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    Commissione sull'uranio impoverito, l'Unione: «Relazione insoddisfacente»



    Conclusioni insoddisfacenti e illogiche. Insomma: tutto da rifare. O quasi. Si è conclusa di fatto con una bocciatura da parte dell’opposizione la relazione della Comissione d’Inchiesta del Senato sull’uranio impoverito e sulla cosiddetta «Sindrome dei balcani». Mentre la maggioranza ha votato compatta l’ok alla relazione finale, i senatori Malabarba (Prc), De Zulueta (Verdi), Forceri (Ds), Pagliarulo () e Rotondo (Ds) si sono astenuti. «L'unione deve assumere fin da ora l'impegno di costituire una nuova commissione bicamerale di inchiesta all'inizio della prossima legislatura – ha sottolineato il verde Bulgarelli - con l'obiettivo di arrivare alla verità e di garantire giustizia ai militari che si sono ammalati e alle loro famiglie».

    E sono state proprio le famiglie dei militari colpiti da neoplasie al polmone e ai reni al ritorno dalle missioni dal Kosovo e dai Balcani, che martedì hanno preso parte ad un lungo sit in davanti a palazzo Chigi, per chiedere un incontro al governo. Tra loro i familiari di Andrea Antonaci, Adolfo Corrado Di Giacobbe, Luca Sepe, Salvatore Vacca: alcuni dei 44 militari italiani morti di cancro al rientro in Italia dal 2000 ad oggi. Tutti «uccisi dall’uranio impoverito - denunciano i loro familiari–perché nessuno li ha mai avvertiti della necessità di prendere precauzioni per lavorare a contatto con questo metallo».

    Già per martedì si attendeva il voto della Commissione d’inchiesta ma poi, in tarda serata, la decisione di rinviare a mercoledì. «La mia impressione è che la maggioranza voleva prendere tempo –è stato il commento di Tana De Zulueta (Verdi) senatrice in Commissione- noi comunque abbiamo cercato una mediazione e proposto una decina di emendamenti per rendere il testo più incisivo». Il testo portato dal centrodestra in seduta escludeva infatti a priori le responsabilità dell’uranio impoverito sulle morti dei militari italiani. «Ci sembrava troppo assolutoria la formula scelta –commenta Lorenzo Forcieri (Ds) vice presidente della Commissione- va bene che mancano ancora degli elementi, ma le denunce e i casi di morte ci sono, troppi per essere solo casualità».

    Insomma alla fine quello che viene fuori sull'uso dell'uranio impoverito dalla relazione della commissione votata mercoledì è una sorta di "assoluzione per insufficienza di prove": l'uso di munizioni non ne esce certo indenne, perchè, spiega la relazione, c'è «l'ipotesi di un ruolo indiretto dell'uranio impoverito nel promuovere le patologie oggetto di valutazione». Un ruolo indiretto, dunque un'accusa non piena.

    Stesso può dirsi per quel che accade nei poligoni sardi, dove privati testano munizioni avvalendosi solo di autocertificazioni per dichiarare che non contengono uranio impoverito. Nella relazione si rileva che esiste un «rischio significativo per la salute riconducibile in quanto tale all'uranio impoverito», però pongono dei limiti concreti a tale rischio. Il rischio «sembra doversi circoscrivere- si legge infatti nella relazione- ai soli soggetti che abbiano potuto inalare direttamente l'aerosol che si sviluppa con l'impatto di proiettili a uranio impoverito».

    Dubbi più che risposte insomma da questa relazione. «Eppure degli studi epidemiologici validi esistono –spiega Stefania Divertito, giornalista professionista e autrice di un libro Uranio. Il nemico invisibile, con il quale ha vinto nel 2004 il premio Cronista dell’anno- ma in America: non è molto difficile andare a trovarli e leggerli. Gli americani studiano da prima di noi gli effetti che questo metallo ha sull’uomo, perché ne hanno fatto un uso più massiccio e calcolato».

    L’uranio impoverito è un metallo pesante, usato tanto in campo civile quanto militare, visti i suoi costi bassissimi e il suo potere energetico. Su internet siti specializzati informano sul suo utilizzo. E’ innocuo negli usi domestici, nocivo se soggetto ad esplosione. Esattamente l’utilizzo che ne viene fatto in combattimento. Usato per fabbricare proiettili e bombe, quando l’uranio impoverito esplode, raggiunge temperature altissime. Chi è nei dintorni non ha scampo, perché respirarlo equivale ad ingerire veleni per il corpo umano. Ma i nostri soldati non hanno partecipato ad operazioni di combattimento, solo a quelle di ricostruzione e di bonifica. La questione, dunque, è un altra. Prende piede l’ipotesi che l’uranio impoverito contagi anche i luoghi in cui avvengono le esplosioni diffondendo nano-particelle dannose se respirate, che tra l’altro si spostano con facilità grazie agli agenti atmosferici. Ipotesi che trova un sostegno nelle ricerche condotte dalla dottoressa Gatti del policlinico di Modena, la quale negli ultimi anni ha esaminato con particolari esami masse tumorali di militari defunti e in tutti ha riscontrato la presenza di uranio, ferro, zinco. Materiali usati per la fabbricazione delle bombe all’uranio impoverito.

    «Non dimentichiamo inoltre che anche sulle bonifiche effettuate nei luoghi bombardati ci sarebbe da discutere: queste vengono realizzate con la tecnica del fornello –spiega Forcieri- cioè fosse scavate nel terreno in cui vengono buttati tutti i residui bellici e poi fatti esplodere».

    Nell’attesa che alla fine si faccia chiarezza sul capitolo uranio impoverito si continuano a moltiplicare le storie dei soldati morti o colpiti da tumori le storie. Quella di Roberto Mirabella è fortunatamente a lieto fine. Impegnato in Kosovo per diversi mesi, il suo compito era trasportare viveri nei diversi siti militari. Ha scoperto di essere malato di cancro ai polmoni ad un anno dal suo rientro, per puro caso. E’ stato il comando stesso dell’aviazione a contattarlo per chiedergli di sottoporsi a visite specifiche dopo il boom dei casi di linfomi nell’arma. Roberto attraversava «con il camion ogni giorno zone che non erano ancora state bonificate –ci spiega- toccavo tre siti che erano stati bombardati dagli americani con armi all’uranio, tra cui una caserma dell’esercito serbo».

    Salvatore Antonaci, invece, è il padre di Andrea Antonacci, militare della settima divisione dell’Esercito, morto di cancro a ventisei anni nel 2000. Andrea aveva prestato servizio a Sarajevo dal 1° settembre ’98 al 28 febbraio ’99. I controlli per lui non sono scattati per richiamo dell’arma. Sono stati i suoi familiari ad insospettirsi perché Andrea continuava a perdere vistosamente peso. «Non sono qui per me mio figlio ormai è morto –racconta il padre- ma per tutti quei ragazzi che continuano ad andare in missione senza sapere che rischi corrono. Lo stato maggiore dell’esercito dovrebbe aprire gli archivi e tirare fuori gli scheletri nell’armadio».

    Intanto l'avvocato Angelo Fiore Tartaglia che patrocina le cause penali e civili delle famiglie dei 44 soldati morti annuncia che «entro giugno arriveranno le citazioni in giudizio per i procedimenti in sede civile».

  2. #12
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    Commissione uranio impoverito: nessun legame diretto con Sindrome Balcani


    Con 8 voti a favore e 5 astenuti la commissione parlamentare del Senato, che ha indagato sul possibile legame tra l'utilizzo dell'uranio impoverito negli armamenti e le malattie sviluppate dai militari italiani che sono stati in missione nell'area Balcanica, ha approvato la relazione finale del Presidente Paolo Franco (Lega Nord). Si sono astenuti dal voto i commissari dell'opposizione di centrosinistra.



    “Non sono emersi elementi per affermare una responsabilità diretta dell'uranio impoverito”. Con queste parole il presidente della commissione d'inchiesta del Senato sull'uranio impoverito, Paolo Franco (Lega Nord), ha spiegato la decisione dell'organismo parlamentare di approvare la relazione finale che di fatto “assolve” l'uranio impoverito, slegandolo dalla cosiddetta “Sindrome dei Balcani”.

    Secondo il presidente Franco relativamente alle morti e alle malattie che hanno colpito i militari italiani impegnati nell'area balcanica, “non è stata trovata traccia di uranio nei campioni istologici esaminati”, mentre “sono state trovate nanoparticelle che potrebbero essere state prodotte dall'esplosione dei proiettili ad uranio impoverito”. I commissari hanno richiamato l'attenzione sul “poco tempo” a disposizione della Commissione e sul fatto che vi fossero “limiti scientifici” che non avrebbero permesso una conclusione con dati univoci. Mancherebbero, infatti, conferme scientifiche sulla pericolosità tossicologica di queste nanoparticelle.

    Intanto l'opposizione di centrosinistra giudica “illogici e del tutto insoddisfacenti” i risultati finali a cui è giunta la commissione di inchiesta e qualcuno parla di passi indietro rispetto alla stessa commissione Mandelli. Gigi Malabarba, capogruppo PRC al Senato e segretario della Commissione d'inchiesta apre la strada alla possibilità di ricorsi legali da parte dei militari malati e delle loro famiglie. “La speciale elargizione prevista per i superstiti deve essere estesa anche ai militari che abbiano contratto infermità permanentemente invalidanti e l'importo della stessa, pari a lire 50 milioni, deve essere aumentato in misura consistente, anche in relazione all'aumento del costo della vita – ha detto il senatore - Così è scritto nelle conclusioni della Commissione: dopo 15 anni dalla definizione di quell'importo e dopo che alle vittime di Nassiriya sono stati concessi 400 milioni, credo che un risultato sia stato raggiunto”.

  3. #13
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  4. #14
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    Quì ho postato le schede di indymedia sull'argomento...

    http://www.freeforumzone.com/viewmes...=65232&idd=624

  5. #15
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    Uranio impoverito in Inghilterra: lo hanno portato le correnti atmosferiche dall'Iraq, a 3500 chilometri buoni di distanza.
    Il metallo - che indubbiamente viene dai proiettili penetranti Made in USA, usati a centinaia di tonnellate - è stato trovato nei filtri dell'Atomic Weapons Establishment (AWE) di Aldermaston, nel Berkshire: un laboratorio nato per misurare le eventuali emissioni radioattive delle centrali nucleari e dell'armamento atomico britannico.
    La radiazione «normale» dell'atmosfera inglese è cresciuta del quadruplo nel 2003, all'inizio dell'invasione dell'Iraq.
    E un paio di volte, attorno ad una delle cinque aree monitorate, la British Environment Agency ha dato ufficialmente l'allarme.
    I due scienziati che hanno riferito del problema, Chris Busby e Saoirse Morgan, calcolano che le polveri abbiano viaggiato dai campi di battaglia iracheni per 7-9 giorni: tra l'altro, in direzione opposta a quella dei venti dominanti, che vanno da ovest ad est.
    E parlano di «contaminazione in Europa», non solo in Gran Bretagna.



    Non è stato facile al dottor Busby ottenere i dati dalla AWE.
    Da tre anni la gestione di tale installazione è stata «privatizzata», ossia appaltata alla Halliburton (anche qui la Halliburton di Dick Cheney), e la ditta di Cheney rifiutava di fornire le misurazioni.
    E' stata necessaria un'ingiunzione giudiziaria in base ad una legge che è entrata in vigore il gennaio 2005 sul diritto d'informazione.
    Il governo britannico ha cercato di sostenere che quella misurata può essere la «radioattività naturale» del suolo.
    Ma notizie altrettanto preoccupanti giungono dall'India.
    Qui, polveri di uranio impoverito (d'ora in poi DU, depleted uranium) sono state riscontrate in Punjab, in Haryana, a Delhi, nell'Himachal Pradesh e nell'Uttar Pradesh occidentale, e in parte del Gujarat e del Maharastra: praticamente tutta l'India nord-occidentale.
    Che si trova a quasi duemila chilometri da Baghdad.
    A segnalare il fatto è Leuren Moret, una scienziata che ha lavorato al Lawrence Livermore Laboratory (il centro di ricerche militari USA dove fu creata la prima bomba atomica), ed è un'autorità mondiale in fatto di radiazioni.



    La Moret ha scritto ad un membro del Congresso una lettera, datata 21 febbraio 2003, dove si legge fra l'altro: «l'effetto piroforico del DU, che s'incendia spontaneamente quando raggiunge i 170 gradi o nell'impatto, forma un'enorme quantità di particelle finissime, da 0,1 micron fino a dimensioni submicroscopiche (0,001 micron o 10 Angstroms). Particelle così minute si comportano come un gas quando inalate; si disperdono nei polmoni e superano la barriera sanguigna polmonare: difatti le cellule bianche del sangue, che sono molto più grosse (7 micron
    di diametro) inglobano le particole di uranio e le portano con sé nei tessuti del corpo. Una volta inglobate nelle cellule bianche e inserite nei tessuti, esse non sono più riscontrabili nelle urine. I soldati contaminati porteranno l'uranio impoverito a casa, depositato nei loro organismi. [..] La polvere di DU continuerà ad essere un pericolo estremo per soldati, civili, popolazioni sottovento e per l'ambiente, in quanto contaminante di ogni forma vivente.
    E l'emi-vita della sostanza è di 45 miliardi di anni. [..] Non esiste un trattamento conosciuto».
    Benchè a bassa radioattività, la pericolosità del DU come mutageno è peggiore di quella all'esposizione di un'esplosione nucleare, che è acuta ma momentanea ed esterna.
    Il rischio valutato dall'International Commitee on Radiation Protection (ICRP), un organo dell'Organizzazione Mondiale della Sanità a Ginevra (OMS), è basato sui dati raccolti sulle vittime delle bombe di Hiroshima e Nagasaki, appunto soggette a un'intensa radiazione esterna per pochi istanti.



    Ma come ha riferito un rapporto indipendente inviato all'OMS nel 2001, l'esposizione «interna» all'uranio impoverito richiede tutt'altra valutazione: si tratta, in qualche modo, di una contaminazione cronica e permanente.
    Tanto più che, se ha ragione Leuren Moret, secondo i suoi calcoli gli americani hanno sparato - tra prima e seconda guerra del Golfo, contando anche i bombardamenti in Bosnia, Kossovo e Afghanistan - l'equivalente in radiazioni di 440 mila bombe atomiche tipo Hiroshima.
    Risulta che quel rapporto all'OMS è stato tenuto segreto.
    L'OMS ne ha rifiutato la pubblicazione, pare, su pressioni della IAEA, l'ente ONU che controlla la non-proliferazione.
    E che - sinistra ironia - è stato insignito del Nobel per la Pace, il gran premio massonico globale.
    Uno degli autori del rapporto insabbiato, Keith Baverstock, ha però consegnato il testo ai media nel febbraio 2004.
    La libera stampa occidentale, come si può immaginare, ha taciuto.
    Infine un articolo di Baverstock che rivelava il rapporto e tutti i retroscena è stato postato da Al-Jazeera il 14 settembre 2004.



    Nel luglio 2004 la National Academy of Sciences britannica emetteva un rapporto sulle radiazioni di bassissimi livello, in cui ammetteva che «non esiste un livello d'esposizione innocuo».
    E riconosceva che bassissimi livelli in forma cronica sono più pericolosi di alte esposizioni istantanee.
    Il destino della popolazione irachena è oggi l'estinzione.
    «Gli aerosol di DU contaminano in permanenza vaste regioni, distruggendone lentamente il futuro genetico delle popolazioni che le abitano», scrive Leuren Moret: «si tratta di zone con riserve di risorse naturali che gli USA vogliono controllare».
    La Moret riporta fra l'altro il caso di alcuni cittadini americani di origine irachena che nel 2003, dopo la «liberazione», sono andati a trovare dei parenti a Baghdad, ed hanno scoperto che quasi tutti soffrivano, improvvisamente, di diabete.
    Tornati in USA dopo due o tre settimane, anche i visitatori hanno sviluppato il diabete nel giro di tre mesi.
    Il diabete - che non è una malattia infettiva - pare essere un indicatore precoce dell'avvelenamento da DU; e secondo la Moret, il DU è la causa della «allarmante crescita del diabete a livello globale».
    Ma questo è il meno.



    La popolazione infantile irachena conosce un ancor più allarmante aumento di leucemie, melanomi (quel cancro che ci dicono dovuto al sole delle abbronzature: anch'esso in crescita esponenziale nel mondo) e spaventose malformazioni genetiche.
    Anche i kuwaitiani non stanno meglio.
    Nel 1992, dopo che gli USA li avevano «liberati» da Saddam, l'US Army commissionò alla Moret un progetto per la «ripulitura» del Paese liberato.
    Titolo: «Uranio Impoverito, materiali contaminati e impianti per la decontaminazione».
    Naturalmente, la Moret disse che «non esiste trattamento conosciuto».
    Ma il piano fu passato alla Kellogg Brown & Root, la solita sussidiaria della solita Halliburton, che s'era aggiudicata dal Kuwait un piano per la decontaminazione: quasi certamente inefficace, specie nelle zone desertiche e ventose.
    Ma naturalmente nessun contratto è stato aggiudicato per i reduci americani.
    Dei 500 mila mandati a combattere la prima guerra del Golfo, 15 mila sono morti, 250 mila sono permanentemente disabili a un decennio di distanza: e si tratta, vale la pena di ricordarlo, di persone che erano sotto i trent'anni quando andarono in Iraq.
    Tutti colpiti dalla «misteriosa» malattia detta Sindrome del Golfo.



    Anche i reduci italiani, come si sa, sviluppano con frequenza forme tumorali rare in ventenni.
    «Gli effetti a lungo termine hanno rivelato che il DU, ossido di uranio, è una sentenza capitale potenziale», scriveva la Moret nei suoi rapporti.
    Dunque il governo USA e anche le istituzioni internazionali sono ben coscienti della devastazione che i proiettili al DU stanno provocando, e su cui tacciono.
    E sanno ancor meglio che ai proiettili DU si attaglia alla perfezione la definizione di «armi di distruzione di massa» e proibite dalle convenzioni internazionali, come elaborata dagli stessi codici americani (US Code, Titolo 50, capitolo 40, Sezione 2302).
    I codici militari USA impongono anche (US Army regulation AR 700-48 e TB 9-1300-278) che dopo l'uso di armi radioattive vengano curate tutte le vittime, compresi i soldati nemici e i civili: norma violata in Iraq.
    Il solo superstato-canaglia rimasto, dunque, commette in piena coscienza - e con la complicità delle istituzioni sovrannazionali «umanitarie» - un genocidio di tipo nuovo.
    «Il concetto di annichilazione di specie significa mettere fine deliberatamente e in modo relativamente rapido alla storia, cultura, scienza, riproduzione biologica e memoria», ha scritto Rosalie Bertell, una delle scienziate che hanno redatto il rapporto insabbiato all'OMS (non a caso le denunciatrici sono donne): «è l'estremo rifiuto del dono della vita. Un atto che esige una nuova parola per descriverlo: omnicidio» (da omnes, nde).



    Ora, i prìncipi di questo mondo si preparano ad estendere l'omicidio all'Iran.
    Anche una mente razionale e scientifica (ma di una donna) non può non vedere in questo un segno satanico.
    I poteri di questo mondo stanno distruggendo storia, vita e memoria non solo delle popolazioni «nemiche», delle cui risorse vogliono impadronirsi; ma anche dei propri soldati - nelle loro nuove guerre, le truppe sono «a perdere», come carta igienica - e le loro stesse popolazioni civili, come mostra la ricaduta radioattiva che dall'Iraq giunge in Inghilterra, e in Europa.
    La guerra lontana 3 mila chilometri piove addosso, in polveri microscopiche, a chi l'ha applaudita, credendosi al sicuro.
    E anche su chi l'ha contrastata.
    Un pericolo ben più allarmante del «terrorismo islamico» e delle centrali nucleari, e infinitamente più letale e irrimediabile, ci sovrasta: per opera dei «nuovi crociati», dei «cristiani rinati».
    Dei «difensori della civiltà occidentale».
    Sono i Rotschild, conclude la Moret, a controllare nel mondo la risorsa-uranio, forniture e prezzi, attraverso la Rio Tinto Mines, il conglomerato minerario africano-sudamericano che è proprietà privata della famiglia reale inglese, e di cui i Rotschild sono amministratori.



    Le riserve uranifere della Rio Tinto sono valutate in 6 miliardi di dollari; e le necessità energetiche e militari stanno consigliando gli amministratori di intensificare l'estrazione.
    Sono in corso di attuazione i piani per estrarre il minerale in Australia, per un valore di 36 miliardi di dollari nei prossimi sei anni.
    Per il trasporto del minerale, la Halliburton (sempre lei) ha appena terminato una ferrovia di 1200 chilometri tra le miniere australiane e i porti.

  6. #16
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    Citazione Originariamente Scritto da Reverendo Jones
    Uranio impoverito in Inghilterra: lo hanno portato le correnti atmosferiche dall'Iraq, a 3500 chilometri buoni di distanza.
    Il metallo - che indubbiamente viene dai proiettili penetranti Made in USA, usati a centinaia di tonnellate - è stato trovato nei filtri dell'Atomic Weapons Establishment (AWE) di Aldermaston, nel Berkshire: un laboratorio nato per misurare le eventuali emissioni radioattive delle centrali nucleari e dell'armamento atomico britannico.
    La radiazione «normale» dell'atmosfera inglese è cresciuta del quadruplo nel 2003, all'inizio dell'invasione dell'Iraq.
    E un paio di volte, attorno ad una delle cinque aree monitorate, la British Environment Agency ha dato ufficialmente l'allarme.
    I due scienziati che hanno riferito del problema, Chris Busby e Saoirse Morgan, calcolano che le polveri abbiano viaggiato dai campi di battaglia iracheni per 7-9 giorni: tra l'altro, in direzione opposta a quella dei venti dominanti, che vanno da ovest ad est.
    E parlano di «contaminazione in Europa», non solo in Gran Bretagna.



    Non è stato facile al dottor Busby ottenere i dati dalla AWE.
    Da tre anni la gestione di tale installazione è stata «privatizzata», ossia appaltata alla Halliburton (anche qui la Halliburton di Dick Cheney), e la ditta di Cheney rifiutava di fornire le misurazioni.
    E' stata necessaria un'ingiunzione giudiziaria in base ad una legge che è entrata in vigore il gennaio 2005 sul diritto d'informazione.
    Il governo britannico ha cercato di sostenere che quella misurata può essere la «radioattività naturale» del suolo.
    Ma notizie altrettanto preoccupanti giungono dall'India.
    Qui, polveri di uranio impoverito (d'ora in poi DU, depleted uranium) sono state riscontrate in Punjab, in Haryana, a Delhi, nell'Himachal Pradesh e nell'Uttar Pradesh occidentale, e in parte del Gujarat e del Maharastra: praticamente tutta l'India nord-occidentale.
    Che si trova a quasi duemila chilometri da Baghdad.
    A segnalare il fatto è Leuren Moret, una scienziata che ha lavorato al Lawrence Livermore Laboratory (il centro di ricerche militari USA dove fu creata la prima bomba atomica), ed è un'autorità mondiale in fatto di radiazioni.



    La Moret ha scritto ad un membro del Congresso una lettera, datata 21 febbraio 2003, dove si legge fra l'altro: «l'effetto piroforico del DU, che s'incendia spontaneamente quando raggiunge i 170 gradi o nell'impatto, forma un'enorme quantità di particelle finissime, da 0,1 micron fino a dimensioni submicroscopiche (0,001 micron o 10 Angstroms). Particelle così minute si comportano come un gas quando inalate; si disperdono nei polmoni e superano la barriera sanguigna polmonare: difatti le cellule bianche del sangue, che sono molto più grosse (7 micron
    di diametro) inglobano le particole di uranio e le portano con sé nei tessuti del corpo. Una volta inglobate nelle cellule bianche e inserite nei tessuti, esse non sono più riscontrabili nelle urine. I soldati contaminati porteranno l'uranio impoverito a casa, depositato nei loro organismi. [..] La polvere di DU continuerà ad essere un pericolo estremo per soldati, civili, popolazioni sottovento e per l'ambiente, in quanto contaminante di ogni forma vivente.
    E l'emi-vita della sostanza è di 45 miliardi di anni. [..] Non esiste un trattamento conosciuto».
    Benchè a bassa radioattività, la pericolosità del DU come mutageno è peggiore di quella all'esposizione di un'esplosione nucleare, che è acuta ma momentanea ed esterna.
    Il rischio valutato dall'International Commitee on Radiation Protection (ICRP), un organo dell'Organizzazione Mondiale della Sanità a Ginevra (OMS), è basato sui dati raccolti sulle vittime delle bombe di Hiroshima e Nagasaki, appunto soggette a un'intensa radiazione esterna per pochi istanti.



    Ma come ha riferito un rapporto indipendente inviato all'OMS nel 2001, l'esposizione «interna» all'uranio impoverito richiede tutt'altra valutazione: si tratta, in qualche modo, di una contaminazione cronica e permanente.
    Tanto più che, se ha ragione Leuren Moret, secondo i suoi calcoli gli americani hanno sparato - tra prima e seconda guerra del Golfo, contando anche i bombardamenti in Bosnia, Kossovo e Afghanistan - l'equivalente in radiazioni di 440 mila bombe atomiche tipo Hiroshima.
    Risulta che quel rapporto all'OMS è stato tenuto segreto.
    L'OMS ne ha rifiutato la pubblicazione, pare, su pressioni della IAEA, l'ente ONU che controlla la non-proliferazione.
    E che - sinistra ironia - è stato insignito del Nobel per la Pace, il gran premio massonico globale.
    Uno degli autori del rapporto insabbiato, Keith Baverstock, ha però consegnato il testo ai media nel febbraio 2004.
    La libera stampa occidentale, come si può immaginare, ha taciuto.
    Infine un articolo di Baverstock che rivelava il rapporto e tutti i retroscena è stato postato da Al-Jazeera il 14 settembre 2004.



    Nel luglio 2004 la National Academy of Sciences britannica emetteva un rapporto sulle radiazioni di bassissimi livello, in cui ammetteva che «non esiste un livello d'esposizione innocuo».
    E riconosceva che bassissimi livelli in forma cronica sono più pericolosi di alte esposizioni istantanee.
    Il destino della popolazione irachena è oggi l'estinzione.
    «Gli aerosol di DU contaminano in permanenza vaste regioni, distruggendone lentamente il futuro genetico delle popolazioni che le abitano», scrive Leuren Moret: «si tratta di zone con riserve di risorse naturali che gli USA vogliono controllare».
    La Moret riporta fra l'altro il caso di alcuni cittadini americani di origine irachena che nel 2003, dopo la «liberazione», sono andati a trovare dei parenti a Baghdad, ed hanno scoperto che quasi tutti soffrivano, improvvisamente, di diabete.
    Tornati in USA dopo due o tre settimane, anche i visitatori hanno sviluppato il diabete nel giro di tre mesi.
    Il diabete - che non è una malattia infettiva - pare essere un indicatore precoce dell'avvelenamento da DU; e secondo la Moret, il DU è la causa della «allarmante crescita del diabete a livello globale».
    Ma questo è il meno.



    La popolazione infantile irachena conosce un ancor più allarmante aumento di leucemie, melanomi (quel cancro che ci dicono dovuto al sole delle abbronzature: anch'esso in crescita esponenziale nel mondo) e spaventose malformazioni genetiche.
    Anche i kuwaitiani non stanno meglio.
    Nel 1992, dopo che gli USA li avevano «liberati» da Saddam, l'US Army commissionò alla Moret un progetto per la «ripulitura» del Paese liberato.
    Titolo: «Uranio Impoverito, materiali contaminati e impianti per la decontaminazione».
    Naturalmente, la Moret disse che «non esiste trattamento conosciuto».
    Ma il piano fu passato alla Kellogg Brown & Root, la solita sussidiaria della solita Halliburton, che s'era aggiudicata dal Kuwait un piano per la decontaminazione: quasi certamente inefficace, specie nelle zone desertiche e ventose.
    Ma naturalmente nessun contratto è stato aggiudicato per i reduci americani.
    Dei 500 mila mandati a combattere la prima guerra del Golfo, 15 mila sono morti, 250 mila sono permanentemente disabili a un decennio di distanza: e si tratta, vale la pena di ricordarlo, di persone che erano sotto i trent'anni quando andarono in Iraq.
    Tutti colpiti dalla «misteriosa» malattia detta Sindrome del Golfo.



    Anche i reduci italiani, come si sa, sviluppano con frequenza forme tumorali rare in ventenni.
    «Gli effetti a lungo termine hanno rivelato che il DU, ossido di uranio, è una sentenza capitale potenziale», scriveva la Moret nei suoi rapporti.
    Dunque il governo USA e anche le istituzioni internazionali sono ben coscienti della devastazione che i proiettili al DU stanno provocando, e su cui tacciono.
    E sanno ancor meglio che ai proiettili DU si attaglia alla perfezione la definizione di «armi di distruzione di massa» e proibite dalle convenzioni internazionali, come elaborata dagli stessi codici americani (US Code, Titolo 50, capitolo 40, Sezione 2302).
    I codici militari USA impongono anche (US Army regulation AR 700-48 e TB 9-1300-278) che dopo l'uso di armi radioattive vengano curate tutte le vittime, compresi i soldati nemici e i civili: norma violata in Iraq.
    Il solo superstato-canaglia rimasto, dunque, commette in piena coscienza - e con la complicità delle istituzioni sovrannazionali «umanitarie» - un genocidio di tipo nuovo.
    «Il concetto di annichilazione di specie significa mettere fine deliberatamente e in modo relativamente rapido alla storia, cultura, scienza, riproduzione biologica e memoria», ha scritto Rosalie Bertell, una delle scienziate che hanno redatto il rapporto insabbiato all'OMS (non a caso le denunciatrici sono donne): «è l'estremo rifiuto del dono della vita. Un atto che esige una nuova parola per descriverlo: omnicidio» (da omnes, nde).



    Ora, i prìncipi di questo mondo si preparano ad estendere l'omicidio all'Iran.
    Anche una mente razionale e scientifica (ma di una donna) non può non vedere in questo un segno satanico.
    I poteri di questo mondo stanno distruggendo storia, vita e memoria non solo delle popolazioni «nemiche», delle cui risorse vogliono impadronirsi; ma anche dei propri soldati - nelle loro nuove guerre, le truppe sono «a perdere», come carta igienica - e le loro stesse popolazioni civili, come mostra la ricaduta radioattiva che dall'Iraq giunge in Inghilterra, e in Europa.
    La guerra lontana 3 mila chilometri piove addosso, in polveri microscopiche, a chi l'ha applaudita, credendosi al sicuro.
    E anche su chi l'ha contrastata.
    Un pericolo ben più allarmante del «terrorismo islamico» e delle centrali nucleari, e infinitamente più letale e irrimediabile, ci sovrasta: per opera dei «nuovi crociati», dei «cristiani rinati».
    Dei «difensori della civiltà occidentale».
    Sono i Rotschild, conclude la Moret, a controllare nel mondo la risorsa-uranio, forniture e prezzi, attraverso la Rio Tinto Mines, il conglomerato minerario africano-sudamericano che è proprietà privata della famiglia reale inglese, e di cui i Rotschild sono amministratori.



    Le riserve uranifere della Rio Tinto sono valutate in 6 miliardi di dollari; e le necessità energetiche e militari stanno consigliando gli amministratori di intensificare l'estrazione.
    Sono in corso di attuazione i piani per estrarre il minerale in Australia, per un valore di 36 miliardi di dollari nei prossimi sei anni.
    Per il trasporto del minerale, la Halliburton (sempre lei) ha appena terminato una ferrovia di 1200 chilometri tra le miniere australiane e i porti.

    Gli angloamericani spuranta a chelu ma la cosa triste è che lo sputo in faccia colpisce tutta l'umanità.

 

 
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