Il diritto a scioperare è stato conquistato con aspre lotte tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento nelle democrazie occidentali, e ha segnato e forzato il passaggio dalla democrazia elitaria a quella di massa. I regimi dispotici, a cominciare da quelli instaurati “in nome della classe operaia”, per prima cosa aboliscono il diritto di sciopero, che è obiettivamente antagonistico a qualsiasi concezione totalitaria del potere.
Basterebbero queste ragioni a difendere lo sciopero, come espressione del dissenso organizzato, indipendentemente dalle ragioni o dei torti di chi lo proclama.
Il tempo ha fatto giustizia delle illusioni del sindacalismo rivoluzionario di Georges Sorel, il cui pensiero influenzò egualmente Antonio Gramsci e Benito Mussolini. E’ con lui che nasce, e poi deperisce, il fallace mito dello sciopero generale come strumento per la palingenesi sociale. Oggi, almeno da noi, lo sciopero generale ha assunto un carattere diverso, dimostrativo della forza delle organizzazioni sindacali e spesso giocato su tematiche politiche. C’è obiettivamente il rischio che questo impiego di uno strumento così importante finisca per logorarlo. Lo sciopero conta e rafforza la sua presa nella coscienza dei lavoratori se ottiene risultati, anche parziali, ma reali. Altrimenti, come disse qualche tempo fa il segretario della Cisl Savino Pezzotta si riduce a uno “scioperetto”. Nessuno contesta il diritto dei sindacati a proclamare agitazioni o addirittura scioperi generali che hanno solo il senso di esprimere una protesta, come quello che si è svolto ieri. Chiamare ripetutamente i lavoratori alla mobilitazione su piattaforme estemporanee e confuse, che non preludono ad alcun negoziato, però, può produrre effetti indesiderati. In nessuno dei grandi giornali di informazione usciti ieri la notizia dello sciopero generale compariva in prima pagina, se non come richiamo, in un sottotitolo, alla disputa sul Tfr.
Forse non è abusandone in questo modo che si difende davvero lo sciopero e quel che significa.
saluti




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