Maroni: «Il Tfr all’Inps è un grave danno per la previdenza complementare»
Cesare Damiano contro Roberto Maroni. L’attuale ministro del Lavoro a confronto con il ministro del Welfare del Governo Berlusconi. Il duello, l’ennesimo tra i due, avviene ai microfoni di Radio Anch’io e il tema principale non può che essere la riforma delle pensioni. Quella riforma che il ministro leghista, dopo tre anni di continui e serrati incontri con le parti sociali (con tutte le parti sociali) era riuscito a portare a casa, con soddisfazione generale (datori di lavoro, categorie, sindacati, banche, assicurazioni e perfino con la benedizione dell’Unione Europea). Quella riforma che prevede il decollo della previdenza integrativa grazie allo “smobilizzo” del Tfr (Trattamento di fine rapporto, cioè la liquidazione), senza aumentare i contributi, garantendo la stabilità economica e finanziaria del sistema pensionistico e soprattutto che assicura al lavoratore una pensione dignitosa.
Nella visione della riforma Maroni, infatti, non bisogna più parlare di pensione, ma di “schema pensionistico”: «Ogni lavoratore deve pensare a una parte di pensione formata dalla previdenza pubblica (Inps) e una parte da quella cosiddetta complementare, cioè gestita dai fondi pensioni, liberamente scelti dal lavoratore stesso», sottolinea l’ex-ministro leghista. E del resto, dopo la riforma Dini, non si poteva pensare che chi va in pensione fra trent’anni possa percepire solo il 40% dello stipendio: c’è bisogno, per evitare un problema sociale, del pilastro complementare.
Ma il Governo di centrosinistra, nel duplice scopo di distruggere quanto fatto dalla Casa delle Libertà e la volontà di “fare cassa”, si è inventato una riforma della riforma, che per altro ha già dovuto modificare più volte. L’ultima versione dice che il Tfr dei lavoratori delle aziende con più di cinquanta dipendenti, in assenza di precisa indicazione, verrà versato nelle casse dell’Inps. Sembra addirittura che debba servire a finanziare le infrastrutture (il che significa che i lavoratori non lo rivedranno più). Soprattutto su questo aspetto si è concentrata la critica di Maroni nei confronti del suo sucessore, ma più in generale di tutto il Governo.
«Mi sorprende la decisione di trasferire il Tfr inoptato all'Inps perchè vuol dire sottrarlo alla previdenza complementare. È una contraddizione in termini, se va all'Inps non va ai fondi». Il ragionamento dell'ex ministro del Welfare non fa una grinza. La critica rispetto alla decisione del Governo per la destinazione del Tfr delle aziende sopra i 50 dipendenti, del resto, non è isolata.
C’è un coro unanime che va dagli artigiani ai commercianti, agli esercenti, ai professionisti alle piccole e medie imprese, fino ad ampi settori di Confindustria. Nota ancora Maroni: «Damiano dice che per il lavoratore non cambia nulla. Ma o il Tfr all'Inps è un debito dello Stato verso i lavoratori e allora deve essergli restituito allo stesso rendimento che aveva in azienda, ma questo in Finanziaria non c'è scritto, o è un credito. Ma se è un debito (e dunque un credito per il lavoratore) allora il saldo per la Finanziaria sarebbe zero».
Deludente la replica di Damiano: «Maroni dice che si rischia un saldo zero sui 6 miliardi all'Inps se il lavoratore si ritira, ma Maroni sa perfettamente che il Tfr si eroga quando un lavoratore si licenzia e mi auguro che nel 2007 non ci siano 15 milioni di lavoratori licenziati o che vanno in pensione. Non mi sembra realistico». Poi l’ammissione: «Sicuramente i fondi hanno fatto fatica ad affermarsi. Credo che il decollo possa portare a un risultato molto importante. L'obiettivo di tutti è far sì che questi fondi pensione abbiano una larghissima adesione dei lavoratori. Noi faremo l'informativa semestrale. Abbiamo già avviato dei tavoli tecnici e stanziato 17 milioni, che ci sembrano congrui per un campagna di informazione presso i lavoratori».
Nel dibattito radiofonico Maroni non ha perso l’occasione per sottolineare il disagio sociale creato dal Governo: «Condivido - ha detto il capogruppo dei deputati leghisti - le preoccupazioni delle imprese, soprattutto piccole e piccolissime per la mancata automaticità di compensazioni per la cessione del Tfr. Se una azienda è molto piccola, il titolare avrà difficoltà a reperire i fondi dal sistema bancario e per non entrare in una situazione finanziaria difficile ci metterà poco a convincere i suoi dipendenti a rinunciare ai fondi pensione».
La riforma Maroni prevedeva invece un automatismo per cui le banche erano “obbligate” a finanziare le imprese che non avevano più a disposizione il Tfr. Ma tale automatismo non c’è più. E i problemi sono ora tutti dei piccoli imprenditori.




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