Ma è stata la Siria?
Maurizio Blondet
13/12/2005
BEIRUT - Il luogo dell'esplosione dove sono morte quattro persone tra cui il giornalista e deputato cristiano antisiriano Gebran Tueni«E' stata la Siria!»: il grido unanime di tutti i mass media asserviti risuona dopo l'uccisione in Libano di Gebran Tueni, un noto giornalista e parlamentare cristiano ortodosso, caduto vittima di un'autobomba lunedì mattina.
Anti-siriano certo Tueni lo era, come direttore del giornale An-Nahar.
Era il primo di una lista siriana di bersagli, stranamente scoperta dopo l'assassinio di Rafik Hariri, l'altro grande libanese che si dice eliminato dai siriani.
E tuttavia, qualcosa non quadra.
Perché il regime di Damasco, debole e sotto minaccia di attacco americano, avrebbe dovuto commettere questo omicidio sotto gli occhi del mondo?
Che vantaggio ne avrebbe ricavato?
Tanto più che le accuse contro il regime siriano di aver ucciso Hariri stavano svanendo.
Il prosecutor dell'ONU Detlev Mehlis ha abbandonato l'indagine in modo vergognoso, dopo che il suo principale testimone d'accusa, Hussam Taher Hussam, ha ritrattato tutto, asserendo di essere stato pagato, poi intimidito e torturato per confermare il teorema accusatorio di Mehlis.
Il figlio del defunto, Saad Hariri, gli avrebbe promesso 1,3 milioni di dollari come compenso per la sua falsa testimonianza; alla sua resistenza, l'avrebbe drogato con iniezioni e torturato.
Hussam ha detto che gli era stato richiesto di implicare nell'assassinio di Hariri Maher Assad, il fratello minore del presidente siriano Bashar Assad, e il cognato di questo, Asef Shawat.
Un altro testimone a carico, Zuhair Saddik, che aveva deposto «provando» collegamenti fra elementi dei servizi siriani e libanesi per l'assassinio di Hariri, è stato addirittura arrestato: ha confessato di essere stato uno dei partecipanti al piano dell'attentato.
Ora è in galera in Francia e sarà estradato in Libano.
.
Saddik fu «presentato» a Mehlis da Rifaat Assad, zio dell'attuale dittatore siriano, che è in rotta con la famiglia e spera evidentemente di diventare il primo presidente siriano collaborazionista, nel caso (probabile) di un'invasione americana.
A parte questi due ora screditatisi da sé, non ci sono altri testimoni che consentano di incolpare la Siria per l'assassinio di Hariri.
Fatto notevole, nel riportare tutta la storia, il francese Le Figaro cita un membro dell'entourage di Saad Hariri, secondo il quale Saddik «è stato usato per dare informazioni che venivano da altrove».
E Der Spiegel ha raccontato che Saddik telefonò a un suo fratello a Damasco gridando «sono diventato miliardario!»: aveva ricevuto denaro da altrove.
E dove va ricercato questo altrove?
La sola cosa che si può dire è che il crollo del castello accusatorio contro la Siria è un duro colpo per Bush e i suoi falchi israeliani, nonché per Chirac, che aveva subito preso la guida (strano) della demonizzazione di Assad.
Quanto ai neocon israelo-americani, basti dire che John Bolton, l'ambasciatore USA all'ONU e uomo del giro Wolfowitz, ha preteso che l'inchiesta di Mehlis continuasse anche senza Mehlis, e senza testimoni credibili.
Tutti costoro volevano il «cambio di regime» a Damasco, e si preparavano ad imporre sanzioni contro la Siria, posta sul banco degli accusati dall'ONU; come preludio a un'invasione.
Il crollo del teorema Mehlis li ha gettati nell'impasse, tanto più che la Siria ha accettato di collaborare, consentendo a quattro alti ufficiali dei suoi servizi di testimoniare a Vienna sull'attentato.
Peggio: Damasco ha offerto di riprendere i colloqui con Israele per il riconoscimento dello Stato ebraico.
In modo da uscire dall'isolamento diplomatico.
«Non c'è motivo che il Consiglio di Sicurezza prenda misure contro la Siria, a meno che non voglia punirci per la nostra cooperazione in buona fede con l'inchiesta internazionale», ha detto il vice-ministro degli Esteri siriano Walid al-Mouallim.
Si può solo immaginare il dispetto del «Partito della guerra globale»: quale altra scusa trovare per far fare ad Assad la fine di Saddam?
In questa situazione è arrivato - giusto in tempo - l'attentato a Tueni, il più noto giornalista anti-siriano del Libano.
E tutti i media servili possono di nuovo gridare: «è stata la Siria!».
In realtà, qualunque cosa si pensi del regime siriano, è difficile crederlo.
Cui prodest?
Alla Siria no di sicuro.
Forse, come gli specialisti della morte che hanno fatto saltare Hariri, come i soldi pagati ai testimoni, come le informazioni false messe nelle loro bocche, gli assassini di Tueni vengono da «altrove».
Un «altrove» molto vicino, del resto.
Gerusalemme o Tel Aviv.
Quegli speciali assassini, detti in ebraico kidon, corrono per il Libano come e quanto vogliono.
Maurizio Blondet
Copyright © - EFFEDIEFFE - all rights reserved.


Rispondi Citando
