Dai Sei Giorni al ritiro da Gaza
Così vinceva sul campo e in politica
La carta migliore del generale: la capacità di sorprendere amici e nemici
L’astuto e saggio Ariel Sharon ha sempre saputo cogliere i nemici — e gli amici — di sorpresa; non si è smentito neanche stavolta. Credo gli piaccia procurare traumi agli sprovveduti. Da giovane ufficiale e, più tardi, da generale, ha ripetutamente sorpreso — e sconfitto — gli eserciti arabi; da politico si è più volte inaspettatamente rialzato da fallimenti e disonori; infine, la scorsa estate ha spiazzato tutti aggirando da sinistra la stessa sinistra e orchestrando il ritiro israeliano unilaterale dalla Striscia di Gaza occupata.
In nessun altro contesto l’inclinazione di Sharon a cogliere i nemici di sorpresa si è dispiegata più che nell’arena politica, dove ha messo in pratica i suoi calcoli nel corso degli ultimi trent’anni. In realtà nulla è stato più sorprendente del (tardivo) conseguimento, all’età di 73 anni, della premiership. Le speranze di Sharon in una carriera politica avevano toccato il fondo nel 1983, quando era stato costretto a lasciare il ministero della Difesa in seguito all’esito delle indagini della Commissione d’inchiesta Kahan. La Commissione aveva indagato sul massacro di centinaia di civili palestinesi nei campi profughi di Beirut compiuto nel settembre 1982 da militari cristiani libanesi, alleati di Israele, poco dopo l’invasione del Libano meridionale da parte delle Forze di difesa israeliane. La Commissione giudicò Sharon indirettamente responsabile e ampi settori dell’opinione pubblica giunsero a condannare la guerra in sé, pianificata dallo stesso Sharon nell’intento di disintegrare l’Organizzazione per la liberazione della Palestina, allora basata a Beirut.
Sharon era diventato la bestia nera della sinistra israeliana e, agli occhi di molti nel resto del mondo, un «criminale di guerra». Tutti predissero la fine della sua carriera politica. Malui ha saputo aspettare il suo momento, tenendo duro per quasi vent’anni, sempre nel ruolo di numero due o tre di uomini che gli erano inferiori — Yitzak Shamir, Benjamin Netanyahu— all’interno di governi guidati dal Likud o dal Partito laburista.
Poi, la fortuna. Nel settembre 2000, poco dopo il rifiuto da parte del leader dell’Olp Yasser Arafat — per Sharon eterna nemesi — delle proposte di pace senza precedenti avanzate dal primo ministro Ehud Barak e dal presidente americano Bill Clinton, circondato da uno stretto cordone di guardie del corpo Sharon attraversa la Spianata delle Moschee (Al Haram Al Sharif), il luogo del Tempio di Salomone e di due sacre moschee. Interpretata (o usata) dai palestinesi come una provocazione, la visita innesca una rivolta che precipita nella seconda Intifada, l’attacco terroristico totale sferrato dai palestinesi contro il governo o l’esistenza stessa di Israele.
L’elettorato israeliano risponde revocando l’incarico di Barak ed eleggendo con una valanga di voti Sharon primoministro. Questi dedica i successivi quattro anni alla sconfitta dei terroristi e attentatori palestinesi. Gli anni della lotta contro i palestinesi e le trasformazioni demografiche intervenute in Palestina lo trasformano radicalmente. Sharon conclude che Israele non può e non deve prolungare oltre il suo dominio su un altro popolo; che il rischio è quello di smettere di essere uno Stato ebraico o cessare di essere una democrazia. In segreto risolve di evacuare il cuore sovrappopolato dei territori occupati. Quando annuncia di voler sradicare gli insediamenti e ritirare le truppe dalla Striscia di Gaza, la maggior parte degli arabi e numerosi israeliani rispondono con scetticismo. Dopo tutto negli anni Settanta e Ottanta Sharon, come ministro dell’Agricoltura prima, dell’Edilizia e delle Infrastrutture poi, è stato l’architetto dell’impresa degli insediamenti sostenuta dal Likud.
Ma Sharon è inflessibile, e fedele alla parola data—nell’agosto del 2005 Israele si ritira da Gaza. Il ritiro procura al primo ministro l’immortale ostilità del movimento dei coloni e spacca il Likud in due. Due mesi fa Sharon ha tagliato il nodo gordiano e lasciato il Likud, fondando il suo nuovo partito, Kadima (Avanti). Il messaggio è semplice: il progetto della Grande Israele (fondamento ideologico del Likud) è morto; Israele deve ritirarsi anche dalla Cisgiordania. Pezzi grossi del Likud (Ehud Olmert, Tzipi Livni) e del Partito laburista (Shimon Peres, Haim Ramon) rispondono alla chiamata alle armi. Il nuovo partito mira a vincere le vicine elezioni generali, fissate per la fine di marzo, e Sharon a conquistare un terzo mandato da premier.
Oggi, senza Sharon, le prospettive di Kadima paiono deboli; quanto meno incerte. Ma se la sua eredità può avere un qualche significato, è ancora troppo presto per considerare un fallimento il nuovo partito, la cui guida è stata assunta da Olmert, astuto avvocato e a lungo sindaco di Gerusalemme. Può accadere l'imprevedibile.
Pensiamo a Sharon nella Guerra dello Yom Kippur. Il 6 ottobre 1973 gli eserciti egiziano e siriano attaccano Israele. Al sud una divisione corazzata israeliana è immediatamente annientata e il contrattacco dell’8 ottobre, condotto da due reparti corazzati di riserva, è respinto da cinque divisioni egiziane che hanno costruito due teste di ponte sul versante orientale del Canale di Suez, all’interno del Sinai. Quando alcuni dei suoi carri armati raggiungono la scarpata che domina dall’alto il mare di Galilea, l’esercito siriano pare sul punto di vincere. La situazione è disperata.
È Sharon a guidare la svolta. Tra il 15 e il 16 ottobre la sua divisione, comandata dall’amata brigata paracadutisti (che nel 1967 ha strappato la Città Vecchia di Gerusalemme ai giordani), trova il modo di sfondare le linee egiziane e attraversare in segreto il Canale di Suez (ormai vicini alla sponda occidentale, i paracadutisti usano la parola in codice «Acapulco», successo), lanciando la gigantesca operazione verso sud che nell’arco di una settimana sfocia nell’accerchiamento della Terza armata egiziana e nella disperata richiesta di cessate il fuoco avanzata dal Cairo. Per Israele è la vittoria.
Sharon ha spesso dato l’impressione di godere di una fortuna dalle traiettorie imprevedibili — definita da Napoleone la prima caratteristica del generale vittorioso. La sua fine sembra tuttavia evocare la cattiva sorte che ha contraddistinto il processo di pace israelo-palestinese sin dall’inizio, nei tardi anni Ottanta. Il processo— al pari di Israele —ha perennemente patito la sfortuna di avere come «partner» un oppositore e terrorista indomito—Yasser Arafat—e di vedere il primo vero uomo di pace, Yitzhak Rabin, un altro ex generale, cadere sotto i colpi di un assassino della destra ebraica. Eppure è ancora possibile che il processo di pace riprenda e che il futuro riparta dal ritiro da Gaza, l’eredità di Sharon.
In ogni caso, di Sharon ci resta il modus operandi. La capacità di trarre profitto dalle occasioni e la disponibilità a fare scommesse coraggiose, di solito con esito favorevole, ha caratterizzato la sua carriera militare e politica e in un certo senso riflette l’andamento della storia di Israele. Ed è probabilmente da ricercare in questa coincidenza tra l’uomo e la nazione il fondamento della grande popolarità della quale Sharon ha goduto presso gli elettori israeliani e del rispetto che gli hanno tributato i leader mondiali.
(traduzione di Maria Serena Natale)
Benny Morris
07 gennaio 2006
da: corriere.it




Rispondi Citando
