Noi e il programma dell’Unione
Lo sciopero generale dei metalmeccanici, che si è svolto pochi giorni fa, con grandi manifestazioni in tutto il paese, ha ribadito che i lavoratori si aspettano da noi e da tutte le forze della sinistra un programma chiaramente alternativo alle politiche del centro destra, alternativo alle politiche antisociali del governo Berlusconi, alternativo alla pervicace azione di distruzione delle fondamenta costituzionali, civili e morali del nostro Paese.
Mai come in questa occasione la lotta dei lavoratori e della classe operaia italiana per il contratto e per i diritti del lavoro è apparsa così strettamente legata alla sostanza delle scelte nostre e di tutta la sinistra per orientare il futuro programma di governo dell’Unione. Diciamo la verità: siamo ad una stretta, siamo al momento delle analisi e delle proposte chiare e praticate con coerenza e mi pare di poter affermare che, su alcuni temi decisivi, dalle indicazioni emerse nel seminario di Perugia sul programma dell’Unione restano nodi irrisolti e proposte non chiare.
A partire dal ritiro immediato delle nostre truppe dall’Iraq, scelta decisiva se si vuole perseguire la strada della pace, della coesistenza tra i popoli fondata sul diritto internazionale e su un nuovo ruolo dell’Italia nel Mediterraneo e nell’Europa. Oltre a questo, manca dai materiali, per quel che se legge dai giornali, qualunque riflessione sul futuro dell’Iraq, assegnato d’ufficio nella categoria della “transizione democratica” (sic!), senza menzione del fatto che l’attuale governo iracheno è stato insediato ed è sostenuto dalle forze di occupazione angloamericane. Così come scompare ogni riferimento al ritiro delle missioni italiane in altri scenari di guerra e di crisi, come l’Afghanistan.
Altre questioni rilevanti, e sostanzialmente irrisolte, permangono nell’area delle politiche economiche e sociali nazionali. L’indicazione, in sé assolutamente condivisibile, della necessità del rientro dal debito pubblico provocato dalle disastrose politiche finanziarie del governo Berlusconi, non pare ad oggi accompagnata dalle indicazioni sul reperimento delle risorse, né sulla ripartizione sociale degli oneri del risanamento. Sappiamo bene che, a differenza degli altri Paesi europei, la nostra crescita oggi è pressoché nulla, i consumi popolari - com'è noto – sono fermi, i conti non sono a posto, tanto che la stessa struttura dell’ultima finanziaria non pone rimedio alla situazione, o lo fa comunque in modo iniquo, scaricando sul futuro governo l'onere di un nuovo risanamento finanziario del Paese e quindi una pesante eredità.
Anche l’ultima manovra del governo Berlusconi farà pagare i conti, ancora una volta, ai ceti deboli del nostro Paese, i lavoratori dipendenti, i lavoratori sempre più precari, il Mezzogiorno, i giovani, le donne. Per questo abbiamo affermato che non saranno né possibili, né politicamente accettate, le classiche manovre sui due tempi, prima si risana, poi si ridistribuiscono le briciole! No, questa volta, deve essere chiaro che la ripresa della domanda interna, il sostegno al salario, alle pensioni, alla spesa per lo Stato sociale dovranno fare tutt’uno con l’impegno per il rilancio dell’economia, per creare lavoro e sostenere gli investimenti.
Del resto, questi sono gli impegni che scaturiscono da una lettura non astratta della situazione italiana, su cui mi pare lo stesso Prodi si è in qualche modo già espresso, ed è inoltre questo l’unico terreno praticabile se, come sinistra, vogliamo di nuovo rappresentare gli interessi sociali dei lavoratori e non farci dettare la linea dai moderati dell’Unione - che a loro volta se la fanno dettare da Confindustria.
L’altro grande tema, strettamente collegato al precedente, è quello del lavoro, dei suoi diritti, della sua qualità e dignità. Noi confermiamo la necessità di abrogare la legge Biagi,mentre dai tavoli di Perugia sembrano emerse solo ipotesi di sterilizzazione delle parti più pesanti di questa legge,così come di altre per noi inaccettabili, come la controriforma della Moratti. Noi siamo assolutamente convinti che la difesa ed il rilancio dell’istruzione pubblica nel nostro paese sia una priorità e ribadiamo la proposta di elevare l’obbligo scolastico fino ai 18 anni.
Certo, siamo consapevoli, e forse più di tanti altri, dell’esigenza di trovare punti di mediazione e di condivisione unitaria, ma abbiamo l’obbligo di segnalare il rischio della mancata chiarezza su questi temi che sono il centro della proposta alternativa e coerente che ci chiedono gli elettori della sinistra italiana. Che oggi non capiscono né accettano artifici o bizantinismi sulle cose da fare, soprattutto da parte di un governo che si dichiara, per natura ed intenzioni, alternativo alla destra.
Abbiamo riflettuto a lungo sulle questioni di programma, e lo abbiamo fatto a partire da una parola d’ordine: “chiudere con il ventennio liberista”, insieme a tanta parte della sinistra e del movimento sindacale italiano. Si tratta di una ispirazione generale, da esercitare a tutto campo, contro politiche che hanno prodotto un grande impoverimento del Paese: economico, sociale, culturale. Dunque, se riteniamo giusta una grande battaglia contro la visione privatistica del governo Berlusconi che, per fare cassa, ha messo in “svendita” un patrimonio pubblico di inestimabile valore - aziende e complessi industriali spesso in ottima salute, beni culturali, terre di uso civico, beni demaniali - con il risultato di trasferire in poche mani private grandi risorse collettive, è altrettanto necessaria una battaglia contro le propaggini di una impostazione che ha messo radici anche in settori importanti del nostro schieramento. Per questo siamo consapevoli che si tratta di condurre una battaglia culturale e di civiltà, oltre che politica. Una battaglia che serve a definire una identità della sinistra, che si incontri con la crescente sensibilità di massa su questi problemi e con la richiesta sociale diffusa di invertire l’ordine delle priorità in questo paese.
Gli atti concreti compiuti dal governo sono noti e i risultati economici della sue politiche sono disastrosi.
Il declino è ormai percepito da tutti. Tutti gli indicatori economici sono negativi: inflazione, retribuzioni, consumi, diffusione della povertà, la ripresa del debito pubblico e quello delle imprese, una qualità sempre più bassa dell’occupazione. Nell’industria siamo ormai alla recessione. L’unico dato in crescita costante e continua è quello delle dimensioni della rendita finanziaria. Finanza creativa, riduzione di tasse ai redditi più alti e riduzione dei contributi dovuti dalle imprese, attacco al salario e alle pensioni, in sostanza un trasferimento imponente di reddito dai lavoratori e dai ceti più deboli a favore delle imprese e dei ceti più agiati, contro i pilastri dello stato sociale italiano. Il quale, peraltro, resta ancora uno dei più poveri d’Europa.
Nell’impianto della destra centrali sono gli individui, la proprietà privata e l’impresa. Alla crisi della coesione sociale e territoriale, che inevitabilmente consegue da queste scelte, si è risposto accentrando i poteri: attraverso il presidenzialismo, il controllo dei mezzi di informazione, in troppi casi - come in questi ultimi giorni - anche con la repressione e un uso sciagurato delle forze dell’ordine.
Gli italiani ormai, quando pensano al futuro, non sono sereni né per il lavoro né tanto meno per la vecchiaia. La crisi, la precarietà nel lavoro dilatano l’area della povertà, anche tra coloro che un lavoro ce lo hanno. Evolviamo verso una società americanizzata nella quale ogni individuo dovrà garantirsi in solitudine condizioni di lavoro, istruzione, salute e previdenza. Le donne, insieme alle giovani generazioni, sono i soggetti più colpiti dalla precarietà, e pagano doppiamente la riduzione della spesa previdenziale, di quella assistenziale e dei servizi pubblici.
E’ diventato nuovamente fonte di ansia e di contraddizioni laceranti il rapporto tra il proprio lavoro e la maternità, nel pieno di una campagna oscurantista e retrograda che nega alle donne la loro libertà e le conquiste sociali e civili conquistate in una grande stagione di progresso e di civilizzazione del nostro paese. Sono questi i dati di una realtà che i nostri programmi politici ed elettorali devono affrontare. Non è semplice, lo sappiamo, ma è necessario provarci. A partire da noi, per ricostruire, insieme ad altre forze di ispirazione comunista e socialista, una forza capace di pesare nel futuro governo del paese. E’ dunque nostro compito affrontare anche lo scontro elettorale rinnovando la forza e la vitalità di una grande cultura critica, non solo nell’azione di denuncia delle grandi contraddizioni del nuovo capitalismo mondiale, ma nell’azione concreta, nell’elaborazione di proposte già oggi praticabili, fondate sulla realtà, comprese e, per questo, sostenute da un nuovo ampio movimento politico e sociale, come la lotta dei metalmeccanici ha appunto indicato.
Partiamo dunque dalla parte migliore della nostra cultura, che certo non appartiene solo al PdCI, la quale ha prodotto un patrimonio di idee, di valori, e di esperienze concrete di governo e che rappresenta ancora oggi la migliore tradizione dei comunisti italiani. Noi abbiamo fatto la scelta strategica di puntare ancora su questo patrimonio, nonostante la Bolognina e i suoi epigoni, e nonostante le illusioni “antagonistiche” di questi anni, che vanno sfumando ogni giorno di più nell’accomodamento pacificato su programmi generici.
Ha fatto comodo e fa comodo a molti, oggi più che mai, rappresentarci come i nostalgici, chiusi e settari conservatori di una memoria irrimediabilmente lontana e, sostanzialmente inutile. Il nostro obbiettivo è, al contrario, quello di rinnovare e rimotivare i legami della sinistra italiana con i lavoratori e con tutto il Paese. Ci chiediamo: perché i lavoratori, i precari, i disoccupati, le donne e i giovani di questo paese debbono ancora poter guardare con fiducia e speranza alla sinistra e a quei partiti che, come il nostro, non hanno rinunciato a rappresentare i loro concreti interessi sociali e civili? perché dovrebbero darci il voto che chiederemo loro in campagna elettorale? La risposta è in questo insieme di identità e di proposta programmatica, al cui centro ritorna la centralità del lavoro, non come riferimento etico astratto, ma come precisa indicazione sullo scontro sociale e di classe, e proprio laddove, come nel nostro mondo cosiddetto “postindustriale”, sono le stesse modificazioni del modo di produzione capitalistica a fare della precarietà, della massima flessibilità, della dislocazione dei luoghi della produzione, i nuovi e sofisticati strumenti di controllo e di sfruttamento intensivo della forza lavoro.
Peccato che qui, in Italia, tutta la manovra, partita dalla offensiva ideologica sull’art. 18 e chiusa con la legge Biagi, abbia puntato al sostegno di un panorama industriale arretrato, miope e incapace di investire nel rinnovamento, nell’innovazione, incapace di politiche innovative di prodotto e di sistema, che ha puntato tutto sullo sfruttamento dei lavoratori e non sulla trasformazione strategica in settori avanzati in grado di competere nell’economia europea e mondiale. Questo è stato ed è uno degli elementi del clamoroso e visibile fallimento delle politiche di Tremonti, della perdita di consenso del centrodestra, ma anche uno degli elementi che ha segnalato con estrema chiarezza che precarietà e flessibilità del lavoro si coniugano solo con arretratezza e debolezza dell’industria, declino della sua qualità competitività. La stessa retorica sulla centralità dell’impresa è apparsa cosi per quello che è: un artificio ideologico,per far ingoiare al paese ed anche ai lavoratori politiche senza futuro, nelle quali il ruolo dello Stato è stato piegato al sostegno di questo sistema, con uno strano nuovo miscuglio di laissez-faire e di assistenzialismo, senza nessuna seria indicazione di quale nuovo ruolo strategico lo Stato debba e possa svolgere nell’economia.
Che lo faccia e lo abbia fatto la destra iperliberista berlusconiana è del tutto comprensibile; del tutto inconcepibile che ci siano anche nella coalizione di centrosinistra settori che ancor oggi non vogliono sentir parlare di nuovo ruolo dello Stato nell’economia, né capiscono l’urgenza, per il rilancio stesso del sistema industriale italiano, di interrompere la sciagurata stagione delle privatizzazioni nei settori strategici e trainanti dell’economia come l’Eni e l’Enel, dopo i disastri compiuti sul fronte delle telecomunicazioni, dei trasporti e di settori industriali avanzati come la ricerca aerospaziale.
Tutto questo pone ai comunisti ed alle altre forze di sinistra, in questo paese, precisi problemi politici e la ricerca di strategie nuove di unità e di identità, non certo in nome di una sterile autorappresentazione, ma proprio nelle direzione di intercettare e mobilitare le alleanze sociali e politiche in grado di comprendere la funzione strategica dell’azione pubblica per lo sviluppo del paese: a partire dalle infrastrutture e dagli investimenti nel Mezzogiorno, oggi nuovamente, e non a caso, abbandonato al ricatto delle cosche mafiose e criminali, e perché la ripresa della economia sia fondata su un nuovo grande piano per il lavoro, sull’allargamento della base produttiva, sulla formazione, sulla qualità e sui diritti del lavoro. Una sinistra che sappia scegliere in tale direzione, saprà rinsaldare i suoi legami con il paese, con le sue forze vitali, soprattutto saprà scegliere di investire nel futuro delle giovani generazioni.
Eguaglianza e Libertà, la sinistra nel nuovo millennio
Molte e diverse sono le analisi compiute in questi ultimi anni, dopo la caduta del muro di Berlino. La presa di distanza di gran parte delle forze della sinistra in Italia ed in Europa dal sistema ideale e dal patrimonio storico accumulato dal movimento operaio nel ventesimo secolo, ha rappresentato un fatto di enorme portata, sul piano politico e su quello della cultura e dell’identità dell’intero continente europeo. Vorremmo tuttavia sottolineare il fatto che queste analisi in genere hanno evitato di misurarsi con l’analisi delle condizioni storiche, sociali e culturali, oltreché economiche interne e mondiali in cui sorse e si sviluppò l’esperimento socialista. E mettendo sotto osservazione solo le innegabili storture di quel sistema, tali analisi hanno sempre più oscurato i riferimenti ideali di solidarietà, di pace, di difesa del lavoro e delle condizioni dei lavoratori, di tutela dei beni collettivi e della vita dei più deboli che stavano al fondo dell’ideale emancipazione delle classi subalterne. Quell’ideale è ancora il nostro. Noi siamo consapevoli della portata storica del tornante epocale che abbiamo vissuto negli ultimi anni del 900, dal quale il mondo è emerso del tutto trasformato. Ma sappiamo anche che le idee di fondo che mossero, in ben altre contingenze storiche, milioni di esseri umani alla ricerca del diritto alla pace, all’esistenza, e al loro posto nella storia, sono ancora oggi attuali, nel rinnovarsi di situazioni di guerra, di schiavitù, di miseria, di emarginazione. Una sinistra per dirsi tale, oggi deve agire, senza alcuna esitazione, nella lotta per il riscatto delle classi subalterne di ogni paese e di ogni continente; nella lotta per affermare le ragioni profonde della pace e della democrazia; nella lotta per l’eguaglianza dei diritti fondamentali; nel rispetto delle differenze e della pluralità delle identità dei viventi: sessuali, culturali, etniche e di fede. La sinistra, per essere tale, deve agire per l’affermazione dei principi universali posti a fondamento del pensiero moderno, di quella grande cultura della ragione che, dall’illuminismo al socialismo, nella peculiarità della storia europea, ha realizzato alcune tra le più alte acquisizioni dell’intera civiltà umana: la tensione costante allo sviluppo della democrazia, i principi di libertà e di eguaglianza, il principio di laicità, lo stato di diritto.
Perfino dai momenti più bui del nostro recente passato, nella catastrofe della guerra e dello sterminio generate dal fascismo e dal nazismo, tali acquisizioni, negate e spesso stravolte, sempre sono riemerse per essere riaffermate, contro ogni forma di oscurantismo e contro ogni aberrante pretesa superiorità di razza e di casta. Ma un punto decisivo va sottolineato e ricordato: la novità storica che ha segnato tutta la seconda metà del 900 - e che oggi la destra al servizio del neoliberismo vorrebbe cancellare - è che in difesa dei grandi principi di libertà e di uguaglianza, contro la barbarie, si levassero non già vecchie e ristrette avanguardie, o le classi liberali decadute perché responsabili della disfatta democratica dell’Italia e dell’Europa, ma le grandi masse popolari e dei lavoratori, gli spiriti più alti dell’intellettualità - che nella sua maggioranza tacque o si rese connivente - e quanto, sopravvissuto alla morte ed alle persecuzioni, restava dei partiti antifascisti europei: partiti comunisti, partiti socialisti, partiti cattolici democratici, partiti democratici. E’ questa la cifra del 900, secolo che noi ci rifiutiamo di assegnare alla sola categoria dei crimini e dei misfatti, perché esso resta il secolo in cui hanno fatto irruzione, nella storia, la lotta per l’emancipazione delle classi subalterne, e poi la lotta dei popoli contro il dominio coloniale ed, infine, la lotta delle donne per la loro liberazione. Ognuno di questi grandi soggetti ( come seppe riconoscere con spirito nuovo la Pacem in Terris di Giovanni XXIII) ha, nel corso del 900, usato, interpretato, arricchito, trasformato quelle parole: libertà e uguaglianza, per inverare la democrazia e per darle sostanza, per liberarsi dall’oppressione patriarcale, per dare strumenti allo stato di diritto, per conquistare garanzie sociali ai più deboli. Per tutto questo noi rivendichiamo il dovere storico delle forze della sinistra di continuare, nel nuovo secolo, la lotta per l’affermazione dei principi e delle idealità che stanno alla base dell’intera storia delle forze progressiste, democratiche, e del movimento operaio italiano ed europeo.
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