le truppe italiane ci sono andate in tempo di pace,Originariamente Scritto da -Revo-
la $ini$tra invece ha mandato le truppe in Kosovo in tempo di guerra.
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la $ini$tra invece ha mandato le truppe in Kosovo in tempo di guerra.
Lunedì 6 Dicembre 2004
I mercenari di Prodi li pagava Tanzi
Romano Prodi vive col denaro un rapporto di olimpico distacco.
Questa nobile virtù, si sa, è poco diffusa, tranne che fra i ricchi, categoria alla quale Prodi appartiene senza sensi di colpa. Anzi, il suo animo è talmente elevato da svettare ben oltre la vile quotidianità:gli occhi di Prodi guardano oltre, la sua intelligenza si proietta verso gli scenari del domani, lo spirito di puro servizio non gli concede il privilegio di perdersi nelle bassezze d’un conto corrente, d’una distinta bancaria.
Per cui, se punta il dito contro la corruzione dei costumi e la tirannia del profitto, non resta che da abbassare il capo e ascoltare contriti.
Ieri il leader del centrosinistra ha ritenuto fosse giunto il momento di tracciare il sentiero della moralità nel deserto etico d’Italia.
È successo, infatti, che Berlusconi abbia assoldato mille ragazzi - le camicie azzurre - col compito di seguire i candidati alle prossime elezioni regionali, indirizzarli con il loro entusiasmo, imparare dalla loro esperienza.
Poiché questi giovanotti possiedono uno stomaco e il desiderio di riempirlo una o persino due volte al giorno, Berlusconi ha pensato bene di retribuirli. Ah, quale meschinità! Poteva restare impunita un’abiezione simile? Giammai!
La politica - ha tuonato Prodi - è il luogo degli ideali, degli slanci cristallini, non del portafoglio pieno.
La circostanza che il suo sia stracolmo, non gli ha reso la voce meno ferma né lo sguardo meno fiammeggiante.
I mille giovinastri, ha detto, «sono mercenari». E ha aggiunto con la durezza dei giusti: «Non possiamo arruolare mille mercenari, ma ad ogni mercenario dobbiamo far fronte con mille volontari... Non abbiamo bisogno di persone che si facciano pagare».
E sul punto non si dubita: già si fa pagare lui, avanzassero la pretesa degli altri, gli toccherebbe di ridursi il salario.
Prodi guadagna un milione di euro all’anno, equivalente di un miliardo e novecentotrentasei milioni di lire. La scorsa estate, si pose il problema di un suo rientro in Italia perché riprendesse in mano le sorti dell’Ulivo e dunque del Paese. Ci si può forse tirare indietro quando la patria chiama? Quando serve la dedizione dei migliori, l’energia degli eletti? Prodi rispose: «Obbedisco». E soltanto dopo, timidamente, quasi lacerato, osò: «Quanto sganciate?». Il Triciclo ha fatto due conti coi rimborsi elettorali, la quota per questo partito, la quota per quell’altro e tirate le somme ci si accordò per un milione di euro nel 2004, un milione nel 2005, e nel 2006 si vedrà. Ora capirete perché ieri Prodi abbia inciso nelle nostre coscienze la terribile sentenza: «Non abbiamo bisogno di gente che si faccia pagare». Eh no. Chi è tanto vile da lordare i più profondi convincimenti ideali con squallide ragioni di quattrini, altro non è che un «mercenario».
Non parlava di sé. Lui non si occupa di soldi. Tanto è vero che se Berlusconi decide di abbassare le tasse, Prodi rabbrividisce. La trova una soluzione di intollerabile volgarità. Un’oscena e umiliante elemosina. Anche la carità, se va fatta, va fatta con una certa classe.
Come la faceva Calisto Tanzi, il quale era gravato dai debiti, ma quando Prodi girava l’Italia in pullman per la campagna elettorale, la benzina era in conto alla Parmalat.
«Noi non abbiamo bisogno di persone che si facciano pagare». Hanno bisogno di quelle che pagano.
Ma, insomma, se mille ragazzi cercano di capire qualcosa di come va il mondo, e incassano da Berlusconi lo stipendiuccio, sono orridi mercenari. La politica è dedizione. È volontariato. Non è mercimonio. Chi oserebbe offrire servigio al popolo e al contempo pretendere la mensilità, a parte seicentotrenta deputati, trecentoquindici senatori, i governatori delle regioni, i presidenti delle province, i sindaci delle città, gli assessori regionali, provinciali e comunali, i consiglieri regionali, provinciali e comunali, i funzionari di partito, i ministri, i sottosegretari, i segretari, i portaborse eccetera eccetera? Chi arriverebbe a tanto? Ci vogliono i volontari, è stata la soluzione fulminante di Prodi. E tali devono essere, infatti, gli amministratori di certe società e aziende citati nell’edizione di ieri del Tempo, quotidiano di Roma.
Alla pagina quattro, c’era l’elenco dei contributi volontari girati ai disinteressatissimi leader della nostra politica.
Il segretario dei Ds, Piero Fassino, per conto del partito ha preso 100 mila euro da Capuana Srl, 100 mila dalla Coop edile Bastia, 100 mila dalla Ispeg, e così via, per un totale di 680 mila euro.
Massimo D’Alema, presidente dei Ds, ha preso 25 mila euro da Air One, 25 mila dalla Isa Milano, 20 mila dalla Technital, e così via, per un totale di 110 mila euro.
Pierluigi Bersani, Ds, ex ministro nei governi Prodi, D’Alema e Amato, ha preso 20 mila euro da Air One, 20 mila da Federacciai (Confindustria), 20 mila da Intercopnsult, 12 mila e 500 dalla Sea, e così via, per un totale di 117 mila euro.
Paolo Costa, della Margherita, ha preso 100 mila euro dalla Oreste Fracasso, 25 mila dalla Fin.Ast, e così via, per un totale di 145 mila euro.
Clemente Mastella, per conto dell’Udeur, ha preso 50 mila euro dalla Mec di Torino, 40 mila dalla Wanda Mandarini, 25 mila dalla Ied, 20 mila dalla Ssat, e così via, per un totale vicino ai 200 mila euro.
Sergio Cofferati, ex segretario generale della Cgil, ora sindaco di Bologna, si è accontentato di 13 mila euro dalla Manutencoop, e di 12 mila dalla Sea si è accontentato Enrico Letta della Margherita, allievo prediletto di Prodi.
Naturalmente nella lista ci sono anche numerosi capi del centrodestra, e i più in vista: Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini, Marco Follini, Umberto Bossi. E forse loro investiranno i quattrini anche per mantenere l’esercito delle camicie azzurre. E così faranno delle nuove, spensierate e oneste leve italiane un’accozzaglia di avidi puzzoni, che da grandi non penseranno ad altro che a chiedere, chiedere, chiedere e prendere, prendere, prendere.
A sinistra sono fatti di altra stoffa, intendono edificare l’Italia di domani, vogliono una classe dirigente altruista e appassionata, e dunque soltanto volontari, e ai volontari neanche una lira, che poi ci vengono su scostumati. E così evviva le Simone, le volontarie col cuore in mano. Ecco un esempio fulgido per gli adolescenti. Certo, un compenso ce l’hanno anche loro, non possono campare d’aria, ma quanto è più genuino impegnarsi in Iraq piuttosto che per Tremonti e Dell’Utri (il quale non è un sequestratore ma, secondo la procura di Palermo, un mafioso della peggiore specie)?
Evviva Gino Strada, il medico dei reietti. Ha preso su e ha regalato la sua scienza e la sua vita agli ultimi del pianeta. Poi torna in Italia e denuncia con furia la guerra sporca americana, combattuta soltanto per il potere, per le multinazionali, per il petrolio. E sono petrolieri, i Moratti, tra i più munifici finanziatori della sua organizzazione, Emergency.
Ma «noi non abbiamo bisogno di persone che si facciano pagare». Basta. Di questa politica del denaro, Prodi ha le tasche piene. Se gli state dietro, magari casca fuori uno spicciolo.
Mattia Feltri - Libero
Parmalat / Tanzi finanziò Prodi e D'Alema. E a Milano Geronzi è indagato per Cirio
¨Finanziamenti a Romano Prodi¨. Secondo i verbali secretati dell'ex presidente di Parmalat, Calisto Tanzi - e pubblicati oggi da Libero - al leader dell'Ulivo vennero corrisposti proprio due finanziamenti ¨in contanti¨. Centocinquanta milioni gli vennero corrisposti per la campagna elettorale del 1996 - tramite Gianni Pecci (d.
¨Finanziamenti a Romano Prodi¨. Secondo i verbali secretati dell'ex presidente di Parmalat, Calisto Tanzi - e pubblicati oggi da Libero - al leader dell'Ulivo vennero corrisposti proprio due finanziamenti ¨in contanti¨. Centocinquanta milioni gli vennero corrisposti per la campagna elettorale del 1996 - tramite Gianni Pecci (d.g. di Nomisma e poi a.d. di Cirm, un fedelissimo del presidente Ue, ndr) e altrettanti lo scorso anno. Tanzi ha anche spiegato che fu consigliato a entrare come socio, proprio in Nomisma, portando denaro fresco, facendo poi nominare come presidente Paolo De Castro. Operazione che andò in porto. E secondo l ex boss del colosso alimentare di Collecchio, venne fatta con la speranza che da quel momento in poi ci sarebbe stato un occhio di riguardo rispetto alle esigenze legislative del Gruppo. Per questo tipo di finanziamenti ai politici e per evitare le norma antiriciclaggio, aprimmo due conti a San Marino, uno intestato a me, l altro a Gorreri (nel consiglio di amministrazione Parmalat, passato pialla presidenza della Banca Monte Parma e arrestato il 19 gennaio, ndr) , racconta Tanzi nei verbali. Da Monte Parma venivano travasati i soldi che servivano ad alimentare i due conti clandestini di San Marino. Nella lista dei politici figura però anche un altro importante leader del centrosinistra: ¨Abbiamo dato soldi anche a Massimo D'Alema¨ che venne pagato ¨attraverso Marco Minniti¨ (sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nel corso del governo D'Alema, ndr ). Ma queste elargizioni, secondo la ricostruzioni di Calisto Tanzi, passarono anche attraverso l'interessamento di Pierluigi Piccini, presidente della Fondazione Monte dei Paschi di Siena e, atttraverso un altro canale raggiungevano pure la Fondazione Italiani Europei (ideata dallo stesso D'Alema, ndr). Ma destinatario di premurose attenzioni fu anche l'ex ministro dei Trasporti, Pierluigi Bersani: accadde ¨quattro anni fa¨. Geronzi indagato a Milano Apertura in calo per Capitalia, in una giornata iniziata con il segno più a Piazza Affari: il titolo dell'istututo romano perde circa il 3%, dopo che il Corriere della Sera ha rivelato che il presidente, Cesare Geronzi, è indagato a Milano per associazione a delinquere nell'ambito dell'inchiesta sul crack Cirio. Per il quotidiano, Geronzi, indagato da dicembre a Roma per bancarotta preferenziale e truffa, condivide l'ipotesi di reato milanese con Sergio Cragnotti, con l'avvocato d'affari Riccardo Bianchini Riccardi e con almeno due altre persone. Intanto, aggiunge il Corriere , scoppia la guerra fra le procure di Roma e Milano sulla competenza dell'inchiesta: ieri i magistrati di Roma hanno inviato ai colleghi milanesi una esplicita richiesta di trasferimento degli atti nella capitale.
http://notizie.parma.it/page.asp?IDC...=1083&ID=31899
MERCOLEDÌ, 18 GIUGNO 2003 Pagina 4 - Attualità Una inchiesta per sospette frodi della magistratura di Francia e Lussemburgo. Il quotidiano londinese: «Saprebbe di più di quanto finora ammesso». Scandalo Eurostat: il Financial Times attacca Prodi Il numero uno della Commissione: «Nulla di concreto. Siamo in fase di fine legislatura» BRUXELLES «Prodi trascinato dentro lo scandalo del </I></B>saccheggio</I></B> di Eurostat»: con questo titolo in apertura di pagina di ieri il </I></B>Financial Times</I></B> attacca il presidente della Commissione europea, accusandolo di essere tra le persone «che sapevano di più di quanto ammesso sulle irregolarità» su cui stanno indagando l'Olaf, l'ufficio antifrodi della Ue, e la magistratura di Francia e Lussemburgo. «Siamo in fase di fine legislatura», è la gelida replica di Romano Prodi, il cui incarico scade nell'ottobre del prossimo anno. Fin dal suo esordio sulla scena europea, Prodi è stato un bersaglio privilegiato del quotidiano britannico, che non ha mai risparmiato critiche è attacchi al suo operato. Aggiunge il presidente dell'esecutivo: «...soprattutto da giornali che ormai da anni partecipano attivamente e in modo partigiano alla lotta politica europea. Non c'è da stupirsi molto di questo». Contrattacca: «il titolo è infamante e l'articolo non dice nulla».
Il primo commento a caldo è giunto in mattinata dal suo portavoce Reijo Kempinnen: «Trattasi di pura spazzatura». Poi, per replicare nel merito al Ft, Prodi ha fatto diffondere il testo di una lettera da lui scritta nel settembre scorso in risposta al parlamentare danese Freddy Blak. Nella missiva, Prodi afferma che il servizio controllo finanziario della Commissione aveva inviato già nel giugno del '99 (quindi prima dell'arrivo dell'ex premier italiano a Bruxelles) l'intero dossier Eurostat all'Olaf e che è stato l'esecutivo a dare inizio nel 2001 alle indagini dell'ufficio antifrodi.
La vicenda Eurostat è piuttosto seria: due ex dirigenti di primo piano, il direttore generale Yves Franchet e il direttore di uno dei sei dipartimenti, Daniel Byk - già trasferiti - sono sospettati di avere «saccheggiato» fondi per 900 mila euro transitati sul conto «Eurodiff» in una banca del Lussemburgo e destinati all'Ente. «La Commissione è profondamente preoccupata del caso e lo sta prendendo molto seriamente», ha detto il commissario Ue agli affari monetari ed economici Pedro Solbes, guardiano di Eurostat, oggi sottoposto ad un fuoco di fila di domande alla Commissione bilancio dell'Europarlamento.
Con lui, a replicare per tre ore ai deputati, anche i commissari Neil Kinnock (riforme istituzionali) e Michaele Schreyer (bilancio). Solbes ha assicurato che l'esecutivo prenderà tutti i provvedimenti necessari, se l'indagine in corso dimostrasse responsabilità precise. La Commissione - ha chiarito Solbes - «non è stata finora informata sui risultati delle inchieste». Da parte degli eurodeputati, non è stata esclusa l'ipotesi di chiedere l'avvio di una commissione parlamentare di inchiesta. In attesa che i giudici concludano il loro lavoro, a Prodi preme soprattutto chiarire di non avere mai saputo di più sulle irregolarità presunte di quanto ammesso. Affermano alcuni collaboratori: «L'esecutivo ha finalmente riacquistato credibilità ed è ritornata ad essere il motore dell'attività europea. Se si duplicasse lo scandalo Cresson, sarebbe la fine del metodo comunitario: e allora, altro che Europa Unita».
Prodi non sa mai nulla (TELEKOM SERBIA e DOSSIER MITRHOKIN insegnano )
http://demo.extra.kataweb.it/ilpicco...nale=ilpiccolo
Bancopoli. I baffetti del quartieri no
Come era abbastanza facile prevedere stiamo arrivando al capolinea. Lo si
capisce dalle intercettazioni telefoniche.
"Geni" della finanza che parlavano al telefono tra loro come neanche due
tossici alle prime armi dello spaccio. Questi non sono solo pessimi
finanzieri, pessimi politici, pessimi banchieri, sono anche pessimi
malavitosi! Si sono fatti beccare con le mani nella marmellata dal primo
giudice che ha deciso di indagare sulla questione, anzi dal secondo, visto
che il primo è finito sotto inchiesta con l'accusa di aver spifferato
tutto agli indagati. Si sentivano troppo sicuri, come i socialisti dei
bei tempi andati, ci manca solo che diano del "mariolo" a Fiorani e ci
troviamo pari pari trasportati indietro di una quindicina d'anni,
all'inizio di tangentopoli, a Craxi ed a Chiesa.
Eppure sembrava tutto facile. Una banca (la Antonveneta) era nelle mire
sia di una banca estera già sua azionista (l'olandese ABN Amro) sia di una
banca italiana (la Popolare di Lodi, poi diventata Popolare Italiana),
intervenuta a salvarne "l'italianità". Messa così non ci sarebbe stata
neanche ragione di parlarne: la banca olandese (la tredicesima in Europa)
è molto più grande della Lodi, che oltretutto è anche più piccola della
stessa Antonveneta. Visto che la Lodi capitalizza 2,4 miliardi di Euro e
la Antonveneta ne capitalizza 7,6 l'unico risultato possibile
dell'intervento dei lombardi sarebbe stato quello di alzare (e neanche di
troppo) il prezzo dell'acquisizione per gli olandesi.
Invece entra in gioco Fiorani, che oltre a comprare azioni della
Antonveneta direttamente con la sua banca, comincia a prestare soldi a
improbabili finanzieri che comprano azioni anche loro.
Siccome è vietato dalla legge mettersi d'accordo per scalare una società
quotata in borsa senza dichiararlo, la guardia di finanza si interessa
all'operazione e comincia ad intercettare le telefonate di tutte le
persone coinvolte (che, visto che agivano "di concerto", vengono
etichettati come "concertisti").
Di questa prima scalata, voluta dalla chiesa, officiata da Fazio e gestita
da Fiorani, ne abbiamo già parlato in un precedente numero di UN.
Contemporaneamente a quest'operazione però, gli stessi scalatori comprano
le azioni di un'altra banca, la BNL, in quel momento oggetto di scalata da
parte di una banca spagnola: Banco Bilbao y Vizcaya Argentaria (BBVA).
Inizialmente non è chiaro per conto di chi stiano operando, per quanto sia
evidente che stanno comprando per conto di qualcuno. Una volta raggiunta
la maggioranza si scoprirà che il "qualcuno" è l'Unipol, la compagnia
assicuratrice delle Coop.
Per capire perché l'Unipol (che capitalizza 4,8 miliardi di euro) voglia
comprare la BNL (che ne capitalizza 8,08 il doppio) bisogna fare un passo
indietro e parlare di un'altra banca, il Monte dei Paschi di Siena. È al
Monte dei Paschi che D'Alema aveva piazzato il responsabile del suo staff
elettorale a Gallipoli: Vincenzo De Bustis. È uno molto industrioso, il
buon De Bustis, aveva preso una banchetta di provincia (la banca del
Salento) si era inventato una serie di prodotti finanziari che aveva
chiamato come i titoli di stato (Bpt-Tel, Btp-Index e Btp-Online), ma che
invece erano quelle che in gergo si chiamano junk-bonds (obbligazioni
spazzatura) titoli ad altissimo rischio che raramente fruttano guadagni a
chi li compra ma che fanno guadagnare sempre chi li emette.
Aveva addirittura cambiato il nome della Banca in Banca 121 (faceva più
new economy) e grazie a queste operazioni è riuscito a vendere la sua
banchetta al Monte dei Paschi per 1,3 miliardi di euro, uno sproposito.
Non contenti della fregatura presa quelli del Monte dei Paschi hanno
dovuto pure nominarlo direttore generale della banca per volontà di
D'Alema.
Il noto barcaiolo cercava di crearsi un polo finanziario controllato da
lui. Per questo motivo il Monte dei Paschi oltre alla Banca 121 stava
acquisendo la Banca Toscana, la banca Agricola Mantovana e la Cassa di
Prato.
Per fare il salto vero gli ci voleva però una grossa banca e fu allora che
si cominciò a pensare alla BNL.
Per poter fare un'operazione del genere il Monte da solo non bastava e
così cercarono alleanze, sia con Unipol, sia con la Hopa di Gnutti e
Caltagirone.
I senesi del Monte però mal sopportavano sia De Bustis, sia il progetto,
che li avrebbe ridotti in minoranza in un'operazione dove quelli che
avrebbero deciso tutto dopo la fusione sarebbero stati solo i politici
(D'Alema e company).
Fortunatamente per i senesi, De Bustis, che non ha perso né pelo né vizio,
è finito indagato per truffa grazie all'invenzione dei prodotti finanziari
"My way" e "4 you": venivano presentati come piani d'accumulo
pensionistico in realtà erano dei mutui contratti al tasso del 7% annuo
dove il cliente doveva restituire in quindici anni l'ammontare del mutuo.
I soldi del mutuo erano nella disponibilità della banca che li investiva
dove meglio credeva. È chiaro che se le rate pagate dai clienti, invece di
andare a rimborsare un mutuo non richiesto, fossero state investite in BOT
al tasso del 3%, la convenienza per i sottoscrittori ci sarebbe stata solo
se la banca avesse garantito un rendimento superiore al 10% annuo del
capitale investito. Da qui l'accusa di truffa.
Per questo motivo De Bustis si dovette dimettere ed il progetto di fusione
con BNL fu mandato in soffitta ed i senesi tirarono un sospiro di
sollievo.
Il vertice diessino però al progetto è rimasto affezionato e come si è
ripresentata l'occasione ci ha riprovato utilizzando Unipol invece del
Monte dei paschi.
Purtroppo però una compagnia assicuratrice non è una banca e non si riesce
a spiegare tanto bene perché Unipol si sia voluta comprare la BNL
strapagandola. È a questo che si riferiva Fassino, quando diceva al
telefono a Consorte "perché il problema è adesso dimostrare che noi
abbiamo... voi avete un piano industriale".
I protagonisti del vecchio progetto non sono però rimasti con le mani in
mano in questa nuova operazione.
Vicenzo De Bustis è cascato in piedi (come al solito per quelli come lui)
diventando amministratore delegato di Deutsche Bank Italia. Deutsche Bank
ha prestato a Riccucci più soldi di quanti non ne abbia prestati allo
stesso la banca di Lodi; è vero che il prestito è stato materialmente
concesso dalla filiale londinese, ma è molto difficile che De Bustis non
ne fosse a conoscenza.
Il Monte dei Paschi, invece, ci ha tenuto a prendere le distanze da tutta
l'operazione. Ha dichiarato da subito che non avrebbe concorso all'aumento
del capitale di Unipol necessario per pagare la BNL ed ha schierato la
Coop Toscana, con cui è strettamente connesso, contro il progetto.
Il protagonista di tutta la vicenda è allora diventato l'ex presidente di
Unipol, Giovanni Consorte. Abruzzese di Chieti, ingegnere chimico, è un
uomo fortunato. A fine dicembre 2004 la banca Popolare di Lodi gli
concede, senza garanzie, un prestito di 4 milioni di euro. Lui li investe
in borsa su titoli particolarmente rischiosi e indovina tutte le
operazioni senza sbagliarne neanche una e, a giugno, già poteva vantare
guadagni per 1,6 milioni di euro. E dire che tre anni prima aveva
dimostrato di non capirne nulla di finanza. Unipol aveva emesso delle
obbligazioni al 2,25% che scadevano nel 2005. All'improvviso, e in maniera
del tutto irrazionale, decide di rimborsarle nel 2002, tre anni prima
della loro scadenza. Sarebbe bastato che, con i soldi delle obbligazioni,
avesse comprato i BTP2005 (allora al 4,65%) per guadagnarci, senza far
nulla, 12,8 milioni di euro. Nei giorni precedenti l'annuncio del rimborso
qualcuno ha fatto incetta di quelle obbligazioni guadagnandoci i soldi che
l'Unipol aveva deciso di buttare. Per questa storia poi è finito indagato
per insider trading Emilio Gnutti, la moglie e sei amici loro.
C'è da dire che, per la legge del contrappasso, adesso Consorte è indagato
per avere ricevuto, proprio da Gnutti, venticinque milioni di euro in
nero, giustificandoli come consulenze e che secondo i magistrati sono
frutto di un giro azionario risalenti a quando i due hanno cominciato a
fare affari insieme, all'epoca della privatizzazione della Telecom. Ve la
ricordate, quella con D'Alema al governo.
Il passaggio decisivo di quella scalata (la prima della serie) si ebbe con
la scelta di D'Alema, comunicata a Mario Draghi (sì, quello nominato a
fare il governatore in Banca D'Italia), di non far partecipare il tesoro
(all'epoca principale azionista di Telecom) all'assemblea azionaria in cui
si doveva decidere la fusione tra Telecom e Tim per far fallire la scalata
messa in atto da Gnutti, Colaninno, Lonati, Consorte e un Riccucci alle
prime armi.
Ai desiderata di D'Alema (che definì gli scalatori "capitani coraggiosi di
razza padana") aderirono, all'epoca anche Fazio (il fondo pensioni di
bankitalia era il secondo azionista) e il Monte dei Paschi (di De Bustis)
che ci mise un po' di soldi.
I nomi sono gli stessi anche stavolta, manca Colaninno che non è entrato
in questa partita, ha comprato la Piaggio con l'aiuto di De Bustis e sta
in finestra, ma gli altri ci sono tutti, la solita compagnia di giro, i
baffetti del quartierino!
Ed a proposito del baffetto originale, ha destato un certo scalpore la
scoperta che D'Alema avesse un conto corrente nella Banca Popolare di
Lodi. D'Alema ha chiarito subito che il conto gli serve unicamente per
pagare il mutuo di 8.000 euro al mese per la barca Ikarus 2 e che divide
il costo con due amici.
Certo è un po' strano fare un contratto di mutuo con una banca che, a
Roma, ha solo tre sportelli, tutti lontanissimi sia da casa di D'Alema,
nel quartiere Prati, sia dal cantiere navale, a Fiumicino.
La mia preoccupazione però è un'altra e riguarda le sorti finanziarie di
D'Alema. Quando si scoprì che godeva di un appartamento in affitto a
prezzo agevolato (la cosiddetta "affittopoli") dovette comprarsi casa.
Fece un mutuo con il Banco di Napoli per 250 milioni di lire al 4,6%
annuo. Poi decise di comprare casa per i figli nello stesso palazzo dove
abita e ha preso un altro mutuo, decennale, di 500 milioni alla Banca del
Salento (sì, proprio quella dell'amico De Bustis).
Insomma, di riffa o di raffa, la famiglia D'Alema deve tirare fuori sui
6.000 euro al mese di mutui. Visto che per sua stessa ammissione D'Alema
dà la metà del suo stipendio di parlamentare al partito, io comincio
seriamente a temere per la sua sopravvivenza. Che sia costretto a
rinunciare alle scarpe da 2.000 Euro?
FRK
http://www.ainfos.ca/it/ainfos04732.html


RU SEGRETISSIMO
* Fonte sensibile
Rapporto Impedian numero 89
Data di emissione: 23 agosto 1995
Oggetto: coltivazione del KGB del giornalista italiano Gawronski
Fonte: ex agente del KGB di provata affidabilità, con accesso diretto ma parziale.
DOI: fino al 1984
ATTENZIONE: trattasi di fonte sensibile. Il materiale Impedian deve essere tenuto e visto solo da personale indottrinato. Non deve essere intrapresa alcuna azione sulla scorta di questo rapporto, o discussione/disseminazione del materiale Impedian all'esterno del vostro Servizio, se non previa autorizzazione dell'originatore.
Commento: Notiamo da "Mosca Informazione" (equivalente lista diplomatica) che Jan (sic) Gawronski era corrispondente RAI-Tv a Mosca nel 1981.
Coltivazione del KGB del giornalista italiano Gawronski GAWRONSKI (nome non noto) era un italiano che lavorava con il giornale "La Repubblica" ed era corrispondente RAI-TV a Mosca.
GAWRONSKI era oggetto di coltivazione da parte del Secondo Direttorato Principale del KGB.


Originariamente Scritto da pcosta
Ehm!
..... ma, non è stato portavoce del Banana questo Drugogawroski?


Capitancoraggio sei pregato di segnare sempre il link da dove è tratto il messaggio postato.
Ti è stato cancellato un messaggio copiato da altro sito, messaggio postato da un utente e riportante questa dicitura: Inserito: 15-gen-04 10.10.
Sei pregato di non copiare qui messaggi scritti da utenti di altri siti.
ok


Ma guarda!Originariamente Scritto da MrBojangles
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