
Originariamente Scritto da
nuvolarossa
D'Alema, i conti ed i fatti
E' una furia, Massimo D'Alema, ed ha ragione. Si ribella a vedere il suo nome accostato a quello di altri, si arrabbia a vedere la sua barca descritta come un galleggiante del malaffare, magari il compenso di un intrallazzo, il frutto di un mercimonio, la prova d'una depravazione. Ha ragione, ed io gli esprimo, senza riserve e senza ipocrisia, la più piena solidarietà. Salvo ricordare che la sua ragione d'oggi è il suo torto di ieri.
Moraleggiava, l'onorevole D'Alema, profittava a mani basse quando il giustizialismo dei copisti, quando il giornalismo per procura colpiva altri. Oggi soffre, ed ha ragione. Oggi.
Noi siamo agevolati. Noi contro le carte d'indagine passate alla redazione unica del passacartismo abbiamo sempre detto e sempre scritto. Noi non abbiamo mai confuso un avviso di garanzia, o un arresto, con una colpevolezza. Noi abbiamo scritto contro i magistrati che si ergevano a moralisti e giustizieri, ci siamo beccati le querele, li abbiamo sconfitti in tribunale, e lo abbiamo fatto senza che mai l'onorevole D'Alema sentisse il bisogno d'indirizzarci una parola di conforto.
Il che, comunque, è una colpa politica, ma non certo un reato. Oggi, pertanto, individuiamo nel meccanismo che lo colpisce l'ingranaggio che stritola il diritto. E lo denunciamo, come sempre.
D'Alema ha indirizzato parole forti contro i giornalisti, ed anche in questo ha ragione. Il giornalistume si difende dicendo che informare il pubblico è un dovere ed una missione. Balle. Pubblicare le veline della procura non è informare. Informare sarebbe, semmai, il raccontare quel che si vede, quel che si sa, quel che si raccoglie, e farlo offrendo al pubblico qualche elemento critico in più, per aiutare a capire. Ecco, questo sarebbe giornalismo. Io l'ho fatto, raccontando, tempo fa, in un libro intitolato “Razza Corsara”, la storia dell'assalto a Telecom Italia, la genesi di un'opa dietro la quale vi erano società lussemburghesi il cui proprietario reale non è mai stato noto, in una confluenza d'interessi con la “finanza rossa”, ovvero Unipol e Monte dei Paschi di Siena, grazie all'opera di Chicco Gnutti, con il plauso dell'allora presidente del Consiglio, quel Massimo D'Alema che chiamò gli scalatori “capitani coraggiosi” (e ci voleva coraggio), e nel silenzio dell'allora opposizione.
Quell'operazione costò molto alla collettività, ai risparmiatori, e fu resa possibile dalla dissennata privatizzazione di Telecom. Raccontai anche quel che era successo e stava succedendo in Brasile, dove una società quotata promuoveva operazioni che certo non erano nell'interesse degli azionisti. Nessuno osò querelare. Ma di tutto questo si trova poco e niente, sui fogli che oggi fanno gli scandalizzati, che oggi coprono un possibile filo rosso che porta da quella scalata alle successive avventure. Per tutto questo tempo, in difetto di carte fatte trapelare dalla procura, i grandi giornalisti si sono piegati all'ufficio marketing, che segnalava i copiosi investimenti pubblicitari di Telecom Italia.
Se il conto di D'Alema nella banca di Fiorani è un reato, che ne risponda innanzi ad un giudice. Finché non ne scaturirà una condanna definitiva (cose che tenderei ad escludere) io continuo a ragionare solo di politica. Il conto non m'interessa, ma i fatti si. E quelli che ho ricordato non sono fatti suoi, come, invece, dovrebbe restare il conto.
Davide Giacalone
www.davidegiacalone.it
22 dicembre 2005
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tratto da "Il Portale di Nuvola Rossa"
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