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Per quanto riguarda il commercio delle armi, il governo D'Alema si è reso responsabile negli anni scorsi di un vero e proprio "falso in bilancio".
Secondo l'articolo 5 della legge 185/90, che ha introdotto in Italia "norme per l'esportazione, importazione e transito di materiali di armamenti", la Presidenza del Consiglio dei Ministri è tenuta a presentare al Parlamento una relazione annuale sulle esportazioni autorizzate di armi italiane. Il 31 marzo del 1999 il Generale Cucchi, consigliere militare del Governo D'Alema I, ha presentato la relazione relativa alle armi prodotte e vendute dall'Italia nel 1998.
C'è stato un tempo in cui i pacifisti si auguravano che un governo di "sinistra" scegliesse come consigliere militare una persona rispettosa del diritto internazionale, magari non direttamente coinvolta con la gerarchia militare, che avesse la volontà di destinare le nostre forze armate unicamente al servizio delle Nazioni Unite. Oggi i pacifisti si augurano che la nuova sinistra di governo scelga collaboratori che siano almeno in grado di controllare i risultati di addizioni e moltiplicazioni.
Nella relazione presentata dalla Presidenza del Consiglio, infatti, risulta che il valore globale delle autorizzazioni rilasciate per l'esportazione di armi nel 1998 è calato del 6% rispetto ai dati dell'anno precedente. Purtoppo questi valori non sono il frutto di una improvvisa riconversione dell'industria bellica, ma semplicemente un'"illusione ottica" provocata da due gravi errori contabili e di trascrizione (marchi per lire e miliardi per milioni), errori riconosciuti e confermati dalla Presidenza del Consiglio, che avrebbe volentieri sorvolato su questa svista se questi errori non fossero stati pesantemente rilevati da "Oscar", l'osservatorio fiorentino sul commercio delle armi, che ha dimostrato, conti e tabelle alla mano, come l'esportazione di armi italiane sia aumentata del 30% anziché calata del 6%.
Ma non è questo l'unico dato preoccupante evidenziato nel "Rapporto Oscar". Oltre alla quantità, è interessante anche scoprire i destinatari delle nostre esportazioni. Il quadro che emerge nel rapporto è a dir poco angosciante: nonostante i divieti contenuti nella legge 185/90, nella lista dei nostri clienti figurano paesi come Turchia, Algeria, Cina, Brasile, Arabia Saudita, India, Indonesia e Pakistan, più volte segnalati per ripetute violazioni dei diritti umani fondamentali. Purtroppo ai nostri politici non bastano i rapporti annuali di Amnesty International e le segnalazioni di ONG e organizzazioni umanitarie per classificare questi paesi come "repressivi o aggressivi", vietando di conseguenza l'esportazione di armi italiane verso questi paesi in base alla legge 185.
Il caso più eclatante è forse quello della Colombia, un paese che nel 1998 ha acquistato armi dall'Italia per 10 miliardi e mezzo, segnalato nel rapporto annuale 1999 di Amnesty International per "Più di 1000 civili uccisi dalle forze di sicurezza o gruppi paramilitari". Sempre leggendo il rapporto di Amnesty scopriamo che "Molte vittime sono state torturate prima di essere uccise. Minacciati e attaccati attivisti per i diritti umani; almeno 6 sono stati uccisi. Nelle zone urbane continuano le uccisioni da parte degli squadroni della morte. Molti militari sono stati accusati di violazioni dei diritti umani; molti altri continuano a sottrarsi alle responsabilità. Gruppi armati dell'opposizione sono stati responsabili di numerosi abusi dei diritti umani, comprese uccisioni intenzionali e indiscriminate e della cattura di centinaia di ostaggi".
Perché l'Italia continua a vendere armi alla Colombia ? Secondo il "Rapporto Oscar" già citato in precedenza, "Il governo italiano non ha sospeso le autorizzazioni alle esportazioni [verso la Colombia Ndr] appellandosi al fatto che la Commissione ONU ha espresso solo una raccomandazione e non una condanna formale per violazioni dei diritti umani". Vale a dire che per quanto riguarda la vendita delle armi, ogni paese è un buon cliente fino a prova contraria, e che l'unica "prova contraria" ammessa è una condanna formale dell'ONU. Questo può far dormire sonni tranquilli a paesi come la Cina (che dovrebbe condannarsi da sola in quanto membro del consiglio di sicurezza ONU) o la Turchia (Membro della Nato protetto in sede ONU dal veto statunitense). Documenti "futili" come i rapporti di Amnesty International non sono un freno sufficiente per arrestare il mercato globale degli strumenti di morte.
Al quale aggiungerei il finanziamento per 50 miliardi di una portaerei che nemmeno Mussolini si sognava di avere!!!![]()
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