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  1. #21
    Free Tibet!
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    Citazione Originariamente Scritto da Princ.Citeriore
    Lo sai "i Borbone passo indietro" mi affascina xkè vuol dire ke rivaluti fortemente il periodo spagnolo (nn credo proprio ke rivaluti il breve e infasuto periodo in cui in Sicilia naque il proverbio "passò casa saBOIA")....

    Sto leggendo Napoli Spagnola di Tejada, il quale sostiene che la decadenza di Napoli e della Sicilia sia cominciata proprio con la loro uscita dalle Spagne, grande confederazione CATTOLICA, al capo della quale c'era il Re di Madrid, ke xò rispettava tutti i POPOLI e le loro tradizioni.
    Tejada dice ke noi siamo "antieuropei" dove x europeo lui intende i protestanti...
    E in fondo cosa fu la conquista delle Due Siiclie e dello Stato Pontificio se nn la crudele vittoria dei protestanti (uk) ai danni dei "papisti" ?
    Con la fine della "dominazione" spagnola (in realtà nn è corretto parlare di dominazione se la Spagna ci voelva dominare a quest'ora parleremmo castellano e paradossalmente sarebbe stato mgl, sarebbe stato mlt + difficile tenerci sotto skiaffo x i padani e gli ascari), e la fine del ruolo di bastione del cattolicesimo e le riforme di Carlo antitradizionaliste, si avviò il processo di decomposizione ke culminò nella catastrofe del 1860.

    Idee da analizzare con cura altro ke le LOMBOSATE di bocca !!!

    X il resto è ovvio, ke dobbiamo collaborare (personalmente nn disdegnerei una collaborazione con gli AUSTRIACI del Tirolo ), qui la gente si è rotta i coglioni, ma manca un referente politico in grado di farci volare, xò le cose stanno migliorando.
    Anke se la starda è in salita, come dimostrano alc msg !!!
    Mi fai sempre più simpatia, dico davvero. Magari se puoi programma una visita a Palermo.
    Comunque, di certo non rimpiango il passaggio dei Savoia come proprietari di Sicilia...mi riferisco al "Rex Siciliae et Hispaniarum"...quando la Sicilia si autogestiva con a capo la figura "di garanzia" di nomina del trono, e il Val di Noto dopo il terremoto del 1693 si ricostruì in un biz (considerate le tecniche dell'epoca) nella meraviglia del barocco, altro che la Valle del Belice e i casermoni italici! All'epoca la Sicilia faceva parte di un vero e proprio "commonwealth", un po' come l'Australia o il Canada oggi: chi si sognerebbe mai di considerarle "colonie britanniche"? Eppure il loro Capo di Stato è Elizabeth II, e in Australia il referendum per disarcionarla è fallito, ma non perché gli Australiani siano monarchici o filobritannici, ma perché dicono "a noi che ci cambia? Dobbiamo poi eleggere un Presidnete? (con costi annessi...)".
    Un grande coordinamento fra le nazioni oppresse dall'Italia è quello che ci vuole. Da noi, alla Sardegna, alla Nazione Napoletana, fino al Sudtirolo (in passato abbiamo avuto iniziative comuni con l'UFS). E ci vuole un nuovo, grande "movimento meridionale" dalle tue parti!

  2. #22
    Gaeta resiste ancora!
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    Ammetto i miei peccati, nn ho mai messo piede nella Trinacria... ma mi riabilito ai tuoi okki dicentoti che ho una copia de I Primi Secessionisti regalatami da Mario Spataro in persona, l'ho conosciuto via web, ma nn l'ho mai incontrato di persona.
    Devo pensare seriamemnte di venire qlk giorno a Palermo, so ke merita di essere visitata, anke se in Brandelli d'Italia, si legge ke a Pa nn si fa un'opera pubblica dai tempi di gaybalto, il che significa che l'ultimo a fare qlk x Pa è stato un Re che nacque proprio a Pa !
    Riguardo alle Spagne è COSI', ma se diciamo queste cose in giro ci prenderanno x pazzi, ma nn me la prendo con loro ma con ki gli ha fatto il lavaggio del cervello, ma se ci siamo disintossicati noi, sono fiducioso
    Cmq è necessario revisionare la storia nella sua globalità x capire mgl anke il presente e prevedere il futuro, coraggio amici, è finita la grande confederazione ispanica, tramonterà anche lo stato sabaudo-taliano, che i nostri nipoti ricorderanno come il periodo più OSCURO di tutti i tempi, a noi tocca lottare affinchè questo processo avvenga il + presto possibile.
    La nostra vita ci appartiene fino a un certo punto, noi dobbiamo mettere conto anke ai ns avi, che tanto soffrirono a cuasa dei barbari invasori calati dal nord, come moderni vandali; e alle generazioni future che NON dovranno più EMIGRARE, non dovranno + scendere a compromessi x lavorare onestamente, dovranno andare a testa alta per il mondo, "urlando" il loro orgoglio di appartenere alla terra in cui si formò la cultura occidentale la
    MAGNA GRECIA


    Sulla collaborazione, io sogno un terzo polo x le politiche del 2011, da una parte gli ascari, i mafiosi, i coloni padanisti, gli opportunisti alla mastella, dall'altra uomini liberi e coraggiosi, che con umiltà e coraggio sono pronti a servire la loro Patria, da una parte il tricolore massonico, dall'altra simboli antichissimi di un'identita culturale che avrebbero voluto cancellare in luogo di una pezza carnevalesca che Tommasi di Lampedusa definì "una scimmiottatura della bandiera francese".
    Cmq qui è un gran caos, ma lo ripeto nn avviene qlc di rilevante dai tempi di Crocco, x cui è "naturale" questa situazione, anche se bisogna fare in fretta prima ke un astella se nn proprio clemente in eprsona si metta a cavalcare la tigre !!!

  3. #23
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    Citazione Originariamente Scritto da Princ.Citeriore
    Ammetto i miei peccati, nn ho mai messo piede nella Trinacria... ma mi riabilito ai tuoi okki dicentoti che ho una copia de I Primi Secessionisti regalatami da Mario Spataro in persona, l'ho conosciuto via web, ma nn l'ho mai incontrato di persona.
    Devo pensare seriamemnte di venire qlk giorno a Palermo, so ke merita di essere visitata, anke se in Brandelli d'Italia, si legge ke a Pa nn si fa un'opera pubblica dai tempi di gaybalto, il che significa che l'ultimo a fare qlk x Pa è stato un Re che nacque proprio a Pa !
    Allora ti aspettiamo nella nostra Capitale! Sarò felice di farti da guida, se vorrai.

  4. #24
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    Citazione Originariamente Scritto da Federico II
    Allora ti aspettiamo nella nostra Capitale! Sarò felice di farti da guida, se vorrai.
    la capitale è roma!

  5. #25
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    Citazione Originariamente Scritto da matrix82ct
    la capitale è roma!

  6. #26
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    a causa di un errore ho cancellato un messaggio ke avrei voluto darvi. Comunque vi sono solidale....
    Pensate ke sfregio, non solo inventare l'italia ed includere la mia terra, Sardìnnya, è stato un danno enorme x la mia cultura, lingua e identità, ma ci hanno pure sepolto quel maledetto di garibaldi in Sardìnnya!!!!
    Spero ke la mia terra (e tutte le altre terre ke lo vogliano) raggiunga l'indipendenza il più presto possibile, così il maledetto lo restituiremo al mittente o magari lo buttiamo a mare.

  7. #27
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    Citazione Originariamente Scritto da mriccardo86
    a causa di un errore ho cancellato un messaggio ke avrei voluto darvi. Comunque vi sono solidale....
    Pensate ke sfregio, non solo inventare l'italia ed includere la mia terra, Sardìnnya, è stato un danno enorme x la mia cultura, lingua e identità, ma ci hanno pure sepolto quel maledetto di garibaldi in Sardìnnya!!!!
    Spero ke la mia terra (e tutte le altre terre ke lo vogliano) raggiunga l'indipendenza il più presto possibile, così il maledetto lo restituiremo al mittente o magari lo buttiamo a mare.
    Quoto in pieno e ringrazio. Però non lo butterei a mare: non è giusto restituire pan per focaccia al cadavere di chi faceva le esecuzioni sommarie (e le fosse comuni) in Sicilia. Meglio, invece, restituirlo al mittente, che lo seppelliscano dove credono (Nizza?). Oppure dargli sepoltura in luogo ignoto, come i gerarchi nazisti di cui fu degno predecessore.

  8. #28
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    LETTURA CONSIGLIATA:
    è un libro ormai difficile da trovare comunque....
    Sergio Salvi, Matria e Patria.
    e altri libri dello stesso autori, con articoli a riguardo di "l'italia non esiste".
    Scritti tanti anni fa ma molto attuali e comprensibili.
    Inoltre vi allego questo testo illuminante:
    a riguardo della mia storia è un po sintetico quasi superficiale ma è buona comunque.


    L'Italia non esiste.

    di Sergio Salvi.

    Edizioni Camunia. Firenze 1996.



    Uno dei miti sui quali si fondano le «nazioni» moderne, quello dell’origine comune, è del resto una enorme sciocchezza: lo è soprattutto nell’accezione «tedesca», che teorizza una impossibile persistenza nel tempo di una razza incontaminabile e incontaminata.



    Ma lo è anche nella versione, certo più cauta, che diremo «francese» in quanto enunciata con garbo sospetto da Michelet, fondata invece sulla «miscelazione omogenea» di componenti diverse. Secondo Michelet, la «nazione francese» sarebbe sorta dalla «singolare perfezione con la quale si è compiuta la fusione delle razze, lo scambio e il matrimonio delle diverse popolazioni». […]



    Così la «nazione francese» risulterebbe scaturita dalla presunta e perfetta fusione di liguri, iberi, celti, romani, e germani, franchi ma anche burgundi, visigoti, scandinavi e alemanni).



    Tutti sappiamo che non è vero, come la Corsica, la Bretagna e l’Alsazia dimostrano inequivocabilmente esibendo ancora oggi una «fusione imperfetta».

    Il caso «italiano» è, del resto, ancora più confuso e complesso di quello francese. […]



    Se dai dati più propriamente linguistici e culturali di passa a quelli genetici, nell’ipotesi che questi conservino una loro importanza, la situazione appare ancora più sorprendente. È stato infatti dimostrato che la situazione dell’Italia-regione convenzionale, quale appariva nel V secolo a.C., è rimasta ancora oggi sostanzialmente la stessa […]



    L’indagine scientifica che va sotto il nome di Biological History of European Population, in corso sotto l’egida della CEE, ha rilevato che l’Italia meridionale e la Sicilia conservano sorprendentemente una impronta «greca», quella settentrionale una «celtica», la Toscana una «etrusca», la Sardegna una «sarda».



    Ciò significa che il mutamento linguistico intervenuto nel corso del tempo (i «greci» non parlano più greco né gli «etruschi» l’etrusco) non rivela nessuna corrispondenza con un eventuale mutamento del patrimonio genetico. I titolari di questa indagine, Alberto Piazza dell’Università di Torino e Paolo Menozzi dell’Università di Parma, ne garantiscono la serietà, così come appare insospettabile l’ispirazione agli studi compiuti, con risultati a dir poco brillanti da Luca Cavalli-Sforza, autore del fondamentale The History and Geography of Human Genes (1995), noto anche al pubblico intellettuale italiano.



    Nel linguaggio popolare (condiviso dai politici e dai giornalisti) la «nazione» viene addirittura intesa come sinonimo di «Stato»: ma non è affatto così. Soprattutto in Italia. Basta ricordare che il Risorgimento ha «propugnato» l’esistenza di una nazione italiana (priva di Stato proprio) per tradurla proprio in una Stato.



    Il cittadino italiano medio chiama invece «nazione» tanto la Russia sterminata (una federazione che riconosce ufficialmente al suo interno almeno una cinquantina di nazioni di cui ventuno istituite in repubbliche autonome) quanto il minuscolo Liechtenstein (la cui popolazione non si distingue per nulla da quella dei villaggi degli stati confinanti) sia come chiama «artisti» tanto Giorgio quanto Gianni Moranti, tanto Carlo quanto Raffaella Carrà.



    Stenta, è vero, per ragioni di prossimità fisica, a ritenere San Marino una nazione, ma non batte ciglio quando constata come San Marino schieri una propria rappresentativa «nazionale» di calcio coi i crismi di FIFA e UEFA. Non riflette invece sul fatto, clamoroso, che non esiste una «nazionale» britannica e che, per uno stesso Stato, scendano abitualmente in campo ben quattro «nazionali» (oltre tutto acerrime rivali) tutte col marchio FIFA e UEFA: Inghilterra, Scozia, Galles, Irlanda del Nord.



    La colpa di questa abitudine non è tutta sua: al contrario di FIFA e UEFA, la massima organizzazione internazionale di Stati si chiama infatti Organizzazione delle Nazioni Unite e non Organizzazione degli Stati Uniti, fornendogli così un alibi prezioso. D’altronde, non è da oggi che molto Stati barano al gioco, presentandosi, al mondo e a se stessi, come nazioni.



    Il diritto «interstatale» si chiama infatti «diritto internazionale», anche se è ad «uso» esclusivo degli Stati.

    2)

    A questo punto ci corre l’obbligo di un risarcimento perlomeno morale nei confronti dei sardi (quelli veri [non quelli del Regno “italiano di Sardegna”, ndr]) e del loro sfortunato regno, istituito una prima volta dall’imperatore nel 1164 e ritagliato su misura per il «giudice» di Arborea, il sardo Barisone: il quale venne sì incoronato ma perse subito la corona poiché non possedeva la somma di 4.000 marchi d’argento (che ne era il prezzo) e non gli riuscì di racimolarla in tempo debito. E, per i sardi almeno, la corona fu persa per sempre.

    Il regno venne infatti istituito, una seconda volta, dal papa, nel 1239, col nome di Regnum Sardiniae et Corsicae ma riservato a Enzo, figlio illegittimo di Federico II. Nemmeno Enzo ne entrò mai in possesso. Il titolo venne addirittura restituito, in seguito, a papa Bonifacio VIII che nel 1297, lo concesse al re d’Aragona (purché restituisse la Sicilia agli angioini di Napoli). L’accettazione da parte del re di Aragona fu, all’inizio, soltanto formale: ci vollero molti anni, infatti, perché gli aragonesi si decidessero a sbarcare nell’isola (rinunciando però alla Corsica, che rischiò di finire, come regno separato, nelle mani del granduca di Toscana nel XVI secolo).

    I sardi, da tempo in armi contro gli «italiani» (genovesi e pisani), lottarono in seguito accanitamente, per preservare la loro libertà anche contro gli aragonesi. Ma alla fine li accettarono (anche se si ribellarono ancora molte volte). Il regno era del resto una entità politica formalmente sovrana (anche se il re risiedeva a Barcellona), dotata di Parlamento, di moneta, di milizie, di leggi, di tribunali propri (che giudicavano in base al codice della Carta de logu, in lingua sarda, promulgata da Eleonora d’Arborea nel 1388): anche se, a partire salla seconda metà del XV secolo, lingua ufficiale dell’isola diventò il catalano e, subito dopo, il castigliano.

    Nel 1718, per effetto del Trattato di Londra, il Regno di Sardegna fu inopinatamente assegnato al duca di Savoia, del Monferrato e di Aosta nonché conte di Nizza e di molti altri luoghi assai meno conosciuti, che aveva regnato per appena cinque anni sulla Sicilia in virtù della Pace di Utrecht (quella che aveva trasferito la Lombardia dalla Spagna all’Austria: 1713). Le isole vennero, insomma, scambiate per i soliti giochi politici tra le grandi potenze.

    Il sovrano sabaudo, per non tornare soltanto «duca e conte» e mantenere quindi un titolo regale qualsiasi, acconsentì, sia pure a malincuore, allo scambio. Riuscì però a impossessarsi della sua nuova isola soltanto due anni dopo, grazie alla Pace dell’Aia: e vi mantenne, per qualche tempo, l’autonomia tradizionale compreso lo strapotere dei feudatari spagnoli, limitandosi a esercitare una pressione fiscale crescente.

    Poi cominciò a erodere i privilegi del regno e a trattare l’isola come fosse una colonia. Impose l’italiano quale lingua ufficiale nel 1764.

    Nel 1793, i francesi sbarcarono nell’isola con l’intento di istituirvi la «Repubblica sarda una e indivisibile». Tra essi c’era il giovane napoleone Buonaparte. Il Parlamento sardo, che non era mai stato riunito dal re sabaudo, si autoconvocò e, obbedendo ai suoi ordini, le milizie sarde ributtarono a mare i francesi. Fiero di questo successo militare, il Parlamento chiese al re, che stava a Torino, di riunirlo almeno una volta ogni dieci anni, di riservargli la nomina dei vescovi nelle diocesi dell’isola, di permettere ai sardi di ricoprire, nella loro patria, le maggiori cariche pubbliche esclusa quella di viceré, di istituire un Ministero per gli affari sardi a Torino e un Consiglio di Stato a Cagliari. Il re rifiutò tutte le proposte.

    Il Parlamento ricorse allora, di nuovo, alle proprie milizie, e cacciò dall’isola i rappresentanti del re. Era il 28 aprile 1794.

    Per venire a oggi, si dirà che due anni fa, in un soprassalto di orgoglio e di dignità isolani, la Regione autonoma della Sardegna ha dichiarato il 28 aprile Sa die de sa Sardigna («il giorno della Sardegna»), una sorta di 14 luglio ad uso dei sardi.

    Torniamo al 1794. Purtroppo, la «rivoluzione sarda» finì presto e male. Coloro che, uniti, avevano cacciato i sabaudi, si divisero subito e si affrontarono in armi. Il leader dei «democratici», l’indipendentista Giovanni Maria Angioi (che voleva istituire la Repubblica sarda), dopo avere sconvolto i tre quarti dell’isola alla testa di un esercito di contadini e di pastori, venne sconfitto dalle milizie speditegli contro dal Parlamento di Cagliari, impaurito dalla sua predicazione sociale e sobillato dai grandi feudatari e dai vescovi tramite i quali si era messo, nel frattempo, in contatto col re (che aveva acconsentito al perdono).

    Paradossalmente, nel 1799, cacciato dalla sua Torino da Napoleone, che ne incamerò il tesoro, il re si rifugiò nell’isola dove rimase per dodici anni, a spese di questi suoi sudditi ombrosi ma, in fondo, generosissimi.

    I Savoia, una volta rimessi in sella a Torino, dimenticarono ogni gratitudine e ripresero a interferire nelle vicende dell’isola (nel 1815, con la Restaurazione, avevano ottenuto anche la repubblica di Genova e si sentivano sempre più forti). Nel 1820, emanarono l’Editto delle chiudende col quale venne disposta la recinzione, a favore dei proprietari, dei pascoli fino ad allora lasciati liberi per le esigenze dei pastori..

    I proprietari si guardarono bene dal coltivare queste tancas («recinti») e le lasciarono, però affidandole a caro prezzo, al godimento (si fa per dire) dei soliti pastori.

    Nel 1827, venne abrogata la Carta de logu, il monumento giuridico del popolo sardo, che aveva regolato la vita dell’isola, nella sua lingua materna, per trecentoventinove anni. Caddero di conseguenza anche i diritti allo sfruttamento delle terre comuni da parte dei contadini e dei pastori. Ciò portò alla sanguinosa rivolta detta de su connottu («del conosciuto»).

    Nel 1847, alla vigilia della «prima guerra di indipendenza» italiana, una delegazione di notabili sardi, priva di ogni investitura (fosse essa parlamentare o popolare), chiese al re che il regno fosse abolito. Lo fece nell’intento di fruire dei diritti commerciali e fiscali concessi agli «Stati sardi» di terraferma (Savoia, Aosta, Piemonte, Nizza e Genova) e dai quali l’isola era stata esclusa.

    Carlo Alberto accettò di buon grado. Con una vera e propria rapina giuridica, che prese il nome di «fusione perfetta», il Parlamento di Cagliari (che il re, in centotrenta anni, non aveva mai riunito) venne sciolto. L’isola perse così gli ultimi due «privilegi» che le erano rimasti: quello di battere moneta e quello dell’esenzione dal servizio militare dei suoi abitanti.

    Il Regno di Sardegna, lungi dallo scomparire, venne trasferito fisicamente in Piemonte. E in suo nome vennero compiute quelle regie annessioni che portarono al ripudio del nome stesso.

    Il re restò re: ma d’Italia. I sardi riottennero così l’uso esclusivo del loro nome ma restarono le prime vittime (le più innocenti e inconsapevoli) del Risorgimento, rischiando seriamente di apparirne i protagonisti.
    Finas a s'indipendentzia!

  9. #29
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    Ho avuto il piacere di conoscere Salvi a Casteddu...un personaggio illuminante.

  10. #30
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    Citazione Originariamente Scritto da Nicheja
    Ho avuto il piacere di conoscere Salvi a Casteddu...un personaggio illuminante.
    Davvero ? Wow! Non lo sapevo.....
    Finas a s'indipendentzia!

 

 
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