C'era un tempo in cui davvero Silvio Berlusconi non amava andare in tv. Erano gli anni Ottanta, quando già possedeva metà dell'etere italiano ma non vi appariva quasi mai. Poi il Cavaliere iniziò a cambiare: un messaggio di autocongratulazioni nel '92 (quando vinse l'Oscar come produttore di "Mediterraneo") e un'ospitata gioviale da Mike Bongiorno, in piena bagarre per il lodo Mondadori, furono i due test su cui misurò la sua capacità di parlare agli italiani. Quindi venne il discorso del 26 gennaio 1994, la discesa in campo, e tutto cambiò.
Da allora il linguaggio berlusconiano è diventato uno degli elementi fondanti della seconda Repubblica, a partire dai mitici «mi consenta» degli esordi fino alla recente alluvione di parole in tv, passando attraverso 111 interventi (tra discorsi istituzionali, comizi e scritti) che tre studiosi hanno deciso di indagare dal punto di vista lessicale e retorico, per capire gli elementi più profondi del berlusconismo e del suo approccio alla società. Il frutto di questa analisi si intitola "Parole in libertà", di Sergio Bolasco, Nora Galli de' Pratesi e Luca Giuliano (uno statistico, una linguista e un sociologo) e sarà in libreria il 3 marzo per le edizioni di Manifestolibri.
Gli artifici retorici del Cavaliere sono a volte palesi e a volte subliminali, in parte studiati a tavolino e in parte espressioni dirette dell'uomo. Quando inizia la sua parabola nel Palazzo, Berlusconi si pone subito l'obiettivo di rappresentare il nuovo, in contrasto con il quarantennio di astruso politichese crollato con la struttura della prima Repubblica. Gli autori del libro danno per scontato che l'ingresso nell'arena dell'imprenditore lombardo alieno al "teatrino della politica" porti con sé una carica di semplificazione e di comprensibilità, ma vanno oltre questa evidenza. Fin dalle prime parole del primo discorso («L'Italia è il Paese che amo.») irrompe ad esempio una componente di comunicazione affettiva che sarà fondamentale nei due quinquenni a venire, con i continui riferimenti alla sfera del sentimento. Parole come "amore", "cuore", "amicizia", "baci", "affettuoso", "commovente" appariranno in centinaia di comizi e discorsi pubblici, salderanno accordi politici («Bossi è il mio migliore amico», «Saluto con grande affetto Gianfranco Fini», etc.) e alleanze internazionali («L'amicizia personale che mi lega a Putin» etc.). «Come si fa a non commuoversi», dice ai militanti che inneggiano al suo nome; oppure: «Abbraccio tutti i delegati, grazie di cuore»; e altrove: «Ho visto per strada la gente che mi mandava i baci». E così via, in quella che gli autori definiscono una "regressione infantile" della politica, ma che nelle intenzioni e negli esiti è anche l'umanizzazione di un Palazzo considerato a lungo freddo, indifferente e formale.
Accanto all'affettività - e del tutto coerente con questa - appare un altro elemento di novità, che è il frequente richiamo al compattamento dei "buoni" contro una minaccia esterna poco chiara e per questo ancora più insidiosa. Mai prima di Berlusconi il contrasto nel linguaggio tra "noi" e "loro" era stato tanto evidente e continuo. Spazzata via ogni mediazione, Berlusconi interpreta il reale con una cesura drastica e manichea tra due mondi inconciliabili. Da una parte c'è il "vecchio", parola-prezzemolo agganciata a termini come "partito", "politica", "apparato", "Stato", "balletto", "armamentario", "metodo" e naturalmente "comunisti"; oppure accompagnata da altri aggettivi come "illiberale", "dispotico", "soffocante", "invadente". Per comunicare che questo "vecchio" è tuttavia ancora presente, Berlusconi fa poi spesso ricorso alle parole "Dna" e "cromosomi", a indicare una tara genetica, quella del "Pci-Pds-Ds", assolutamente immodificabile. In più, il pericolo rappresentato dall'avversario è descritto sempre come "strisciante" e "nell'aria", per dare l'idea di un rischio occulto.
Meno variegati e abbondanti invece i termini per descrivere "noi", i buoni, perché Berlusconi preferisce definire la sua parte "a contrario": allora restano solo parole come "cittadini" (contrapposti allo Stato-Moloch) e naturalmente "libertà" (in una voluta fusione di liberismo economico e liberalismo civile), più il prevedibile "nuovo" ("uomini nuovi"). Abbondano in compenso, per raccontare se stessi, le metafore: assai note e scontate quelle di tipo calcistico ("azzurri", "squadra di governo"), più interessanti paiono quelle belliche ("trincea del lavoro", "guerrieri della libertà", "chiamata alle armi", "battaglia storica") e quelle mistico-religiose ("religione della libertà", "credo dell'Occidente", "missionari della verità", "traversata del deserto"). A questi elementi viene poi associata la modernità vera o presunta degli anglicismi, con eventi come il "tax day" e il "security day", spesso mescolata al gergo aziendale per cui l'avversario politico è un "competitor" quasi sempre "fallimentare". Il tutto in una cornice di forte assertività, creata dalla frequente ripetizione di «io sono certo», «sono assolutamente convinto», «non c'è dubbio che».
Secondo i tre autori di "Parole in libertà" questi strumenti retorici sarebbero finalizzati a creare un canale di comunicazione diretta - e affettiva, appunto - tra il capo e i cittadini, delegittimando così quello che ci sta in mezzo, cioè le formalità della Costituzione, la politica e le istituzioni, tutta roba vecchia che fa "perdere tempo", altro chiodo fisso del dire berlusconiano che si manifesta anche attraverso il linguaggio non verbale, come le continue occhiate all'orologio quando si trova seduto in prima fila a sentire discorsi ufficiali.
Non tutte le «pastoie dei vecchi apparati», tuttavia, vengono per nuocere: se Berlusconi è messo di fronte a qualche impegno non realizzato, gli viene facile incolpare i limiti imposti dalla Costituzione, per cui «io posso solo consigliare, non decidere». Fino all'episodio un po' grottesco della recente comparsata al "Processo di Biscardi", quando il leader di Forza Italia incolpa gli alleati e il Parlamento per non avergli permesso di portare la moviola in campo, così come richiesto dagli astanti.
Il richiamo al mondo dell'impresa è molto forte nei primi tempi, quando i suoi avversari vengono spesso definiti come «professionisti della politica che non hanno mai lavorato in vita loro». Questo topos però viene lasciato via via scemare negli anni, quando il Cavaliere si adegua in parte alle dinamiche romane della "politica politicante" non solo alleandosi con i vari Casini, Follini e Fini, ma anche mettendo la guida del suo movimento nelle mani di due onorevoli di mestiere come Sandro Bondi e Fabrizio Cicchitto, mentre spariscono o quasi gli ex manager di Publitalia. Resterà però nel tempo l'elogio per «le mani forti di chi ha lavorato», un'immagine che fa il paio con quella per cui «il sindaco di Milano deve avere la nebbia nei polmoni». E si va addirittura rafforzando la definizione degli avversari come «signori della sinistra», a evocare dei pigri e salottieri chiacchieroni che campano a sbafo dei contribuenti.
Per quanto riguarda il mondo del lavoro, gli autori di "Parole in libertà" notano poi come i riferimenti di Berlusconi a questa sfera non contemplino mai la parola "diritti", mentre appare con frequenza quella di "bisognosi", il che esprimerebbe una visione sociale per cui le dame di carità siano, in fondo, più utili del sindacato. Non poteva mancare, nella disamina della retorica berlusconiana, un riferimento alle barzellette, strumento di cui il Cavaliere si avvale fin dall'inizio della sua attività di imprenditore per mettere di buon umore i convenuti, siano essi in platea o dall'altra parte della tv. Il "joke" è un espediente tipico delle convention aziendali (americane ma non solo) che Berlusconi fa tracimare nella politica italiana con un nuovo scopo: quello, già teorizzato dal filosofo Henri Bergson, per cui il riso è un "cemento sociale" che si crea nel gruppo che ride a danno di chi è escluso dalla risata stessa. Il famoso «percorso d'intesa e di complicità» tra chi partecipa a una barzelletta risulta quindi assai giovevole allo spirito di squadra e rafforza la spaccatura tra "noi" e "loro". Non a caso questi ultimi, dice Berlusconi, «sono quasi sempre incazzati».
C'è infine la sessualità, categoria alla quale il linguaggio del premier si avvicina secondo gli autori dello studio «con modalità cameratesche e maschiliste» che sarebbero emblematiche, in qualche modo, di tutto un lessico in fondo assai vecchio anche se ben gabellato da nuovo. Agli imprenditori stranieri, ad esempio, il premier consiglia di investire in Italia perché «abbiamo delle bellissime segretarie», mentre il Ponte di Messina consentirà di «andare a trovare l'amante di là dello Stretto»; se Piero Fassino ha incontrato il numero uno di Generali «non è certo per parlare di donne, visto che Bernheim ha più di ottant'anni»; e per incentivare i consumi delle signore il premier assicura dal palco che «il vero punto G è nella G di shopping, che le fa godere».
Al termine dell'analisi, i tre studiosi traggono conclusioni abbastanza severe sul «degrado razionale» a cui questo linguaggio fabulatorio, emotivo, umoristico e infantile avrebbe portato, «in un'assenza di rispetto demolitoria per le istituzioni democratiche». Un giudizio su cui si può concordare o meno, ma che lascia ovviamente irrisolto l'altro corno del problema, tanto più incalzante e spinoso a poche settimane dalle elezioni del 9 aprile: e la sinistra, invece, con che linguaggio comunica?




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