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Discussione: Quando la barca va...

  1. #11
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    Sinceramente, a me che D'Alema abbia la barca me ne passa po' cazzo

    Mi interessa di più il rapporto che ha con Consorte

    Paolo

  2. #12
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    ipotizzo di tipo incestuoso

  3. #13
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    Citazione Originariamente Scritto da informauro
    Con qualunque BARCA, volevi dire, no?

    Quel che manca in questo florido thread è il pensiero di nostra signora dei dolciumi. Strano, eppure ce ne sarebbe di condimento:
    - D'Alema (è un uomo, e già questo....)
    - D'Alema è un DS (e qui, almeno l'asso di bastoni, ci vuole)
    - D'Alema ha una barca (dagli al comunista riccone!)
    - D'Alema la paga (IN LEASING - altro strumento losco) presso la banca di Fiorani (e giù, tutt'er cucuzzaro!)

    Noi - seguendo l'auspicio di benfy - aspettiamo le tenebre.

    Informauro
    PERFIDO INFORMAURO

  4. #14
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    Citazione Originariamente Scritto da informauro
    Con qualunque BARCA, volevi dire, no?

    Quel che manca in questo florido thread è il pensiero di nostra signora dei dolciumi. Strano, eppure ce ne sarebbe di condimento:
    - D'Alema (è un uomo, e già questo....)
    - D'Alema è un DS (e qui, almeno l'asso di bastoni, ci vuole)
    - D'Alema ha una barca (dagli al comunista riccone!)
    - D'Alema la paga (IN LEASING - altro strumento losco) presso la banca di Fiorani (e giù, tutt'er cucuzzaro!)

    Noi - seguendo l'auspicio di benfy - aspettiamo le tenebre.

    Informauro

    dovremmo sinceramente farle una statua di POL per commemorare il suo primato in questione di moralità, sincerità, miglior cittadina, miglior elettrice, miglior utente di POL e quant'altro......
    Europa Unita

  5. #15
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    Predefinito D'Alema, i conti ed i fatti, di Davide Giacalone

    D'Alema, i conti ed i fatti

    E' una furia, Massimo D'Alema, ed ha ragione. Si ribella a vedere il suo nome accostato a quello di altri, si arrabbia a vedere la sua barca descritta come un galleggiante del malaffare, magari il compenso di un intrallazzo, il frutto di un mercimonio, la prova d'una depravazione. Ha ragione, ed io gli esprimo, senza riserve e senza ipocrisia, la più piena solidarietà. Salvo ricordare che la sua ragione d'oggi è il suo torto di ieri.
    Moraleggiava, l'onorevole D'Alema, profittava a mani basse quando il giustizialismo dei copisti, quando il giornalismo per procura colpiva altri. Oggi soffre, ed ha ragione. Oggi.
    Noi siamo agevolati. Noi contro le carte d'indagine passate alla redazione unica del passacartismo abbiamo sempre detto e sempre scritto. Noi non abbiamo mai confuso un avviso di garanzia, o un arresto, con una colpevolezza. Noi abbiamo scritto contro i magistrati che si ergevano a moralisti e giustizieri, ci siamo beccati le querele, li abbiamo sconfitti in tribunale, e lo abbiamo fatto senza che mai l'onorevole D'Alema sentisse il bisogno d'indirizzarci una parola di conforto.



    Il che, comunque, è una colpa politica, ma non certo un reato. Oggi, pertanto, individuiamo nel meccanismo che lo colpisce l'ingranaggio che stritola il diritto. E lo denunciamo, come sempre.
    D'Alema ha indirizzato parole forti contro i giornalisti, ed anche in questo ha ragione. Il giornalistume si difende dicendo che informare il pubblico è un dovere ed una missione. Balle. Pubblicare le veline della procura non è informare. Informare sarebbe, semmai, il raccontare quel che si vede, quel che si sa, quel che si raccoglie, e farlo offrendo al pubblico qualche elemento critico in più, per aiutare a capire. Ecco, questo sarebbe giornalismo. Io l'ho fatto, raccontando, tempo fa, in un libro intitolato “Razza Corsara”, la storia dell'assalto a Telecom Italia, la genesi di un'opa dietro la quale vi erano società lussemburghesi il cui proprietario reale non è mai stato noto, in una confluenza d'interessi con la “finanza rossa”, ovvero Unipol e Monte dei Paschi di Siena, grazie all'opera di Chicco Gnutti, con il plauso dell'allora presidente del Consiglio, quel Massimo D'Alema che chiamò gli scalatori “capitani coraggiosi” (e ci voleva coraggio), e nel silenzio dell'allora opposizione.
    Quell'operazione costò molto alla collettività, ai risparmiatori, e fu resa possibile dalla dissennata privatizzazione di Telecom. Raccontai anche quel che era successo e stava succedendo in Brasile, dove una società quotata promuoveva operazioni che certo non erano nell'interesse degli azionisti. Nessuno osò querelare. Ma di tutto questo si trova poco e niente, sui fogli che oggi fanno gli scandalizzati, che oggi coprono un possibile filo rosso che porta da quella scalata alle successive avventure. Per tutto questo tempo, in difetto di carte fatte trapelare dalla procura, i grandi giornalisti si sono piegati all'ufficio marketing, che segnalava i copiosi investimenti pubblicitari di Telecom Italia.
    Se il conto di D'Alema nella banca di Fiorani è un reato, che ne risponda innanzi ad un giudice. Finché non ne scaturirà una condanna definitiva (cose che tenderei ad escludere) io continuo a ragionare solo di politica. Il conto non m'interessa, ma i fatti si. E quelli che ho ricordato non sono fatti suoi, come, invece, dovrebbe restare il conto.

    Davide Giacalone
    www.davidegiacalone.it

    22 dicembre 2005

    .................................
    tratto da "Il Portale di Nuvola Rossa"
    http://www.nuvolarossa.org/modules/n...p?storyid=1915

  6. #16
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    Citazione Originariamente Scritto da nuvolarossa
    D'Alema, i conti ed i fatti

    E' una furia, Massimo D'Alema, ed ha ragione. Si ribella a vedere il suo nome accostato a quello di altri, si arrabbia a vedere la sua barca descritta come un galleggiante del malaffare, magari il compenso di un intrallazzo, il frutto di un mercimonio, la prova d'una depravazione. Ha ragione, ed io gli esprimo, senza riserve e senza ipocrisia, la più piena solidarietà. Salvo ricordare che la sua ragione d'oggi è il suo torto di ieri.
    Moraleggiava, l'onorevole D'Alema, profittava a mani basse quando il giustizialismo dei copisti, quando il giornalismo per procura colpiva altri. Oggi soffre, ed ha ragione. Oggi.
    Noi siamo agevolati. Noi contro le carte d'indagine passate alla redazione unica del passacartismo abbiamo sempre detto e sempre scritto. Noi non abbiamo mai confuso un avviso di garanzia, o un arresto, con una colpevolezza. Noi abbiamo scritto contro i magistrati che si ergevano a moralisti e giustizieri, ci siamo beccati le querele, li abbiamo sconfitti in tribunale, e lo abbiamo fatto senza che mai l'onorevole D'Alema sentisse il bisogno d'indirizzarci una parola di conforto.



    Il che, comunque, è una colpa politica, ma non certo un reato. Oggi, pertanto, individuiamo nel meccanismo che lo colpisce l'ingranaggio che stritola il diritto. E lo denunciamo, come sempre.
    D'Alema ha indirizzato parole forti contro i giornalisti, ed anche in questo ha ragione. Il giornalistume si difende dicendo che informare il pubblico è un dovere ed una missione. Balle. Pubblicare le veline della procura non è informare. Informare sarebbe, semmai, il raccontare quel che si vede, quel che si sa, quel che si raccoglie, e farlo offrendo al pubblico qualche elemento critico in più, per aiutare a capire. Ecco, questo sarebbe giornalismo. Io l'ho fatto, raccontando, tempo fa, in un libro intitolato “Razza Corsara”, la storia dell'assalto a Telecom Italia, la genesi di un'opa dietro la quale vi erano società lussemburghesi il cui proprietario reale non è mai stato noto, in una confluenza d'interessi con la “finanza rossa”, ovvero Unipol e Monte dei Paschi di Siena, grazie all'opera di Chicco Gnutti, con il plauso dell'allora presidente del Consiglio, quel Massimo D'Alema che chiamò gli scalatori “capitani coraggiosi” (e ci voleva coraggio), e nel silenzio dell'allora opposizione.
    Quell'operazione costò molto alla collettività, ai risparmiatori, e fu resa possibile dalla dissennata privatizzazione di Telecom. Raccontai anche quel che era successo e stava succedendo in Brasile, dove una società quotata promuoveva operazioni che certo non erano nell'interesse degli azionisti. Nessuno osò querelare. Ma di tutto questo si trova poco e niente, sui fogli che oggi fanno gli scandalizzati, che oggi coprono un possibile filo rosso che porta da quella scalata alle successive avventure. Per tutto questo tempo, in difetto di carte fatte trapelare dalla procura, i grandi giornalisti si sono piegati all'ufficio marketing, che segnalava i copiosi investimenti pubblicitari di Telecom Italia.
    Se il conto di D'Alema nella banca di Fiorani è un reato, che ne risponda innanzi ad un giudice. Finché non ne scaturirà una condanna definitiva (cose che tenderei ad escludere) io continuo a ragionare solo di politica. Il conto non m'interessa, ma i fatti si. E quelli che ho ricordato non sono fatti suoi, come, invece, dovrebbe restare il conto.

    Davide Giacalone
    www.davidegiacalone.it

    22 dicembre 2005

    .................................
    tratto da "Il Portale di Nuvola Rossa"
    http://www.nuvolarossa.org/modules/n...p?storyid=1915
    Ci ha pensato nuvola rossa!!!!
    GRAZIE!!!!


    Informauro

  7. #17
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    A parte alcune incongruenze sull'origine del conto di D'alema (dice che è stato il costruttore della barca a consigliargli la Popolare di Lodi, ma questo, interpellato, su un giornale conferma e su un altro smentisce; dove si paga un leasing non lo decide la finanziaria?) io credo che la sostanza non sia tanto il leasing, ma il sostegno politico dato da D'Alema all'operazione truffaldina i cui contorni discutibili (in particolare l'operazione protezionistica operata da Fazio) erano già evidenti:

    http://www.corriere.it/Primo_Piano/P...battista.shtml

    Il polverone mediatico sul «leasing di D'Alema», del resto, è destinato a produrre l'effetto opposto, impedendo una disamina serena del vero (dal nostro punto di vista) «errore» concettuale e politico che ha impedito al presidente dei Ds di cogliere i contorni autentici del terremoto bancario e finanziario di questi mesi. Nell'agosto scorso D'Alema, in una oramai celebre intervista al Sole 24 Ore, per sostenere le gesta di una nuova e spregiudicata leva di «capitani coraggiosi», decise di ergersi a difesa non solo di Giovanni Consorte (accreditando i pregiudizi più triti sulle finalità della cosiddetta «finanza rossa»), ma di tutti indiscriminatamente i protagonisti (compreso chi, come Emilio Gnutti, era stato già condannato per insider trading) di scalate turbolente e assalti avventurosi. Però, nella foga di quell'arringa difensiva tanto appassionata quanto generosa nei confronti di chi, sempre a nostro parere, non meritava un simile autorevole scudo, forse non ebbe il tempo di capire che in questo modo non si faceva altro che esulcerare il già acuto disagio del suo stesso partito. Parve ai più che D'Alema cercasse di trascinare i Democratici di sinistra in un'azione di sostegno acritico nei confronti dell'Opa Unipol sulla Banca Nazionale del Lavoro, anche se l'affiorare di una vasta e qualificata area di recalcitranti, di critici e di aperti oppositori sotto e nei dintorni della Quercia ha messo in luce in quel partito una vena di robusta dialettica democratica. Sembrò che in questa maniera D'Alema offuscasse le modalità spericolate con cui si stava inerpicando un gruppo variegato ma sostanzialmente concorde e convergente di raider senza scrupoli. E l'insieme di queste incomprensioni finì, agli occhi di molti, per alimentare la sensazione che proprio il presidente dei Ds esponesse il suo partito all'ingiusto sospetto di un'eccessiva indulgenza nei confronti del Governatore di Bankitalia come manifestazione pubblica di un inconfessabile scambio di interessi.
    Questa è la sostanza della critica politica all'atteggiamento tenuto da D'Alema nella vicenda.

    Pierluigi Battista
    22 dicembre 2005

 

 
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