Maurizio Blondet
22/02/2005
Per parlare della più stretta e rovente attualità, comincerò dal profeta Amos: e sarà bene che i lettori ascoltino con attenzione.
Specie quelli che mi scrivono di non essere d'accordo con me su questo o su quello.
Specie su Israele.
Amos è vissuto nell'ottavo secolo avanti Cristo: un insolito profeta, forse il primo, ed ha lasciato nella Scrittura poche pagine.
E, naturalmente, i più non erano d'accordo con lui.
Specialmente Amasia, la potente sacerdotessa di Betel.
La quale va a dire a Geroboamo re d'Israele: «Amos complotta contro di te, e nell'interno della casa d'Israele. La terra non può sopportare le sue parole» (Amos 7,10).
Soffiata pericolosa, che poteva finire con le manette e la galera (come è accaduto a David Irving) o peggio.



Ma non è che Amasia lo volesse morto, Amos.
Tant'è che gli dà questo consiglio: «veggente, và e scappatene nella terra di Giuda, lì mangerai il pane e lì profeterai. Ma a Betel non continuare a profetare, perchè è il santuario del re e il tempio del regno».
Le bastava farlo tacere; che andasse all'estero (la Giudea allora era un regno separato), ma non scuotesse l'opinione pubblica e l'ordine interno, la verità ufficiale.
Tutto normale, tutto come oggi.
Ma quel che è davvero strana, stupefacente, è la risposta di Amos: «Io non sono profeta, né figlio di profeti. Sono mandriano di greggi e buoi nella terra di Tekos, e inoltre mi guadagno la vita raccogliendo i frutti dei sicomori».
Prima stranezza: come mai un profeta nega, anzitutto, di essere profeta?
Ah, se la Chiesa, che tanto insiste perché leggiamo con devozione l'Antico Testamento, i sacri testi dei «fratelli maggiori», ci spiegasse anche il senso dei testi, nella loro arcaica crudezza!
Non lo fa.
Ci tocca informarci da soli.



Così, scopriamo che quando Amos nega di essere profeta, usa la parola «nabi».
Di nebim (plurale di nabi) ce n'erano folle, in Israele: erano medium, sciamani, visionari che a pagamento davano responsi.
«Professionisti del delirio», ricorda Ortega y Gasset, «spesso rozzi e subornabili, ma in sommo grado popolari».
Come Vanna Marchi e tanti guaritori d'oggi.
O come tanti giornalisti di successo, che hanno successo perché confermano l'opinione pubblica nei suoi pregiudizi inveterati.
La regina Jezabel aveva al suo servizio 850 nabi: un'intera redazione di persuasori occulti al servizio del potere (1 Re, 18,22).
E' questo tipo di «profeta» che nega di essere Amos.
«Non sono profeta né figlio di profeti» (la professione si trasmetteva di padre in figlio) vuol dire: io non cado in trance, non sono un professionista del delirio.



Soprattutto, non mi faccio pagare.
Non ricavo da questo ambigua specialità il mio cespite: «sono pastore, e inoltre raccolgo per vivere i frutti del sicomoro».
E', in qualche modo, la dichiarazione dei redditi di Amos.
Si guadagna da vivere onestamente.
Ed anche poveramente, visto che deve arrangiarsi con la raccolta dei frutti del sicomoro, povere more di poco prezzo.
Fa mestieri rispettabili e non è ricco.
Perché Amasia, quando lo apostrofa come «veggente», lo tratta appunto come un nabi, un medium prezzolato, un falso sciamano.
«Va in Giudea, lì mangerai il pane profetando».
Vai laggiù ad esercitare il tuo mestiere lucroso.
Amos chiarisce che lui, a profetare, non ci pensava proprio.
Andava tranquillo con le greggi in sua custodia.
«Fu il Signore che mi prese da dietro il gregge».
Lo prese in disparte.
E che gli disse?
«Il Signore disse a me: va e profeta contro il mio popolo Israele».



Attenti: il Signore non gli dice, come traduce banalmente la Bibbia CEI, di profetare al popolo.
Gli ordina di profetare «contro» il suo popolo.
Ebbene, questo è un duro compito per un ebreo; profetare contro Israele di cui è parte.
In nessun altro popolo un individuo è così integralmente radicato nella sua comunità, così obbligato a farne parte, a condividerne il senso comune, e anche le paranoie.
I nabi, quelli sì, erano profeti «per» quel popolo, ne accarezzavano le convinzioni e le superstizioni. Amos è un profeta di nuovo tipo rispetto a quello antico.
Senza cadere in trance, senza annegare la propria coscienza nel subconscio collettivo, lucidamente, ha l'obbligo di parlare «contro».
Secondo Ortega y Gasset, Amos è il primo intellettuale autentico della storia (o della preistoria).
Il mondo è pieno di intellettuali inautentici, che lisciano le folle per il loro verso, come i nabi di allora.
L'intellettuale autentico, invece, va contro l'opinione corrente.
«La sua missione consiste nel correggere l'opinione pubblica e nel trarre gli uomini dall'errore in cui si trovano alla verità di cui hanno bisogno».
E ciò «non per gusto o capriccio, ma per la natura stessa della sua missione».



Ne vengono alcune conseguenze inevitabili.
La prima.
In Grecia, l'opinione stabilita, corrente, politicamente corretta, si chiamava doxa.
L'opinione dell'intellettuale autentico, che è sempre una contro-opinione, è un «para-doxa», un paradosso.
Espressione altamente irritante per l'opinione pubblica conformista.
A forza di paradossi - le parabole - Cristo finì in croce.
La seconda: l'intellettuale è per essenza impopolare, e perciò perseguitato.
«Il suo destino è dunque aspro e terribile, ed è una delle forme più alte della più autentica virilità» (1).
La terza: questo tipo di profeta alla Amos conta poco nella società.
Non solo non è stimato, ma il peggio è che non è creduto.



Lo dice un altro esperto del mestiere, Isaia (53).
«Chi prestò fede al nostro annuncio? … Disprezzato, ripudiato dagli uomini, uomo dei dolori, conoscitore della sofferenza, come uno davanti al quale ci si copre la faccia. Disprezzato, sì che non ne facemmo alcun conto».
Secondo la Chiesa, qui Isaia profetizza Cristo, l'uomo dei dolori.
Ma certo parla anche di sé, e in generale del destino degli impopolari che invece di lusingare e adulare, sono chiamati a opporsi e a rettificare.
Non vi sembra un racconto attuale?
Qualcosa che succede davanti ai nostri occhi alquanto accecati dalla doxa corrente?
Si badi, non sto paragonando ad Amos, a un profeta, David Irving.
Non so se lo meriti.
Ma l'ho visto trascinato davanti al tribunale austriaco con le manette ai polsi, come un assassino (forse temevano che, a mani libere, commettesse il suo tipico delitto, scrivesse un libro?)e mi è parso di riconoscere in lui uno di quelli «davanti a cui ci si copre la faccia», di cui parla Isaia.



Ancor meno paragoniamo ad Amos noi stessi.
A parlare «contro» non ci ha chiamato il Signore, ma circostanze della vita forse banali.
Il solo punto di contatto con Amos è magari la faccenda dei sicomori: anche noi viviamo di piccolo reddito raccogliticcio.
Lo ammetto, è poco.
Ma forse ci dà un diritto di fronte a quei lettori che ci scrivono il loro disaccordo, spesso in modo ripetitivo e petulante, quasi sempre disinformato e talora arrogante.
Voglio dire che sono loro a ricevere qualcosa da noi, e gratis.
Informazioni e riflessioni, analisi e paradossi che non trovano nei giornali e nelle TV.
Quei media per i quali sono disposti a pagare.
Pretendono che noi diventiamo come quei giornali, diffusori della doxa corrente e politicamente corretta - e gratis.
Non mi sembra una pretesa giustificabile.
Facciamo il nostro piccolo lavoro, rassegnati che nessuno «ne tenga alcun conto», che le nostre idee siano «ripudiate dagli uomini».



Non piace?
E' una voce piccola, facilmente sovrastata dal rumore televisivo e corretto.
Facile farla tacere.
Chiediamo solo di lasciarle esistere fra le altre, per dissonante che sia.
Quei lettori insoddisfatti, leggano i grandi giornali e guardino le grandi TV.
Troveranno lì moltissimi nabi professionali, e molto ben pagati, che li confermeranno nelle loro opinioni.
Anche perché quei grandi giornali e TV sono imprese commerciali: il loro scopo non è di informarvi, ma di tenervi incollati ai loro mezzi, in modo che poi possano vendervi - come anonima «audience» o diffusione - ai pubblicitari.
Eh sì, quando voi comprate il giornale, è il giornale che vende voi.
Ma almeno, questo vi dà il diritto di protestare con loro, se qualcosa non vi piace.
Scrivete a loro, su Irving, i musulmani, gli ebrei, scrivete i vostri cattivi umori, visto che li pagate. Invece a loro credete. Li stimate.
Più grosso è il mezzo di comunicazione, più solo per questo lo stimate e gli credete - ogni volta si casca nell'inganno perché, si sa, il mezzo è il messaggio.
Ma noi siamo liberi.
Non siamo nabi, non vi facciamo cadere in trance, non vi togliamo le «negatività» come faceva Vanna Marchi.
Liberi e poveri.
Fino a quando le manette non c'impediranno di scrivere.

Maurizio Blondet




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Note
1) Josè Ortega y Gasset, «Metafisica e ragione storica», Sugarco, 1989, pagine 300 e seguenti.




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