di Fiamma Nirenstein
Ariel Sharon, Arik è tra la vita e la morte mentre il Medio Oriente,
e il mondo intero, roteano intorno alla sua imponente figura. Nessuno
è stato più vituperato nel corso della lunghissima carriera militare
e politica, ma a causa di nessuno il mondo, Paesi Arabi compresi,
vivrebbe una così drammatica, intensa attesa di fronte alla sua
malattia. L’ombra della sua assenza apre scenari paurosi, si vela di
nero il grande palcoscenico su cui è protagonista dal 6 febbraio
2001, quando venne eletto Primo Ministro: non più le truppe
israeliane alla difesa del Paese, ma un grande, faticoso, contrastato
e quindi tanto più mirabile spettacolo di pace.
Per sua decisione nell’agosto del 2005 una torma di 8000 cittadini
israeliani residente nella Striscia di Gaza, coloni, hanno compiuto
quell’esodo biblico simile a una tragedia greca dalle case e dalle
serre, un esodo che prometteva altre audacissime mosse, senza parole,
senza carte, ben più di una firma su un pezzo di carta sotto
l’impegno di Israele a convivere con i suoi vicini. Come solo Arik
sapeva fare, diritto e ironico, senza guardare a destra né a
sinistra. Per l’influsso unitario della sua personalità forte ma
fortemente paterna tutti abbiamo assistito non solo alle scene di
disperata contrapposizione da parte degli uomini degli insediamenti,
ma anche alle incredibili manifestazioni di affetto, all’abbraccio
che alla fine ogni democrazia autentica richiede ai suoi cittadini,
fra i giovani soldati addetti allo sgombero e i settler strappati
dalle loro abitazioni.
Israele è disperata adesso, il suo presente e il suo futuro sono di
nuovo completamente in gioco. Il sentimento fra la gente di qui,
quello degli spettatori dal mondo, e anche quello del cronista che ha
già dovuto raccontare la fine dell’altro grande Primo Ministro deciso
a percorrere la strada della pace, Yitzhak Rabin, è quello di un
senso di perdita senza rimedio, di un fato oscuro e sibillino sul
popolo ebraico. Il nuovo partito di Sharon, Kadima, che aveva creato
una rivoluzione tale da vedere uniti sotto la stessa bandiera Arik e
Shimon Peres, teneva diritto il timone in un momento di svolta senza
precedenti, quella in cui, sia pure fra mille contraddizioni, il tema
della democrazia e della lotta al terrorismo si proponeva ai
palestinesi come al resto del Medio Oriente; oggi rischia la vita con
il suo fondatore. Lo scenario mostra un’ulteriore prova per
affrontare la quale lo Stato ebraico deve fare appello a tutta la sua
forza.
Sharon è Israele: lo è fin dalla sua nascita da due appassionati
sionisti immigrati russi Samuil e Vera nel Moshav, la cooperativa
agricola, di Kfar Malal nel 1928 giunti nella terra che sarebbe
divenuta Israele venti anni dopo non solo per reclamare una patria
per gli ebrei ma per costruire una società socialista modello. «I
miei genitori - ha scritto Sharon - erano sicuri che ebrei e arabi
avrebbero potuto essere cittadini l’uno al fianco dell’altro». «Fra
un attacco armato e l’altro sognavo - aggiunge Arik - da bambino che
anche se i nemici fossero giunti alle porte del Moshav, il villaggio
sarebbe stato invulnerabile (…) e nei primi terribili sei mesi
della guerra di indipendenza nel ‘48 avevo lo stesso sogno (…) e
nel ‘67 quando ero comandante di una divisione, avevo la stessa
convinzione basilare: quando la terra è la tua terra, quando conosci
ogni collina e ogni valle e ogni coltivazione, quando la tua famiglia
è là (…) la forza, quella spirituale, non solo quella fisica, ti
viene dalla terra».
Sharon è vissuto in questo ideale di un Paese degli ebrei sicuro e in
pace tutta la vita, e lo ha fatto nell’unico modo in cui un Paese
sempre in guerra poteva cercare di perseguire il suo sogno: da
soldato, oltre che da politico. Ferito due volte, sempre in testa ai
suoi soldati in battaglia, salvatore del Paese nel 1973 durante la
guerra del Kippur con l’operazione in cui portò i suoi con un pontone
sulla riva occidentale del Canale di Suez, la sua determinazione a
combattere in una guerra senza compromessi e senza quartiere lo ha
portato tante volte sul banco degli accusati dell’opinione pubblica
internazionale: come fondatore dell’Unità antiterrorista 101; poi,
soprattutto nel 1982, quando nell’ambito della guerra del Libano
volta all’espulsione delle grandi basi terroristiche dell’Olp (che
Sharon nel suo ruolo di ministro della Difesa volle prolungare
nonostante il parere contrario del primo ministro Menahem Begin) ebbe
luogo la tragedia di Sabra e Chatila. Fu una strage di profughi
palestinesi compiuta dalle milizie cristiane maronite, ma gli
israeliani non intervennero per impedirla; e come propugnatore dal
‘73 in avanti di una politica di insediamenti che avrebbe stabilito,
secondo Sharon, una cintura di sicurezza contro l’aggressività del
terrore.
Sharon è l’uomo che la stampa più di tutti ha amato odiato, e la
gente si è dunque figurata in modo così distorto da renderlo un’icona
travestita nelle vignette e nei cartelloni delle manifestazioni
pacifiste da nazista, da mostro assettato di sangue. Tanto che a lui,
e alla sua passeggiata nell’ottobre del 2000 sulla spianata delle
moschee e non al terrorismo che esplodeva già dopo il rifiuto di
Arafat a Camp David fu attribuita la responsabilità dell’Intifada di
questi anni. Così pervasiva è stata questa immagine da obnubilare del
tutto il fatto che Sharon fosse stratega e amico personale intimo di
Rabin, da nascondere la sua profonda amicizia con il re Hussein e il
suo contributo a quella pace, da nascondere il semplice fatto che
Sharon, anche se dopo la guerra del ‘67 aveva ritenuto come tanti
altri, a destra e a sinistra, che Israele avesse bisogno di
migliorare territorialmente la sua difesa per la patente aggressività
dei suoi vicini, era un personaggio che sempre di più sentiva, come
tutti i soldati, il desiderio di pace. E che la proclamava
continuamente, dandone però una definizione diversa da quella
corrente: la sua idea è stata sempre quella di una pace accompagnata
dal riconoscimento del diritto degli ebrei al loro Stato nella
sicurezza per generazioni, lontano quindi dall’idea che anche col
terrorismo e il rifiuto arabo fosse possibile convivere, ma che si
dovesse collaborare col partner solo secondo il dettato della Road
Map: senza terrorismo.
Il suo carisma e la sua capacità sono legati alla capacità di guidare
verso la pace e combattere il terrorismo al contempo, fino allo
sgombero da una parte, fino alla determinazione a ricercare,
perseguire, uccidere i terroristi quando il rischio per Israele sia
troppo grande. In Israele chi è nato nel Paese viene detto sabre,
fico d’India, perché è dolce di dentro e spinoso di fuori. Sharon era
proprio questo: un sabre di cui il mondo ha visto soltanto le spine
finché la sostanza benefica della sua natura non è venuta in piena
luce e non ha gettato i suoi semi. Preghiamo che almeno ne nasca una
pianta.
lastampa.it




Rispondi Citando
