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Risultati da 41 a 50 di 77

Discussione: Per Non Dimenticare

  1. #41
    TREMENDISTA
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    RU SEGRETISSIMO*
    Fonte delicata
    Rapporto Impedian numero 143
    Data di emissione: 20 ottobre 1995
    Oggetto: "Brigate Rosse" italiane: contatti tra i partiti comunisti di Cecoslovacchia e Italia: 1975 e 1978
    Fonte: Un ex ufficiale del KGB di comprovata attendibilità, con accesso diretto ma parziale.
    DDI: Fino al 1984.
    AVVERTIMENTO: Vedere dicitura
    Commento: - "Brigate Rosse" italiane: contatti tra i partiti comunisti di Cecoslovacchia e Italia: 1975 e 1978
    1. Nel dicembre del 1975 Yuriy Andropov notificò quanto segue al Comitato Centrale del PCUS:
    Il Ministro degli Affari Interni Cecoslovacco, OBZINA, aveva informato il rappresentante del KGB sovietico a Praga di un incontro avvenuto il 16 settembre 1975. L'incontro era stato tra Antonin VAVRUS, Capo del Dipartimento Internazionale del Comitato centrale del Partito Comunista Cecoslovacco e Salvatore CACCIAPUOTI, vice presidente della Commissione Centrale di Controllo del Partito Comunista Italiano (PCI). CACCIAPUOTI affermò di essere stato autorizzato dalla dirigenza del PCI a informare il Comitato centrale del Partito Comunista Cecoslovacco che le agenzie ufficiali italiane erano in possesso di alcuni documenti. Tali documenti confermavano che una delle basi dell'organizzazione terroristica italiana "Brigate RossÈ era ubicata in Cecoslovacchia e che le agenzie di sicurezza cecoslovacche stavano cooperando con essa. Questo fatto poteva essere usato contro il PCI. VAVRUS aveva garantito a CACCIAPUOTI che il Ministero degli Affari Interni Cecoslovacco non aveva alcun contatto con i terroristi italiani.
    2. Durante la sua visita a Mosca, OBZINA disse al KGB che il Comitato Centrale del Partito Comunista Cecoslovacco aveva dato una calma ma decisa risposta al Comitato Centrale del PCI.
    3. Le "Brigate RossÈ erano un'organizzazione di estrema sinistra fondata da Renato CURCIO nel 1970. Operava su base di illegalità.
    4. Il 4 maggio 1978, durante una conversazione con Vladimir KOUCKY Ð Ambasciatore cecoslovacco in Italia, Giorgio AMENDOLA Ð membro del Presidium del Comitato Centrale del PCI, lo invitò ad essere prudente riguardo alle "Brigate RossÈ. AMENDOLA disse che i contatti delle "Brigate RossÈ con la Cecoslovacchia e la loro presenza nel paese avrebbero potuto venir fuori durante un successivo processo a loro carico.
    5. Anche Arturo COLOMBI, Presidente della Commissione di Controllo del PCI, aveva messo in guardia l'Ambasciatore cecoslovacco sulle "Brigate RossÈ. Egli aveva criticato il Comitato Centrale del Partito Comunista Cecoslovacco perché non aveva dato risposta a specifiche domande in merito alle "Brigate RossÈ. Tali domande erano state poste da CACCIAPUOTI durante i colloqui di Praga. Il Comitato centrale del PCI non fu soddisfatto del categorico rifiuto sull'esistenza di alcun contatto tra la Cecoslovacchia e le "Brigate RossÈ.
    6. KOUCKY era stato particolarmente turbato dal comportamento di Nikita RYZHOV, Ambasciatore sovietico in Italia. Questi rammentava ripetutamente a KOUCKY che aveva messo in guardia i rappresentanti cecoslovacchi in merito ai contatti con le "Brigate RossÈ, ma questi non gli avevano dato ascolto. RYZHOV era convinto che all'interno dell'Ambasciata cecoslovacca ci fosse qualcuno che, alle spalle di KOUCKY, era in contatto con le "Brigate RossÈ. RYZHOV aveva accusato KOUCKY di recare più danni che benefici associandosi con le "Brigate Rosse".




    http://www.linearossage.it/133%20-%20150.htm


  2. #42
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    Citazione Originariamente Scritto da Capitancoraggio
    ok
    P' la Majella. Ce vo' er ... coraggio, per scopiazzare in tal maniera!

  3. #43
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    Unipol si assicura le giunte rosse dell’Umbria

    La compagnia ha il monopolio sulle polizze di aziende ed enti pubblici. I Ds: «Tutto regolare». Forza Italia: «Diteci come fate le gare»
    http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=63608

  4. #44
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    Predefinito I Regressisti

    Eppure parrebbe un pazzo, oggi, chi dicesse che la sinistra italiana era o anche contro la televisione, contro l’automobile, contro la metropolitana, contro i grattacieli, contro i ponti e i sottopassaggi, contro l’alta velocità in ogni sua forma, contro i termo-valorizzatori per ricavare energia dai rifiuti, e contro gli inceneritori per bruciarli, contro i de-gassificatori per evitare costosi gas-dotti, contro la variante di Valico sulla Firenze Bologna, contro la realizzazione dell’aeroporto della Malpensa, contro le paratie mobili che proteggano Venezia dall’acqua alta, e di passaggio, contro la variante di mestre, ovviamente contro il Ponte sullo stretto di Messina, contro le centrali edroelettriche e quelle nucleari, contro l’uso dei computer, contro l’automazione del lavoro, contro il part-time e contro il lavoro interinale, contro tutto ciò che si è rivelato, in pratica, causa e conseguenza della modernizzazione di questo Paese.
    Si parla della sinistra che si definisce - sì - progressista.
    Basta essere anziani o almeno informati per rammentare le ostilità rivolte contro tutto quel che è stato via via ricondotto alla famosa società dei consumi. Le autostrade, per esempio: la sinistra non le approvava perché privilegiavano i consumi individuali – era la tesi – a discapito del trasporto pubblico. Il 3 ottobre 1964, dopo che il governo di Aldo Moro aveva inaugurato che l’Autostrada del sole - qualcosa che davvero cambiò l’Italia - l’Unità scrisse questo: “Abbiamo l’autostrada, ma non sappiamo a che serve… è evidente l’impegno di spremere l’economia nazionale nella direzione di una motorizzazione individuale forzata… dimenticando che mancano le strade normali in città e nel resto del Paese”.
    Lo schema, da allora, non è mutato: ogni grande opera verrà inquadrata come un fumo spettacolare ma privo del necessario arrosto. Roba per pochi: “Velocità alte e comode – insisteva l’Unità - soltanto per redditi più elevati”.
    Polemiche datate? Sino a un certo punto. Quello che scrisse l’Unità dell’8 gennaio 1977 – il Pci era ai massimi, ma qualche autostrada intanto l’avevano fatta lo stesso – andrebbe riletto lentamente, oggi, ai pendolari della Salerno-Reggio Calabria: “Gli investimenti in autostrade hanno aperto una falla difficilmente colmabile nelle risorse del Paese, a detrimento di investimenti la cui mancanza determina continui danni economici ed ecologici”.
    La magica parola – ecologia – era stata requisita dalla sinistra, non senza precise colpe, beninteso, anche di un centrodestra piuttosto vacante. Fu un delirio comunque: “Mettere fine agli sperperi in una ragnatela di autostrade - è sempre l’Unità - dando rigorosa precedenza a investimenti sociali e produttivi: ecco il nostro impegno”. Era il gergo sempreverde che andava sempre a richiamare “un diverso modello di sviluppo”.
    Quale? Non è chiarissimo, ma all’inizio del 1977 proprio Enrico Berlinguer – alla vigilia di una straordinaria fase di espansione mondiale dell’Italia – dettava una precisa parola d’ordine: austerità. Si, perchè “L’austerità è il mezzo per contrastare alla radice, e per porre le basi, del superamento di un sistema che è entrato in una crisi strutturale. Lo scopo di questa austerità - disse in un celeberrimo discorso - è in primo luogo quello di instaurare una moralità nuova”.
    E’ rimasta la mentalità. La sinistra progressista, nel dopoguerra, si era già opposta alla realizzazione della Metropolitana milanese; negli anni Sessanta, il tram era definito di sinistra e la metropolitana di destra: va da sé che anche le conseguenze di questo, oggi, separano lo status di certe città italiane da quello di altre metropoli europee. La sinistra progressista si oppose parimenti allo sviluppo urbanistico verticale (i grattacieli) e le conseguenze sono altrettanto note.
    Una volta tinta di verde, la stessa la sinistra avrà modo di opporsi a tutti i progetti di Alta velocità ferroviaria – ovvie le conseguenze – e così pure, come detto, ma ripetiamolo, alla variante di valico Firenze-Bologna, alla realizzazione dell’aeroporto della Malpensa, al progetto Mose per salvare Venezia, per non parlare del ponte sullo Stretto e di tutto il resto.
    Poi c’è la televisione, sì. Nel 1954, a dir il vero, la nascita della Tv italiana fu accolta con sospetto e freddezza non solo a sinistra: nessun quotidiano riportò la notizia in prima pagina, a parte La Stampa. Era già evidente che cosa la televisione avrebbe potuto determinare nei costumi di un Paese: negli Stati Uniti i televisori erano già trenta milioni, in Inghilterra tre, la Rai in ogni caso vantava già centinaia di dipendenti.
    Un esordio in bianco e nero che forse cointribuirà a ritardare di dieci anni quello della televisione a colori: fin dal 1967 la tecnologia fu ampiamente disponibile (apparteneva già a Stati Uniti, Inghilterra, Germania, Francia, Giappone e persino Unione Sovietica, sì) ma in Italia c’erano ancota queki vecchi discorsi dei consumi individuali e collettivi: “La Tv a colori è caldeggiata dagli industriali e dalla Rai” titolava l’Unità del 14 settembre 1977.
    Vade retro. “La questione non è se tradurre in Italia la Tv a colori, bensì quando introdurla… chiarire se il paese può sopportare questa spesa – essi scrivevano - e quali vantaggi eventuali, se vantaggi ci sono, potrebbe dare alla nostra economia”. L’arcano, oggi, pare risolto. Ma allora lo schema non cambiava: “Si tratta di capire e decidere – tuonava l’Unità - se la Tv a colori è conciliabile con la vigente necessità di case, scuole, ospedali”. E sarà solo una battuta, ma oggi forse pare più facile requisire case e scuole e ospedali, a una comunità, che non i televisori a colori.
    Tutto il resto è noia. Storia più recente e forse più rimossa: negli anni Sessanta nacque la prima tv commerciale (Telebiella, più che altro un esperimento) e la sinistra aditò “un pluralismo televisivo illegale, incostituzionale e tecnicamente impossibile”. Già. Poi i progressisti proposero che il raggio d’azione delle tv private non dovesse superare il chilometro e mezzo. Saranno sempre loro ad applaudire i pretori che spegneranno le tv di Berlusconi e che si batteranno contro gli spot televisivi: perchè non si interrompe un’emozione. Ma si interruppe.
    Prendete Michele Serra, per esempio: è un accidioso e simpatico signore che pone dei quesiti ricorrenti che sono sempre quelli.
    7 novembre scorso: “E’ più importante fare le grandi opere o investire nelle periferie? Viene prima l’alta velocità o il trasporto dei pendolari?”.
    3 marzo 2004: “Come può, un paese che difetta nell’ordinario, cimentarsi nello straordinario?”.
    Sono dubbi di cui è piastrellata tutta la pubblicistica di sinistra del dopoguerra come abbiamo visto.
    La verità è che non c’è paese occidentale dove le infrastrutture non si sviluppino a velocità differenziate: se è vero che nelle metropoli stanno mettendo la fibra ottica, mentre a Ginostra, per esempio, hanno appena messo l’elettricità, il punto è che stanno progredendo sia le metropoli che Ginostra: e però non ci si può fermare ad aspettare tutte le Ginostra d’Italia, perché da qualche ci sarà sempre una strada dissestata, un acquedotto insufficiente, qualcosa che non impedisca ad altri, tuttavia, di fungere da locomotiva.
    Ha ragione Serra, e chi come lui, nel temere che le due velocità possano divergere troppo; ma c’è da sperare il Paese delle Gioia Tauro e delle opere perpetue, a destra come a sinistra, abbia imparato qualcosa. Io almeno lo spero. Lui forse non più.
    Gli altri, la maggioranza, non sanno semplicemente di che parlano.

    Filippo Facci

    da il GIORNALE

  5. #45
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    Per il leasing della barca paga un rateo mensile di 8.068 euro
    D'Alema ha un conto alla banca di Fiorani

    Tra i clienti della Banca popolare italiana guidata dal bandito Fiorani figura anche il presidente DS Massimo D'Alema. Questi vi si è appoggiato per pagare il leasing della sua lussuosa barca a vela, Ikarus II, una delle più belle barche private in circolazione, coi suoi 18 metri di lunghezza, quasi 5 di larghezza, 16 tonnellate di peso e 40 di stazza, 200 metri quadrati di superficie velica e un motore da 145 cavalli. Una passione che per ammissione di D'Alema gli sarebbe costata 430 mila euro, ammortizzati in parte con la vendita della prima barca, e che dividerebbe con due soci. Ma, anche su l'Unità si riconosce che Ikarus II vale molto di più di quanto è stata pagata (almeno il doppio), e si dice che il forte sconto sarebbe stato giustificato con ritorno pubblicitario che tale equipaggio avrebbe garantito.
    Prendendo per buone le cifre fornite da D'Alema, per appagare questo "piccolo sfizio" il presidente della Quercia sborsa mensilmente qualcosa come 8.068 euro, che vengono bonificati alla Bpi attraverso un altro conto che lo stesso D'Alema ha aperto presso Unipol Banca, l'Istituto delle cooperative impegnato nella scalata alla Bnl. Rata che, sostiene D'Alema, dividerebbe coi soci, anche se il conto presso la Bpi è a suo nome e non cointestato. Comunque sia non è il solo impegno finanziario a cui D'Alema e famiglia devono far fronte visto che, oltre al leasing nautico, devono accantonare ogni mese altri 3 mila e rotti euro per i mutui immobiliari accesi per l'acquisto della loro attuale casa nel residenziale quartiere Prati a Roma (comprata dopo lo scandalo di Affittopoli) e successivamente, nello stesso palazzo, di un secondo appartamento da destinare ai figli.
    Detto questo, anche se il conto corrente di D'Alema presso la Bpi per i magistrati di Milano non ha nulla a che vedere con lo scandalo e l'inchiesta giudiziaria che ha travolto la gestione del bandito Fiorani della Bpi, col suo contorno di finanziamenti illeciti a uomini politici e di governo, è altrettanto vero che D'Alema e il vertice della Quercia dovrebbero dare risposte a imbarazzanti questioni che sono sia etico-politiche e morali che oggettive.
    Quelle etico-politiche e morali riguardano lo stile di vita del presidente della Quercia (che comunque condivide con la stragrande maggioranza dei signori del palazzo), fatto di lussi e privilegi, come appunto potersi permettere, per soddisfare un hobby, una barca milionaria, comprarsi lussuosi appartamenti per sé e i figli e chissà cos'altro, che rappresentano uno schiaffo alla miseria e alle difficoltà economiche in cui si dibattono operai, lavoratori, impiegati, pensionati, ossia quello "zoccolo" elettorale che ancora ripone la sua fiducia nel partito di D'Alema e Fassino, proprio con la speranza di un cambiamento che, tra le altre, metta fine alle ingiustizie sociali, come la vergognosa sperequazione tra ricchi e poveri.
    Ma questa vicenda lascia il dubbio anche su questioni oggettive: perché tra i tanti grossi istituti bancari presenti nella capitale, tra cui la stessa Unipol, D'Alema è andato a "sbattere" proprio in quella lodigiana di Fiorani? Da parte del presidente della Quercia si sostiene che la Bpi è stata scelta dal cantiere che ha costruito la barca, e che lui e i suoi soci si sono limitati a firmare il contratto di leasing. Contraddittoria la versione dei costruttori, dove un socio ha detto che loro non c'entravano nulla, mentre l'altro, smentendolo, si è assunto la responsabilità di aver proposto la banca di Lodi.
    Non spetta a noi stabilire a chi credere, fatto sta che alla luce dei legami tra il capo di Unipol Consorte e Fiorani, il dubbio che sia stato il primo a suggerire la Bpi a D'Alema funzionalmente allo scambio di favori per le scalate bancarie rimane e diventa reato politico, anche se non penale.
    http://www.pmli.it/dalemacontobancafiorani.htm

  6. #46
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    Alcuni interrogativi sulla posizione di D'Alema nei confronti del pool di Milano e delle indagini mani pulite (con tutto il rispetto per i militanti e gli elettori di sinistra)
    (di Antonio di Pietro)
    Alcuni interrogativi sulla posizione di D'Alema nei confronti del pool di Milano e delle indagini mani pulite (con tutto il rispetto per i militanti e gli elettori di sinistra)
    Cari amici,

    il polverone che è scaturito dalla mia richiesta di chiarimenti circa la posizione di D'Alema nei confronti del Pool di Milano e delle indagini di Mani Pulite mi sembra davvero fuor di luogo. D'Alema, alla mia richiesta di chiarimenti, invece di fornire risposte, pretende delle scuse. Vediamo allora come stanno i fatti. Egli fa l'offeso senza nemmeno aver letto per intero ed esattamente le dichiarazioni da me rilasciate a Micromega. Se l'avesse fatto si sarebbe accorto che io non accuso nessuno ma chiedo spiegazioni. Non invertiamo i ruoli e non facciamo finta di dimenticare che la vittima di quell'attività di dossieraggio e di killeraggio sono io (ci sono oramai sentenze a iosa che lo provano). Se fosse vero ciò che hanno detto alcuni protagonisti della vicenda, le rivelazioni di questi giorni dovrebbero far arrabbiare più di me che l'elettore del Mugello (e quello di sinistra tot court). Riepiloghiamo i fatti: Marco Bucarelli, un dirigente romano di Comunione e Liberazione riferisce di essersi rivolto agli inizi del 93 all'On.le Massimo D'Alema per chiedergli di aiutarlo a trovare nuovi soci che potessero finanziare il settimanale "Il Sabato", un periodico che faceva capo a Sbardella (in quel periodo sotto inchiesta per fatti di Tangentopoli, come peraltro lo era lo stesso Bucarelli che proprio durante le trattative sara' arrestato due volte e si fara' tre-quattro mesi di detenzione). Questo è un fatto ammesso da tutti, D'Alema compreso. Già questa prima circostanza dovrebbe far riflettere: perché l'allora capogruppo alla Camera dei D.S. trattava con personaggi di tal genere e veniva incontro alle loro richieste, peraltro proprio mentre uno di loro era in stato di detenzione per fatti di Tangentopoli? Sta di fatto che D'Alema accompagna Bucarelli e Tandardini dal suo amico Alfio Marchini e costui si dichiara disponibile a subentrare come socio finanziatore. Anche questo è un fatto certo ed accertato per stessa ammissione di tutti i protagonisti. Come certo ed accertato è il fatto che è proprio Marchini a richiedere alla redazione de Il Sabato di assumere il giornalista Roberto Chiodi che poi portera' gia' bello e confezionato il famigerato dossier da pubblicare. Ultimamente si è venuto a sapere da Bucarelli e da un prete (don Giacomo Tandardini) che sarebbe stato proprio Marchini a richiedere la pubblicazione del dossier in un modo e con forme tali da far loro ritenere (per l'amore di Dio, sempre a detta di Tandardini e Bucarelli) che questo fosse il desiderio di D'Alema. Vero, non vero? I primi dicono di sì, D'Alema e Marchini dicono di no. Sicuramente qualcuno non la racconta giusta. La storia è però da chiarire ed io sicuramente ho titolo per chiedere chiarezza (dato che ne sono la vittima). La storia, però diventa più ingarbugliata ed assume tutt'altra dimensione se - accanto ai due protagonisti che la raccontano (Bucarelli e Tandardini) e di contorno ad essi - si aggiungono altre tre (dico tre) testimonianze, questa volte di "persone amiche" (di persone cioè che non possono essere considerate preconcettualmente ostili). Mi riferisco a Paolo Flores D'Arcais, ad Achille Occhetto e al giornalista parlamentare Luigi Stampacchia. Quest'ultimo ha dichiarato proprio oggi ai giornali: "…in data 30 giugno 92 ( e quindi un paio di settimane prima della pubblicazione del dossier su "il Sabato") incontratomi con Sbardella venni da lui informato, affinché lo riferissi al direttore della mia agenzia, che ci avrebbe fatto avere copia sugli asseriti trattamenti di favore riservati da Di Pietro ad alcuni inquisiti di Mani Pulite, che quel dossier sarebbe stato pubblicato di lì a breve su Il Sabato e che era una bomba avuta da fonte autorevole quanto insospettabile, un esponente comunista…". C'è o no da drizzare le orecchie? C'è una fonte? E chi e? Vediamo allora cosa ha riferito Paolo Flores D'Arcais proprio ieri. Flores, come noto è persona di sinistra, stimata, direttore di Micromega, e amico di famiglia D'Alema. Amico a tal punto da averlo invitato a casa sua nel 1995 per cenare assieme. Ecco le sue affermazioni testuali: "…quella sera ebbi la certezza oltre ogni ragionevole dubbio dell'avversione di D'Alema nei confronti di Di Pietro. Rimasi allibito…ad un certo punto D'Alema affermò testualmente riferendosi a Borrelli, D'Ambrosio e Colombo " si sono fatti subornare, strumentalizzare da quei reazionari di Davigo e Di Pietro"…" Insiste ancora Flores: "…in realtà D'Alema sin dalla fine del 92 ha tenuto su Tangentopoli una linea politica parallela e opposta a quella dell'allora Pds…perché quel giornale (il Sabato) era su posizione opposte al PDS, difendeva la corruzione arrivando persino a sostenere "meglio Lima che Bobbio", mentre Botteghe Oscure era schierata con Mani Pulite. Eppure - continua Flores - quando quelli del Sabato andarono da D'Alema per chiedere aiuto, lui - anziché metterli alla porta - si disse non solo interessato ma li mandò pure da un suo amico imprenditore…". Fin qui D'Arcais. Achille Occhetto - a proposito di quel famoso miliardo di Gardini di cui vi è prova processuale essere arrivato all'interno della sede di Botteghe Oscure ma non si riesce a capire dove sia andato a finire - ha proprio oggi dichiarato alla stampa: "…qualcuno evidentemente chiedeva soldi a nome del PCI e poi li portava da altre parti, ma la segreteria del partito dove questi soldi andassero a finire non ne sapeva niente…non posso escludere l'esistenza d una sorte di struttura parallela…resta il mistero di qualche personaggio che si presentava a nome del partito senza essere mandato dal partito e non sappiamo se quei soldi li intascava lui o li dirottava altrove..". Questo è lo stato dei fatti, caro direttore. Quindi le mie richieste di chiarimento non possono essere liquidate semplicemente e bellamente accusandomi di aver offeso D'Alema e gli elettori della sinistra.. Offesi sì ma da chi? Anch'io sono offeso (perché ripeto sono stato la prima vittima del dossieraggio) e voglio chiarimenti ( e invece mi vengono richieste improponibili scuse). Chiarimenti lo meritano gli elettori di sinistra i quali sono stufi di essere trattati come "utili idioti" pronti a sostenere o screditare chiunque solo perché ciò verrebbe loro richiesto dai dirigenti di partito.

    ANTONIO DI PIETRO


    http://www.berluscastop.it/pcampoli/dipietro001013.html


    W I MORALISTI SINISTRI






  7. #47
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    "Quella sera con Massimo, che criticava Mani pulite"
    (di Antonio di Pietro)
    Il racconto di Flores D'Arcais, apparso sul "Corriere della Sera" del 11 ottobre 2000
    "Quella sera di luglio del '96, a cena a casa mia, mi resi conto di quanto Massimo D'Alema detestasse Antonio Di Pietro e l'intero Pool milanese. Mi disse che tutto Mani pulite, e sottolineò tutto, era stato fin dall'inizio un complotto contro il Pds. E alle mie ripetute obiezioni, continuava a ripetere "io lo so che ce l'hanno con noi, lo so, lo so…". Aveva un tono di assoluta e violenta certezza".

    Paolo Flores d'Arcais, direttore di MicroMega, il mensile sul quale il senatore ha accusato l'ex premier di aver ispirato nel '93 il dossier del Sabato contro il Pool, non crede affatto "alla leggenda di un D'Alema che ha sempre stimato Di Pietro". E di quella sera di fine Luglio '96 dice di ricordare ogni più piccolo particolare: lui è allora segretario del Pds seduti uno davanti all'altro, "la moglie di D'Alema che all'ultimo momento disertò la serata perché non si sentiva bene", la politica come piatto forte.

    Erano trascorsi tre anni dal dossier del Sabato, Tangentopoli era al lumicino, Romano Prodi si era stabilito a Palazzo Chigi da poco più di due mesi e Antonio Di Pietro, dopo lungo tiramolla, aveva alfine accettato la poltrona di ministro (da cui si sarebbe dimesso a fine '96 per farsi eleggere senatore al Mugello, con la regia di D'Alema).

    "Quella sera ebbi la certezza, al di là di ogni ragionevole dubbio, dell'avversione di D'Alema nei confronti di Di Pietro. Rimasi allibito" ricordo ora il direttore di MicroMega, che già allora era un aperto sostenitore di Mani pulite, indicato come uno dei più accesi giustizialisti. "Ad un certo punto D'Alema affermò testualmente, riferendosi a Borrelli, D'Ambrosio e Colombo: "Si sono fatti subornare, strumentalizzare, da quei reazionari di Davigo e Di Pietro….". Vanamente cercai di ricordargli che ad uscire in pezzi da Tangentopoli erano stati Dc e Psi e che quei magistrati non mi risultavano essere scatenati anticomunisti. Niente da fare. Lui insisteva, tanto da pensare che forse fosse a conoscenza di cose che io non sapevo…". E ancora: "Quando gli dissi che giudicavo Giuliano Amato il più intelligente dei politici, fece una smorfia e il gesto di come quando si manovrano i burattini….".

    Fine dei ricordi di Paolo Flores d'Arcais. Fino ad oggi, di quella sera, il direttore di MicroMega ha parlato solo "con amici e conoscenti, invitandoli alla riservatezza". Ma ora, dopo l'atto d'accusa lanciato da Di Pietro e la reazione tra l'indagato e lo stupido di D'Alema, ha deciso di "uscire allo scoperto", consapevole di andare incontro alla reazione dell'ex premier, che probabilmente avrà una sua versione di quella cena.

    La tesi del direttore, di cui la serata a casa sua è "un tassello", è che "in realtà D'Alema, fin dalla fine del '92 ha tenuto su Tangentopoli una linea politica parallela e opposta a quella dell'allora Pds". La conferma, a suo parere, verrebbe appunto dalla vicenda del dossier pubblicato dal Sabato. "Quel giornale era su posizioni opposte al Pds: difendeva la corruzione, arrivando persino a sostenere "meglio Lima che Bobbio", mentre Botteghe Oscure era schierata con Mani pulite. Eppure, quando quelli del Sabato andarono da D'Alema per chiedere aiuto, lui, anziché metterli alla porta, si disse non solo interessato, ma lì mandò pure da un suo amico imprenditore". Conclusione: "Ecco perché ho pubblicato la lettera di Di Pietro: ci sono ancora troppe nebbie su quel dossier. E i Ds dovrebbero chiederne conto a D'Alema". Quella del '96 è stata l'ultima cena tra Flores d'Arcais e l'ex premier.


    http://www.berluscastop.it/pcampoli/dipietro001011.htm

  8. #48
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    Di Pietro: D'Alema boicottò Mani Pulite
    (di Antonio di Pietro)
    L'ex pm dichiara di averlo appreso da un prete e dall'editore del settimanale che pubblicò un dossier contro di lui. "Vorrei capire dov'è finito il miliardo versato da Gardini al Pds"

    (dal quotidiano Libero del 10 ottobre 2000)

    Caro Walter, che mi dici della tangente Enimont?

    Caro Walter, accolgo l'invito che ci aveva rivolto Paolo Flores d'Arcais, per aggiungere un post scriptum di "aggiornamento" al nostro dialogo. Come ti avevo accennato, negli ultimi giorni sono venuto a conoscenza di particolari inquietanti e, a questo punto, inequivocabili che confermano ciò che andavo sostenendo da tempo: che, cioè soggetti vicini ai vertici del tuo partito hanno partecipato attivamente a spargere veleni contro di me, con la conseguenza volontaria o no - di delegittimare, e quindi bloccare l'inchiesta di Mani Pulite proprio mentre stava raggiungendo il Potere a livelli vertiginosi. Dei presunti "poker d'assi" di Craxi e dei dossieraggi targati Berlusconi e Previti (dimostrati dalle sentenze del gip di Brescia, confermate in tutte le altre sedi) sappiamo tutto da tempo. Ciò che mi addolora è venire a scoprire oggi, che gli stessi sistemi sono stati messi in atto anche dal campo avverso.

    Il Dossierone

    Mi riferisco ai retroscena della pubblicazione del famigerato dossier comparso sul Sabato, il settimanale di Comunione e Liberazione, nell'estate del 1993. In quel periodo, ricordo, Primo Greganti era appena uscito dal carcere e il pool di Milano si stava occupando della maxitangente Enimont, di cui un bel pezzo (il famoso miliardo di Gardini) finì a una misteriosa entità di Botteghe Oscure. Proprio allora uscì il dossier, che conteneva quasi tutti gli elementi che poi sarebbero confluiti in quelli craxiani e berlusconiani-previtiani. Insomma, fu il padre di tutti i dossier anti-Mani Pulite e anti-Di Pietro. Chi abbia materialmente raccolto e incollato insieme quegli elementi non l'ho ancora scoperto. Ma a questo punto ha poca importanza. Quello che finalmente ora so, dalle testimonianze dirette di due protagonisti di primo piano di quella vicenda, è come quel pacchetto già confezionato e infiocchettato arrivò alla redazione del Sabato.

    Da Sbardella a Marchini

    E chi ne pretese la pubblicazione e perché. Me l'hanno rivelato, proprio in questi ultimi giorni, due personaggi del calibro di don Giacomo Tantardini e Marco Bucarelli, leader incontrastati - allora e oggi - di Comunione e Liberazione a Roma. E mi hanno autorizzato a riferire il loro racconto. Per questo avrei voluto continuare il confronto con te anche su questo tema. Secondo la versione dei due "testimoni", in quel periodo il settimanale viveva una difficile fase di transizione. Se la passava malissimo dal punto di vista finanziario, ma era in attesa di essere acquisito - da parte del costruttore romano Alfio Marchini, che stava per subentrare alla vecchia proprietà, legata allo "Squalo" andreottiano Vittorio Sbardella. Per anni mi sono domandato perché mai Marchini avrebbe dovuto avercela con me, visto che all'epoca non sapevo nemmeno che esistesse. L'ho conosciuto soltanto nel 1996, quando il suo amico Massimo D'alema mi invitò nel suo salotto a Roma, per discutere del nostro futuro politico. Ho riflettuto spesso su queste "coincidenze" di tempi e persone. Perché quando ero magistrato, capitava spesso che io stessi indagando su fatti e filoni investigativi in cui io non sapevo ancora che cosa avrei trovato oltre la siepe, ma certamente i potenziali destinatari degli accertamenti sentivano fin da subito il fiato delle indagini addosso, e si organizzavano per reagire. In sostanza io non sapevo ancora dove sarei andato a parare, ma loro sì. Ecco queste considerazioni, per così dire "postume" mi sono trovato a farle dopo le rivelazioni ricevute da don Tandardini e da Bucarelli. Perché la storia che mi hanno raccontato su quel dossier del 1993 è davvero singolare. Ed è la seguente. Alla fine del 1992 i rapporti fra l'onorevole Sbardella e il senatore Andreotti sono progressivamente deteriorati. Sul conto di Sbardella si rincorrono molte dicerie e soprattutto sul suo capo si addensano nubi giudiziarie sempre più minacciose, con inchieste sempre più incalzanti della magistratura, sia romana che milanese (anche da parte mia). A quel punto Andreotti -secondo quanto mi hanno riferito i due "testimoni" consiglia a quelli di Comunione e Liberazione di smarcarsi da quel rapporto ormai ingombrante con Sbardella. E' a quel punto che Marco Bucarelli ha l'idea di andare a bussare alla porta del Pds, sia per allacciare nuovi rapporti politici e inbastire nuove alleanze, sia per trovare nuovi finanziatori per il settimanale in crisi. "Pensavamo" mi ha detto Bucarelli, "che di lì a poco si sarebbe dato vita a un "governissimo" per scrivere le regole delle riforme istituzionali, e noi sostenevamo questa soluzione. Perciò pensammo di agganciarci anche alla sponda di sinistra".

    Il primo approccio

    Il primo approccio fu alla fine del 1992: Bucarelli, accompagnato dall'allora direttore del Sabato Alessandro Banfi, andò a parlare con l'allora capogruppo del Pds alla camera, onorevole Massimo D'Alema. L'incontro avvenne nella sede del gruppo parlamentare di Montecitorio. Bucarelli fece presente a D'Alema che per rilanciare il giornale c'era bisogno di un socio che potesse portare un'iniezione di denaro fresco, un capitale di 3-4 miliardi. Altrettanto ne avrebbero versati quelli di Comunione e Liberazione. D'Alema - secondo Bucarelli - si sarebbe immediatamente mostrato disponibile a trovare un nuovo socio finanziatore, che indicò subito in Alfio Marchini: "E' un amico mio", avrebbe detto D'Alema, "e l'operazione è come se la facessi io. Il partito non c'entra niente". Verso la fine del 1992 la comitiva, D'Alema compreso, si reca perciò negli uffici di Marchini a Roma. Anche Marchini ci sta, ma chiede prima al giornale si liberi della presenza ingombrante di Sbardella (che era ancora il presidente del consiglio di amministrazione del settimanale, oltreché il finanziatore di riferimento), Bucarelli attacca una lunga tiritera con Sbardella, per convincerlo a dimettersi. E questi, alla fine seppure mugugnando, dà le dimissioni. La comitiva ritorna da Marchini, e si cominciano a "guardare i conti" per formalizzare l'ingresso del costruttore nel capitale sociale.

    Trattative a singhiozzo

    Ma poi le trattative si interrompono per un po', perché nel frattempo Bucarelli finisce in carcere per fatti di Tangentopoli (un'inchiesta della procura di Roma che lo vedeva coinvolto con l'accusa di aver estorto denaro al costruttore Francesco Gaetano Caltagirone, anch'egli azionista del Sabato su indicazione di Sbardella). Il negoziato riprende dopo il ritorno di Bucarelli in libertà. E, su sollecitazione di Marchini, si decide di mettere in liquidazione la vecchia società editrice del Sabato e aprirne una nuova con quote del 40 per cento a Marchini e del 60 per cento alle società "cielline" della Compagnia delle Opere. Ancora una volta l'operazione subisce uno stop, per il nuovo arresto di Bucarelli, che questa volta rimane in carcere e agli arresti domiciliari per tre mesi. Nel frattempo Alfio Marchini precisa che una delle clausole per accettare di entrare nell'affare è che il giornalista Roberto Chiodi diventi capo della cronaca giudiziaria ("un amico", avrebbe detto Marchini, "informatissimo, che si dimette dall'Espresso per venire a lavorare da noi al Sabato"). E così accade. Un giorno Marchini, avvisa don Tantardini (e, tramite questi, Bucarelli, sempre agli arresti domiciliari) che Chiodi ha un grande scoop tra le mani, che bisogna pubblicare sul Sabato.

    Marchini punta i piedi

    Uno scoop che sia Tantardini che Bucarelli escludono sia stato realizzato dalla redazione del settimanale, o comunque con l'intevento del giornale. Si trattava semplicemente di un dossier sulla vita privata di Antonio Di Pietro, che arrivava lì portato a brevi manu da Chiodi, calato da chissà dove, senza che nessuno ne sapesse niente prima. Di primo acchitto Bucarelli e don Giacomo si mostrano perplessi ("sembra una porcheria, un killeraggio"). E, prima di dare l'ok alla pubblicazione, decidono di consultarsi con il loro nume tutelare dell'epoca: Andreotti. E' don Giacomo che va dal senatore e questi gli spiega che una cosa del genere sarebbe inopportuna e controproducente ("stai attento, non lo fare, a volte queste cose non hanno un riscontro oggettivo, a volte la realtà è diversa…"). Don Tantardini non sa più che fare. Torna così da Marchini e gli spiega le sue perplessità. Marchini però è irremovibile, e minaccia di non mandare in porto l'operazione dell'acquisto del Sabato se non verrà pubblicato il dossier contro Di Pietro. Se invece il dossier verrà pubblicato, Marchini si dice disponibile a rilevare fino al 55 per cento della società. Il povero don Giacomo torna a fare la spola fra Bucarelli (ancora bloccato ai domiciliari) e Marchini per scongelare la situazione di stallo, anche perché nel frattempo il giornale sta per chiudere per mancanza di soldi. E' in quest'ottica che, durante un nuovo incontro, Marchini fa chiaramente intendere a don Giacomo che è D'Alema che pretende la pubblicazione del dossier. D'Alema gli avrebbe dato un imput ben preciso, se non si pubblica il dossier viene meno l'interesse politico all'operazione. Insomma, o esce il dossier, oppure Marchini non mette nemmeno una lira. E il Sabato chiude. A questo punto stritolato, il giornale dà il via libera alla pubblicazione del dossier, che esce il 13 luglio. Ma ciononostante, alla fine, Marchini metterà soltanto qualche centinaio di milioni invece dei quattro miliardi promessi e il giornale è costretto a chiudere.

    Walter, tu dov'eri

    Non prima però, di un ultimo incontro avvenuto alla fine dell'estate del 1993, a casa di Marchini: quella volta interviene anche D'Alema, e Marchini sollecita, come ultima condizione per entrare massicciamente nel giornale, la nomina di un nuovo direttore: Rocco Buttiglione. Ma questo, per i leader romani di Comunione e Liberazione è davvero troppo. E preferiscono lo "harakiri". Il racconto di Bucarelli e Tantardini, caro Walter finisce qui. La morale te la risparmio. Ma mi piacerebbe tanto sapere cosa successe dalle tue parti in quel periodo e soprattuto che fine ha fatto quel miliardo portato da Raoul Gardini a Botteghe Oscure. Come sai, noi magistrati non potemmo più andare avanti a causa della sentenza di prescrizione nel frattempo intervenuta, e perché nessuno a Botteghe Oscure ricorda a quale piano salì e a quale porta bussò, quel giorno. Gardini.
    Con immutato affetto (almeno nei tuoi confronti)


    P.S. Ah, se queste cose le avessi sapute a tempo debito!!!

    Antonio Di Pietro

    http://www.berluscastop.it/pcampoli/dipietro001010.htm

  9. #49
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    Citazione Originariamente Scritto da fumo_di_londra
    la sinistra ipocrita fa la guerra, e poi insulta Berlusconi che la guerra in Iraq non l'ha fatta (ha solo mandato truppe in tempo di pace, a guerra finita).
    Io proprio non ti capisco. Hai detto di essere di sinistra ed ora dici che la sinistra è ipocrita.

  10. #50
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    Citazione Originariamente Scritto da Capitancoraggio
    Di Pietro: D'Alema boicottò Mani Pulite
    (di Antonio di Pietro)
    [FONT=Times New Roman][SIZE=3][...]
    Forse oggi sarebbe più interessante parlare di quel gran democratico di Storace. Sarebbe interessante conoscere il parere in proposito, di un paladino della democrazia e della libertà quale tu sei.

 

 
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