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Discussione: Contagi psichici

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    Predefinito Contagi psichici

    Maurizio Blondet
    18/01/2006
    La «sindrome dei Balcani» dovuta al contatto con munizioni all'uranio impoverito o a esplosioni di polveri velenose. Ipotesi smentite dagli studi ufficialiL'uranio impoverito uccide e ucciderà, per chissà quanti anni ancora, i reduci americani.
    E una realtà che non si può negare.
    E tuttavia, l'idea dello psichiatra francese Samuel Lepastier sulla «sindrome del Golfo» mi pare degna di segnalazione, perché sfiora un'altra categoria di malattia: la diffusione di états d'esprit, di contagi psichici collettivi, e forse di stregoneria, se c'è un'arte di sommuovere le inquietudini delle folle, che non vivono - ma sono vissute da stati d'animo venuti da altrove.
    E' il campo dominato dalle entità che Paolo chiamava «le potenze dell'aria», perché hanno potere sulle emozioni di massa, mobili come fumo.
    Lepastier è docente all'università Descartes (Paris V).
    A renderlo convincente agli occhi di chi scrive - lo ammetterò prontamente - è soprattutto il fatto che egli operi alla Salpetrière.
    S'intraveda qui subito il potere suggestivo, magico, delle parole.
    Salpetrière è il mitico ospedale dei folli di Parigi, dove il grande professor Charcot si chinò su povere convulsive, ossesse, paralizzate ad arco in contratture muscolari intollerabili, pseudopartorienti vomitanti e urlanti, e riconobbe in quelle torturate
    il quadro clinico dell'isteria.



    Intrepido positivista, Jean Martin Charcot (1825-1893) - di cui fu brevemente allievo Freud - razionalizzò e secolarizzò la sintomatologia, che nei secoli precedenti comportava diagnosi di stregoneria e possessione diabolica.
    Lapastier ritiene che la «sindrome dei Balcani», che colpisce i soldati NATO reduci dalla non-guerra del Kossovo, di cui si dà colpa all'uranio impoverito, sia un'isteria. Tecnicamente, «isteria di conversione»: espressione somatica di una angoscia profonda.
    Non nega, il professore, l'allarmante realtà di diversi casi di cancro apparsi nei giovani veterani, alcune decine.
    Ma prova a distinguere questi casi dalle turbe imprecise che hanno colpito non decine, ma molte migliaia di militari venuti dal Kossovo: fatica cronica, dolori diffusi, turbe della memoria e, ovviamente, della sfera sessuale.
    Una costellazione di sintomi che è difficile inquadrare insieme alle neoplasie.
    La sofferenza delle vittime è reale, le turbe resistono a ogni terapia e sfidano ogni eziologia; tuttavia vanno distinte dal cancro (eventuale, possibile) da radiazioni.
    Di che si tratta?
    Non si lavora alla Salpetrière senza essere anche buoni storici della medicina.

    E il professore ricorda che sindromi similari sono state descritte nella prima e nella seconda guerra mondiale, dopo il conflitto d'Algeria e quello del Vietnam. Furono allora attribuite, dapprima, ad agenti meno inafferrabili delle radiazioni da uranio: vaccinazioni da truppa, esposizione all'iprite, al sarin, a gas tossici d'altro tipo; si sospettò già un'infezione virale, perché accadeva anche allora che le mogli dei reduci accusassero sintomi simili a quelli del marito tornato dal fronte.
    S'era prodotto un «contagio», evidentemente.
    Eppure imponenti ricerche epidemiologiche non sono mai riuscite ad additare non solo il fattore patogeno, ma nemmeno accertare l'esistenza di una sindrome specifica.
    In Francia, dopo la Grande Guerra, l'imponente problema fu catalogato come «nevrosi di guerra»: e i più severamente colpiti dai sintomi, fino all'invalidità, erano i reduci cui la sorte aveva risparmiato amputazioni e ferite.
    La sindrome del Golfo ha colpito migliaia di soldati che rimasero lontani, a volte centinaia di chilometri, dal campo di battaglia.
    Vertigini, vomito, turbe della coscienza e della memoria, dolori diffusi e affaticamento invincibile.

    Gli stessi sintomi, aggiunge il professore, sono apparsi in Francia in due casi recenti e inspiegabili.
    Una volta la strana epidemia ha colpito persone del nord della Francia la cui sola abitudine comune era: bevevano tutti Coca Cola.
    L'altra, ha colpito parecchi dipendenti della Bibliothèque Nationale de France, nei giorni in cui l'augusta istituzione veniva riaperta, mesi dopo l'incendio che l'ha devastata.
    Ansiose analisi della bevanda gassata, dei contenitori - prima indiziata la chiusura a strappo, che poteva essere esposta a agenti patogeni - sono rimaste inconcludenti. Così l'accurato esame delle polveri, dei locali e dei materiali edili usati nella Biblioteca.
    Un'epidemia, senza dubbio.
    Un'infezione, secondo ogni apparenza.
    Ma di un genere che Lepastier ritiene «culturale».
    Non a caso, nota, si tratta degli stessi sintomi della «sindrome del Golfo», che negli Stati Uniti ha colpito migliaia di reduci dalla guerra contro l'Iraq, anche quella misteriosa e inafferrabile dopo un decennio di ricerche.
    «Come tutti i movimenti di idee contemporanei, anche questo ha attraversato l'Atlantico con qualche anno di ritardo».
    Dall'America all'Europa, come ogni moda forte, «innestandosi qui nella guerra dei Balcani».



    Esiste una patologia da subalternità culturale, una misteriosa affezione che corre lungo la stessa via seguita dai jeans e dal rock? Non è necessario credere completamente a questa tesi.
    Basta riflettere sul fatto che certe patologie sociali sono circondate da un alone psichico enormemente sproporzionato alla pericolosità reale.
    L'Europa prospetta la soluzione finale del suo patrimonio zootecnico: lo sterminio totale dei bovini, che ci minacciano di encefalopatia spongiforme.
    Fino ad oggi, pare che in Italia si siano prodotti 60 casi nell'ultimo decennio.
    Data la lunghissima incubazione del male, potremo vedere nei prossimi trent'anni una crescita del 300 % dei casi: si tratterà di 20 casi mortali l'anno, forse perfino 50. Per contro, la «febbre del sabato sera» uccide in media ogni anno 700 giovani in piena salute, e ne invalida migliaia, senza che nessuno proponga la chiusura delle discoteche.
    In questo caso l'allarme sociale, il panico collettivo, l'invocazione corale di misure estreme non scattano.
    Indovinate perché.



    Il fatto è che, dice Lepastier, certi decorsi oggettivi non seguono il ritmo dell'opinione pubblica.
    C'è la malattia, ma c'è anche il «racconto» della malattia, che s'amplifica, con la volonterosa foga dei media, nell'immaginario di massa.
    Elaine Showalter, una psichiatra di Princeton, ha provato a raccogliere e ordinare le «strutture narrative» collegate a varie «epidemie» misteriose e sfuggenti: dalla Sindrome di Fatica Cronica (affezione inafferrabile che invalida migliaia di americani) ai ricordi di abusi sessuali infantili, dal «disordine di personalità multipla» al dilagare della pedofilia a sfondo satanico, dalla Sindrome del Golfo fino al rapimento da parte di esseri alieni (molto comune in USA).
    In tutti, ha scoperto elementi di un «racconto» plurisecolare, che rivelano molte analogie con le confessioni degli antichi accusati di stregoneria.
    Nel 1977, quando ha presentato il suo libro «Hystories, Hysterical Epidemics and Modern Culture», Columbia University, New York, la professoressa è stata aggredita da un «attivista della Sindrome di Fatica Cronica» che l'accusava di complottare
    per svalutare e mettere in dubbio la realtà della grave malattia.
    Ma una malattia ha davvero bisogno di attivisti che si battano per difenderla?



    Fatto è che la teoria del complotto, ha scoperto la Showalter, è parte immutabile del «racconto» delle patologie «epidemiche».
    Non la TBC (in allarmante crescita), non le stragi del sabato sera, ma solo quelle affezioni attorno a cui può nascere una narrativa del sospetto - malafede delle autorità, sforzi di poteri occulti per soffocare la verità, manipolazione dei fatti operata da una minoranza potente e senza scrupoli, che agisce nell'ombra (come si noterà, si tratta degli ingredienti del serial televisivo «X Files») - generano l'allarme sociale, la «paranoia» di massa, l'invocazione di misure radicali e - non ultimo - l'emergere epidemico dei sintomi in parti rilevanti della popolazione.
    La Showalter è stata criticata dai colleghi per aver recuperato il concetto d'«isteria»; il termine è scomparso dal Manuale Diagnostico Statistico (DSM), la Bibbia della psichiatria contemporanea, la quale ha smembrato il quadro dei sintomi descritti
    da Charcot attribuendoli a diverse costellazioni di turbe.
    Ma Lepastier insiste: «isteria di conversione».
    Non c'è altro termine per dire l'espressione somatica (male fisico) di una sofferenza psichica profonda, che il paziente non sa o non vuole riconoscere come tale.
    Tutt'al più va riconosciuto che l'antiquato termine isteria non s'applica più ad una sofferenza individuale; denuncia e rivela una malattia sociale, collettiva.



    Le povere ossesse di Charcot, ignoranti e semplici, accusavano dolori e mali fisici al posto dell'angoscia, che non avevano parole per esprimere.
    Nella sua forma collettiva e post-moderna, l'isteria si ripresenta con un'aggiunta che Lepastier definisce «inquietante»: l'isterico collettivo, la massa, non si limita a sentirsi gravemente malato o in pericolo, come le isteriche del secolo scorso, ma designa un colpevole.
    Lo accusa, lo reclama.
    «Questo tema ha percorso la storia del ventesimo secolo e ha prodotto le più odiose barbarie», avverte lo psichiatra.
    E' giusto ma, temo, insufficiente.
    Chi scrive queste righe è autore di ben tre volumetti intitolati Complotti, su qualche retroscena della politica internazionale recente: ha smesso di indagare su questo lato in ombra della cronaca proprio dopo aver constatato l'interesse morboso, patologico, che ciò suscitava nei suoi (pochi) lettori.
    Questa non è però una dichiarazione di pentimento.



    Complotti esistono, esistono poteri forti e occulti.
    Ed esistono racconti e fantasie su questi.
    La soluzione non è di rinunciare a descrivere comportamenti cospiratori di certi poteri.
    Si tratta, invece, di comprendere più a fondo la natura del male.
    Che cos'è veramente la malattia che le masse denunciano in forma somatica? Vediamo la risonanza attorno alla sindrome della vacca pazza: qualcuno ha avvelenato il nostro cibo antico, il latte, la carne.
    Autorità in malafede, in combutta con lobby del profitto, hanno reso impura la vacca: il mite e potentissimo simbolo mitico della natura-madre.
    Per la sindrome del Golfo e dei Balcani, il messaggio è ancora più chiaro: «obbedire all'autorità espone all'infezione».
    Un'infezione prodotta dall'autorità politica stessa, e da essa ostinatamente negata o nascosta.
    La malattia sta dunque - oso concludere - nell'autorità pubblica.



    In un dubbio profondo, e collettivo, sulla legittimità dei poteri che ci governano Forse sentiamo tutti che chi comanda oggi «non deve» comandare.
    Ci rassegniamo, ci adattiamo a un «governo» che nel subconscio sentiamo illecito: e questo ci usura intimamente, demoralizza, fa male al vivere collettivo. L'antropologa Ida Magli ha alluso ai «problemi etici di limite» (e cita: l'aborto, la fecondazione artificiale, i cibi transgenici, il cambiamento di sesso pagato dalla Unità Sanitaria Locale, i trapianti) che «le coscienze individuali giudicano inaccettabili», e di cui però esse devono farsi complici attraverso il sistema sanitario di Stato.
    Il delitto diventa legittimo perché è «legale», sancito con legge, e garantito dalla USL.
    I più, al livello cosciente, possono persino approvare, tanto oggi il potere burocratico ha reso torbida la distinzione fra legalità e legittimità: ma, nell'intimo, il cuore non cessa di ribellarsi a ciò cui la mente (o lo spirito dei tempi) dà il suo assenso.



    Così, alcuni o molti che approvano lo stato di cose correnti, possono ammalarsi di «fatica cronica».
    Dolori, spossatezza estrema, tolgono la forza di alzarsi dal letto, di vivere nel meraviglioso mondo permissivo elogiato dalla TV; si va dal medico, che accerta alcuni dati oggettivi (crollo del tasso di cortisolo, segnale di uno stress usurante).
    Le cure si rivelano inutili.
    E' logico: il malato sbaglia a denunciare la malattia, a darle un nome.
    Ma il colpevole, quello, lo sa indicare: sono «quelli che ci comandano».
    E' il potere che ci contagia con la sua infezione, ci sporca, che fa cose orribili nel nostro nome e su nostra delega estorta, e che ci nasconde poi gli esiti orrendi: ecco le invisibili «radiazioni», ecco l'indecifrabile «prione» da cui nessuno è al sicuro.
    La terapia di questi mali, credo, non si vende nelle farmacie.
    E' il leale rispetto per la sovranità popolare e per la coscienza comune formata nei secoli.

    Maurizio blondet




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  2. #2
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    molto interessante...

  3. #3
    Ridendo castigo mores
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    bellissimo ed istruttivo come al solito .

    pero' devo dire che, seppur tenuto nel segreto , l' uranio ,nei tessuti MALATI dei reduci dal kossovo ,e' stato trovato

    direi quindi che il problema e' misto ,"l' infelicita' psicologica " che nasce dalla artificialita' e il disequilibrio morale della nostra vita , riduce le difese dell' organismo agli " agenti" che comunque ci sono in sempre maggior numero e sempre piu' aggressivi .

    questo spiega sia la " sindrome del kossovo" come la " sindrome da coca-cola" .
    "dammi i soldi, e al diavolo tutto il resto "
    Marx


    (graucho..:-))

 

 

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