toute la question. Au-delà de leurs différences (un Glucksmann dénonce la Russie en Tchétchénie, un Finkielkraut n'approuve pas la guerre d'Irak, etc.), les néoréacs professent une pensée cohérente, solide. Une pensée qui prend en compte le danger du monde, que la gauche, reconnaissons-le, ne mesure pas toujours. Comme les néoconservateurs aux Etats-Unis, les néoréacs préparent les esprits à des politiques nouvelles, bien plus dures et audacieuses que le gaullo-centrisme d'un Chirac ou d'un Villepin. Nicolas Sarkozy vient de ressortir la « loi anticasseurs » : prémices de la suite. Les néoréacs sont moins des intellectuels que des combattants, moins des analystes que des propagandistes. Pour les réfuter, il faudrait expliquer que le terrorisme, aussi meurtrier soit-il, pose des problèmes fort différents des menaces guerrières d'antan et qu'une action combinée, policière, politique et sociale peut seule en venir à bout, plutôt qu'un enrôlement sous la bannière martiale de George Bush. Il faudrait montrer que les banlieues, aussi travaillées qu'elles soient par l'islamisme, se révoltent surtout pour des raisons intérieures, qu'elles demandent l'intégration à la République et non sa disparition, qu'elles sont lieu d'injustice et de discrimination plus que de haine. Il faudrait rappeler que la répression s'opère là-bas sans faiblesse et que ce n'est pas Finkielkraut et Carrère d'Encausse qu'on met en prison, mais des centaines d'Arabes et de Noirs, certes coupables, mais envers qui la faiblesse irénique des progressistes et la culture de l'excuse ne s'exercent que fort peu. Il faudrait montrer que la fermeté sans faille à l'égard de l'islamisme doit se doubler d'une tolérance républicaine et d'un dialogue franc avec l'islam, et qu'il est de bonne politique, vis-à-vis des minorités, de reconnaître les blessures mémorielles et les humiliations. Il faudrait, en un mot, dessiner les contours d'une politique plus complexe, plus moderne, qui joue sur des leviers sociaux, culturels, politiques, autant que répressifs et dénonciateurs. Bref, il faudrait être sans ambages - on ose à peine l'écrire - nuancé et progressiste. Horreur !

    Laurent Joffrin
    ----------------

    Appartengo, e sono in buona compagnia (Hélène Carrère d’Encausse, Alain Finkielkraut, André Glucksmann…), secondo il Nouvel Observateur, a una nuova famiglia: “i neoreazionari”.
    Per parafrasare Shakespeare in “Giulio Cesare”: “Se questo fosse il caso, sarebbe un errore pesante e pesantemente dovremo un giorno risponderne”. Al di là delle polemiche, ho cercato di comprendere ciò che questo epiteto appena coniato possa significare oggi. Ecco la risposta: un neoreazionario è “neo” soltanto perché la reazione che incarna è nuova, tanto più che il progressismo che combatte si basa su un paradigma non meno nuovo. Ho cercato di riassumere le direzioni strategiche del neoprogressismo. Ne ho trovate sei.
    -La prima è che il nuovo progressismo è prima di tutto ecologico. Pensa che il futuro stesso della Terra sia minacciato e predica – costi quel costi – il rallentamento dell’attuale crescita, autrice della catastrofe. A questo proposito diffida della scienza, degli ogm che assoggettano le culture alle nanotecnologie, che consentiranno, un giorno, di controllare il cervello umano.
    Contro il riscaldamento planetario, predica la frugalità francescana, evidentemente nuova.
    -La seconda è che il neoporogressismo è un antimondialismo. Come Adam Smith aveva rilevato il paradosso di un carattere benefico della ristrettezza egoistica e parsimoniosa del consumatore individuale, che, favorendo la concorrenza, provocava un arricchimento generale, così oggi i manifestanti “casseur” che accompagnano i G8, gli scioperanti che rifiutano la delocalizzazione e i protezionisti che passano dall’incendio dei pneumatici alla restaurazione delle frontiere doganali finiscono per rallentare il processo di liberalizzazione degli scambi, che non è sostenibile per la nostra economia né per la nostra società. Bisogna riprendere in mano – anche qui per rallentarlo – il processo d’unificazione dell’Europa e, al suo interno, favorire un protezionismo continentale contro gli Stati Uniti e la Cina. Il neoprotezionismo vuole dissociare il trittico “salario-impiegoproduttività” mostrando che esistono altri metodi di produzione e di generazione di impiego (le 35 ore) e altre fonti di salario rispetto alla produttività: l’aumento delle imposte, metodo incomparabile per un’autentica redistribuzione sociale.
    Il nemico americano
    - La terza è che il neoprogressismo considera gli Stati Uniti il nemico del pianeta. Perché l’America è il centro nevralgico della mondializzazione produttiva e distrugge le società che resistono a loro e la biodiversità. Come tutte le equazioni possono essere lette in due sensi, così ne risulta che nessun avversario dell’America può essere cattivo: il venezuelano Chávez, il presidente dello Zimbabwe Mugabe o certi mullah iraniani presentano ancora qualche ruvidezza a tratti fastidiosa. Ma l’essenza della loro lotta produce gli stessi effetti progressisti della resistenza al cambiamento di tutte le forze organizzate dell’emisfero nord. Un unico regime generato dal Terzo mondo rivoluzionario è integralmente perverso: quello della Cina che imita la nostra produttività e la nostra indifferenza ai veri dannati della terra.
    - La quarta è che il neoprogressismo condanna gli alleati degli Stati Uniti che sono sia legati al loro sistema sociale (l’Inghilterra) sia i pilastri del loro ordine strategico (Israele o Giappone). Diffida delle lobby che vogliono imporre una politica mondialista eccessiva alla Francia.
    Se le lobby inglesi e giapponesi sono soprattutto economiche, la lobby israeliana s’appoggia su una forma nuova di comunitarismo che fa delle comunità ebree e degli ebrei favorevoli al sionismo un gruppo totalmente acquisito al fenomeno neoreazionario, e dunque a questo titolo oggetto di un sospetto molto particolare. I buoni ebrei sono gli ebrei antisionisti come lo erano, durante l’affaire Dreyfus, gli israeliti che sceglievano il battesimo.
    La quinta e la sesta sono che, dopo tutte queste considerazioni, il pianeta sarà salvato dalla rivolta dei dannati della terra, quella porzione di sud che, abbandonata dalla mondializzazione, sviluppa da Porto Alegre a Pyongyang e fino al cuore delle nostre banlieues un Grande Rifiuto che ha preso il posto – oggi vuoto – del proletariato delle metropoli.
    Certamente un nuovo islam politico è portato a giocare un ruolo sempre crescente, seguendo l’esempio di ciò che già si è prodotto negli Stati Uniti con l’islam afroamericano di Farrakhan. E’ il momento, per gli europei in particolare, di tendere la mano a questi movimenti e di dissociarsi chiaramente dall’anti islamismo che praticano gli americano-sionisti da una parte e i neostalinisti russi dall’altra.
    E’ assolutamente certo che mi trovo dall’altra parte della barricata rispetto a queste sei tesi che rivelano anche chiaramente le mie sei contro-tesi, di cui risparmio qui l’enunciazione. D’accordo quindi per il neologismo neoreazionario, ma il neoprogressismo appena ridefinito è sempre così progressista?
    Lo vedo piuttosto portatore di un’autentica rivoluzione conservatrice su scala planetaria. Allora sarebbe più giustificato dire che la lotta dei neoreazionari è piuttosto contro i neoconservatori di domani. Abbreviato “neoreac” contro “neocon”. E’ la lotta finale.

    Alexandre Adler
    © Le Figaro-Volpe
    (traduzione di Paola Peduzzi)

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