QUELL’ALTRA OPA
NON è Giovanni Consorte a tramontare dopo la straordinaria disinvoltura con cui le coop e il loro mondo di riferimento hanno sacrificato in quattro e quattr’otto il loro guru. È quella merchant bank resa celebre durante gli anni di Massimo D’Alema a palazzo Chigi ad avere chiuso definitivamente i battenti. Anzi, ad essere seppellita. A travolgere quello che veniva chiamato il «Cuccia rosso» ufficialmente è il gran groviglio degli intrecci e delle intercettazioni con Gianpiero Fiorani, e quel filo che lega le due Opa bancarie, su Antonveneta e Bnl, che già hanno provocato le dimissioni di Antonio Fazio dalla Banca d’Italia. Ma dietro la frettolosa uscita di scena di Consorte e del suo vice, Ivano Sacchetti, c’è un’altra Opa. Quell’altra Opa. Le poche ore di interrogatorio davanti alla procura di Milano, le prime indiscrezioni uscite, stavano sollevando un velo che non si può: quello sulla scalata a Telecom Italia da parte di Roberto Colaninno e Chicco Gnutti, poi sfociata nella vendita a Marco Tronchetti Provera e alla famiglia Benetton. Il velo di quegli anni non è permesso squarciare, meglio seppellire e cementare tutto con il sacrificio dei «compagni che sbagliano». Perché è lì, in quell’operazione, che verrebbe squarciato il velo dell’iprocrisia delle battaglie finanziarie di questo 2005. E nessuno ha convenienza a farlo. È lì, nella scalata e nella successiva vendita di Telecom Italia che si trova l’anello più evidente di congiunzione fra furbetti del quartierino e furboni dei quartieri alti. I protagonisti celebrati di quegli anni arrembanti della new economy e del nuovo capitalismo avevano fra le loro fila tutti i reietti di quest’anno: da Fiorani a Ricucci, da Gnutti a Consorte. Lì era l’origine di gran parte delle fortune poi ritenute inspiegabili. Lì il nesso fra affari e politica che oggi fa così scandalo. Lì lo spregiudicato utilizzo di quei due pesi e due misure di cui quest’Italia è tragicamente malata.
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